<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>liberali Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<atom:link href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/liberali/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/liberali/</link>
	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Mon, 08 Apr 2024 15:41:30 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0</generator>

<image>
	<url>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>liberali Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/liberali/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Come smascherare i populisti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 15:41:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[populisti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=78678</guid>

					<description><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/">Come smascherare i populisti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel caso in cui la prossima Commissione Ue sia invece espressione di un risultato alle urne che ribalti ciò che le istituzioni europee hanno posto in essere, sulla spinta della maggioranza che portò Ursula von der Leyen a presiedere la Commissione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle campagne elettorali, tuttavia, le convinzioni ideali da sole non bastano per vincere. Per riuscirci, bisogna sempre partire da un’interpretazione analitica di che cosa pensino oggi gli elettori, in modo da evitare di forzare su temi che sono invece proprio quelli su cui populisti e antieuropeisti sono oggi più forti. Di conseguenza bisogna porsi una serie di domande che abbiano risposte però non basate sull’intuizione o sulla speranza, ma su numeri reali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna capire bene cioè chi siano davvero oggi gli antieuropeisti e chi no, quanti abbiano cambiato idea nel recente passato e come vengono considerati dagli elettori. Si deve aver la misura precisa di quanto pesi ancora l’accusa populista alla Ue di aver spalancato le porte o aver comunque subito passivamente arrivi eccessivi di profughi. Nonché se davvero vasta parte dell’elettorato consideri un successo la risposta europea al Covid, la posizione assunta nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina, la pioggia di norme europee in materia di transizione green: cioè esattamente ciò che gli europeisti considerano invece passi in avanti molto rilevanti, che annunciano e disegnano un futuro ancor più federalista e integrato dell’Unione, non certo il ritorno a crescenti sfere di sovranità nazionale.</p>
<p>Una risposta alla necessità di dati analitici su tutti questi complessi interrogativi viene da un utilissimo lavoro di ricerca svolto dall’European Council on Foreign Relations sulla base di sondaggi analoghi condotti in 12 paesi membri dell’Unione, pari a un elettorato superiore ai tre quarti di quello potenzialmente chiamato alle urne tra due mesi. Se ne possono trarre molte indicazioni di grande importanza, per chi corre alle elezioni. Partiamo dal punto politico di fondo, che ha dominato sui media europei negli ultimi mesi: l’avanzata che tutti attendono molto consistente del populismo antieuropeista dei partiti di estrema destra. In nove paesi Ue, Austria, Belgio, Cechia, Francia, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia e Slovacchia, la somma dei populismi antieuropeisti di destra potrebbe essere prima forza alle urne. Mentre in Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia, potrebbe comunque rappresentare la seconda o la terza forza nazionale. Se andasse come tutti questi diversi partiti sperano, la maggioranza al Parlamento europeo potrebbe cambiare di segno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questi ragionamenti non sembrano trovare troppo conforto nei numeri. In realtà, nel variegato mondo dei due diversi gruppi europei cui appartengono Salvini e Meloni, in questi anni sono avvenute molte cose. C’è chi si è molto deradicalizzato e chi invece ha seguito la strada opposta, ma l’effetto è quello di rendere più diviso e incoerente il loro rapporto, che dovrebbe essere invece graniticamente unitario per provare a ottenere un ribaltone in Europa. Se guardiamo i numeri, solo in cinque paesi – Francia, Germania, Austria, Svezia e Olanda – oltre la maggioranza di chi vota i partiti della destra populista dichiara ancor oggi di aspettarsi che i loro leader siano pronti a uscire dall’eurozona o dalla Ue, opinione condivisa anche da chi invece vota per partiti europeisti anche se con un’interessante eccezione, la Francia in cui solo il 38 per cento di chi non vota a destra pensa davvero che Le Pen e Zemmour sarebbero davvero capaci di tanto (tradotto: il tentativo moderatista di Mme Le Pen per far dimenticare il padre granitica espressione di Vichy, affidando il partito al giovanissimo leader glamour Bardella, sembra proprio funzionare).  In Ungheria, Spagna, Portogallo e Romania chi vota per gli amici di Orbán non si aspetta minimamente alcuna uscita dal consesso europeo, del resto molto prodigo di aiuti alle economie di quei paesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi dati ci dicono una prima cosa: la strategia di puntare tutta la campagna elettorale contro la destra che vuole il tracollo delle istituzioni europee e una Brexit moltiplicata per ventisette non smuoverebbe un granché, in elettorati che hanno assistito in molti casi a una vera e propria strategia di deradicalizzazione delle destre. L’esempio più eclatante è proprio l’Italia: solo il 15 per cento di chi vota Salvini e Meloni si aspetta da loro uscite dall’Europa o dall’euro, e in tutto il resto dell’elettorato solo il 18 per cento li considera pronti a imboccare una Italexit.  Meloni come presidente del Consiglio è riuscita ad apparire molto più europeista di quanto sia riuscito alla Le Pen, che per quanto abbia smorzato i toni sull’Ucraina, in Francia deve continuare ad accusare Macron di tutto il male possibile. In Polonia e Olanda continua ad avere un senso far campagna frontale contro la minaccia all’Europa portata dai leader della destra nazional-sovranista, perché nell’elettorato non di destra il timore di ben oltre il 60 per cento dei cittadini è esattamente che Kaczynski e Wilders sarebbero invece pronti eccome a scontri aspri con Bruxelles fino all’uscita dalla Ue. In Italia, i numeri dicono che è un’arma spuntata (tradotto: Salvini con la sua banda di minibot e nostalgici della lira ha perso il treno). Ma in Germania, Austria e Svezia, se gli europeisti facessero una campagna contro le destre improntata solo al rischio che esse potrebbero arrecare all’esistenza stessa dell’Europa, il pericolo di autogol sarebbe comunque elevato: perché nelle opinioni pubbliche di quei paesi il dissenso sulle posizioni assunte in questi anni dall’Europa è molto forte, a prescindere dalle simpatie rivolte alla destra.</p>
<p>Se ci spostiamo all’importanza del tema immigrazione nella campagna elettorale, anche su questo emergono sorprese. Alla domanda “che cosa ha più mutato il tuo giudizio sul futuro, negli ultimi dieci anni di politiche europee?”, solo in Germania, Austria, Olanda e Svezia la risposta “l’immigrazione” è oggi in testa a tutte le altre, e comunque con percentuali intorno o poco superiori al 20 per cento delle risposte.  Persino in Francia e Olanda, dove pure il no all’immigrazione è lo storico cavallo di battaglia delle destre sovraniste, le politiche green europee vengono prima dell’immigrazione come fonte di preoccupazione degli elettori. Un’altra clamorosa sconfitta di Salvini viene dal fatto che, in Italia, a rispondere che i troppi sbarchi di profughi consentiti dall’Europa con poca solidarietà all’Italia sono il primo fattore di preoccupazione è solo il 9 per cento degli elettori, rispetto al 33 per cento che considera troppo debole l’Europa di fronte alle crisi economiche esogene, e al 19 per cento di chi non ha gradito il ruolo europeo nella lotta al Covid e nel sostegno all’economia italiana per la ripresa (che pure è stato molto generoso). La controprova è che in Italia, come in Grecia, Ungheria, Portogallo, Romania e Spagna, gli elettori si dicano oggi più preoccupati dalla tendenza dei propri connazionali a espatriare, che dagli arrivi dei profughi. Tutto ciò non significherà che i leader delle destre smetteranno di accusare i leader delle forze europeiste di lavorare senza ammetterlo per la sostituzione etnica delle popolazioni europee: ma certo non è più il tema su cui si vincono o perdono le elezioni europee. Su questo sembrano invece riscontrare un qualche successo diversi leader o capi di governo del fronte europeista, che in questi anni hanno finito per proporre, sostenere o approvare norme ispirate a maggior chiusura delle frontiere (ultimo caso eclatante, la legge Macron in materia di migranti. che in molti punti riecheggia la destra).</p>
<p>Veniamo infine ai punti deboli degli europeisti. Che, osservando i dati demoscopici, coincidono pressoché esattamente con le scelte che a loro giudizio rappresentano invece le svolte più innovative e di successo nell’azione europea.  Cioè le misure istituzionali seguite al Covid e a sostegno della ripresa economica post Covid, quelle assunte di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, e quelle volte alla transizione green. In realtà oggi gli elettorati non ne sembrano affatto convinti. Se si osserva l’integrale delle risposte date nei 12 paesi UE coperti dalla ricerca, solo nel caso del Covid il 50 per cento dell’elettorato pensa che la risposta europea sia stata positiva, a fronte di un 41 per cento che pensa l’opposto e di un 9 per cento che non risponde. Sulla transizione ambientale, la percezione pubblica crescente nell’ultimo anno è che gli obiettivi accelerati di riduzione delle emissioni scelti dalla Commissione uscente avranno effetti economici e sociali largamente non calcolati, che ricadranno sulle spalle di moltissime piccole imprese e dei ceti popolari meno abbienti: solo il 25 per cento degli elettori dei 12 paesi sondati esprime un giudizio favorevole, a fronte di un 61 per cento contrario e di un 14 per cento che non risponde. Giudizio contrario del tutto analogo, lo stesso 61 per cento, alle misure di  sostegno alla ripresa economica post Covid e soprattutto vastissima delusione per il picco dei prezzi energetici: si somma l’impressione nei paesi nordici che nel post Covid si sia troppo largheggiato verso i paesi latini come l’Italia, mentre per energia e inflazione il fallimento europeo di misure standard ha deluso i più, nel vedere che solo i paesi virtuosi potevano stanziare enormi cifre a favore di imprese e cittadini. Non c’è da stupirsi troppo che, alla domanda “preferisci una forte riduzione delle emissioni a costo anche di alzare il costo della bolletta energetica, oppure misure di  contenimento delle bollette di cittadini e imprese, a costo anche di ammorbidire gli obiettivi di riduzione delle emissioni?”, solo in due paesi su 12, Svezia e Portogallo, a scegliere la prima ipotesi siano più di quelli che preferiscono invece la seconda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con prevalenze clamorose, come nel caso austriaco – 44 per cento di sì alla seconda ipotesi e 26 per cento alla prima – olandese – 44 per cento per la seconda e 22 per cento per la prima – con Polonia, Romania e Grecia in cui gli elettorati sono favorevoli alla seconda ipotesi tra il 45 per cento e il 49 per cento, e in Germania dove la seconda ipotesi raggiunge il 50 per cento rispetto a un mero 21 per cento favorevole al taglio rapido delle emissioni anche se a maggior prezzo. Perfino in Francia che pure ha il nucleare, i contrari alla prima ipotesi ottengono il 40 per cento. Mentre in Italia i contrari all’accelerazione europea sono il 37 per cento, rispetto al 25 per cento di favorevoli (tutto ciò che manca nella somma di favorevoli e contrari rispetto al 100 per cento del campione va alla risposta “non so, non m’interessa”).</p>
<p>Infine anche sull’Ucraina, oggi il giudizio che emerge nei sondaggi dei 12 paesi è di un 49 per cento insoddisfatto della posizione europea, a fronte di un 38 per cento favorevole e 13 per cento che non si esprime. Ma c’è una frattura molto forte, che divide due fronti opposti anche se convergenti nell’insoddisfazione verso la posizione europea sull’Ucraina aggredita e straziata da Putin. Ci sono paesi come Polonia e Svezia e sorprendentemente il Portogallo (più ovviamente i Paesi baltici, non compresi nel campione testato con sondaggi), in cui la critica all’Europa sull’Ucraina è motivata dalla necessità di garantire un supporto militare maggiore a Kyiv. E altri paesi come Austria, Grecia, Romania e Ungheria in cui la critica alla Ue è motivata da una ragione opposta: cioè la prevalenza di preferenze per una trattativa immediata con Putin abbandonando la pretesa di tornare all’unità sovrana e indipendente dell’Ucraina restituita ai suoi confini violati in armi dai russi. Anche in Germania, Francia, Olanda e Spagna l’opinione pubblica è divisa a metà tra le due opzioni. Nell’ultimo semestre, in Europa la stima popolare verso Zelensky è scesa significativamente, ed è cresciuta verticalmente la protesta verso la sospensione di quote e dazi precedentemente adottati nei confronti dei prodotti agricoli e cerealicoli dell’Ucraina.</p>
<p>Conclusioni, in sintesi estrema. Primo: le forze e i leader europeisti farebbero bene a non cadere vittime della propria retorica sui successi e sulle svolte realizzate negli ultimi anni. In particolare temi come il Green Deal vanno declinati non come la grandezza di visione di un’Europa che, col solo 7-8 per cento delle emissioni globali, vuole affermarsi come prima della classe. e fabbrica dei nuovi standard mondiali che il resto del mondo non riconosce, ma al contrario come prova di saggezza e disponibilità piena a prendere alla lettera la finestra temporale del 2026, prevista come occasione per rivedere realisticamente molti degli obiettivi che più oggi allarmano le imprese e i cittadini europei a basso reddito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo: evitare toni roboanti sull’Ucraina, piuttosto spiegare alle vaste opinioni pubbliche del mainstream, contrarie a ogni eventuale escalation che investa l’Europa, che solo continuando con la fermezza di chi sin qui ha sostenuto la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina si può opporre una diga efficace contro ogni pretesa di Putin di minacciare e attaccare direttamente membri della Nato e della Ue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terzo: mentre mobilitarsi innanzitutto contro la destra populista e sovranista ha un senso profondo nei paesi in cui la maggioranza dell’opinione pubblica resta profondamente convinta che quelle destre siano un pericolo grave, come in Germania, Polonia, Spagna e Olanda, ne ha molto meno in paesi dove, tra tentate deradicalizzazioni dei partiti di destra e forti delusioni di governi di altro segno, il mainstream popolare oggi non individua più le destre nazionali come un pericolo assoluto. L’Italia ricade esattamente in questo gruppo di paesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quarto: bisogna che gli europeisti sappiano mobilitare il proprio elettorato potenziale, oggi scoraggiato, anche su temi nazionali. Vale per la Polonia in cui il liberale Tusk ha battuto le destre ma non riesce a governare perché Corte suprema, presidenza della Repubblica e sistema giudiziario restano nelle mani della destra sconfitta. Ma vale anche in Italia, dove la lotta interna all’attuale maggioranza di destra sembra aver fatto iniziare, sia pur lentamente, la parabola discendente anche del consenso di massa riposto nel premier Meloni.</p>
<p>Ultima cosa: serve tutto questo, ma naturalmente la cosa peggiore è che gli europeisti si dividano in lotte personali del tutto incomprensibili ai loro elettori potenziali, come avviene purtroppo in Italia da un anno a questa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/04/08/news/populismi-da-smascherare-con-vista-europee-6415139/"><em><strong>Il Foglio </strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/">Come smascherare i populisti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Perché c&#8217;è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-ce-bisogno-della-scuola-di-liberalismo-della-fondazione-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Feb 2024 15:52:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di liberalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=77807</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mai come oggi c’è bisogno di cultura liberale, mai come oggi c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. La prima lezione, sul pensiero economico di Adam Smith, sarà tenuta il 22 febbraio dal professore Lorenzo Infantino; l’ultima, sul sistema politico italiano, sarà tenuta il 6 giugno dal professore Sabino Cassese. Tra la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-ce-bisogno-della-scuola-di-liberalismo-della-fondazione-einaudi/">Perché c&#8217;è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mai come oggi c’è bisogno di cultura liberale, mai come oggi c’è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi. La prima lezione, sul pensiero economico di Adam Smith, sarà tenuta il 22 febbraio dal professore Lorenzo Infantino; l’ultima, sul sistema politico italiano, sarà tenuta il 6 giugno dal professore Sabino Cassese. Tra la prima e l’ultima, altre 13 lezioni, sempre di giovedì, sempre dalle 18, sempre seguite da un libero confronto tra il relatore e gli iscritti presenti.</p>
<p>Il livello delle docenze è decisamente alto, la scelta dei singoli tempi particolarmente calzante sull’attualità. Ad esempio: Angelo Panebianco parlerà di “Liberalismo, commercio e geopolitica”, Davide Giacalone del mancato “tramonto dell’Occidente”, Andrea Margelletti della “Tenuta dei sistemi democratici rispetto alla sfida delle dittature”, Francesco Petrelli della “Concezione liberale del diritto penale”, Martina Dlabajova di “Imprese e concorrenza in Europa”, Luigi Marattin di “Concorrenza e liberalizzazioni come strumento per accrescere il benessere collettivo”…</p>
<p>Quindici lezioni il cui senso generale è, crediamo, ben riassunto nel titolo che abbiamo voluto dare quest’anno alla Scuola: “Il dubbio, la formazione, il merito”. Si può assistere in presenza, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi in via della Conciliazione 10 a Roma, o a distanza. Crediamo sia un servizio utile. Lo è sempre stato, vista la naturale inclinazione di noi italiani ad affidarci a fedi, ideologie e capi piuttosto che a coltivare la conoscenza, a tutelare le libertà personali ed economiche, a sviluppare sia il senso di responsabilità individuale sia lo spirito critico su cui si fonda una società aperta e liberale. Lo è particolarmente in quest’epoca: un’epoca dominata dalle emozioni, dalla superficialità e da vane speranze salvifiche. Un’epoca in cui la propaganda ha subornato la Politica, rendendola di fatto impotente.</p>
<p>Per iscriversi www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo/</p>
<p><a href="https://www.quotidiano.net/magazine/a-scuola-di-liberalismo-in-15-lezioni-16037da0"><em><strong>Quotidiano Nazionale </strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-ce-bisogno-della-scuola-di-liberalismo-della-fondazione-einaudi/">Perché c&#8217;è bisogno della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giorgetti non molli e si ispiri ai suoi tre illustri predecessori liberali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tre-ministri-liberali-cui-giorgetti-dovere-ispirarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Dec 2023 18:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgetti]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[pareggio di bilancio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=77437</guid>

					<description><![CDATA[<p>Cosa dovrebbe fare Giancarlo Giorgetti? Semplice, non mollare. E nei momenti più neri uscire a piedi dal retro del ministero dell’Economia per trovare ispirazione osservando la statua bronzea di Quintino Sella, così come i ritratti di Marco Minghetti e di Luigi Einaudi di cui certo nel Palazzo che occupa vi è traccia. Tre predecessori di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tre-ministri-liberali-cui-giorgetti-dovere-ispirarsi/">Giorgetti non molli e si ispiri ai suoi tre illustri predecessori liberali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa dovrebbe fare Giancarlo Giorgetti? Semplice, non mollare. E nei momenti più neri uscire a piedi dal retro del ministero dell’Economia per trovare ispirazione osservando la statua bronzea di Quintino Sella, così come i ritratti di Marco Minghetti e di Luigi Einaudi di cui certo nel Palazzo che occupa vi è traccia. Tre predecessori di Giorgetti al ministero un tempo detto delle Finanze: tre modelli cui ispirarsi per affrontare con responsabilità e cognizione di causa le traversie del tempo presente.</p>
<p>Lo spread era a 550, nel decennio successivo all’Unità d’Italia la spesa pubblica era cresciuta del 50%. Dopo aver fondato la Banca d’Italia e l’omonima banca privata, trovandosi a ricoprire la funzione di ministro delle Finanze Sella fece quel che era doveroso fare nell’interesse del Paese: introdusse una tassa sul macinato che nell’immediato lo rese bersaglio della satira e della piazza, ma che poi lo consacrò a vita come uomo delle Istituzioni. Quintino Sella riuscì così a pareggiare il bilancio del Regno. Un mito.</p>
<p>Di Marco Minghetti, altro nobile esponente della Destra storica, si ricorda l’abitudine di segnare ogni sera a matita il livello di petrolio nelle lampade del ministero delle Finanze per evitare che nella notte qualche inserviente ne taccheggiasse il contenuto. Quanto a Luigi Einaudi, già governatore della Banca d’Italia, ministro delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio, primo presidente della Repubblica eletto e faro del pensiero liberale italiano ed internazionale, si rammenta in particolare un aneddoto. Quando invitò a colazione al Quirinale alcuni giornalisti di vaglia tra cui Ennio Flaiano. Arrivati alla frutta, il Presidente prese dal vassoio una grande pera e ritenendola esorbitante rispetto al proprio appetito chiese ai commensali chi la volesse spartire con lui. Flaiano fu lesto ad alzare la mano. Ne seguì un articolo sul Corriere della Sera che, sotto il titolo “La Repubblica delle pere indivise”, consacrò il mito di Einaudi come uomo di Stato attento ai conti, contrario agli sprechi, dedito alla parsimonia. Detto in un unico concetto oggi apparentemente tornato di moda: sensibile all’interesse nazionale.</p>
<p>C’è chi rammenta un’impossibile caccia agli spilli che le erano caduti sul prato innanzi alla residenza presidenziale da parte della signora Ida, moglie di Einaudi. E chi ricorda i cartelli vergati a mano dal Presidente e affissi nei bagni della tenuta piemontese di Dogliani. Era scritto: “Prima di aprire il rubinetto, chiudere il tappo. Lavarsi nell’acqua corrente è uno spreco inutile. Ci si lava altrettanto bene in poca come in molta acqua“.</p>
<p>Ora, senza fare della facile demagogia a contrario, è chiaro a tutti che i tempi sono cambiati, che la politica è oggi la più precaria delle carriere e che del conio umano di quei tre grandi liberali si è ormai rotto lo stampo. Resta, tuttavia, il problema di uno Stato gravato da un debito pubblico senza precedenti e di una classe politica naturalmente incline all’irresponsabilità sia rispetto agli impegni europei (leggi Mes) sia rispetto ai conti pubblici (leggi superbonus) sia rispetto alle clientele (leggi balneari). In tali circostanze, il ministro dell’Economia è tra gli uomini di governo quello che ricopre la posizione più scomoda. Se cede alle pressioni dei partiti danneggia lo Stato, se privilegia l’interesse dello Stato danneggia i partiti. E dunque se stesso. Se poi, come gli è stato chiesto da alcuni esponenti delle opposizioni, si dimettesse, salverebbe la propria coscienza, ma distruggerebbe la propria carriera, e, presumibilmente, consentirebbe ad un qualche manutengolo di partito di occupare il suo posto avendo come unico faro la propria, personale, ascesa politica.</p>
<p>Giancarlo Giorgetti sapeva cosa lo aspettava quanto ha accettato la nomina. Tenga la schiena dritta e faccia il possibile per onorare la memoria dei suoi tre illustri predecessori. Fare il massimo del possibile è un concetto relativo. Ma in politica è l’unico parametro che può fare di un uomo un uomo di Stato. I cialtroni non mancano, di idealisti sono piene le fosse.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/12/giorgetti-non-molli-esempi-liberali/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tre-ministri-liberali-cui-giorgetti-dovere-ispirarsi/">Giorgetti non molli e si ispiri ai suoi tre illustri predecessori liberali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Nicola Matteucci, un «liberale scomodo»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nicola-matteucci-liberale-scomodo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Bedeschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Nov 2023 17:49:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[matteucci]]></category>
		<category><![CDATA[montanelli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=76850</guid>

					<description><![CDATA[<p>È benvenuto il libro di Anna Maria Matteucci, Nicola Matteucci, mio fratello. Ricordi, epistolari e scritti inediti (Il Mulino, pagg. 296, euro 25), che ci stimola a ripensare la figura del grande studioso, che tanta importanza ha avuto nella cultura politica dell&#8217;Italia repubblicana. Matteucci è stato definito «un liberale scomodo»: una definizione che sottolinea giustamente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nicola-matteucci-liberale-scomodo/">Nicola Matteucci, un «liberale scomodo»</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È benvenuto il libro di Anna Maria Matteucci, Nicola Matteucci, mio fratello. Ricordi, epistolari e scritti inediti (Il Mulino, pagg. 296, euro 25), che ci stimola a ripensare la figura del grande studioso, che tanta importanza ha avuto nella cultura politica dell&#8217;Italia repubblicana. Matteucci è stato definito «un liberale scomodo»: una definizione che sottolinea giustamente l&#8217;originalità del suo pensiero. Negli anni Sessanta-Settanta il filosofo bolognese condusse una vigorosa battaglia per ripensare e riproporre il costituzionalismo, contro il positivismo giuridico di ispirazione kelseniana, che affermava il primato dello Stato sull&#8217;individuo e sui suoi dirittti, e che aveva in Norberto Bobbio il suo rappresentante più influente. Per Matteucci il costituzionalismo era la dottrina liberale per eccellenza, perché esso si propone di garantire i diritti di libertà dell&#8217;individuo e concepisce la costituzione come uno strumento per limitare i poteri del governo.</p>
<p>Il filosofo bolognese si era formato all&#8217;Istituto di studi storici di Napoli, sotto la guida di Benedetto Croce e di Federico Chabod. Ma crociano ortodosso non fu mai. Nel 1972 egli pubblicò uno dei suoi libri più importanti, Il liberalismo in un mondo in trasformazione, in cui faceva i conti con il liberalismo di Croce, per delineare una propria concezione del liberalismo all&#8217;altezza dei tempi nuovi. Secondo Matteucci c&#8217;era un limite molto serio nella visione crociana del liberalismo. Il pensatore napoletano avrebbe dovuto abbandonare la «filosofia dello spirito» per la scienza empirica della politica, al fine di analizzare i diversi sistemi politici, stabilendo tipi e classi per mezzo della logica classificatoria, e formulare leggi empiriche attraverso la ricerca di conformità o difformità di effetti. Ma Croce, diceva Matteucci, pur riconoscendo la funzione della scienza politica, non l&#8217;aveva vista come parte integrante di una moderna cultura liberale.</p>
<p>Per il filosofo bolognese, insomma, si doveva passare da una teoria filosofica del liberalismo a una teoria empirica, da una fondazione «metafisica» del fine (la libertà) a un&#8217;analisi empirica dei mezzi (le istituzioni non solo politiche, ma anche sociali ed economiche) per costruire la società liberale. Un liberalismo così inteso doveva aprirsi alle scienze sociali: cosa che a Croce non era riuscito di fare. E tuttavia della concezione crociana del liberalismo restava viva, secondo Matteucci, una dimensione fondamentale: che il liberalismo non poteva essere ridotto a mero utilitarismo, e che la libertà doveva essere intesa come il solo e vero ideale morale. D&#8217;altronde, senza l&#8217;amore per la libertà, anche le istituzioni liberali decadono. In questo modo Matteucci, mentre sottoponeva a una profonda revisione il liberalismo crociano, al tempo stesso ne conservava l&#8217;alta ispirazione etica: se l&#8217;idea della libertà non vive nelle menti e nei cuori, non c&#8217;è ingegneria istituzionale che possa salvare la società liberale.</p>
<p>La difesa del costituzionalismo liberale, della libertà dell&#8217;individuo in quanto persona e dei suoi diritti fondamentali ha sempre caratterizzato la riflessione di Matteucci. Di qui la sua ferma opposizione al comunismo in un Paese come l&#8217;Italia che aveva il più forte partito comunista dell&#8217;Europa occidentale. Nel 1957 il filosofo bolognese scrisse che per lui quello comunista era «un mondo chiuso e triste, dentro il quale non ci sono tensioni né esperienze, la cui unica preoccupazione è quella di conservarsi per un&#8217;occasione della quale si è perduto ormai il senso della scadenza&#8230; Noi non abbiamo ammirazione per i comunisti, non abbiamo stima dei loro dirigenti».</p>
<p>Allo stesso modo Matteucci non esitò, nella stagione sociale e politica apertasi in Italia dopo il Sessantotto la violenta contestazione nelle università e nelle fabbriche a condurre una ferma battaglia contro il populismo. «La democrazia populistica egli disse è caratterizzata, sul piano della cultura politica, dall&#8217;insorgenza di un nuovo clima di idee semplici e di passioni elementari (&#8230;) da un diffuso atteggiamento di rancore e di invidia contro le aristocrazie (lo specialista, l&#8217;esperto, lo studioso), in nome di un estremo egualitarismo». Il populismo era la forma peggiore di degenerazione della democrazia demagogica e poteva essere contrastato solo dalla cultura liberale, con la sua difesa dei diritti fondamentali della persona: una difesa che rifiutava qualunque forma di egualitarismo demagogico e valorizzava i meriti e i talenti degli individui. Matteucci condusse la sua battaglia antipopulistica scrivendo su riviste importanti (fu direttore del Mulino per parecchi anni) e sul quotidiano Il giornale, di cui fu autorevole editorialista.</p>
<p>Parlare della vastissima produzione scientifica del filosofo bolognese è qui impossibile: dagli studi sulla storia del costituzionalismo alla cura delle opere di Tocqueville, di cui fu il maggiore studioso italiano, ai molti lavori sulla democrazia americana.</p>
<p>Merita un cenno (il libro della sorella Anna Maria ci spinge a farlo) la durissima prova che Matteucci dovette affrontare da giovane (aveva 19 anni), e di cui egli non parlò mai (fu Indro Montanelli a rivelarlo): nel maggio 1945 suo padre si recò a ispezionare alcuni suoi possedimenti agricoli, ma non fece più ritorno, né il suo corpo fu mai ritrovato. Il ricco agrario (che non aveva mai aderito al fascismo e che non si era mai occupato di politica) era stato ferocemente punito da coloro che aspettavano l&#8217;ora «x» per imporre una nuova dittatura al nostro Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilgiornale.it/news/sulle-tracce-nicola-matteucci-vero-gigante-pensiero-liberale-2247955.html"><em><strong>Il Giornale </strong></em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nicola-matteucci-liberale-scomodo/">Nicola Matteucci, un «liberale scomodo»</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prime adesioni all&#8217;Osservatorio carta, penna &#038; digitale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76592/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Nov 2023 17:07:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[cangini]]></category>
		<category><![CDATA[carta e penna]]></category>
		<category><![CDATA[digitale]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio Carta Penna e Digitale - Rassegna Stampa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=76592</guid>

					<description><![CDATA[<p>I primi ad aderire all’Osservatorio carta, penna &#38; digitale della Fle sono stati i confindustriali Federazione Carta e Grafica e Comieco. L’annuncio è stato dato questa mattina, nel corso del convegno “Lettura su carta e scrittura a mano” che si è svolto a Milano presso la Fondazione Corriere della Sera, presieduta da Ferruccio de Bortoli, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76592/">Prime adesioni all&#8217;Osservatorio carta, penna &#038; digitale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1">I primi ad aderire all’Osservatorio carta, penna &amp; digitale della Fle sono stati i confindustriali Federazione Carta e Grafica e Comieco. L’annuncio è stato dato questa mattina, nel corso del convegno “Lettura su carta e scrittura a mano” che si è svolto a Milano presso la Fondazione Corriere della Sera, presieduta da Ferruccio de Bortoli, nel quadro della manifestazione Book City.</p>
<p class="p1">Ospite d’onore il Segretario generale della Fle, Andrea Cangini, che ha illustrato alla platea lo studio elaborato dalla Fondazione Luigi Einaudi che dimostra, su base scientifica, l’imprescindibilità della scrittura a mano e della lettura su carta. Tra i relatori, il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, che ha annunciato l’intenzione di “istituzionalizzare il meritorio Osservatorio costituito dalla Fondazione Luigi Einaudi”. Siamo appena partiti, e siamo partiti bene.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="//www.youtube.com/embed/NvFblHTZnIs?t=1s" width="560" height="314" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76592/">Prime adesioni all&#8217;Osservatorio carta, penna &#038; digitale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’illusione della deterrenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lillusione-della-deterrenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 18:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio meloni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=76474</guid>

					<description><![CDATA[<p>La parola chiave è “deterrenza” e raccontano che Giorgia Meloni ci creda davvero. Ascoltando il suo videomessaggio dello scorso 15 settembre, chi scrive si era convinto che il presidente del Consiglio parlasse ai migranti africani per farsi intendere dagli elettori italiani. Ritenevamo che il focus del discorso fosse quel “non abbiamo cambiato idea” pronunciato con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lillusione-della-deterrenza/">L’illusione della deterrenza</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La parola chiave è “deterrenza” e raccontano che Giorgia Meloni ci creda davvero. Ascoltando il suo videomessaggio dello scorso 15 settembre, chi scrive si era convinto che il presidente del Consiglio parlasse ai migranti africani per farsi intendere dagli elettori italiani. Ritenevamo che il focus del discorso fosse quel “non abbiamo cambiato idea” pronunciato con lo sguardo fiero fisso in camera e che quelle parole volutamente rassicuranti nascessero dall’esigenza di contenere il tentativo di Matteo Salvini di eroderle consensi a destra. Errore. Giorgia Meloni intendeva davvero rivolgersi ai migranti e il focus o del suo discorso era davvero quel “messaggio chiaro a chi vuole entrare illegalmente in Italia: non conviene affidarsi ai trafficanti… se entrate illegalmente, sarete trattenuti e rimpatriati”.</p>
<p>Con lo stesso spirito, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che della Meloni è tanto il braccio quanto la mente, ha cercato di convincere gli alleati e il ministro dell’Interno a fare di Lampedusa un gigantesco Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr). Una via di mezzo tra Ellis Island e Guantanamo, che nelle intenzioni di Fazzolari (e della Meloni) avrebbe dovuto dissuadere i migranti dal partire. La proposta di Fazzolari è stata respinta, ma lo spirito di quell’intuizione ha continuato ad ispirare la strategia di palazzo Chigi fino a concretizzarsi nel recente accordo con il governo Albanese.</p>
<p>Giorgia Meloni sa che semmai quell’accordo diventerà operativo servirà a “confinare” un’esigua minoranza dei migranti che sbarcano in Italia (tra i 3mila e i 6mila l’anno su 130mila circa che arrivano), ma ritiene che la prospettiva di finire dietro le sbarre in Albania possa fungere da deterrente scoraggiando di conseguenza decine di migliaia di disperati dal partire facendo rotta sulle coste del Belpaese.</p>
<p>La deterrenza è uno dei miti della politica italiana. Ispirò l’introduzione, nel 2009, del reato di immigrazione clandestina da parte del governo Berlusconi (reato confermato nel 2014 dal centrosinistra al governo per paura dell’impopolarità) e ispira la deriva panpenalistica in ragione della quale i partiti di governo, e in modo particolare quelli di centrodestra, sono soliti affrontare ogni allarme sociale in materia di sicurezza inasprendo le pene detentive o coniando nuove fattispecie di reato. Un esempio tra i tanti, il reato di omicidio stradale. Le statistiche, però, sono impietose e gli studi di psicologia sociale tendono a corroborarne i dati: la deterrenza non ha mai funzionato un granché. Quel che funziona, semmai, è l’effetto che l’annuncio produce sull’elettorato, che tende irrazionalmente ad associare il varo di norme straordinarie ad una straordinaria efficacia dei governi. È un’illusione, naturalmente, ma il bisogno di illudersi degli elettori non è meno forte di quello dei migranti.</p>
<div><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/11/13/news/anche_solo_lidea_fazzolari_voleva_fare_di_lampedusa_un_gigantesco_cpr-14120044/"><strong><em>Huffington post </em></strong></a></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lillusione-della-deterrenza/">L’illusione della deterrenza</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Le università digitali come fattore di riduzione delle diseguaglianze: presentato in Senato il paper della Fle</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76425/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 18:00:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[paper]]></category>
		<category><![CDATA[Senato della Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[università digitali]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=76425</guid>

					<description><![CDATA[<p>Da un lato i costi elevati per l’affitto di una stanza o di una casa, che hanno portato gli studenti in questi mesi a protestare nelle principali città italiane, dall’altro la difficoltà di conciliare lo studio con il lavoro. Senza contare le difficoltà negli spostamenti interni nelle grandi città. Oggi in Italia esiste una “barriera [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76425/">Le università digitali come fattore di riduzione delle diseguaglianze: presentato in Senato il paper della Fle</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da un lato i costi elevati per l’affitto di una stanza o di una casa, che hanno portato gli studenti in questi mesi a protestare nelle principali città italiane, dall’altro la difficoltà di conciliare lo studio con il lavoro. Senza contare le difficoltà negli spostamenti interni nelle grandi città. Oggi in Italia esiste una “barriera naturale” che ostacola l’accesso all’istruzione universitaria, fattore questo che crea un divario sociale significativo con impatti diretti sulle future opportunità professionali dei giovani. Per far fronte a tali criticità molti si rivolgono alle università digitali che, negli anni, aumentando la qualità del livello di insegnamento, hanno aumentato in modo esponenziale il numero dei loro iscritti e laureati. È quanto emerge dal rapporto “Le università digitali come fattore di riduzione delle disuguaglianze” elaborato dalla Fondazione Luigi Einaudi e presentato questa mattina nella Sala Nassiriya del Senato.</p>
<p>“Il mondo cambia, importanti università pubbliche e private si attrezzano per raggiungere i propri studenti a distanza. Nell’era dello smart working, la domanda crescente sta affinando e qualificando l’offerta delle università digitali, oggi più che mai intese come fattore di riduzione delle diseguaglianze territoriali e sociali”, ha detto Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>Il paper, facendo un’analisi dettagliata delle statistiche riguardanti il numero di iscritti e laureati in Italia, con particolare attenzione alle relative percentuali di genere, età e provenienze geografiche e sociali, approfondisce le opportunità offerte dalla didattica digitale e ne evidenzia i punti di forza sotto il profilo dell’organizzazione degli studi, della sostenibilità economica e della digitalizzazione, in un contesto nel quale la percentuale di laureati in Italia rispetto alla popolazione ci vede in coda alla media europea, sorpassati in negativo dalla sola Romania.</p>
<p>A testimoniare la crescita degli atenei digitali, si legge nel paper, è “il numero di studenti iscritti nelle undici università digitali riconosciute, che è passato – dati Ustat (Ufficio Statistica del MUR) – da poco più di 40mila nel 2012 agli oltre 160mila nel 2021, un numero quindi più che quadruplicato”.</p>
<p>Nel corso dell’incontro Alessandra Ghisleri ha illustrato i risultati di un’indagine sul tema elaborata da Euromedia Research, che sottolinea come “il 27,5% dei giovani intervistati, fascia di età 17-24 anni, ritiene che le università digitali rappresentino il simbolo del cambiamento radicale che ha investito la nostra società in modo particolare dopo il Covid e che ‘il ‘remoto’ diventerà la normalità”.</p>
<p>Alberto Balboni, presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, durante il suo intervento ha detto: “L’insegnamento a distanza è una grande occasione che si offre ai nostri giovani e a tutti coloro che vogliono migliorare la loro conoscenza e acquisire un titolo di studio. Abbiamo già visto nel recente passato, durante il Covid, quanto siano importanti gli strumenti digitali”. Il senatore Roberto Marti ha messo a disposizione la commissione Cultura del Senato, che presiede, per “approfondire il tema della crescita delle università digitali in Italia come strumento di riduzione delle disuguaglianze”. “Appuntamenti come questo, e ricerche come quella elaborata dalla Fondazione Einaudi, sono convito servano a costruire sempre di più l’idea che in una società aperta, che vuole crescere e dare opportunità ai cittadini, le università digitali costituiscano una novità importante che va coltivata e sostenuta”, ha detto invece il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Nazario Pagano.</p>
<p>Hanno partecipato all’incontro, in veste di relatori, il senatore Giulio Terzi di San’Agata, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea, che in apertura di convegno ha ringraziato la Fondazione Einaudi “da sempre promotrice dei valori liberali”, Paolo Miccoli, presidente di United, l’associazione delle università telematiche e digitali, e Gian Marco Bovenzi, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/11/universita-digitali-diseguaglianze-sociali/?amp"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/76425/">Le università digitali come fattore di riduzione delle diseguaglianze: presentato in Senato il paper della Fle</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Ad Hamas non importa nulla della gente di Gaza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ad-hamas-non-importa-nulla-della-gente-di-gaza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Feltri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2023 17:08:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=76060</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel 1957, dopo aver preso il premio Nobel, Albert Camus disse di credere nella giustizia ma che prima della giustizia avrebbe difeso sua madre. È un episodio molto noto e nel suo ultimo libro, I miei eroi, Pierluigi Battista l&#8217;ha ripercorso nel dettaglio. Camus era nato e cresciuto in Algeria e aveva sempre sostenuto la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ad-hamas-non-importa-nulla-della-gente-di-gaza/">Ad Hamas non importa nulla della gente di Gaza</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1957, dopo aver preso il premio Nobel, Albert Camus disse di credere nella giustizia ma che prima della giustizia avrebbe difeso sua madre. È un episodio molto noto e nel suo ultimo libro, I miei eroi, Pierluigi Battista l&#8217;ha ripercorso nel dettaglio. Camus era nato e cresciuto in Algeria e aveva sempre sostenuto la causa dell&#8217;indipendenza algerina, anche in tempi in cui a Parigi non era tanto di moda.</p>
<p>Ma quando gli indipendentisti algerini cominciarono a colpire civili a casaccio, Camus si sfilò. Fu molto criticato e peggio, irriso per la fiacchezza morale di un filosofo capace di anteporre le ragioni piccole del suo tinello a quelle grandi della storia. Ma Camus parlava invece dell&#8217;enormità di sacrificare le vite di chi non c&#8217;entra niente in nome di un&#8217;istanza più alta: nessuna istanza, diceva, è così alta da giustificare la mattanza indiscriminata, nessuna è così alta da permetterci di disporre della vita della madre altrui.</p>
<p>Non si può non pensare a Camus guardando le immagini di Gaza. Con una complicazione in più: Hamas e i suoi amici non aspettano altro che la mattanza per additare al mondo il nazismo sionista e trovare alleati per la soluzione finale. Nulla gli importa, da decenni, della gente di Gaza. Non ripetete gli errori che abbiamo commesso noi dopo l&#8217;11 settembre, ha detto ieri Joe Biden a Bibi Netanyahu. Quindi? È cecità, ha scritto giustamente Giuliano Ferrara, dire a Israele che cosa non fare, e quanto a che cosa fare aggiungere &#8220;non lo so&#8221;. Se chiedete a qualcuno che dovrebbe fare ora Israele, più spesso risponderà &#8220;non lo so&#8221;. Se lo chiedessero a me, direi &#8220;non lo so&#8221;.</p>
<p><em><strong><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/buongiorno/2023/10/19/news/non_lo_so-13793633/">La Stampa</a></strong></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ad-hamas-non-importa-nulla-della-gente-di-gaza/">Ad Hamas non importa nulla della gente di Gaza</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Una doppia partita vitale per le democrazie occidentali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/una-doppia-partita-vitale-per-le-democrazie-occidentali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Goffredo Buccini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Oct 2023 15:36:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[atlantisimo]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=75933</guid>

					<description><![CDATA[<p>In enigmistica si tratterebbe di unire i puntini. Purtroppo, il quadro che se ne compone, da Kiev a Tel Aviv, da Bucha al Negev, ha contorni via via più ampi rispetto ad aree di crisi drammatiche ma pur sempre circoscrivibili, almeno nelle speranze di molti. E vale la pena di rammentare la preveggenza di papa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/una-doppia-partita-vitale-per-le-democrazie-occidentali/">Una doppia partita vitale per le democrazie occidentali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In enigmistica si tratterebbe di unire i puntini. Purtroppo, il quadro che se ne compone, da Kiev a Tel Aviv, da Bucha al Negev, ha contorni via via più ampi rispetto ad aree di crisi drammatiche ma pur sempre circoscrivibili, almeno nelle speranze di molti. E vale la pena di rammentare la preveggenza di papa Francesco che nove anni fa, nell’agosto 2014, di fronte agli orrori perpetrati su civili inermi, donne e bambini in Siria e in Iraq, cominciò a parlare di «Terza guerra mondiale già in corso, a pezzetti». Con l’invasione di Putin in Ucraina il 24 febbraio 2022 è apparso chiaro a molti di noi occidentali che la resistenza di Zelensky e dei suoi era fatta anche per conto nostro e dei nostri valori, fragili finché si vuole, come lo sono la tolleranza e il consenso, ma sui quali abbiano costruito il mondo libero dal 1945 in poi, coi suoi organismi sovranazionali e una parvenza (talvolta assai precaria) di legalità internazionale. Adesso un altro passo è stato compiuto.</p>
<p>Ed è difficile dubitare che le democrazie stiano giocando in questi anni una doppia partita vitale su uno scacchiere che non ha più confini. Non soltanto perché, banalmente, blogger e propagandisti russi plaudono all’assalto di Hamas contro Israele in quanto «distoglie l’attenzione dell’Occidente dall’Ucraina» (e, temiamo noi, anche i rifornimenti di armi). Piuttosto perché la sfida coinvolge cuori e menti sull’approccio con cui governare le complessità del Ventunesimo secolo, interrogando tali democrazie sull’adeguatezza e la capacità di risposta di fronte alla veloce ed efficiente brutalità delle dittature. Per capirci, dietro l’aggressione dei miliziani di Hamas contro Israele e contro migliaia di innocenti civili è ben visibile il profilo della più crudele tirannia mediorientale, quell’Iran che impicca i dissidenti alle gru e ha finanziato a Sud i terroristi di Ismail Haniyeh (il leader fotografato in preghiera, nel blasfemo ringraziamento a Dio per il massacro di ebrei) e sul fronte settentrionale le basi libanesi di Hezbollah. Basta seguire i puntini per trovare migliaia di droni iraniani scagliati dall’esercito invasore di Putin sulle città, sulle scuole e sugli ospedali dell’Ucraina martoriata in questi diciannove mesi di guerra. Gli stessi puntini che ci mostrano gli istruttori militari di Mosca al lavoro nella terra degli ayatollah. Non è necessario immaginare un’internazionale delle tirannie: isolati insieme dalle sanzioni, russi e iraniani sono assai distanti, ad esempio, su dossier delicati come la Siria o l’Afghanistan.</p>
<p>L’intesa sta nelle cose, nell’odio per il Grande Satana o per l’Occidente Globale, nella paralisi dell’ormai inutile Consiglio di sicurezza dell’Onu, col supporto defilato di una Cina sempre più desiderosa di mettere mano senza fastidi al dossier Taiwan o di una sempre più autoritaria Algeria che ha applaudito all’azione contro Israele e alla quale abbiamo affidato forse con troppo ottimismo buona parte del nostro destino energetico, come ha rilevato su queste colonne Federico Fubini. L’inizio della Seconda guerra mondiale fu un lungo rosario di segnali non colti, scontri in teatri locali di cui non si vide la portata come la Spagna, arrendevolezze camuffate da strategie diplomatiche da Monaco in poi. Fino al 1941, con l’Operazione Barbarossa dei nazisti contro l’Unione Sovietica e il bombardamento giapponese su Pearl Harbor, non fu così chiara la dimensione planetaria del conflitto, ha osservato Paolo Mieli di recente. A costo di apparire ingenui, vogliamo crederci ancora distanti da un nuovo baratro. Ma la libertà è posta in questione in quegli stessi Paesi che propugnano guerre d’aggressione. Le dittature hanno bisogno di nemici contro i quali convogliare la rabbia di sudditi conculcati. Chi fosse tentato dal generale distacco dalla causa ucraina (il grande freddo su Kiev di cui parla Ezio Mauro) provi a rammentare qualche numero utile (a tener duro). Il primo è 684: tanti sono o, almeno, erano a fine agosto, i prigionieri politici in Russia, secondo la ong Memorial. Poco meno di quelli del regime sovietico nel 1987, settecento, prima che Gorbaciov aprisse le galere. Il sorpasso è alle viste: dal principio dell’invasione fino allo scorso 27 settembre, gli imputati in processi penali per opposizione alla guerra sono già 713, gli arrestati 19.810.</p>
<p>Questi dati, forniti dall’associazione per i diritti umani Ovd-Info, e le durissime forme di detenzione (con un gran ritorno dei gulag siberiani) devono far riflettere non meno della recente strage di Hroza (51 civili uccisi da un missile a una veglia funebre in un bar) chi, spesso in buonafede, è convinto sia giunto il tempo trattare con Putin. «Se mi abbandonate ve lo troverete alle porte entro il 2028», ha preconizzato Zelensky parlando all’Europa allargata di Granada. Anche dietro la mossa iraniana contro Israele, realizzata tramite Hamas, si deve leggere tutta la ferocia e l’affanno di una teocrazia che solo nel 2022 ha giustiziato cinquecento prigionieri (tra cui numerosi minorenni) e arrestato ventimila oppositori, che continua a massacrare le donne ma deve fronteggiare una rivolta ormai permanente, dilagata lo scorso anno in 139 città. Evocare il detestato nemico sionista serve molto al regime, naturalmente. Ma, come si vede, la questione coincide solo in parte con l’Islam, di cui l’Iran rappresenta la versione più arcaica e violenta. Un’ondata di islamofobia sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. La prima, poiché in ballo è l’idea stessa di libertà, è non cedere al rancore o alla paura, sostenendo quegli avamposti di democrazia occidentale oggi a rischio, con tutti i mezzi: politici, economici e militari. Nel programma va inclusa anche l’educazione dei nostri ragazzi. Se inneggiano agli assassini di Hamas persino dei collettivi scolastici di Milano (su cui il ministro Valditara fa benissimo a intervenire) il senso prezioso delle nostre società aperte va spiegato sin dal tinello di casa.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_ottobre_10/doppia-partita-vitaleper-democrazie-occidentali-e920734e-6796-11ee-a6e6-1792e3aea2ee.shtml"><strong><em>Corriere della Sera</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/una-doppia-partita-vitale-per-le-democrazie-occidentali/">Una doppia partita vitale per le democrazie occidentali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Se Salvini cerca di strappare alla Meloni la bandiera di leader “coerente” di destra</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-salvini-cerca-di-strappare-alla-meloni-la-bandiera-di-leader-coerente-di-destra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 16:19:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=75709</guid>

					<description><![CDATA[<p>Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi non abbiamo cambiato opinione”: sono state queste le prime parole che il segretario leghista ha pronunciato [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-salvini-cerca-di-strappare-alla-meloni-la-bandiera-di-leader-coerente-di-destra/">Se Salvini cerca di strappare alla Meloni la bandiera di leader “coerente” di destra</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi non abbiamo cambiato opinione”: sono state queste le prime parole che il segretario leghista ha pronunciato ieri dal palco. Parole non casuali.</p>
<p>È così partita la campagna salviniana per strappare alla Meloni quella bandiera che, a torto o a ragione, secondo tutti gli osservatori ha rappresentato la chiave del proprio successo elettorale: la coerenza. Bandiera inevitabilmente scolorita e lacerata nel passaggio dalla demagogia degli anni trascorsi all’opposizione alle responsabilità imposte dalla funzione di governo. Bandiera che Matteo Salvini intende intestarsi grazie all’ormai rodato ruolo di leader di lotta e al tempo stesso di governo. Umberto Bossi lo fece con Silvio Berlusconi premier, Salvini lo sta facendo con Giorgia Meloni, dopo averlo fatto con Giuseppe Conte.</p>
<p>In vista della propria ascesa al ruolo di presidente del Consiglio, Giorgia Meloni evitò di pronunciarsi a favore di Marine Le Pen nel ballottaggio con Emmanuel Macron. Salvini, invece, lo fece. E ieri è tornato ad esibire come un valore quasi sacro il rapporto che lo lega alla leader della destra nazionalista francese, sulla cui amicizia, appunto, “non abbiamo cambiato idea”.</p>
<p>Nessuno, dal palco di Pontida, ieri ha pronunciato la parola “Ucraina” o evocato il nome di Vladimir Putin. Tutti hanno parlato di Europa e tutti l’hanno fatto in chiave critica oltre che in aperta contrapposizione a quelle “libertà” che sono state per vent’anni il cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e che ieri erano con tutta evidenza il filo conduttore della kermesse leghista.</p>
<p>Salvini sa bene che l’atlantismo e l’europeismo di Giorgia Meloni disorientano parte non marginale della sua base elettorale e persino dei suoi eletti. “Abbiamo ormai rinunciato al cambiamento&#8221;, ha scritto ieri, con amara rassegnazione, l’intellettuale d’area Marcello Veneziani sulla Verità. Parlava a nome di una destra che c’è, Veneziani, e che si sente tradita nei propri ideali fondanti. Una destra che si ritrova nelle tesi del generale Vannacci, che non a caso Salvini intende candidare alle elezioni europee di giugno. Una destra che fatica a trovare una bussola per orientarsi nel presente a cui Mattei Salvini ha usucapito i punti di riferimento cardinali del passato abusando, come è accaduto ieri a Pontida, dei concetti di “comunità” e di “identità”, regolarmente enunciati col favore del “buon Dio”.</p>
<p>“Noi non siamo cambiati” era il senso del messaggio securitario agli immigrati, ma in realtà ai propri elettori, lanciato da Giorgia Meloni con l’intervento video dello scorso venerdì. “Lei è cambiata, ma noi no”, è il senso impresso da Matteo Salvini alla kermesse di Pontida.</p>
<p>Per i prossimi otto mesi, sarà questa la sfida. E, naturalmente, nessuno dei due avrà il coraggio di ammettere cambiamenti fisiologici, né di spiegarli con la differenza che passa tra stare all’opposizione e stare al governo. Ovvero, con la differenza che passa tra fare propaganda e fare politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/09/18/news/melonisalvini_io_non_sono_cambiata_-_lei_e_cambiata_noi_no-13378841/"><em><strong>Huffingtonpost</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-salvini-cerca-di-strappare-alla-meloni-la-bandiera-di-leader-coerente-di-destra/">Se Salvini cerca di strappare alla Meloni la bandiera di leader “coerente” di destra</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
