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	<title>liberale Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>liberale Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Se tutti sono liberali, nessuno è liberale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Sep 2023 15:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia, come è noto, non ha avuto quella Riforma protestante che secondo Max Weber era il presupposto affinché “lo spirito del capitalismo” potesse attecchire davvero. In affetti, da noi ha attecchito ben poco. E forse non è un caso che solo i paesi europei non riformati facciano parte di quella congrega che negli stati del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia, come è noto, non ha avuto quella Riforma protestante che secondo Max Weber era il presupposto affinché “lo spirito del capitalismo” potesse attecchire davvero. In affetti, da noi ha attecchito ben poco. E forse non è un caso che solo i paesi europei non riformati facciano parte di quella congrega che negli stati del nord Europa e nel mondo anglosassone, che del liberalismo è la patria, vengono sprezzantemente definiti Piigs (acronimo che molto e forse troppo ricorda la parola “maiali”). Sono il Portogallo, l’Irlanda, l’Italia, la Grecia e la Spagna.</p>
<p>Senza andare troppo in là nel tempo, la Prima Repubblica è stata politicamente dominata da due partiti, il PCI e la Dc. L’uno fortemente ideologico, tanto da essere qualificato come “partito Chiesa” e l’altro, la Democrazia cristiana, esplicitamente riferito ad una Chiesa vera e propria. Il pensiero e il metodo liberale, dunque, hanno avuto ben pochi margini d’azione nella società e nella politica italiane.</p>
<p>Tuttavia, per un qualche misterioso paradosso della Storia, viviamo in un’epoca in cui l’appellativo “liberale” si è inaspettatamente guadagnato un inaspettato prestigio sociale. Lo testimonia il fatto che, di colpo, sono diventati tutti liberali. Liberale si dichiara da sempre il partito guidato da Antonio Tajani (FI) e liberali, anche se con occasionali confusioni “liberal” e “social liberali”, si qualificano il leader di Italia viva Matteo Renzi e quello di Azione Carlo Calenda. Liberale è stato giudicato il discorso di Giorgia Meloni per la fiducia in Parlamento. Ed era vero, le parole erano parole liberali. A partire dal ragionamento sull’importanza di lasciare liberi gli “spiriti animali” (cit, da J.M. Keynes) del ceto imprenditoriale rispetto alla naturale tendenza interventistica e dirigistica dello Stato. Ma non si può dire che, tra taxi, aerei, banche e via elencando, i fatti siano stati affettivamente coerenti con quelle parole.</p>
<p>Negli ultimi giorni, anche Giorgio Napolitano è, giocoforza, entrata nel novero dei liberali italiani. È accaduto a causa di un titolo forzato di Repubblica (“Un liberale tra le file del Pci”) ad un commento in cui Stefano Folli sosteneva, invece, sostanzialmente il contrario (“Giorgio Napolitano non era un liberale capitato quasi per caso nelle file del Pci. Era un comunista convinto e colto che aveva privilegiato l’opzione riformatrice in anticipo sui tempi”). Sull’HuffingtonPost è poi intervenuto Marco Gervasoni con un “Elogio liberale di Elly Schlein”. Un commento scritto con apprezzabile piglio anticonformista, la cui tesi che vedrebbe la segretaria del Pd dirazzare dal solco “cattocomunista” tanto da meritare l’apprezzamento di un liberale doc a me sembra, però, piuttosto forzata. Sbaglierò, ma l’approccio di Elly Schlein ai problemi della società italiana e del mondo mi pare ispirato ad un originale connubio tra la logica di un aderente ad un centro sociale e la logica di un boy scout. Stato e Dio la fanno ancora da padroni.</p>
<p>La verità è che, ad oggi, non risultano deroghe significative alla storia politica nazionale. L’istintiva tensione per la realtà contrapposta ad ogni demagogia, il valore del merito individuale, la concezione di uno “Stato minimo”, l’apertura dei mercati al principio della libera concorrenza, l’amore per il pluralismo e per il confronto tra tesi opposte sono ancora merce rara. Di buono c’è che il brand liberale, e in particolare quello einaudiano, sta vivendo una nuova giovinezza mediatica. Speriamo che qualcuno osi incarnarlo davvero.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/09/25/news/tutti_si_dicono_liberali_speriamo_qualcuno_lo_diventi_davvero-13433243/"><strong><em>HuffingtonPost</em></strong></a></p>
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		<title>In Italia convivono due populismi. È la «democrazia dell’altalena»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/in-italia-convivono-due-populismi-e-la-democrazia-dellaltalena/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2020 11:01:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Gianristiano Desiderio]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[pensiero liberale]]></category>
		<category><![CDATA[populismo]]></category>
		<category><![CDATA[riformismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si fa presto a dire riformismo. Forse, perché non c’è cosa più difficile. Svolgere quotidianamente un lavoro serio che altro non è che una continua opera di manutenzione della democrazia e della società è, appunto, cosa ardua. Più facile, invece, è gridare che ciò che serve è una «rivoluzione» perché solo con un cambiamento radicale [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si fa presto a dire riformismo. Forse, perché non c’è cosa più difficile. Svolgere quotidianamente un lavoro serio che altro non è che una continua opera di manutenzione della democrazia e della società è, appunto, cosa ardua. Più facile, invece, è gridare che ciò che serve è una «rivoluzione» perché solo con un cambiamento radicale si possono risolvere tutti i problemi. Risultato? L’immobilismo.</p>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Non solo perché in Italia si pretende di fare la rivoluzione con l’autorizzazione dei carabinieri, come diceva Longanesi, ma anche e soprattutto perché il movimento rivoluzionario ritorna al punto di partenza scendendo di volta in volta un gradino del girone infernale. Il riformismo, al contrario, non gira in tondo ma svolge la logica dei piccoli passi reali, che sono quelli del governo possibile, aggiustando le cose che non vanno. Karl Popper, ad esempio, riteneva che la politica riformatrice fosse la via giusta per tenere in forma la democrazia liberale la quale, del resto, per funzionare ha continuamente bisogno di essere rinfrescata per tenere in equilibrio i due elementi che la compongono: il popolo e la libertà. Quando l’equilibrio si smarrisce, la democrazia diventa facile preda della demagogia che oggi in Italia, prendendo il nome di populismo, alimenta il mito della soluzione facile e definitiva di tutti i problemi che si avrebbe ora con la decrescita felice, ora con il debito, ora con il sovranismo, ora con il salvatore della patria. Tutte illusioni che le nuove generazioni e perfino i figli delle nuove generazioni pagano e pagheranno a caro prezzo se la politica non riuscirà a rinsavire e a recuperare il meglio delle tre culture politiche novecentesche: liberali, popolari, socialisti. Sul tema Alessandro Barbano ha scritto un libro tanto generoso quanto intenso: La visione. Una proposta politica per cambiare l’Italia (Mondadori).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Il giornalista — ha diretto «Il Mattino» — prende le mosse da un’analisi spietata della malattia italiana in cui il bipolarismo non è diventato l’auspicata «democrazia dell’alternanza», con in sostanza due classi dirigenti accomunate dagli stessi valori di riferimento che si alternano alla guida del Paese, bensì una micidiale, ci si passi la definizione, «democrazia dell’altalena» in cui si fronteggiano due populismi che per quanto si prendano a pesci in faccia hanno in comune più di quanto non siano disposti ad ammettere: «Lo statalismo distributivo, fatto di sostegno ai redditi e incentivi a pioggia, che finisce per declinare in welfare assistenziale l’intento keynesiano di sostenere la domanda, trova lo stesso consenso tanto in una sinistra pentita, di fronte agli incerti della globalizzazione, delle sue aperture liberali, quanto in una destra sovranista che fa uso spregiudicato della mano pubblica per blindare il consenso». Questi due schieramenti, gialloverde e giallorosso, che si guardano allo specchio fingendosi di non riconoscersi, hanno dato il peggio durante la stagione del Covid-19, che Barbano critica in modo severo ma rigoroso nel tentativo di uscire dalla selva oscura in cui l’Italia sembra essere caduta: «La pandemia ha testato il livello di efficienza delle democrazia. Per l’Italia è stata una Caporetto».</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Le difficoltà nostrane, inoltre, non riguardano solo la gestione dell’epidemia, affidata dalla politica al Comitato tecnico-scientifico, ma alla stessa «ripartenza» che è invocata ma non attuata perché in Italia esiste la «società signorile di massa», secondo la definizione del sociologo Luca Ricolfi che il giornalista fa propria per descrivere «una condizione tutta italiana» in cui vige da oltre vent’anni la stagnazione, in cui la rendita sopravanza i redditi, in cui il numero di chi non lavora è superiore al numero di chi lavora e chi non lavora conduce una vita al di sopra dei suoi mezzi, in cui c’è un’infrastruttura para-schiavistica composta da gruppi provenienti dall&#8217;Est e dall&#8217;Africa, in cui la distruzione della scuola, dell’università e di «tutto l’apparato formativo del Paese» ha gonfiato le aspettative oltre i meriti effettivi (tipico risultato, direbbe Luigi Einaudi, dell’illusione generata dall’indebito valore legale dei titoli di studio). A fronte di questa, davvero, Caporetto, quale strada si può imboccare per uscire da quello che Saverio Vertone all&#8217;inizio degli anni Novanta chiamava l’ultimo manicomio? Alessandro Barbano non propone una ricetta ma, come recita il titolo del libro, una visione che scaturisce dalla sintesi culturale delle tre famiglie dei liberali, dei popolari e dei socialisti che hanno più cose in comune che cose in contrasto. Si dirà: nulla di nuovo sotto il sole. E, tuttavia, Barbano rilancia: «Cos’altro c’è nella cassetta degli attrezzi della democrazia occidentale? E con quali arnesi altrove e in Europa si è posto argine all&#8217;avanzare del populismo?». Si tratta, in definitiva, di un «usato sicuro» che ha uno spazio politico ma non una forma partito distinta dai due populismi.</p>
</div>
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		<title>Se essere liberali  è di nuovo fuori moda</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-essere-liberali-e-di-nuovo-fuori-moda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 11:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Pierluigi Battista osserva sul Corriere della Sera che, qualche anno fa, tutti si dicevano liberali, mentre oggi liberale è ridiventato una parolaccia[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><em>Pierluigi Battista osserva sul Corriere della Sera che, qualche anno fa, tutti si dicevano liberali, mentre oggi &#8220;liberale&#8221; è ridiventato una parolaccia. </em></p>
<p class="chapter-paragraph">Ecco la strada maestra per i quattro gatti della <strong>cultura liberale, liberista e libertaria</strong>: smetterla di lamentarsi, e invece studiare, pubblicare libri, fondare case editrici di grande qualità come Liberilibri o Rubettino, rimettersi a pensare attorno a centri intellettuali come l’«Istituto Bruno Leoni». Non gridare sempre alle apocalittiche emarginazioni che fanno soffrire la minoranza a cui piace tanto sentirsi minoranza di pochi ottimati, denunciare perennemente, reiteratamente, stucchevolmente, la torva egemonia della «cultura di sinistra», sempre recriminando, piagnucolando, evitando le armi della battaglia e del sano conflitto.</p>
<p class="chapter-paragraph">Per esempio, per cominciare, curare e presentare al pubblico italiano un libro prezioso, un classico della cultura liberale come L’uomo contro lo Stato di Herbert Spencer, il nemico di ogni «superstizione politica», con un’introduzione di Alberto Mingardi. Oppure raccogliere il meglio del pensiero liberale e liberista, per farne un’antologia come quella curata da <strong>Nicola Porro</strong> nel suo <em>La diseguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista</em> pubblicato da La nave di Teseo. Ecco le perle sconosciute di <strong>Ludwig von Mises</strong> e di Ayn Rand, le profezie di <strong>Friedrich von Hayek</strong>, <em>le prediche inutili</em> di <strong>Luigi Einaudi</strong>, i testi della battaglia liberista di <strong>Sergio Ricossa</strong> e di <strong>Antonio Martino</strong>: diffonderle, farle conoscere, smetterla con la lamentazione autoconsolatoria.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">È vero,<strong> l’insegnamento di Einaudi</strong> sulla libertà della scuola e sull’ingiustizia di un Fisco oppressivo e asfissiante è pressoché ignorato. La nostra editoria pigra e conformista ci ha messo decenni prima di accorgersi della Società aperta e i suoi nemici di <strong>Popper</strong> o delle Origini del totalitarismo (ma per fortuna c’erano case editrici coraggiose come Comunità o Armando). Lo statalismo dirigista è diventato il nuovo credo delle politiche economiche (altro che «neo-liberismo», quando lo Stato è padrone di oltre metà dell’economia) e il centrodestra italiano ha sostituito la «rivoluzione liberale» con l’ammirazione ipnotica per l’autoritarismo di Putin.</p>
<p class="chapter-paragraph">Qualche anno fa tutti si dicevano liberali, oggi <strong>liberale</strong> è ridiventato una parolaccia. Ma bisogna insistere, come questi libri di Mingardi e Porro, e non indulgere alla solita litania autoindulgente di una cultura che forse merita la condizione minoritaria in cui è stata ricacciata, per demeriti propri e non per l’arroganza altrui. Libri e non le solite proteste.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 26 settembre 2016</p>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Che liberale sei?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/che-liberale-sei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Sep 2016 21:40:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Dal 1° settembre, sul sito della FLE, sarà online un questionario per capire "che liberale sei". Guarda il video per saperne di più.[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>Sei un liberale classico, un libertario o un liberal? Ti senti più conservatore o più progressista?</div>
<div></div>
<div>Scoprilo con il test <em>Che liberale sei?</em>, dal 1° settembre online sul sito della FLE. Per saperne di più, guarda li video.</div>
<div><i> </i></div>
<div>[embedyt] http://www.youtube.com/watch?v=Zw4bhww4o10[/embedyt]</div>
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			</item>
		<item>
		<title>O concorrenza o caverna. Ecco perché la competizione ci rende molto più civili</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/o-concorrenza-o-caverna-ecco-perche-la-competizione-ci-rende-molto-piu-civili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Aug 2016 19:24:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[conservatore]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
		<category><![CDATA[dario antiseri]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Dario Antiseri scrive sulla concorrenza, ritenuta il mezzo più efficace per arricchire l'intera società. [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/o-concorrenza-o-caverna-ecco-perche-la-competizione-ci-rende-molto-piu-civili/">O concorrenza o caverna. Ecco perché la competizione ci rende molto più civili</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La scienza progredisce tramite la più severa competizione tra idee; la democrazia è competizione tra proposte politiche; la libera economia è competizione di merci e servizi sul mercato. <strong>Competizione</strong> da cum-petere, che vuol dire: cercare insieme, in modo agonistico, la soluzione migliore. <strong>Hayek</strong>: «Così come per la sfera intellettuale, anche in quella materiale la concorrenza è il mezzo più efficace per scoprire il modo migliore di raggiungere i fini umani. Solo là dove sia possibile sperimentare un gran numero di modi diversi di fare le cose si otterrà una varietà di esperienze, di conoscenze e di capacità individuali tali da consentire, attraverso la selezione ininterrotta delle più efficaci tra queste, un miglioramento costante». È in questo senso che la competizione si configura come un alto processo di collaborazione.</p>
<p>E va da sé che chi aborrisce la competizione, deve avere chiaro il suo rapido ritorno nella vita della tribù o all&#8217;interno della caverna. La competizione, infatti, è il terrore di tutti i <strong>conservatori</strong> conservatori di destra, di centro e di sinistra. Ha scritto Hayek, nel saggio Perché non sono un conservatore, che «uno dei tratti fondamentali dell&#8217;atteggiamento conservatore è il timore del cambiamento». Ostile ai cambiamenti, il conservatore avverte d&#8217;istinto che sono le nuove idee a provocare siffatti cambiamenti, e di conseguenza le avversa. «Diversamente dal liberalismo, caratterizzato dalla fondamentale credenza nel potere a lungo termine delle idee, il conservatorismo è vincolato dal bagaglio di idee ereditate in un dato momento».</p>
<p>E siccome il conservatore non crede veramente nel potere della discussione, la sua ultima risorsa, ad avviso di Hayek, consiste, generalmente, nella rivendicazione di una superiore saggezza basata su una qualità superiore che egli si arroga da sé. E le cose non si fermano qui. La sfiducia del conservatore nei confronti del nuovo e dell&#8217;ignoto, nei confronti di idee che fanno evolvere la nostra civiltà e che non rispettano nessun confine, è all&#8217;origine della sua ostilità verso l&#8217;internazionalismo e della sua propensione a un nazionalismo esasperato.</p>
<p>Da tutto ciò, dunque, ben si comprendono le ragioni per cui il liberale non è un conservatore. Il <strong>conservatore</strong> si aggrappa all&#8217;esistente e teme il nuovo; il <strong>liberale</strong>, pur non considerando tutti gli sviluppi un progresso, vede però nel progresso della ricerca una fondamentale finalità degli sforzi umani e si aspetta dalla conoscenza una soluzione graduale di tanti problemi che ci affliggono. Il <strong>conservatore</strong> si affida alla vigilanza di autorità non vincolate da norme rigide al fine di bloccare le novità; il <strong>liberale</strong> difende invece «la concorrenza come un procedimento per scoprire fatti che, senza ricorrere a essa, nessuno conoscerebbe, o almeno non utilizzerebbe», e sa che le società che contano sulla concorrenza hanno raggiunto i loro scopi meglio di altre. Diversamente dal <strong>conservatore</strong> che si affida a uomini che reputa superiori, il<strong> liberale</strong> è consapevole non solo della nostra fallibilità ma anche della nostra ignoranza e di conseguenza non va alla ricerca dell&#8217;unto del signore che deve comandare, cerca piuttosto di individuare e costruire le regole (o istituzioni) che permettono di controllare chi comanda. Il <strong>conservatore</strong> non teme di allearsi con il socialista contro le proposte liberali; il<strong> liberale</strong> non è conservatore, ma avversa anche il costruttivismo di quei socialisti e il razionalismo di origine illuministica di quei liberali per i quali la genesi e tutti i mutamenti di tutte le istituzioni e di intere società sarebbero dovuti a piani e a progetti intenzionali.</p>
<p>Il conservatore assume atteggiamenti antidemocratici; il liberale, invece, si è schierato e si schiera a difesa della tolleranza. E qui una precisazione di grande rilievo: la tolleranza non equivale, per il liberale, ad assenza di <strong>fede religiosa</strong>. Scrive Hayek: «A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione, e io non posso che deplorare l&#8217;anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo. Quel che in ciò distingue il liberale dal conservatore è che, per quanto profondi siano i suoi convincimenti spirituali, egli non si riterrà mai autorizzato a imporli ad altri e, per lui, lo spirituale e il temporale sono sfere diverse da non confondere».</p>
<p>Una ulteriore considerazione: la presenza dello Stato dove necessario, la concorrenza ovunque possibile. E ciò, se non altro, per la ragione che soltanto tramite la competizione può imporsi una sana <strong>meritocrazia</strong> contro l&#8217;iniqua e degradante regola della corte consistente in genuflessioni e privilegi. E se è innegabile che la verità non sopporta padroni, ne segue che, tra i tanti in livrea, i più indegni sono quei cortigiani sempre pronti e indaffarati a nascondere o a tacere su ogni turpitudine: hanno il bavaglio spalmato di miele.</p>
<p><strong>Luigi Einaudi</strong>: «In un regime economico di concorrenza, esistente in una società di governo rappresentativo, chi ha più filo fa più tela. Non occorre essere grossi; basta essere bravi e valenti. Chi sa fabbricare scarpe adatte al piede del cliente, ne venderà molte, chi produce vino buono e serbevole non patirà difficoltà di vendita; e, salvo casi eccezionali e passeggeri, non patirà la crisi, perché troverà sempre colui che è disposto a comprare la roba sua ad un prezzo che compensi il costo e ciò perché, essendo egli competente e valente, i suoi costi sono minori di quelli dei produttori meno competenti e bravi».</p>
<p>Tutto questo in una società che abbia abbracciato il principio di concorrenza, e non solo in ambito economico ma anche e prima di tutto nel mondo dell&#8217;informazione e in quello del sistema scolastico. Ben diversamente vanno invece le cose «in un regime che tutti indirizza dall&#8217;alto dove occorre continuamente ottenere permessi, licenze, autorizzazioni, assegnazioni di materie prime, di combustibile, di operai, di partecipazioni a vendite di questo e di quel mercato, d&#8217;importazione e d&#8217;esportazione. Il motto d&#8217;ordine diventa disciplina; il che vuol dire che nessun agricoltore, nessun industriale, nessun commerciante, può fare un passo, può lavorare, comprare o vendere senza il beneplacito, il permesso, la scartoffia riempita da qualcuno che scrive carte e mette firme in qualche ufficio governativo, corporativo, sindacale. Ma bisogna poter giungere fino al signore che mette le firme ed ha diritto di vita e di morte sulle sostanze e sui redditi dei produttori». In un sistema del genere, fa presente Einaudi, «la <strong>corruzione</strong> è fatale».</p>
<p>Difatti, «se come è naturale, il capo supremo non può attendere a tutto e deve delegare le sue facoltà a qualche migliaia di sottocapi e gerarchi, chi potrà impedire che costoro abusino della loro situazione? Un industriale, al quale un permesso, un&#8217;assegnazione può fruttare centomila lire di guadagno, si asterrà sempre dall&#8217;offrire una partecipazione del dieci o del venti o più per cento a chi ha il potere di dare o rifiutare quel permesso? In molti casi il funzionario è integerrimo e preferisce vivere con duemila o tremila lire al mese, lui o la famiglia, piuttosto che ricevere mance per compiere cose che attengono ai suoi doveri d&#8217;ufficio. Ma sarà sempre così?».</p>
<p>L&#8217;amara risposta a questa domanda di <strong>Einaudi</strong> la conosciamo tutti.</p>
<p>Dario Antiseri, <em>Il Giornale</em> del 18 agosto 2016</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Pensioni, così la Consulta scarica gli sprechi di Stato sugli italiani</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/pensioni-cosi-la-consulta-scarica-gli-sprechi-di-stato-sugli-italiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2016 15:25:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[beatrice lorenzin]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni d'oro]]></category>
		<category><![CDATA[stato di diritto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Piero Ostellino commenta la decisione con la quale la Corte costituzionale ha confermato che il "contributo di solidarietà" sulle pensioni più alte non è una tassa illegittima.[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Corte costituzionale conferma, con una sentenza, la decisione del governo Letta secondo la quale il &#8220;<strong>contributo di solidarietà</strong>&#8221; di tremila euro sulle pensioni più alte non è una tassa aggiuntiva e illegittima, bensì un &#8220;prelievo&#8221; tutto interno al circuito pensionistico allo scopo di tenerlo in equilibrio.</p>
<p>Così, la Corte costituzionale passa da garanzia per il cittadino contro eventuali abusi del potere politico a strumento per confermare il carattere arbitrario e discriminatorio dello stesso potere politico che sperpera i soldi dei cittadini e poi li tassa per riparare i danni compiuti. Nessuno ha rilevato la mostruosità della sentenza. Lo faccio io qui, dove c&#8217;è maggiore sensibilità per <strong>diritti soggettivi</strong>. Non pare neppure escluso che l&#8217;andazzo si riproponga per altri casi nei quali siano in gioco i diritti soggettivi del cittadino formulati dal contratto stipulato con lo Stato grazie al quale, a seguito di anni di contributi versati, gli è corrisposta una pensione adeguata, affinché dopo aver sperperato i propri guadagni non divenga un peso sociale per lo Stato.</p>
<p>L&#8217;Italia è una via di mezzo fra il dirigismo fascista e quello sovietico, maturata nel 1948 con la Costituzione detta la più bella del mondo, che è semplicemente una cattiva imitazione di quella sovietica. Vengono così al pettine, con i danni prodotti da una politica di sinistra falsamente sociale e anche le carenze della politica della destra. L&#8217;Italia rimane senza una identità statuale definita in senso liberale e un pasticciaccio di destra, truccato di sinistra. Invece della riforma costituzionale che dovrà essere approvata fra un paio di mesi dagli italiani, <strong>Renzi</strong> avrebbe dovuto provvedere a riparare i danni compiuti nell&#8217;immediato secondo dopoguerra, quando ancora permaneva il mito dell&#8217;Urss.</p>
<p>Si è persa così un&#8217;altra occasione di fare dell&#8217;Italia un Paese di <strong>cultura liberale</strong> inserito fra le democrazie liberali dell&#8217;Occidente. Anche il governo di Renzi si rivela un bluff statalista e dirigista quanto erano i governi che lo hanno preceduto e che lui avrebbe dovuto rottamare. Alla bisogna dovrebbero provvedere i media, ma sono anch&#8217;essi figli di quella stessa cultura dirigista e statalista che caratterizza il Paese. L&#8217;Italia ce la farà mai a diventare finalmente una vera democrazia liberale? Personalmente ne dubito.</p>
<p>A impedirlo è la cultura egemone e fino a quando non farà un bagno in quella democratico-liberale, non ne usciremo. Le premesse neppure si intravedono. Restiamo un Paese dalla cultura terzomondista, illiberale, ancorata come è alla convinzione che spetti allo Stato risolvere i problemi che la società civile non è capace di affrontare e di risolvere autonomamente. E viviamo in una parvenza di <strong>Stato di diritto</strong> in cui, come dimostra la sentenza della Corte costituzionale, a prevalere è l&#8217;incertezza piuttosto che la certezza del diritto.</p>
<p>Piero Ostellino, <em>Il Giornale</em> dell&#8217;11 agosto 2016</p>
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		<title>Agenda liberale: le priorità biopolitiche</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/agenda-liberale-le-priorita-biopolitiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2013 22:46:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[cinzia caporale]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di liberalismo 2014]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Conferenza di Cinzia Caporale del 6 dicembre 2013[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span id="sommario_cut">Conferenza di Cinzia Caporale promossa nell&#8217;ambito della Scuola di Liberalismo 2014.</p>
<p><em>Agenda liberale: le priorità biopolitiche</em>, Roma 6 dicembre 2013</p>
<p>Sono intervenuti:<strong> Elvira Cerritelli</strong> (componente del Comitato Direttivo della Fondazione Luigi Einaudi), <strong>Cinzia Caporale</strong> (professoressa).</p>
<p>Tra gli argomenti discussi: Aborto, Alimentazione, Allevamento, Animali, Bioetica, Biologia, Comitato Nazionale Per La</span><span id="sommario_all" class="sommario-inline"> Bioetica, Etica, Eutanasia, Fecondazione Assistita, Giustizia, Liberalismo, Medicina, Ogm, Politica, Procreazione, Radicali Italiani, Referendum, Ricerca, Riforme, Salute, Scienza, Tecnologia, Testamento Biologico.</span></p>
<p><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/398071/agenda-liberale-le-priorita-biopolitiche">La registrazione video di Radio Radicale</a></p>
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		<title>Lo spazio liberale europeo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-spazio-liberale-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Feb 2008 10:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[zanone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Lezione di Valerio Zanone del 4 febbraio 2008 a Napoli[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-spazio-liberale-europeo/">Lo spazio liberale europeo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span id="sommario_cut">Lezione di Valerio Zanone dal titolo <em>Lo spazio liberale europeo</em>, Napoli  4 febbraio 2008</p>
<p>Sono intervenuti: <strong>Amelia Cortese Ardias</strong> (presidente della Fondazione Guido e Roberto Cortese), <strong>Valerio Zanone</strong> (senatore, vicepresidente della Commissione Difesa del Senato, Partito Democratico &#8211; L&#8217;Ulivo),<strong> Enrico Morbelli</strong> (direttore della Scuola di Liberalismo)</span><span id="sommario_all" class="sommario-inline"></p>
<p>Tra gli argomenti discussi: Ambiente, Campania, Carbone, Convenzione Ue, Cristianesimo, Croce, Cultura, Diritti Civili, Diritti Umani, Economia, Einaudi, Energia, Euro, Europa, Federalismo, Filosofia, Gas, Germania, Guerra, Incenerimento, Inquinamento, Islam, Istituzioni, Italia, Laicita&#8217;, Liberalismo, Lisbona, Maastricht, Nato, Nazionalismo, Nucleare, Pace, Parlamento Europeo, Partiti, Petrolio, Politica, Rifiuti, Schengen, Spinelli, Storia, Ue.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.radioradicale.it/scheda/246356/lo-spazio-liberale-europeo">La registrazione audio di Radio Radicale</a></p>
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