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	<title>libertà Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>libertà Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La lezione di Einaudi ignorata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-di-einaudi-ignorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2024 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per lo più definita «liberismo»): consiste nel liberare l’economia dai troppi lacci e lacciuoli che la frenano, affermare e difendere il principio di concorrenza tramite una azione dello Stato che elimini o riduca le troppe rendite monopolistiche, fare in modo che lo Stato si concentri sulla produzione di quei beni pubblici (sanità, istruzione, difesa, eccetera&#8230;) che non possono essere forniti dal mercato. È la via che indicò Luigi Einaudi (di cui nel 2024 si sono celebrati i centocinquanta anni dalla nascita).</p>
<p>In tanti hanno osservato la contraddizione. L’entusiastica accoglienza di Javier Milei da parte di Giorgia Meloni ad Atreju a metà dicembre è in conflitto con la tradizione politico-culturale da cui lei proviene e a cui fa riferimento il suo partito: di là un liberalismo economico spinto agli estremi (l’anarco-capitalismo), di qua uno statalismo che al liberalismo economico, anche in forme più moderate, è tendenzialmente ostile.</p>
<p>Per un bilancio sulla attuale manovra economica del governo e, più in generale, sulle sue scelte di politica economica da quando si è insediato, conviene evitare il più possibile di ascoltare le voci apertamente partigiane: come è ovvio, i fan del governo dicono un gran bene di tale politica, mentre i nemici del governo ne dicono un gran male. Per definizione e a prescindere. Meglio affidarsi al giudizio degli specialisti (sulla manovra in corso, Francesco Giavazzi, Corriere del 28 dicembre).</p>
<p>Ciò che però può forse permettersi di dire un non specialista è che, in ogni caso, giunti a metà legislatura, non si è vista, da parte del governo, quella frustata che sarebbe stata necessaria in una economia abituata da decenni a una condizione di bassa crescita.<br />
La frustata di cui la nostra economia avrebbe bisogno consiste in un’opera di sburocratizzazione, di potatura di norme e regolamenti che frenano l’iniziativa individuale. Il contrario dello statalismo che tutto regolamenta e controlla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sia chiaro, lo statalismo non è una malattia di cui soffra solo la destra. Riguarda anche la sinistra. Anzi, riguarda un intero Paese larghe parti del quale accettano di buon grado di subire i lacci e lacciuoli imposti dallo Stato e che frenano la libertà di iniziativa dei singoli ricevendo, come contropartita, la protezione statale.</p>
<p>Lo ha recentemente assai ben documentato un economista, Nicola Rossi (Un miracolo non fa il santo, Istituto Bruno Leoni libri): la storia economica e sociale dell’Italia dal 1861 ad oggi mostra che solo nel quindicennio seguente la fine della Seconda guerra mondiale, ci siano state condizioni davvero favorevoli all’iniziativa individuale. Ne derivò quel miracolo economico che rappresenta, nell’intera storia del Paese, un momento eccezionale, una deviazione dalla norma. Un periodo, l’unico, in cui era dominante la cultura della crescita, in cui l’iniziativa privata era valorizzata e che consentì all’Italia un grande balzo economico. Dopo di che, il Paese rientrò nella normalità, ossia abbracciò di nuovo quella forma di statalismo ostile alla concorrenza che penalizza, rendendole la vita assai difficile, l’iniziativa individuale. Con la conseguenza di ripristinare quel regime di bassa crescita che per quasi tutta la storia unitaria del Paese gli ha impedito di tenere il passo con gli altri, più dinamici, Paesi europei.</p>
<p>Un governo stabile avrebbe la possibilità di impegnarsi per imporre una seconda (dopo il miracolo economico degli anni Cinquanta/primi anni Sessanta) deviazione della norma, dalla regola italiana secondo cui, a causa dell’ingombrante presenza dello Stato, viene penalizzata l’iniziativa individuale e frenata la crescita economica. Ma giunti a metà della legislatura si constata che nell’azione del governo è mancata fino ad ora la frustata che servirebbe per invertire la direzione di marcia. Questo spiega perché, nonostante le aspettative che si erano create, i fondi del Pnrr potrebbero risultare per l’Italia un’occasione sprecata. Mancando un habitat favorevole alla crescita, quell’ingente iniezione di denaro difficilmente può contribuire a rimettere in moto l’imballata macchina dello sviluppo economico.<br />
Naturalmente ciascuno (vale per tutti noi) è figlio della sua storia e quella storia lo (ci) condiziona.<br />
Gli applausi a Milei non possono cancellare la lontananza culturale della destra di Meloni dal liberalismo economico. Anzi, per essere precisi, non basta parlare di lontananza. La destra di cui Meloni è leader ha una lunga storia di ostilità nei confronti del liberalismo economico. Come del resto la sinistra nelle sue principali espressioni. Non è un caso che quando la destra cerca di darsi un pedigree culturale, fra i «padri nobili» di riferimento non include mai o quasi mai pensatori liberali.</p>
<p>Però questo è un bel problema per Giorgia Meloni. Se vuole che la sua destra abbia un futuro, se vuole che il suo governo vinca le prossime elezioni politiche, se vuole davvero consolidare una destra conservatrice nel Paese, allora deve riuscire a dare all’economia italiana la «frustata» di cui si detto, deve dare al Paese una autentica prospettiva di sviluppo. Il che significa trovare una qualche combinazione funzionante di conservatorismo sociale (richiesto dai suoi elettori) e di liberalismo economico nel senso detto. Comunque lo si definisca, naturalmente. Non sono le etichette a contare, ma la sostanza.</p>
<p>Si può concludere con una battuta maliziosa. Tra le tante accuse che l’opposizione lancia contro il governo manca quella di essere «liberista». Perché, ovviamente, per le ragioni dette, non lo è affatto. Se mai un giorno sentiremo un esponente dell’opposizione usare quel termine per contestare l’esecutivo, forse potremo dire: sta a vedere che il governo ha finalmente imboccato la strada giusta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_dicembre_29/la-lezione-di-einaudi-ignorata-d6296f10-461a-4026-bb2e-6948d5217xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera </strong></em></a></p>
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		<title>Libsophia #2 – Libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/libsophia-2-liberta-con-ermanno-ferretti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ermanno Ferretti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2024 14:30:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Libsophia]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/X3jbxd2CZYU" width="914" height="514" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Ecco perché corrono tempi difficili per i direttori dei giornali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ecco-perche-corrono-tempi-difficili-per-i-direttori-dei-giornali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2024 16:19:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro barbano]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’alba della nascita del primo governo Conte, il direttore del Mattino Alessandro Barbano fu cacciato dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone per manifesta ostilità nei confronti del Movimento 5stelle. Nei giorni scorsi, il medesimo Barbano è stato cacciato dalla direzione del Messaggero dal medesimo Caltagirone per, si dice, scarsa sintonia nei confronti di Giorgia Meloni. Se le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’alba della nascita del primo governo Conte, il direttore del Mattino Alessandro Barbano fu cacciato dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone per manifesta ostilità nei confronti del Movimento 5stelle. Nei giorni scorsi, il medesimo Barbano è stato cacciato dalla direzione del Messaggero dal medesimo Caltagirone per, si dice, scarsa sintonia nei confronti di Giorgia Meloni. Se le cose stanno così, se ne ricava che Francesco Gaetano Caltagirone desideri avere ottimi rapporti con chi governa a prescindere dalla maglia politica che indossa, e che il liberale Alessandro Barbano è, per dirlo alla spagnola, un Hombre vertical.</p>
<p>Più in generale, però, la morale è una: corrono tempi difficili per i direttori. Ammesso e non concesso che sia mai stata tutto vera, la retorica che li voleva liberi, indipendenti e pervicacemente indifferenti agli interessi economici delle aziende editoriali per cui laboravano è ormai passata. I quotidiani perdono sistematicamente copie, la crisi è strutturale. Le migliori energie di un direttore, dunque, vengono oggi impiegate in pratiche fino a ieri ritenute offensive: sollecitare gli inserzionisti pubblicitari, mettere a punto prodotti editoriali collaterali “sponsorizzati”, piazzare qua e là pacchetti di copie formalmente vendute, disciplinare le più bizzarre richieste del marketing, tutelare gli interessi extra editoriali di editori per lo più “impuri”. Attività un tempo sprezzantemente rubricate alla voce “marchette”, oggi elevate a condizione prima della sopravvivenza comune.</p>
<p>Ma, forse, c’è dell’altro. C’è che, in fondo, i giornali seguono lo stesso destino dei partiti politici. Gli uni perdono copie quanto gli altri perdono iscritti ed elettori; negli uni come negli altri c’è sempre meno spazio per l’autorevolezza, essendo l’obbedienza la qualità più richiesta; in entrambi i mondi la competenza non è più apprezzata né pretesa.<br />
Mai come oggi i leader politici si sentono strutturalmente deboli e fisiologicamente precari. Mai come oggi esigono una libertà di movimento totale, poiché la prassi diffusa di cavalcare ogni onda pur di rimanere a galla può indurli a passare d’un balzo da destra a sinistra, dal secessionismo al nazionalismo, dallo statalismo al liberismo, dalla pace alla guerra… e ritengono sia un loro diritto farlo tra gli applausi. Applausi dovuti.</p>
<p>Un tempo i leader politici si sapevano muovere nell’ampia area grigia che separava l’amico dal nemico e li erano in grado di costruire nuove intese ed erigere sponde inedite. Oggi non ammettono sfumature: o sei amico, nel senso che gli dai sempre ragione, oppure alla prima alzata di sopracciglio precipiti nel girone infernale dei nemici assoluti. Chiaro che chi coltiva interessi che dipendono dal gradimento della politica tenda ad adattarsi. E se ha comprato un giornale per rendere più efficace il perseguimento dei propri interessi primari, lo userà come la politica odierna pretende venga usato. Cioè in maniera servile.</p>
<p>Con ciò si spiegano la particolare fatica e l’evidente precarietà dei direttori odierni. E si dimostra quanto errato sia l’approccio demagogico che da trent’anni a questa parte induce la maggior parte dei media a ritenere di potersi salvare (cioè incrementare le copie o lo share) denigrando la politica, ormai narrata come una questione che attiene quasi esclusivamente al privilegio e al malaffare. Pessimo calcolo di convenienza, essendo giornalismo e politica due facce della stessa moneta, sì che a svalutarne una si svaluta inevitabilmente anche l’altra.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/06/04/news/memorie_di_un_direttore_il_licenziamento_di_barbano_e_la_vita_grama_di_redazione-16081122/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Raymond Aron, lungimiranza di un liberale realista</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/raymond-aron-lungimiranza-di-un-liberale-realista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Perfetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 14:31:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Raymond Aron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando, alla fine degli anni &#8217;60, esplose la contestazione studentesca con quel che seguì in tutta Europa, negli ambienti della parigina Rive Gauche era diffuso uno slogan: &#8220;Meglio aver torto con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron&#8221;. Oggi nessuno vorrebbe sottoscrivere una affermazione del genere. Mentre il ricordo di Jean-Paul Sartre è ridotto al [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, alla fine degli anni &#8217;60, esplose la contestazione studentesca con quel che seguì in tutta Europa, negli ambienti della parigina Rive Gauche era diffuso uno slogan: &#8220;Meglio aver torto con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron&#8221;. Oggi nessuno vorrebbe sottoscrivere una affermazione del genere. Mentre il ricordo di Jean-Paul Sartre è ridotto al rango di testimonianza delle illusioni delle prime generazioni del dopoguerra, la considerazione per il pensiero di Raymond Aron (1905-83) è andata crescendo e consolidandosi nel tempo, un po&#8217; ovunque. E ciò sia pure attraverso &#8220;letture&#8221; diverse della sua speculazione.</p>
<p>Come fa notare Agostino Carrino nel recente saggio <em>Raymond</em> Aron (IBL Libri, pagg. 172, euro 14) di &#8220;letture&#8221; se ne potrebbero individuare almeno tre: neokantiana, neoaristotelica e machiavelliano-tocquevilliana. Ma io credo che al di là delle etichette il carattere immediatamente riconoscibile della speculazione aroniana sia il realismo politico. Egli infatti si è formato sul pensiero dei grandi maestri del realismo, da Machiavelli a Tocqueville fino a Weber. E ciò anche se l&#8217;incontro intellettuale per lui più stimolante e denso di conseguenze fu proprio quello con Max Weber (1864-1920), avvenuto nella Germania weimariana dell&#8217;inizio degli anni &#8217;30.</p>
<p>Aron era giunto a Berlino da Parigi con un dottorato e un bagaglio di frequentazioni intellettuali &#8211; da Sartre a Nizan, da Lagache a Marrou &#8211; varie e interdisciplinari. A Berlino scoprì la filosofia tedesca: le sue letture oscillarono attorno a due poli: Husserl e Heidegger da una parte, e i sociologi, la scuola neokantiana, Rickert e Weber, dall&#8217;altra parte. Weber, che proveniva dal neokantismo, lo affascinò per la sua visione della storia universale, l&#8217;attenzione all&#8217;epistemologia, le riflessioni sulla condizione esistenziale dell&#8217;individuo. In tarda età, ricordando quell&#8217;esperienza, egli avrebbe scritto che &#8220;leggendo Max Weber&#8221; gli sembra di sentire &#8220;i frastuoni, gli scricchiolii della nostra civiltà&#8221;.</p>
<p>La lezione weberiana, soprattutto, gli fece scoprire due imperativi ai quali egli, Aron, avrebbe sempre conformato la propria condotta di studioso e di commentatore: da un lato, la volontà di osservare e cogliere la verità nel reale e, dall&#8217;altro lato, l&#8217;intenzione di agire come uno spectateur engagé. In Germania potè assistere alla fine della Repubblica di Weimar, una repubblica &#8211; come si disse allora &#8211; senza repubblicani: una repubblica &#8211; lo avrebbe scritto nelle sue memorie &#8211; dominata da una intellighenzia di sinistra che &#8220;odiava troppo il capitalismo e non temeva abbastanza il nazismo&#8221; per assumersi la difesa del regime. L&#8217;avvento al potere di Hitler cominciò a farlo riflettere: rimase colpito dalla naturalezza o indifferenza con cui i tedeschi accoglievano il brulicare di uniformi brune nella capitale.</p>
<p>A quell&#8217;epoca Aron si professava ancora progressista, temeva contatti e collusioni con la destra, continuava a frequentare i colleghi di studio impegnati a sinistra. Poi, a chi gli rimproverava certi ambigui compagni di viaggio, avrebbe risposto: &#8220;Si scelgono gli avversari, non si scelgono gli alleati&#8221;. Rientrato in Francia, il recupero del patriottismo dell&#8217;infanzia e della famiglia in opposizione al pacifismo e al mal definito socialismo era cosa fatta. Gli anni in Germania avevano avuto grande peso nella sua educazione politica perché si era reso conto che la politica è irriducibile alla morale. Il nazismo gli aveva mostrato la &#8220;potenza delle forze irrazionali&#8221; e Weber gli fece capire che bisognava prestare attenzione non tanto alle &#8220;proprie intenzioni&#8221; quanto alle &#8220;conseguenze delle proprie scelte&#8221;.</p>
<p>Nel &#8217;38 Aron pubblicò un libro di grande interesse: <em>Introduzione alla filosofia della storia</em>. Accanto alla teorizzazione del relativismo storico e al rigetto di ogni concezione deterministica del divenire, vi sosteneva una tesi che ne chiarisce le scelte intellettuali. Per poter &#8220;pensare politicamente&#8221; in una società &#8211; osservava &#8211; è necessario optare prima fra l&#8217;accettazione e il rifiuto del tipo di società nella quale si vive. Aron optò in favore della società democratico-liberale e l&#8217;intera sua produzione è divenuta una sorta di filosofia della libertà, un inno alla libertà.</p>
<p>Come ben dimostra Carrino, Aron può essere definito &#8220;un liberale realista&#8221;, nemico di ogni dogmatismo ideologico. Le sue opere &#8211; dal celeberrimo <em>L&#8217;oppio degli intellettuali</em> (1953), impietoso saggio di critica al comunismo e alle utopie progressiste, pubblicato un anno prima del discorso di Kruscev al XX congresso del Pcus, fino alle ultime, tra cui mi piace ricordare il bellissimo <em>In difesa di un&#8217;Europa decadente</em> (1977) &#8211; sottintendono questa scelta di campo in favore della vecchia cara Europa, minacciata dal pericolo di autodistruzione da quando il morbo del &#8220;sinistrismo&#8221; si era impadronito della sua classe intellettuale impedendole equità e chiarezza di giudizio.</p>
<p>Per Aron l&#8217;anticomunismo fu un punto fermo: &#8220;lo professo senza rimorsi&#8221;, scrisse. Lucido e impietoso analista della politica, Aron in fondo, malgrado la sua vicinanza al gollismo da un certo momento in poi, non svolse mai attività politica vera e propria, neppure come consigliere di un principe. Eppure, il peso delle sue teorie si è fatto sentire e continuerà a farsi sentire.</p>
<p>La schiera dei suoi allievi e continuatori è molto nutrita: da Jean-Claude Casanova, che dirige la bella rivista <em>Commentaire </em>fondata da Aron nel &#8217;76, a Pierre Manent, dal grande storico François Furet ad Alain Besançon sino alla figlia Dominique Schnapper, sociologa e politologa di fama internazionale. Non fu per caso &#8211; mi sembra &#8211; che Henry Kissinger gli inviò una copia dei suoi ricordi apponendovi questa dedica: &#8220;To my teacher&#8221;, al mio maestro. Meglio non si sarebbe potuto omaggiare un pensatore come lui che novello Tocqueville ci aiuta non soltanto a penetrare nei recessi più segreti del nostro tempo, ma anche a liberarci dai cascami ideologici del secolo passato.</p>
<p><em><strong>Il Giornale </strong></em></p>
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		<title>La libertà è una sola</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-una-sola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 17:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.</p>
<p>ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».</p>
<p>Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.</p>
<p>Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/01/17/news/la_liberta_e_una_sola-14000179/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-una-sola/">La libertà è una sola</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il tricolore è sinonimo di democrazia e libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-tricolore-e-sinonimo-di-democrazia-e-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ezio Mauro]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jan 2024 17:44:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bandiera]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[patriottismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più su ragioni dinastiche o pretese militari ma sui valori di giustizia e di fratellanza, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più su ragioni dinastiche o pretese militari ma sui valori di giustizia e di fratellanza, per tutti. Passeranno 64 anni dal giorno in cui il bianco, il rosso e il verde si sono uniti nel vessillo della Repubblica Cispadana, fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel cortile di palazzo Carignano a Torino, perché l’aula del parlamento subalpino era diventata troppo piccola per ospitare i deputati della Camera, raddoppiati nel numero dai plebisciti di annessione. Sporgendosi dalle balconate dove i tricolori erano esposti a coppie, in omaggio alla storia che si realizzava sotto i suoi occhi, la popolazione poteva vedere Camillo Cavour in terza fila, Alessandro Manzoni in seconda, Urbano Rattazzi più in fondo, Giuseppe Garibaldi seduto in<br />
quarta fila, proprio dietro Massimo d’Azeglio.</p>
<p>Tutti raccolti attorno al pulpito per il sovrano sormontato da una corona, tra le musiche in piazza, i fuochi d’aria nel cielo della Gran Madre, e i cannoni che sparavano a salve dal monte dei Cappuccini. Da lontano, il Papa prometteva battaglia agli «usurpatori»invocando Dio, «vendicatore di giustizia e diritto». Era un compimento, ed era insieme un inizio. Noi oggi possiamo rivivere il primo atto formale della nostra storia nel simbolo d’inizio della vicenda nazionale, che custodisce il significato storico, politico, morale che si è trasmesso fin qui. Il tricolore infatti ha attraversato due secoli, laRestaurazione, la clandestinità, il Risorgimento, le guerre, la dittatura, la Liberazione, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, il boom, il terrorismo, il progresso continuo e le<br />
crisi ricorrenti, ma ha continuato a testimoniare la ragion d’essere della nostra unità nazionale, certificandola. Un Paese ricorre all’invenzione dei simboli quando finalmente prende coscienza di sé, perché solo a quel punto può permettersi la trasfigurazione esemplare della realtà, per codificarla e sacralizzarla, tramandandola. Simbolo dei simboli, nella materialità della stoffa e nell’accumulo di riferimenti identitari dei suoi tre colori, la bandiera è puro significato, senza<br />
traccia di ambiguità. Nasce per essere vista, per venir mostrata, per essere intesa, perché sia riconosciuta: e per trasmettere ad ognuno tra i cittadini il senso dell’insieme, la coscienza del vincolo statuale, la conferma di un’unione che politicamente diventa unità. Fin dall’origine porta in sé il segno dell’epoca in cui è nata e insieme la pretesa dell’eternità, con i valori della rivoluzione francese che seguivano l’Armata napoleonica, mentre gli antichi Stati assoluti lasciavano il posto all’ecogiacobina delle Repubbliche “democratiche”, nate ovunque.</p>
<p>Il bianco e il rosso erano già sulla bandiera francese, con il blu nazionale: ma figuravano anche nello stemma comunale di Milano, con la Guardia civica che indossava il colore mancante col verde delle sue uniformi. La Legione lombarda alzò nel 1796 il primo vessillo con questi tre colori, che già erano apparsi insieme a Genova, uniti nei tre cerchi concentrici delle coccarde appuntate sui vestiti dei “patrioti” che si incontravano nei vicoli e nei cortili. Il tricolore spuntava spontaneamente in città diverse, testimoniando il mondo nuovo che dalla Bastiglia veniva avanti, e «lusingava da gran tempo i cittadini di renderli più liberi», come spiegò a Milano Giovanni Battista Sacco alla “Festa della riconoscenza cisalpina alla grande nazione francese”. Ma quello stendardo era appunto la promessa di una suggestione, non la certezza di un’istituzione: era l’insegna dei reparti militari, non la bandiera nazionale di uno Stato italiano, il libero vessillo di un popolo sovrano. Finché il 7gennaio 1797 nella Sala Patriottica di Reggio Emilia, davanti a 100 deputati, Giuseppe Compagnoni presenta una mozione «perché si renda universale la bandiera Cispadana di tre<br />
colori, Verde, Bianco eRosso». La bandiera non nasceva quindi dal caso o dal caos. Era il risultato concreto di una passione civile e patriottica risvegliata nei popoli, e di un calcolo strategico di Napoleone, che pensa di arrivare aduna sorta di federazione di Repubbliche per la difesa comune, e con questo spirito assiste al Primo Congresso Cispadano nel Palazzo Ducale di Modena: da dove parte un «proclama a tutte le genti della penisola», perché la nuova Confederazione si dichiara subito «aperta all’ingresso di altri popoli».</p>
<p>Questo entusiasmo unitario spinge Napoleone a informare il Direttorio: «Credevo che i Lombardi fossero il popolo più patriota d’Italia — scrive — ma comincio a pensare che Bologna, Ferrara, Modena e Reggio li sorpassino in fatto di energia». Come dobbiamo chiamarla, quella forza che ha stupito l’Imperatore? Energia patriottica allo stato nascente: energia costituente allo stato puro, sospinta dalla passione dei cittadini. Perché il tricolore ha anticipato l’unità del Paese, in un investimento suggestivo nella speranza del futuro: così come oggi, in fondo, l’euro anticipa l’unità politica dell’Europa, pur non avendo sulle sue facce l’immagine di un sovrano democratico capace di spendere il capitale della sua storia nelle crisi del mondo. Ecco perché quando la prima bandiera nazionale di uno Stato italiano sovrano sfila a Modena nella “passeggiata patriottica”, la folla applaude: in quel drappo vede ormai il simbolo del rifiuto di ogni assolutismo e della nuova coscienza civica, e l’aspirazione all’autodeterminazione dei popoli, cioè alla libertà. Non era più il vessillo di un re, e nemmeno soltanto uno stendardo militare. Aveva raggiunto il suo significato nazionale e patriottico, dunque finalmente politico. E infatti a Reggio Emilia quel sabato 7 gennaio si dispone che «lo stemma dellaRepubblica sia innalzato in tutti quei luoghi nei quali è solito che si tenga l’insegna della sovranità».</p>
<p>Chiediamoci oggi quanti sono quei luoghi, quali simboli li abitano, dov’è custodito — in questi annidi disincanto e di lontananza tra il cittadino e lo Stato, con ogni reciproca passione spenta — il deposito civile della nostra Repubblica, e come si mantiene vivo, conservando vitale il significato di quella scelta per una comune appartenenza. La risposta è qui, la risposta siamo noi, perché la vera risposta è la città, prima e ultima infrastruttura della democrazia occidentale, la dimensione civica che preserva le radici della vita associata, dove si possono ritrovare le ragioni smarrite del bene comune e il sentimento perduto della comunità. La città con al centro la piazza, dov’è sfilata la storia del Paese, il luogo quotidiano dello scambio reciproco di riconoscimento tra i cittadini, quel gesto minimo ma consapevole che trasforma la convivenza in coesione sociale, e che è il vero valore d’uso della democrazia delle piccole cose. La piazza italiana come la conosciamo, come l’hanno<br />
abitata i nostri padri, come la consegneremo ai nostri figli: quella dell’Italia dei Comuni, col duomo, il municipio e la prefettura, simboli dei tre poteri che nella tradizione confrontano, combinano e compongono le loro diverse autorità, e che in quello stesso luogo vengono criticati dai movimenti di protesta, radunati proprio qui, spontaneamente, dalla loro libertà, come nella moderna agorà della pubblica discussione. Naturalmente tutto questo accade davanti alla bandiera, che al centro della piazza ha attraversato le epoche del progresso e i giorni del disonore, e ancora poco fa ha resistito sui municipi e sui balconi alla sfida della pandemia, che per la prima volta tentava di cancellare l’elemento umano dal paesaggio urbano, separando i simboli dalla vita. E invece proprio in quei giorni vuoti, senza società, la bandiera veniva appesa alle finestre come una conferma di presenza e di coscienza, un segno spontaneo di resistenza all’Anno Zero, un impegno di fiducia nella storia e nel Paese: per ritornare oggi fin qui, sulla piazza italiana del 2024, a restituirci un senso finalmente compiuto di Patria, dopo gli abusi retorici del passato e la riconquista della libertà democratica, nella lotta contro la dittatura da cui è nata la Costituzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La bandiera era presente, sempre, uguale a se stessa, nell’immediatezza simbolica addirittura elementare che mantiene ferma la rappresentazione dell’unità dell’Italia, mentre intorno la vicenda nazionale si compie trasformandosi, e portando la vita reale del Paese a rispecchiarsi ogni volta nelle sue insegne, che vivono dentro il flusso della storia. E la bandiera inscrive in sé necessariamente il segno e la lezione dei passaggi storici, le rotture e le soluzioni. Così, come ha<br />
detto Luigi Salvatorelli nel 1947, in occasione del centocinquantesimo anniversario, «il tricolore è stato ribenedetto e riconsacrato dall’immagine dei patrioti, dal sangue dei partigiani e dei soldati che hanno combattuto contro il nazifascismo ». La bandiera dunque come testimonianza del divenire della vicenda nazionale, non nella semplice eredità genealogica e nella trasmissione generazionale soltanto, ma nello sviluppo di un’identità storica comune, consapevole delle radici, cosciente della crescita, e aperta al mutamento. Onorare il tricolore, oggi, significa appunto riconoscersi in una definizione comune del concetto di Patria, assumendo i valori di democrazia e di libertà come criterio di giudizio e di gerarchia. Quei valori non sono di parte, perché rappresentano il fondamento della cultura occidentale in cui ci riconosciamo, non per destino ma per scelta, la base europea della moderna cittadinanza e la garanzia universale di ogni civile convivenza. Sono gli ideali che ricollegandoci al Risorgimento e promettendo fedeltà alla democrazia, compiono la nostra storia e animano la nostra bandiera, e dopo l’unità nazionale e l’unità territoriale<br />
costruiscono ciò che ancora manca, l’unità morale del Paese, che può nascere solo nel patriottismo costituzionale: fuori dal quale c’è soltanto la vita artificiale dell’ideologia, che affloscia le bandiere senza vento, immobili come sulla luna.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/cultura/2024/01/07/news/ezio_mauro_anniversario_tricolore_reggio_emilia-421824607/"><em><strong>La Repubblica</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-tricolore-e-sinonimo-di-democrazia-e-liberta/">Il tricolore è sinonimo di democrazia e libertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Non c’è differenza tra Isis e Hamas: vogliono entrambe distruggere Israele</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/non-ce-differenza-tra-isis-e-hamas-vogliono-entrambe-distruggere-israele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alain Finkielkraut]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Oct 2023 15:46:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Benjamin Netanyahu è un dirigente catastrofico, ma non è per questo che Israele è stato colpito da Hamas». Secondo il filosofo francese Alain Finkielkraut, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti all&#8217;Olocausto, le cause dell&#8217;attacco condotto da Hamas sono riconducibili «ai tentativi di normalizzazione tra Israele e l&#8217;Arabia saudita». Sulla minaccia islamista in Europa, diventata più concreta [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Benjamin Netanyahu è un dirigente catastrofico, ma non è per questo che Israele è stato colpito da Hamas». Secondo il filosofo francese Alain Finkielkraut, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti all&#8217;Olocausto, le cause dell&#8217;attacco condotto da Hamas sono riconducibili «ai tentativi di normalizzazione tra Israele e l&#8217;Arabia saudita». Sulla minaccia islamista in Europa, diventata più concreta dopo l&#8217;attacco avvenuto venerdì nel nord della Francia dove un ventenne originario del Caucaso ha ucciso un insegnante a coltellate, l&#8217;intellettuale ricorda l&#8217;esistenza «una comunità arabo-musulmana che si identifica da sempre alla causa palestinese». «La questione sta nel sapere fino a dove arriverà questo riconoscimento», spiega il filosofo.</p>
<p><strong>Come giudica gli ultimi avvenimenti che hanno scosso la Francia? </strong><br />
«Stiamo assistendo allo spirito e alla messa in atto dei pogrom condotti da Hamas sotto forma di guerriglia urbana e al modo in cui si installano sul nostro continente. Gli ebrei di Israele e quelli della diaspora sono sulla stessa barca, uniti da un destino comune. Nessuno poteva immaginare una simile situazione, ma c&#8217;è un nuovo antisemitismo in marcia, che non ha nulla a che vedere con il nazismo e si presenta sotto le vesti dell&#8217;antirazzismo. Bisognerà affrontarlo, ma penso che, nonostante le divisioni di Israele, gli ebrei non sono mai stati così solidali tra loro come oggi».</p>
<p><strong>Che conseguenze potrà avere la risposta militare di Israele in Occidente?<br />
</strong>«Gli israeliani hanno chiesto agli abitanti della parte nord di Gaza di rifugiarsi a sud dell&#8217;enclave. Hamas, che non si preoccupa della sua popolazione, respinge questa richiesta, così come l&#8217;Onu. Il rischio è quello di avere molte vittime civili, con conseguenze devastanti per l&#8217;Europa. Le manifestazioni palestinesi si moltiplicheranno, così come gli atti antisemiti. Vorrei però ricordare che i bombardamenti effettuati dall&#8217;Occidente per distruggere l&#8217;Isis hanno fatto molti più danni rispetto a quelli mirati di Israele. In quel caso, però, nessuno ha urlato allo scandalo».</p>
<p><strong>A proposito, che ne pensa dei tanti cortei pro-palestinesi di questi giorni?<br />
</strong>«Dimostrano l&#8217;esistenza e la forza di quello che in Francia è chiamato islamo-gauchisme, termine utilizzato per indicare una parte della sinistra che vede nei musulmani dei dominati in rivolta contro un occidente dominatore e colonialista».</p>
<p><strong>Che responsabilità ha in questa crisi l&#8217;esecutivo del premier Benjamin Netanyahu?</strong><br />
«Il governo israeliano ha dimostrato la sua incapacità. Il fronte sud è rimasto sguarnito. I miliziani di Hamas hanno superato la barriera di sicurezza con una facilità incredibile perché una parte dell&#8217;esercito israeliano è stata inviata a proteggere gli insediamenti in Cisgiordania, mentre sotto la pressione dei religiosi ultra ortodossi il 40% dei soldati ha ottenuto un permesso per festeggiare in famiglia le feste ebraiche. È stata una situazione delirante e una volta che questa crisi sarà finita il governo dovrà pagare».</p>
<p><strong>È d&#8217;accordo con il parallelo tra l&#8217;Isis e Hamas?<br />
</strong>«L&#8217;attacco contro Israele dimostra che non c&#8217;è nessuna differenza tra questi due gruppi. Del resto, molte bandiere dello Stato islamico sono state piantate nei kibbutz attaccati. L&#8217;unica missione di Hamas, fin dalla sua creazione, è quella di distruggere Israele, non di obbligarlo a lasciare i territori occupati. Il principale nemico dei palestinesi e della causa palestinese è Hamas».</p>
<p><strong>Da filosofo, cosa pensa delle recenti dichiarazioni di Papa Francesco, che in riferimento ai tanti conflitti in corso ha parlato di una &#8220;Terza Guerra mondiale combattuta a pezzi&#8221;?<br />
</strong>«Sono sbalordito dalle posizioni del Pontefice, che non si preoccupa dell&#8217;Europa e in nome dell&#8217;ospitalità incondizionata approva la scomparsa programmata della civilizzazione europea. Fa esattamente il contrario dei suoi predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Non ha mai condannato come si deve l&#8217;invasione russa dell&#8217;Ucraina e non ha mai nemmeno voluto prendere in considerazione la realtà della violenza islamista. Per me Papa Francesco è ormai totalmente screditato e rappresenta una catastrofe per la Chiesa e per l&#8217;Europa».</p>
<p><strong>Quindi non è d&#8217;accordo con le sue parole?</strong><br />
«Temo naturalmente un ampliamento del conflitto. Se Hezbollah interverrà, si aprirà un nuovo fronte, con il rischio di veder entrare anche l&#8217;Iran nelle danze. Tuttavia, credo che questa guerra rimarrà circoscritta. C&#8217;è però un blocco anti- occidentale in fase di costruzione, che comprende la Russia, l&#8217;Iran e altri Paesi membri dei Brics. È come se all&#8217;orizzonte si stesse delineando quello che il politologo Samuel Huntington definiva &#8220;scontro di civiltà&#8221;».</p>
<p><strong>Pensa che questo scontro sia già iniziato?</strong><br />
«C&#8217;è qualcosa del genere in atto. La mia unica speranza è che una parte dei musulmani residente in Europa si rivolti contro questa radicalizzazione e dica &#8220;Not in my name&#8221;».</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/"><em><strong>La Stampa </strong></em></a></p>
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		<title>Tra antiamericanismo e antisionismo, i distinguo finto pacifisti sono destinati a crescere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tra-antiamericanismo-e-antisionismo-i-distinguo-finto-pacifisti-sono-destinati-a-crescere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Oct 2023 15:53:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non si sono appassionati alla causa del popolo afghano, stritolato dalle spire del fondamentalismo talebano. Non hanno battuto ciglio in difesa delle donne iraniane, che al grido “donna, vita, libertà” sfidano le rappresaglie dei mullah. Non hanno versato una lacrima né speso una parola per i cristiani armeni massacrati e infine cacciati dal Nagorno-Karabakh dalle [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non si sono appassionati alla causa del popolo afghano, stritolato dalle spire del fondamentalismo talebano. Non hanno battuto ciglio in difesa delle donne iraniane, che al grido “donna, vita, libertà” sfidano le rappresaglie dei mullah. Non hanno versato una lacrima né speso una parola per i cristiani armeni massacrati e infine cacciati dal Nagorno-Karabakh dalle milizie azere sostenute dalla Turchia. Sono gli stessi che giustificarono gli attentati dell’11 settembre 2001, gli stessi che giustificano l’invasione russa dell’Ucraina. Sono i “pacifisti” italiani. Qualche organizzazione cattolica, alcune frange dell’estrema destra e un’ampia costellazione di associazioni, partiti e personalità di sinistra. Li accomuna una miscela ideologica fatta di antiamericanismo e anticapitalismo, di cui l’antisionismo rappresenta la logica conseguenza. Figurarsi se li vedremo schierarsi anima e corpo in difesa del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, figurarsi se li sentiremo condannare senza se e senza ma le barbarie di Hamas…</p>
<p>I presupposti già ci sono. Forte dell’ecumenismo Vaticano, il capo dei grillini Giuseppe Conte lamenta “la sconfitta della politica” senza mai pronunciare la parola Hamas. L’Arci si spinge oltre: non pronuncia neanche la parola Israele, sostituita con un malevolo “entità sionista”. Fgci, Giovani comunisti, Potere al popolo e Prc sono esplicitamente schierati con il “popolo palestinese”, ingenuamente identificato con Hamas. L’Anpi invoca l’intervento dell’Onu, Amnesty Italia mette “le forze armate israeliane e i gruppi armati palestinesi” sullo stesso piano.</p>
<p>La segretaria del Pd Elly Schlein e quello della Cgil Maurizio Landini sono stati più coraggiosi e hanno esplicitamente condannato l’attacco terroristico di Hamas. Ma quanto durerà? C’è da credere che non appena si dispiegherà l’offensiva israeliana e il variegato mondo della sinistra estrema griderà con ancor più forza al massacro dei civili palestinesi, le posizioni di Pd e Cgil subiranno una torsione. Cominceranno i distinguo, quelli cui abbiamo già assistito sulla guerra in Ucraina. Guerra sempre più impopolare tra l’opinione pubblica italiana e, in generale, occidentale. Il governo Meloni si troverà allora in una condizione non facile: difendere il diritto ed esistere del popolo ucraino così come di quello israeliano, mentre l’antiamericanismo, l’anticapitalismo e l’antisionismo si salderanno tra loro e si uniranno ad una quota crescente di cittadini italiani indifferenti. Quelli che Dante chiamava ignavi.</p>
<p>Per Giorgia Meloni non sarà facile, ma sarà doveroso, puntare i piedi e tenere il punto senza arretrare. In gioco non c’è solo il destino di Israele né solo quello dell’Ucraina: in gioco ci sono i valori liberali e democratici su cui si fonda la nostra identità occidentale.</p>
<p><em><strong>Formiche.net</strong></em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Iran, il racconto di militante che combatte il regime: “Mi hanno arrestato e massacrato di botte”</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-il-racconto-di-militante-che-combatte-il-regime-mi-hanno-arrestato-e-massacrato-di-botte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Asghar]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Sep 2023 16:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La chiamata è arrivata di primissima mattina. Non hanno bisogno di presentarsi, loro. Quando sul display del cellulare compare &#8220;numero sconosciuto&#8221; sai già di chi si tratta. Ho risposto e una voce carica di odio mi ha ordinato di presentarmi in un certo ufficio. Ero preparato, gli avvocati dei diritti umani che seguono i miei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-il-racconto-di-militante-che-combatte-il-regime-mi-hanno-arrestato-e-massacrato-di-botte/">Iran, il racconto di militante che combatte il regime: “Mi hanno arrestato e massacrato di botte”</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La chiamata è arrivata di primissima mattina. Non hanno bisogno di presentarsi, loro. Quando sul display del cellulare compare &#8220;numero sconosciuto&#8221; sai già di chi si tratta. Ho risposto e una voce carica di odio mi ha ordinato di presentarmi in un certo ufficio. Ero preparato, gli avvocati dei diritti umani che seguono i miei amici attivisti mi avevano consigliato di non accogliere la convocazione telefonica e così ho fatto. Ma non è bastato. La mattina dopo hanno fatto irruzione nel piccolo ostello economico di Teheran dove abito da tre mesi, perché i miei conti bancari sono stati congelati e ho dovuto lasciare l&#8217;appartamento in cui vivevo.</p>
<p>Erano agenti in borghese, mercenari. Sono entrati sfondando la porta, stavo facendo la doccia. Mi hanno lasciato vestire e intanto spaccavano il tavolo, il letto, i vetri delle finestre. Poi è toccato a me. Mi hanno stretto in un angolo e si sono scatenati, manganellate, calci, pugni, sputi. Hanno perquisito furiosamente le mie borse, hanno prelevato i miei scritti e hanno rubato i vestiti, le scarpe, l&#8217;orologio, perfino le vitamine. In strada ci aspettava una macchina. Ho viaggiato con gli occhi bendati e la testa piegata sulle loro gambe affinché non vedessi dove andavamo. Mi sono ritrovato in una piccola cella, avevo dolori ovunque per le scariche di taser somministratemi durante il viaggio. Tremavo. Saranno passate ore prima che mi portassero nella stanza dove mi aspettavano due uomini, due di loro. Uno tirava calci e schiaffi alla cieca, l&#8217;altro mi chiedeva forsennatamente se avessi intenzione di partecipare all&#8217;anniversario della rivoluzione, mi chiamava traditore, bastardo, diceva che avevo preso soldi dall&#8217;America e da Israele per attaccare la repubblica islamica, urlava che non c&#8217;era posto per quelli come me in Iran.</p>
<p>Ripeteva che appena il nostro leader l&#8217;avesse ordinato ci avrebbero ammazzati tutti in un solo giorno senza neppure bisogno di giustiziarci, sarebbe bastato investirci per le strade con la macchina, sarebbe bastato simulare un incidente, cento incidenti, mille incidenti. Poi la minaccia più sinistra: &#8220;Stavolta, se parteciperai ancora alle proteste, ti troveremo subito e finirai in un carcere dove ci sono molti detenuti con forti appetiti sessuali, ti metteremo a loro disposizione&#8221;. Avevo la lingua pesante, non riuscivo a rispondere. E loro picchiavano, picchiavano. Mi sono risvegliato nella cella, era notte, credevo fosse un incubo e volevo svegliarmi, ma ero sveglio. Urinavo sangue, anche le feci erano rosse. Sono rimasto così per cinque giorni, detenuto illegalmente, torturato, alimentato solo ad acqua. Finché mi hanno sottoposto un foglio da firmare in cui promettevo che non avrei partecipato a nessuna manifestazione. Io però gli impegni li prendo solo con me stesso:pensavo questo attraversando i corridoi lugubri in cui ho visto attivisti che non conoscevo e altri che conoscevo, non potevano parlare tra di noi.</p>
<p>Sono tornato all&#8217;ostello, dove mi aspettava il direttore, un uomo per bene che mi ha aiutato molto, non ha mai chiesto che pagassi più di quanto potevo, ossia un solo mese. È stato lui ad accompagnarmi al pronto soccorso, dopo avermi accolto e rincuorato insieme ad altri ospiti della struttura, tra cui un neozelandese e due olandesi. Martedì sera in ospedale il medico ha detto che sarei dovuto restare ricoverato per tre giorni ma sfortunatamente la mia assicurazione sanitaria è stata cancellata dal governo e non ho soldi per permettermi una degenza del genere, così ho preso le medicine che mi sono state prescritte e sono rientrato in ostello. Vogliono farci vivere nel terrore dell&#8217;incertezza, ci stanno col fiato sul collo, li sentiamo arrivare, ma qualche volta arrivano e qualche altra no. Dobbiamo sapere che loro ci braccano. A tanti amici in questi giorni è capitato quello che è capitato a me: sono stati convocati telefonicamente e dopo essersi rifiutati di andare all&#8217;appuntamento sono stati presi in casa, in ufficio. Una mia amica è stata raggiunta a Isfahan dove si era recata per lavoro, l&#8217;hanno trovata in albergo. Il trattamento è sempre lo stesso. Gli agenti in borghese, i mercenari, piombano all&#8217;improvviso come fossero a caccia di criminali, ammanettano gli attivisti e li trascinano per la strada, picchiano duro convinti della loro impunità e poi prendono tutto quello che trovano, carte, documenti, dispositivi elettronici ma anche abiti, oggetti, collane. Sto male fisicamente ma so che il corpo guarirà, mi hanno bastonato tante volte. Sto male soprattutto dentro, sono nauseato da questo odio e questa violenza, da questo sistema senza legge. Prendo impegni solo con me stesso e con i miei compagni, ecco perché ancora ieri, nonostante il dolore allo stomaco, ho raggiunto le proteste a Enqulab street, a Jomhuri street e nella metropolitana. Lo farò ancora, il giorno dell&#8217;anniversario della rivoluzione e fino alla vittoria. Hanno minacciato di mettermi in cella assieme a detenuti molto violenti Avevo dolori ovunque per le continue scariche di taser che ho subìto La rivoluzione Le manifestazioni di protesta scoppiate aTeheran il 16 settembre 2022 dopo l&#8217;uccisione di Mahsa Amini.</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/esteri/2023/09/15/news/iran_il_racconto_di_asghar_attivista_arrestato_e_torturato_botte_taser_minacce_sessuali_ma_il_corpo_guarira_e_tornero-13219553/"><em><strong>La Stampa </strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-il-racconto-di-militante-che-combatte-il-regime-mi-hanno-arrestato-e-massacrato-di-botte/">Iran, il racconto di militante che combatte il regime: “Mi hanno arrestato e massacrato di botte”</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>#LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-93-welfare-sanita-e-conti-da-quadrare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 13:12:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare ad una vita normale. DI recente la scrittrice Murgia ha iniziato a pubblicare sui social il costo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-93-welfare-sanita-e-conti-da-quadrare/">#LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="#laFLEalMassimo - episodio 93 - Welfare, sanità e conti da quadrare" width="1778" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/ePLfYljoFXY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare ad una vita normale.</p>
<p>DI recente la scrittrice Murgia ha iniziato a pubblicare sui social il costo dei farmaci che assume per una grave patologia da cui è affetta e che viene in larga misura coperto dal servizio sanitario nazionale.</p>
<p>Si tratta di un’azione meritoria e anche a titolo personale devo dire di aver potuto beneficiare per alcuni familiari di cure dal costo elevato che probabilmente non mi sarei potuto permettere.</p>
<p>Mentre celebriamo questo fondamentale istituto di civiltà è importante anche ricordare la matrice culturale che lo rende possibile e sostenibile nel tempo: sono le società aperte, i regimi democratici e le economie di mercato che possono permettersi di offrire trattamenti sanitari e cure di elevata qualità ai propri cittadini a prescindere dalla capacità del singolo di sostenerne il costo.</p>
<p>È sempre bene ricordare che lo stato sociale che contribuisce a innalzare il nostro tenore di vita non è la gentile concessione di qualche politico populista, che talvolta vorrebbe attribuirsene il merito, ma il risultato finale di un processo distruzione creativa che consentito alla società di innovare ricercando il miglioramento continuo della propria condizione. Così come va ricordato che il finanziamento di questo welfare si regge sulla tassazione che grava su chi è capace di creare valore.</p>
<p>Per concludere è positivo compiacersi perché viviamo in una società dove chi è ammalato o si trova in difficoltà non viene lasciato indietro, ma ricordiamoci che questa costruzione meravigliosa si regge sulla libertà degli individui di fare impresa e lavorare per pagare il conto dello stato sociale di cui tutti beneficiamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-93-welfare-sanita-e-conti-da-quadrare/">#LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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