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	<title>legge elettorale Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>legge elettorale Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>#ilcafFLEespresso – Giovanni Guzzetta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Feb 2022 13:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Referendum, legge elettorale e riforme strutturali della Costituzione. E&#8217; intervenuto: Giovanni Guzzetta, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l&#8217;Università degli Studi di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221; Hanno condotto: Emanuele Raco, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffleespresso-giovanni-guzzetta/">#ilcafFLEespresso – Giovanni Guzzetta</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Referendum, legge elettorale e riforme strutturali della Costituzione.</p>
<p>E&#8217; intervenuto: <strong>Giovanni Guzzetta</strong>, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l&#8217;Università degli Studi di Roma &#8220;Tor Vergata&#8221;</p>
<p>Hanno condotto: <strong>Emanuele Raco</strong>, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e <strong>Andrea Davola</strong>, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi</p>
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		<title>Mattia Feltri: Una genuina filosofia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mattia-feltri-una-genuina-filosofia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Aug 2020 05:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>feltri-lastampa.04.08.20 #BuonaPagina &#8211; Votazione chiusa.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/feltri-lastampa.04.08.20.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
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		<title>Paolo Mieli: Il principio di realtà rifiutato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/paolo-mieli-il-principio-di-realta-rifiutato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 05:37:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda del ponte di Genova e del rapporto con la famiglia Benetton ci rivela in fin dei conti soprattutto una cosa: Giuseppe Conte si sta appalesando come uno dei più straordinari illusionisti della nostra storia. Ipnotizzata la sua (peraltro consenziente) maggioranza, annuncia, dice, si contraddice, rinvia, alla fine poi ricomincia riportandoci al punto di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La vicenda del ponte di Genova e del rapporto con la famiglia Benetton ci rivela in fin dei conti soprattutto una cosa: Giuseppe Conte si sta appalesando come uno dei più straordinari illusionisti della nostra storia. Ipnotizzata la sua (peraltro consenziente) maggioranza, annuncia, dice, si contraddice, rinvia, alla fine poi ricomincia riportandoci al punto di partenza. Non esiste ormai più un solo punto su cui qualcuno nella maggioranza si attenga al principio di realtà. Prendiamo il dibattito sugli aiuti europei (di cui, sia chiaro, dipendesse da noi faremmo richiesta all&#8217;istante). Quel che sconforta sono le argomentazioni messe in campo: tali aiuti devono essere donati e, nel caso si configurino come prestiti, va garantito che siano senza «condizionalità». I Paesi che pretenderebbero di ridurne l&#8217;ammontare e verificare come quei soldi saranno spesi, vengono descritti come egoisti, avidi e insensibili alla causa europea. Perché insensibili? Per il fatto che &#8211; se la Comunità non ci regala quei soldi all&#8217;istante o non ce li presta alla maniera che noi pretendiamo &#8211; noi non faremo nulla per impedire che vada a monte l&#8217;intera costruzione europea. Conta poco che noi quei soldi non sappiamo neanche bene come spenderli. E che probabilmente una parte li butteremo via. L&#8217;importante è prenderli.</p>
<p>Fino a quando? All&#8217;infinito? Ammesso che fosse ammissibile ragionare in questo modo a marzo, aprile, nell&#8217;esaurimento nervoso da crisi pandemica, oggi forse dovremmo definire meglio cosa noi, con le nostre forze, siamo pronti a fare per il nostro Paese oltre a spendere i soldi che riusciremo a farci dare dall&#8217;Europa. Al momento non si vede all&#8217;orizzonte neanche un&#8217;idea di qualcosa che ci imponga di risanare ciò che va risanato. Siamo solo capaci di spendere facendo debito, debito e ancora debito. Un&#8217;attitudine che almeno trenta o quarant&#8217;anni fa serviva a render saldi gli accordi tra partiti. Oggi non c&#8217;è più neanche quello. Nessun&#8217;intesa è in grado di reggere. Neanche quelle di impianto etico. Vari ministri avevano annunciato mesi fa che nel caso sulle nostre coste fossero approdati dei migranti li avremmo accolti e parzialmente smistati in altri Paesi (grazie ad accordi internazionali presi dalla ministra Lamorgese). Invece quando questi migranti arrivano, restano tuttora al largo per una decina di giorni con la sola differenza che non ci sono più scrittori o parlamentari che vadano su quelle navi a portar loro conforto. Qualcosa deve essere cambiato nella sensibilità dei soccorritori che si mobilitarono l&#8217;estate scorsa. Neanche sulla modifica dei cosiddetti decreti Salvini sembra esserci all&#8217;orizzonte uno straccio di intesa. Né su una decina o più di punti che non stiamo qui ad elencare.</p>
<p>Su un solo dettaglio l&#8217;accordo tra Pd e Cinque Stelle appare granitico: quello di un sistema elettorale che renda l&#8217;attuale stato delle cose immodificabile. Un sistema per fare in modo che sia impossibile per l&#8217;elettore scegliere una maggioranza e un programma di governo come tuttora accade per sindaci e presidenti di Regione. Lo scopo è quello di agevolare al massimo i rimescolamenti parlamentari divenuti da tempo l&#8217;unica, vera specialità della sinistra italiana. Il tutto accompagnato da spudorate ammissioni del vero motivo per cui si procede in questa direzione: disarticolare l&#8217;attuale opposizione e impedirne la vittoria. Qui non abbiamo niente da dire su coloro che negli ultimi quarant&#8217;anni sono rimasti coerentemente proporzionalisti.</p>
<p>Ma nei confronti di coloro che ai tempi si iscrissero con giubilo alle grandi tribù del maggioritario, vorremmo suggerire una riflessione in extremis non tanto sul loro cambiamento di idee (le idee si possono sempre, a volte si devono modificare) quanto sulla sospetta unanimità di tale trasformazione. Un fenomeno non nuovo nella storia d&#8217;Italia. Che è arduo annoverare tra le caratteristiche migliori della nostra tradizione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/07/mieli-corriere-principio-realtà-rifiutato.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
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		<title>La virata illiberale della nostra democrazia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-virata-illiberale-della-nostra-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 17:25:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho letto con interesse e condivisione la riflessione del Presidente della Fondazione Einaudi, avv. Giuseppe Benedetto, che ha provato a portare l’attenzione su un tema che l’epidemia ancora in corso ha oscurato, ma che sarà presto destinato a monopolizzare l’attenzione, non appena le sirene elettorali torneranno a farsi sentire. Nella prima Repubblica, la selezione naturale [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-virata-illiberale-della-nostra-democrazia/">La virata illiberale della nostra democrazia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto con interesse e condivisione la <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riapre-il-cantiere-della-legge-elettorale-consigli-per-un-dibattito-serio/">riflessione</a> del Presidente della Fondazione Einaudi, avv. Giuseppe Benedetto, che ha provato a portare l’attenzione su un tema che l’epidemia ancora in corso ha oscurato, ma che sarà presto destinato a monopolizzare l’attenzione, non appena le sirene elettorali torneranno a farsi sentire.</p>
<p>Nella prima Repubblica, la selezione naturale portava in Parlamento e al governo persone che avevano in qualche modo dimostrato sul campo, nella loro pregressa attività (politica, amministrativa, sindacale, professionale, imprenditoriale) una qualche “capacità politica”, della quale erano primi giudici i compagni o gli amici di partito che li proponevano ai cittadini, e poi, in definitiva, gli elettori, che potevano accettare quelle proposte ma anche bocciarle.</p>
<p>Nel momento in cui oggi si arriva in Parlamento, e poi anche al governo, per nomina dall’alto, e non per progressiva legittimazione dal basso, ecco che quella capacità genericamente politica, che pure qualcuno continua ad avere, si trasforma naturalmente in mera fedeltà personale al leader che lo ha prima nominato o, nel dubbio sulla rinomina, a quello che potrà rinominarlo in futuro: il trasformismo degli ultimi decenni non è altro che la dimostrazione di questa deteriore pratica politica, che consente a molti di mettere in discussione lo stesso sistema parlamentare, cominciando dalla sua essenziale prerogativa che è la libertà di mandato.</p>
<p>Il fatto è che sistema politico e metodo elettorale s’influenzano a vicenda, nel senso che un sistema politico senza veri partiti basato essenzialmente sui leader determina un metodo elettorale basato sulla cooptazione e sulla nomina e, a sua volta, un metodo elettorale di questo tipo determina un sistema politico leaderistico e, in definitiva, chi più chi meno, di tipo populista se non plebiscitario.</p>
<p>E i leader, li abbiamo visti alla prova, nella migliore delle ipotesi, scelgono personaggi ritenuti o di qualche utilità mediatica, e, nella peggiore, quelli ritenuti più congeniali ai loro personali interessi, mentre la risposta elettorale dei cittadini finisce per essere quella che sistema politico e metodo elettorale consentono che sia, posto che la stessa persona, nelle stesse circostanze di tempo e di luogo, vota diversamente a seconda che vi sia un sistema politico (e un metodo elettorale) ovvero un altro.</p>
<p>Quanto al metodo delle cosiddette primarie aperte (nel migliore dei casi) o dei click sulla tastiera (nel peggiore) non potrà mai sortire gli effetti virtuosi che possono derivare da una lunga selezione di base attraverso anni di attività nella vita civile e nelle istituzioni. Qualche eccezione è possibile in qualche partito più strutturato, in cui la specificità locale o nazionale continua ad avere qualche residuale valenza; quel che è certo è che di fare scegliere agli elettori i loro rappresentanti, come sarebbe giusto, non si parla proprio.</p>
<p>Quando ha pensato a un buon metodo di selezione del personale politico, a Benedetto, liberale, ma anche da Presidente della Fondazione Einaudi, è venuto naturale prendere le mosse dal sistema del doppio voto per candidati in collegi uninominali con ballottaggio in unico turno, che la Fondazione ha illustrato in una sua recente pubblicazione, rievocando quello proposto da Luigi Einaudi nello Scrittoio del Presidente del 1953, e per il quale ciascun elettore esprime due voti (uno principale e uno suppletivo) per due diversi candidati uninominali; un metodo da tempo in uso in alcuni paesi anglosassoni e che viene utilizzato per eleggere il sindaco di Londra.</p>
<p>Se all’esito dello scrutinio, un candidato ottiene la maggioranza assoluta col conteggio dei voti principali (first choise), viene senz’altro proclamato eletto; altrimenti si ricorre a un ballottaggio istantaneo tra i primi due, aggiungendo ai rispettivi primi voti i secondi voti, quelli suppletivi (second choise) e, all’esito del conteggio, viene proclamato eletto quello dei due che abbia totalizzato la maggior somma tra primi e secondi voti, pur senza raggiungere la maggioranza assoluta; insomma, nel primo caso, viene eletto il più gradito alla maggioranza assoluta degli elettori, nel secondo quello meno sgradito; e si evita il ballottaggio in doppio turno, che talvolta può generare accordi non trasparenti, e sempre provoca astensionismo di massa.</p>
<p>Chiaramente, anche questa di Einaudi è rimasta come una delle sue tante “prediche inutili”, per cui, se proprio si vuole continuare a ignorarlo, penso che il sistema migliore (insieme proporzionale e selettivo, ma senza ricorrere alle preferenze) potrebbe essere quello già in uso per il Senato sino al 1992, su cui proprio nei giorni scorsi è tornato il prof. Gaetano Azzariti nell’ultimo “liber amicorum”, riflettendo criticamente sulla proposta di legge elettorale che l’attuale maggioranza parlamentare si appresta a varare. E tuttavia, sia in questa prospettiva, che mi sembra preferibile, sia in quella dell’attuale maggioranza, ci sono dei problemi a monte, che rimarrebbero irrisolti se non affrontati, come pare non ci sia alcuna voglia di fare.</p>
<p>Ne cito solo alcuni:</p>
<p>1) le chiusure corporative dei partiti che sono già in Parlamento (gli insider), che non devono raccogliere firme e quindi possono fare le liste anche all’ultimo momento, quando invece chi ne è fuori (gli outsider) sono costretti a raccoglierne in tempi brevissimi decine di migliaia su liste compilate in partenza e immodificabili, salvo pasticci di cui hanno fatto le spese i 5 Stelle palermitani.</p>
<p>2) la difficoltà di finanziamento, specie dopo la legge 3-2019, che di fatto favorisce chi ha gruppi parlamentari numerosi (ancora una volta gli insider), mentre le nuove formazioni politiche sono costrette a ricorrere a mini contributi attraverso improbabili fund raising.</p>
<p>3) i privilegi mediatici di cui godono sempre gli stessi, cioè quelli che ci sono già, lasciando agli altri irrilevanti spazi di tribuna.</p>
<p>Insomma, il nostro, a prescindere dal metodo elettorale, è un sistema politico bloccato, tendenzialmente autoreferenziale, che, unito al leaderismo di tutti e al populismo di molti, si avvia a diventare sostanzialmente illiberale, senza darlo a vedere.<br />
Se questa discussione servirà a smuovere qualche coscienza anche in questo Parlamento, se ne gioverà la democrazia parlamentare, anche se tutto mi fa pensare che è proprio questa a essere nel mirino di tutti quelli che oggi contano qualcosa.</p>
<p><em>Pubblicato da Formiche.net</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-virata-illiberale-della-nostra-democrazia/">La virata illiberale della nostra democrazia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il Presidente Benedetto: si riapra un dibattito serio sulla legge elettorale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riapre-il-cantiere-della-legge-elettorale-consigli-per-un-dibattito-serio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2020 07:45:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[collegi]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
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		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sembra riavviarsi, dopo una lunga pausa, il dibattito tra le forze politiche sulla legge elettorale. Raramente parole sono state più chiare e nette di quelle pronunciate nel corso di un’intervista al Corriere della Sera dal vice segretario del Pd Andrea Orlando: “Il bipolarismo non riflette più la complessità dei diversi campi politici, quindi è bene [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riapre-il-cantiere-della-legge-elettorale-consigli-per-un-dibattito-serio/">Il Presidente Benedetto: si riapra un dibattito serio sulla legge elettorale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra riavviarsi, dopo una lunga pausa, il dibattito tra le forze politiche sulla legge elettorale. Raramente parole sono state più chiare e nette di quelle pronunciate nel corso di un’intervista al Corriere della Sera dal vice segretario del Pd Andrea Orlando: “Il bipolarismo non riflette più la complessità dei diversi campi politici, quindi è bene che ognuno sia messo nelle condizioni di esprimere fino in fondo il suo punto di vista per poi costruire delle coalizioni sulla base di programmi dopo il voto”.<br />
E buonanotte ai suonatori della grancassa del maggioritario. A coloro che ad ogni elezione ci spiegano come la sera del voto sia necessario sapere chi ha vinto. Il proporzionale, quel sistema che preannuncia Orlando, altro non è che la prosecuzione e magari l’aggiornamento dell’attuale sistema parlamentare italiano, per cui i governi si formano in Parlamento e lì eventualmente cadono e si ricostituiscono anche nel corso della stessa legislatura.<br />
Non c’è nessuno premier eletto dal popolo. Il presidente del Consiglio è espressione della coalizione di partiti che troverà la maggioranza in Parlamento. Non c’è niente di scandaloso, non va certo demonizzata la proposta proveniente dal Pd. Può piacere o non piacere, ma bisogna analizzare la futura proposta, comprendere quali sarebbero le conseguenze e, se possibile, dare consigli per una soluzione più opportuna nell&#8217;interesse del Paese.<br />
Qui si chiude la prima parte della questione relativa alla legge elettorale, la meno importante.<br />
Personalmente propenderei tendenzialmente per un sistema elettorale, su cui già si espresse Luigi Einaudi, di piccoli collegi uninominali in cui con il sistema maggioritario secco ad un turno si elegge il parlamentare di quel collegio. Tale sistema avrebbe il vantaggio di rapportare strettamente l’eletto all&#8217;elettore e di migliorare sensibilmente la qualità della nostra classe politica. Dove infatti il cittadino elettore si reca alle urne e conosce, magari direttamente, il candidato da votare potrà meglio sindacare la qualità dell’eletto.<br />
Ma la legge elettorale non è un piatto che ciascuno cucina a suo piacimento e poiché ormai pare evidente come con l’attuale composizione del Parlamento italiano ci si muova rapidamente verso un sistema proporzionale quale quello delineato da Orlando, allora senza speciose polemiche vorrei affrontare i nodi cruciali relativi a quel sistema e non solo.</p>
<p>Anche i più raffinati politologi continuano ad illustrare, secondo le proprie preferenze, le magnifiche e spesso immaginifiche virtù dei vari sistemi elettorali: proporzionali, maggioritari o misti. Ma nessuno o quasi si sofferma sull&#8217;altra metà del cielo. Infatti, si tende ad ignorare e a non voler considerare come fondamentale la differenza tra sistema elettorale con relativa attribuzione del numero di seggi assegnati ad ogni lista concorrente e meccanismo di ripartizione di quei seggi ad ogni lista sul territorio.<br />
Proporzionale, maggioritario, ecc. è il sistema elettorale. Uninominale, plurinominale, con preferenze, ecc. è il meccanismo di ripartizione dei seggi in un sistema dato.<br />
Se il sistema dato sarà quello di una legge elettorale proporzionale, risulterà pressoché inevitabile comporre un governo, votato dal Parlamento che si andrà a costituire, che rispecchi la rappresentanza delle singole forze politiche. E diventerà cruciale per la stessa democrazia il meccanismo di attribuzione e ripartizione di quei seggi ai partiti. Questo è lo snodo vero, il punto che va approfondito.<br />
Il meccanismo di attribuzione e ripartizione si lega strettamente alla questione della selezione della nostra classe politica, tema su cui tanto ci si è molto soffermati in questi anni. Quella selezionata da un leader, magari già di per sé abbastanza incapace e dunque propenso a scegliere in chiave conservativa chi è ancor meno capace di lui, sarà una classe politica inevitabilmente mediocre. Insomma, se il parlamentare se lo sceglie il capo partito, il prescelto sarà sempre il più fedele dei suoi uomini, non certo il più capace, e magari indipendente, di quel partito politico.<br />
Cosa succedeva nel sistema proporzionale vigente nella prima Repubblica?<br />
Nella singola circoscrizione elettorale venivano presentate le liste di ogni partito e lì veniva assegnata, oltre che il voto al partito, la preferenza o per meglio dire le preferenze (perché per lunghi anni si è trattato di preferenze multiple) ai candidati di quel partito. Mi rendo conto delle storture che quel sistema ha potuto creare: campagne elettorali costose; in alcune zone del Paese candidati appoggiati e poi controllati dalla criminalità organizzata; corruzione, né superiore né inferiore a quella conosciuta negli anni successivi, ma sicuramente significativa, in quanto i candidati avevano necessità di disporre di ingenti somme nel corso della campagna elettorale￼￼￼ per combattere i propri competitor che erano anche i compagni di lista.</p>
<p>Ma sarebbe inaccettabile non voler vedere anche i lati positivi di quel sistema. Intanto si formarono, anche all&#8217;interno dei singoli partiti, delle cordate fondate spesso su una reale identità di vedute. L’elettore riusciva ad individuare il candidato a lui più vicino e si finiva spesso per eleggere uomini politici mediamente più capaci e competenti di quelli visti negli anni successivi. Quel sistema, al di là del bilanciamento dei pro e dei contro, fu poi superato all&#8217;alba della seconda Repubblica. Si è instaurato un micidiale meccanismo caratterizzato non tanto da un sistema elettorale maggioritario, quanto da un meccanismo di ripartizione dei seggi che potesse consentire sempre di più al capopartito di rendere non scalfibile la propria leadership, attraverso la selezione verso il basso dei parlamentari￼.</p>
<p>L’invito che rivolgo allora è quello di soffermarsi maggiormente sul meccanismo di ripartizione territoriale dei seggi, piuttosto che esclusivamente sul sistema elettorale.</p>
<p>Intanto manteniamo un Parlamento nella pienezza dei suoi poteri e nella completezza della sua composizione così come voluta dai padri costituenti, respingendo con l’imminente referendum costituzionale il tentativo di tagliare democrazia attraverso il taglio lineare, insensato e del tutto inutile, di un terzo dei parlamentari￼. Affrontiamo quindi il problema cruciale della selezione della classe politica privilegiando la scelta del cittadino elettore rispetto alla imposizione del parlamentare da parte delle segreterie di partito. Tema ancor più attuale oggi, con partiti dalla vita democratica interna pressoché inesistente, caratterizzati da leader o, addirittura, in alcuni casi da registi esterni, che spesso agiscono nell’ombra, scegliendo persone facilmente manovrabili e sostituibili.</p>
<p>Così facendo tanti incompetenti resteranno a svolgere il loro mestiere originario (o in alternativa si godranno il Reddito di cittadinanza o, a secondo dell’età, quota 100), senza reinventarsi politici improbabili, talvolta al limite del ridicolo.</p>
<p>La Fondazione Luigi Einaudi è pronta a dare il suo contributo di idee e a confrontarsi con altre scuole di pensiero per trovare la soluzione migliore e, a nostro avviso, indifferibile per le istituzioni del Paese.</p>
<p>Augurandoci che questa volta, in barba alla Convenzione di Venezia, alle regole di una democrazia funzionante e anche al buon senso, non si aspetti al solito l’ultimo anno o magari l’ultimo semestre di legislatura per varare una nuova legge elettorale. Con il retropensiero mal dissimulato di ogni cattivo politico che, una volta approvata la nuova legge, le lancette dell’orologio elettorale si mettono in moto e non si fermano più.</p>
<p>Pubblicato da <a href="https://formiche.net/2020/06/legge-elettorale-dibattito-benedetto/">Formiche.net</a> </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/riapre-il-cantiere-della-legge-elettorale-consigli-per-un-dibattito-serio/">Il Presidente Benedetto: si riapra un dibattito serio sulla legge elettorale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Bello e impossibile! un sistema elettorale liberale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bello-e-impossibile-un-sistema-elettorale-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2018 23:01:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se penso a quali dovrebbero essere le caratteristiche di una società liberale sotto il profilo istituzionale, me ne vengono in mente almeno due: a) la &#8220;contendibilità del potere&#8221;, in modo che ogni cittadino, attraverso &#8220;elezioni libere, continuative e periodiche&#8221; (per dirla con Sartori), possa giocarsi le sue carte per accedere alle cariche elettive in condizioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Se penso a quali dovrebbero essere le caratteristiche di una società liberale</strong> sotto il profilo istituzionale, me ne vengono in mente almeno due: <strong>a)</strong> la &#8220;contendibilità del potere&#8221;, in modo che ogni cittadino, attraverso &#8220;elezioni libere, continuative e periodiche&#8221; (per dirla con Sartori), possa giocarsi le sue carte per accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza (art. 51 Cost.), e <strong>b)</strong> la &#8220;limitazione del potere&#8221;, una volta che il vincitore di turno sia riuscito a conquistarlo, per evitare che possa abusarne.</p>
<p><strong>Ad assicurare la limitazione del potere</strong> provvedono le costituzioni, almeno quelle moderne, attraverso la classica tripartizione teorizzata da Montesquieu, secondo cui i tre classici poteri devono essere tra di loro separati, e, almeno nell&#8217;evoluzione successiva, anche in reciproco equilibrio, ognuno influenzando e limitando l&#8217;altro, in modo da evitare che uno dei tre possa prevaricare sull&#8217;altro e che ne abbia conquistato una parte possa utilizzarla per prendersi tutto.</p>
<p><strong>Ad assicurare la contendibilità del potere </strong>provvedono invece le leggi elettorali che, in ossequio al principio di neutralità, ancor più delle altre andrebbero scritte &#8220;sotto un velo d&#8217;ignoranza&#8221; (Rawls), dovendosi per l&#8217;appunto ignorare a chi potrebbero giovare o nuocere; insomma, tutto il contrario di ciò che è avvenuto in Italia, almeno a partire dal 1993.</p>
<p><strong>Ovviamente, questi due requisiti</strong> attengono solo all&#8217;aspetto procedimentale, perché le moderne democrazie liberali, in cui si sono ormai affermati i diritti di cittadinanza, non si esauriscono ormai nelle sole libertà formali,<br />
ma hanno anche il compito di promuovere, nei limiti del possibile, una certa dose di libertà sostanziali mediante l&#8217;ascensore sociale dell&#8217;istruzione e la rimozione delle ineguaglianze incolpevoli (Rawls, Sen), in modo che a tutti gli individui siano date pari opportunità alla partenza, ferma restando la garanzia dei differenti traguardi che ciascuno sarà riuscito a conquistare nella gara della vita.</p>
<p><strong>E quindi, contendibilità e limitazione del potere</strong>, come condizioni necessarie, ancorché non sufficienti, perché una democrazia possa definirsi liberale, in termini che sono assolutamente simbiotici, perché ognuna delle due influenza l&#8217;altra, ed entrambe determinano, sotto diversi profili, i rapporti tra i cittadini e tra questi e il potere, e quindi il modo di essere complessivo di una società.</p>
<p><strong>Pur nella diversità delle fonti,</strong> si può in un certo senso affermare che le leggi elettorali non sono meno importanti delle costituzioni, anche perché in qualche modo finiscono per  determinarle.</p>
<p><strong>Se nel 1946 1&#8217;Assemblea Costituente non fosse stata eletta</strong> con un sistema rigorosamente proporzionale sino a consentire la rappresentanza di partiti che avevano conseguito meno dell&#8217;l% dei voti, e si fosse invece votato con un qualche sistema maggioritario, la nostra Costituzione sarebbe stata profondamente diversa da quella che ancora oggi fortunatamente regola la nostra convivenza civile.</p>
<p><strong>Se n&#8217;è avuta conferma con la legge elettorale maggioritaria del 2005</strong> (il c. d. porcellum), che ha inopinatamente permesso all&#8217;attuale Parlamento, pure eletto con un sistema elettorale maggioritario nel frattempo dichiarato incostituzionale, di approvare una riforma che, se non fosse naufragata sullo scoglio referendario, avrebbe cambiato in profondità il nostro sistema istituzionale.</p>
<p><strong>A loro volta le costituzioni pongono limiti alle leggi elettorali</strong>: ne abbiamo avuto in Italia due prove recenti, entrambe ad opera della Corte Costituzionale, con le sentenze n. 1-2014 e 35-2017, che hanno rispettivamente bocciato parti significative del porcellum e dell&#8217;italicum. Il fatto si è che durante tutta la seconda repubblica, auspice il malinteso significato attribuito al referendum del 1993, si è diffuso il mantra della superiorità dei sistemi elettorali maggioritari, che trasformano artificialmente una maggioranza elettorale relativa, anche esigua, in maggioranza parlamentare più che assoluta, quando invece la sbandierata vocazione maggioritaria dovrebbe consistere nel tentativo di convincere la maggioranza degli elettori, e non solo di conquistare quella degli eletti.</p>
<p><strong>Ne sono rimasti affascinati anche liberali di antica fede</strong>, dimentichi dell&#8217;antico monito di <strong>Einaudi</strong>, quando affermava che «una maggioranza la quale sia tale soltanto perché una legge l&#8217;ha trasformata da minoranza in maggioranza non può non eccitare ira ed avversione nel corpo elettorale.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-11802 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2.png 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-250x63.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-400x100.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-768x192.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-650x163.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-150x38.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-800x200.png 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-300x75.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-24x6.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-36x9.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/02/blog-2-48x12.png 48w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p><strong>Affermare nelle leggi che il 40% equivale a più del 50%</strong> è dire cosa contraria a verità e spinge istintivamente l&#8217;elettore a votare per i partiti o gruppi di partiti i quali si siano dichiarati contrari al sistema», aggiungendo poi che «la massima contrarietà sarebbe eccitata da una norma di legge la quale dichiarasse che deve essere attribuito un premio a quella lista o combinazione di liste la quale raggiungesse almeno il 40 0 45 od anche il 48 0 49% dei<br />
voti validi».</p>
<p><strong>Questa ossessione del maggioritario sembra oggi affievolita</strong>, anche se non mancano i pianti delle prefiche del 4 dicembre e del 25 gennaio, rimaste orfane del tentativo di stravolgere i nostri equilibri istituzionali, immolandoli sull&#8217;altare della &#8220;governabilità a tutti i costi&#8221; Sfumato quel pericolo, nelle scorse settimane si è assistito alla sceneggiata parlamentare degli attuali partiti,ciascuno impegnato a confezionarsi la legge elettorale migliore possibile per se stesso e peggiore possibile per gli altri, e tutti insieme accomunati nell&#8217;ostacolare la nascita di nuovi soggetti politici.</p>
<p><strong>A tutt&#8217;oggi, sembra fallito il tentativo di introdurre in Italia</strong> un sistema elettorale, che è stato gabellato come &#8220;tedesco&#8221;, senza averne i tratti essenziali, rappresentati dal voto disgiunto per la lista circoscrizionale e per il candidato uninominale e dalla sicura elezione del vincitore di collegio; ne sarebbe nato un incrocio bastardo tra porcellum e italicum, che per comodità avremmo potuto chiamare &#8220;porcalicum&#8221; o con qualche altra denominazione spregiativa suggerita dall&#8217;italica fantasia.</p>
<p><strong>Per la verità, di fare una nuova legge elettorale</strong> non ci sarebbe neppure un assoluto bisogno, perché già ci sarebbero le leggi uscite dalle sentenze n. 1-2014 e 35-2017 della Corte Costituzionale, che le ha certificate come autoapplicative, restando solo la necessità di armonizzare al più possibile la normativa per <strong>le due Camere</strong>, come auspicato dalla stessa Corte e come non si stanca di ricordare il Presidente della Repubblica; se si volesse farlo, un lavoretto da niente, sempre che nel frattempo non sia chiamata a farlo la Corte, nuovamente investita delle questioni ancora sub iudice presso tanti tribunali italiani.</p>
<p><strong>E tuttavia, siccome non è detto che questo parlamento</strong> non riprovi a fare un altro pasticcio, mi sembra proprio questo il momento di fare una riflessione su quale potrebbe essere una buona legge elettorale liberale, innovativa, semplicissima e rispettosa dei canoni costituzionali, ispirata ai sistemi che, in giro per il mondo, hanno dato ottima prova di funzionamento: <strong>il voto singolo trasferibile (VST)</strong> in collegi plurinominali, in uso per eleggere il senato australiano, i parlamenti di Irlanda, Malta e Ulster e i consigli locali in Scozia; e il voto alternativo (V. A.) in collegi uninominali, adottato in Australia per eleggere la camera federale e alcuni parlamenti locali, in India e Irlanda per eleggere il presidente, nelle elezioni suppletive in Irlanda e Scozia, e anche in tanti municipi americani, inglesi e neozelandesi.</p>
<p><strong>Quello del voto alternativo</strong> — che i liberaldemocratici inglesi, usciti rafforzati dalle elezioni del 2010 (23% di voti, ma solo 57 seggi su 650) hanno provato a fare introdurre anche in<strong> Gran Bretagna</strong>, senza riuscirci — era anche il sistema preferito da Einaudi che l&#8217;ha tramandato in uno scritto del 22 dicembre 1953, pubblicato nel volume Lo Scrittoio del Presidente 1948-1953, con una significativa semplificazione, ottenuta riducendo a due i voti esprimibili, che nel modello originario sono ben di più, e limitando la gara ai primi due candidati, e perciò definendolo &#8220;ballottaggio preventivo&#8221;</p>
<p><strong>L&#8217;idea è stata ripresa, nell&#8217;XI Legislatura da Valerio Zanone</strong> per la sola Camera (PdL-C 2052 del 18.12.1992) e riproposta nella scorsa legislatura da Enrico Musso per entrambe le Camere (DdL-S 2357 del 06.10.2010); per la verità, nella stessa legislatura, anche i senatori Ichino e Ceccanti, primi firmatari insieme ad altri, tutti del Pd e dintorni, hanno presentato una proposta assai simile (DdL 2312-S del 30.07.2010), che ricalca piuttosto fedelmente il sistema del voto alternativo e rimasta allora senza esito; un vero peccato che quel partito l&#8217;abbia ignorato, e che il suo più autorevole consigliere in materia elettorale l&#8217;abbia dimenticato quando nell&#8217;attuale legislatura ha invece sostenuto l&#8217;italicum!</p>
<p><strong>Quella di Zanone e Musso si raccomanda per la sua semplicità</strong>, perché il voto secondario supplisce all&#8217;eventuale insufficienza del voto principale, un vero e proprio &#8220;voto suppletivo&#8221;, che con tale denominazione viene usato per eleggere il sindaco di Londra.</p>
<p><strong>Il sistema si articola in poche disposizioni</strong> che si sottraggono alla tecnica legislativa in voga da anni per le leggi elettorali, le cui ricorrenti modifiche non hanno mai smesso di fare riferimento ai vecchi testi del DP R 361-1957 (per la Camera) e del D. Lgs. 533-1993 (per il Senato), in un guazzabuglio di soppressioni, sostituzioni, modifiche e integrazioni che ne hanno resa difficoltosa la comprensione:</p>
<p><strong>a)</strong> i collegi uninominali (618 per la Camera e 309 per il Senato) sono di limitate dimensioni (rispettivamente, circa 100.000 e 200.000 abitanti);</p>
<p><strong>b)</strong> chi intende proporsi come premier, deposita una dichiarazione presso il Ministero dell&#8217;Interno col programma e la lista di ministri, e col sostegno di diecimila elettori o di trenta parlamentari uscenti o di tre presidenti di regione;</p>
<p><strong>c)</strong> chi intende candidarsi come parlamentare presenta alla prefettura di residenza una dichiarazione preliminare di candidatura in un solo collegio, restando quindi vietate le candidature multiple;</p>
<p><strong>d)</strong> ogni candidato raccoglie poi le firme di sostegno (0,5% degli elettori del collegio, circa 500 per la Camera, circa 1.000 per il Senato) e, all&#8217;esito positivo, presenta all&#8217;Ufficio elettorale la candidatura definitiva, con la prescritta documentazione;</p>
<p><strong>e)</strong> il candidato ha facoltà (non obbligo) di collegarsi a un partito o a un candidato premier e al suo programma di governo;</p>
<p><strong>f)</strong> per ogni candidato deve esserci un candidato supplente di diverso genere, per l&#8217;eventuale subentro;</p>
<p><strong>g)</strong> l&#8217;ordine dei candidati viene determinato col sorteggio, e sulla scheda compariranno nomi, foto ed eventuali collegamenti, e accanto a ogni nome vi saranno due quadratini dove si esprime la prima preferenza (obbligatoria) per un candidato e la seconda (facoltativa) per altro candidato;</p>
<p><strong>h)</strong> il candidato che, computando le prime preferenze, raggiunge il 50% + 1 dei voti validi, viene eletto;</p>
<p><strong>i)</strong> in mancanza, si procede al ballottaggio istantaneo tra i primi due candidati, sommando ai voti principali i voti secondari conseguiti da ciascuno, e viene eletto chi totalizza la maggioranza relativa.</p>
<p><strong>I pregi del sistema sono evidenti</strong>: permette di candidarsi anche a chi ha un qualche consenso territoriale senza però avere un partito di riferimento; è tuttavia possibile collegarsi con un partito e/o con un candidato premier; si vota due volte ma in unico turno, evitandole criticità del successivo ballottaggio (costi, astensionismo, mercanteggiamenti, voto a dispetto); viene eletto il candidato più gradito (utilizzando solo il voto principale), o almeno quello meno sgradito (utilizzando anche il voto secondario); si evita il ricorso ad elezioni suppletive in ogni caso di vacanza.</p>
<p><strong>In conclusione, un sistema che assicura ai cittadini massima libertà</strong>, ma che ha il grave difetto di mettere in discussione il monopolio dei partiti esistenti e consente la nascita di nuove offerte politiche, nazionali o anche solo locali; in poche parole: nessuno favorito, nessuno danneggiato, nessuno escluso.</p>
<p><strong>Un sistema troppo bello per esser vero</strong>, e quindi senza alcuna possibilità di essere adottato in Italia; parafrasando il titolo di una bella canzone di Gianna Nannini, mi viene di dire: &#8220;bello e impossibile&#8221;!</p>
<p><strong>Mentre vengono proposti, di volta in volta, solo sistemi</strong> che restringono gli spazi di partecipazione e incentivano l&#8217;astensionismo, dimenticando il monito di Einaudi di cui ho già detto, ma anche quello, alquanto paradossale ma non meno significativo, dello scrittore francese Robert Sabatier, secondo cui «c&#8217;è un&#8217;azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare».[spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Enzo Palumbo</strong>, Critica liberale</p>
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		<title>Legge elettorale, errare humanum, perseverare diabolicum!</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/legge-elettorale-errare-humanum-perseverare-diabolicum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Oct 2017 20:19:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Del c.d. “rosatellum-bis” ho già affrontato il merito nel mio precedente articolo su NON MOLLARE del 2 ottobre, prima che fosse approvato dalla Camera, e non c’è granché in più da dire sul testo che ha assunto la nuova normativa elettorale dopo le irrilevanti modifiche apportate nel corso del suo primo passaggio parlamentare. C’è invece [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Del c.d. “rosatellum-bis” ho già affrontato il merito</strong> nel mio precedente articolo su NON MOLLARE del 2 ottobre, prima che fosse approvato dalla Camera, e non c’è granché in più da dire sul testo che ha assunto la nuova normativa elettorale dopo le irrilevanti modifiche apportate nel corso del suo primo passaggio parlamentare.</p>
<p><strong>C’è invece molto da dire sul metodo utilizzato nell’occasione</strong> e che sarà presumibilmente reiterato al Senato, se un minimo di resipiscenza non colpirà le istituzioni che a vario titolo vi saranno coinvolte. A questo punto, forse un po’ di storia non guasta.</p>
<p><strong>Il 28 aprile 2015, quando il governo Renzi</strong> decise di porre la fiducia alla Camera sulla legge elettorale, il c. d. italicum, erano passati più di sessantadue anni da quando, il 14 gennaio del 1953, il<strong> Governo De Gasperi</strong> aveva fatto la stessa forzatura istituzionale sulla <strong>c.d. “legge truffa”</strong>, una spregiativa definizione inventata in aula da Piero Calamandrei e che poi fece fortuna nella pubblicistica dell’epoca.</p>
<p><strong>Anche se c’è da dire che tanto truffaldina non era</strong>, visto che si limitava ad attribuire il 65% dei deputati al gruppo di partiti alleati (allora non si chiamavano coalizioni) che avesse raggiunto almeno il 50% + 1 dei voti validi, mentre la legge elettorale del Senato restava comunque proporzionale su base regionale.</p>
<p><strong>E quindi, quella legge non attribuiva la maggioranza</strong> del Parlamento alla prima delle minoranze, com’è poi accaduto col porcellum e poteva accadere con l’italicum, ma si limitava a rafforzare una maggioranza assoluta che un gruppo di partiti sperava di potere conseguire nelle urne, cosa poi neppure accaduta anche se per poche decine di migliaia di voti; insomma, una vera e propria garanzia di governabilità, non già un formale premio di maggioranza, che è istituto sconosciuto alle moderne democrazie.</p>
<p><strong>Sta di fatto che la Camera</strong>, non senza avere prima ampiamente discusso e anche approvato alcuni emendamenti, il 18 gennaio 1953 (dopo 57 sedute e 340 ore di discussione) diede la fiducia al Governo, provocando l’uscita dall’Aula delle opposizioni e le dimissioni di una parte dell’Ufficio di Presidenza (i comunisti La Rocca e Giolitti, ed i socialisti Targetti, Merloni e Guadalupi).</p>
<p><strong> Quando il progetto di legge approdò nell’Assemblea del Senato</strong>, dopo 42 sedute di Commissione, nella seduta dell’8 marzo 1953 il Governo reiterò la questione di fiducia, ma il Presidente Giuseppe Paratore (liberale), prendendo spunto dalla dichiarazioni appena rese in Aula da <strong>De Gasperi</strong>, affermò: «quindi questo non rappresenta un precedente»; e la stessa dichiarazione Paratore confermò nella seduta del giorno successivo in sede di approvazione del precedente verbale, mettendo così agli atti parlamentari che l’unico precedente in materia rimaneva quello del 1923, quando Mussolini aveva posto la fiducia sulla <strong>c.d. Legge Acerbo</strong>, che segnò l’inizio del piano inclinato verso il regime fascista in cui l’Italia sarebbe poi velocemente precipitata.</p>
<p><strong>Accadde poi che il Presidente del Senato Paratore</strong>, per protestare contro quell’anomala procedura che evocava un infausto periodo, fini per dimettersi, con ciò dimostrando che c’erano allora liberali disposti a sacrificare la propria posizione personale sull’altare della tutela delle istituzioni.</p>
<p><strong>La legge finì per essere approvata anche dal Senato</strong>, assenti le opposizioni, dopo 72 ore ininterrotte di discussione, con un blitz consumato nel pomeriggio della Domenica delle Palme del 29 marzo, senza neppure un vero e proprio voto di fiducia, con modalità inusitate che provocarono l’abbandono dell’Aula da parte del Segretario Generale e dei funzionari parlamentari, mentre il processo verbale di quella seduta, ultima della legislatura, non fu nemmeno approvato, perché pochi giorni dopo le Camere vennero entrambe sciolte.</p>
<p><strong>Tuttavia, che quello del 1953 non costituiva un precedente</strong> restò agli annali del Parlamento, cosicché da allora nessuno più ha osato porre la questione di fiducia su una legge elettorale: non nel 1993, quando venne approvata la<strong> legge Mattarella</strong>, poi passata alla storia come “mattarellum”; e neppure nel 2005, quando venne approvata la <strong>legge Calderoli</strong>, poi spregiativamente denominata “porcellum” ad opera della sulfurea ironia di <strong>Giovanni Sartori</strong>, che aveva tratto quello slogan denominazione che, in un impeto di sincerità, ne aveva dato il suo stesso autore.</p>
<p><strong>Ed è proprio in ragione di questa prassi negativa</strong>, non scalfita dal “non-precedente” del 1953 e poi durata per più di sessanta anni, è poi accaduto che la Giunta del Regolamento della Camera, nella seduta del 12 dicembre 2013 presieduta dalla <strong>Presidente Boldrini</strong>, quando si è trovata a discutere le modifiche al Regolamento, e sulla premessa che compito della Giunta era di proporre all’Assemblea «le modificazioni e le aggiunte al regolamento che l’esperienza dimostri necessarie» (art. 16, comma 3 Reg. Camera), ha convenuto all’unanimità sull’opportunità di modificare in particolare il comma 4 dell’art. 116, inserendovi espressamente ciò che sino allora era rimasto sottinteso, e cioè il divieto di porre la fiducia sui progetti di legge in materia costituzionale ed elettorale.</p>
<p><strong>Sappiamo poi che quella prassi ultrasessantennale</strong> è stata infranta una prima volta nella seduta del 28 aprile 2015, quando il Governo Renzi ha posto la fiducia sul progetto di legge elettorale c. d. italicum, e la Presidente Boldrini vi ha consentito, dimenticando la proposta della Giunta del regolamento alla quale lei stessa aveva partecipato; e non diversamente si è comportata pochi giorni fa, il 10 ottobre, sul rosatellum-bis, poi approvato a tamburo battente, appena due giorni dopo.</p>
<p><strong>Se pensiamo alla lunghissima e drammatica discussione del 1953</strong>, nel Parlamento di allora, e la confrontiamo con la frettolosa discussione dei giorni scorsi, verrebbe da dire, di questo Parlamento, “quantum mutatus ab illo”. E risulta incomprensibile come, ancora oggi, la Presidente della Camera si ostini ad affermare (come nei giorni scorsi ha fatto in una dichiarazione resa al Manifesto), che quella proposta della Giunta, non essendo stata approvata dall’Aula, non poteva precludere la fiducia sul progetto di legge elettorale, che è come affermare che quel divieto non vigerebbe neppure sulla materia costituzionale, anch’essa non espressamente citata nell’attuale testo dell’art. 116 del Regolamento della Camera.</p>
<p><strong>Insomma, sembra proprio che stia facendo di tutto</strong> per dimostrare l’eterna validità dell’antico detto ciceroniano secondo cui “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.</p>
<p>Mentre arrivo a comprendere il commento di domenica scorsa di Eugenio Scalfari, il quale non si stanca di ripetere, nei suoi editoriali domenicali su Repubblica, che non crede più (o forse non ha mai creduto) in una democrazia di popolo, e che il suo sistema politico preferito è una sorta di moderna oligarchia, neppure fatta dai migliori, alla quale vanno affidate le sorti del Paese attraverso leggi elettorali che siano funzionali a fare contare sempre di meno i più, e sempre di più i meno.</p>
<p>Grazie no, abbiamo già dato!</p>
<p><strong>Enzo Palumbo</strong>, <em>Non mollare</em> 16 ottobre 2017</p>
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		<title>Legge elettorale, si poteva fare peggio ma era difficile. Ecco perchè</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/legge-elettorale-si-poteva-fare-peggio-ma-era-difficile-ecco-perche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Oct 2017 12:24:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si poteva fare peggio, benché occorresse impegno. La legge Rosato (mettere tutto in “um” è un segno evidente di rincitrullimento collettivo) è così brutta da sollecitare due domande: a che serve? a chi giova? Le risposte non sono affatto ovvie. Telegrafica premessa: ci sono due famiglie di sistemi elettorali, con enormi differenze al loro interno, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Si poteva fare peggio, benché occorresse impegno</strong>. La legge Rosato (mettere tutto in “um” è un segno evidente di rincitrullimento collettivo) è così brutta da sollecitare due domande: a che serve? a chi giova? Le risposte non sono affatto ovvie.</p>
<p><strong>Telegrafica premessa</strong>: ci sono due famiglie di sistemi elettorali, con enormi differenze al loro interno, quella proporzionale e quella maggioritaria; la prima privilegia la possibilità, per l’elettore, di scegliere ciascun eletto, la seconda quella di scegliere chi governerà.</p>
<p>Il sistema Rosato riesce a impedire l’una e l’altra cosa. Ragguardevole.</p>
<p><strong>Un indizio per capire quel che sta succedendo</strong> lo si trova nel tema delle preferenze. Un tempo erano il male. Ci si dimentica che un referendum cancellò, a furor di popolo, la possibilità di esprimerne più di una. Ora sembrano, a taluni, l’essenza stessa della libertà.</p>
<p>Posto che si tratta di una legge di fine stagione, perché non hanno inserito la demagogica possibilità di scegliere fra i candidati? Perché quella e la sola cosa che i gruppi dirigenti di Pd, FI e Lega hanno a cuore: li vogliono scegliere loro.</p>
<p><strong>Gli ortotteri stanno montando la commedia</strong>, perché la cosa sta bene anche a loro, anzi, i frinenti sono i soli doppiamente favoriti: saranno il primo partito e possono menare il torrone dell’opposizione vociante. In quanto agli eletti, colà l’uno vale l’altro e tutti non contano niente.</p>
<p><strong>Quindi</strong>: serve a evitare che qualcuno vinca e governi da solo e giova a chi sceglierà la composizione dei gruppi parlamentari.</p>
<p><strong>Se penso che il populismo straccione</strong> cominciò a montare con pensose coscienze che condannavano l’invadenza delle segreterie dei partiti (quelli veri) e reclamavano l’autonomia e libertà dei parlamentari, mi sovvien l’eterno della disonestà e della stupidità.</p>
<p>Bene, cioè: male.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3.png"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-10793 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3.png" alt="" width="1024" height="512" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3.png 1024w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-250x125.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-400x200.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-768x384.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-650x325.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-150x75.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-800x400.png 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-300x150.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-24x12.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-36x18.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/10/Untitled-design-4-3-48x24.png 48w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p><strong>Ma oltre a varare l’ennesima legge elettorale che dovrà essere cambiata</strong>, perché questa roba non regge, quali saranno le conseguenze, nella prossima legislatura? Si accorgeranno che certi meccanismi sono trappole, nelle quali hanno già messo le zampe.</p>
<p><strong>Perché se dividi le due Aule in eletti</strong> con il proporzionale e con il maggioritario, spingendo e favorendo gli apparentamenti per la parte uninominale, poi ti trovi coniugi carnalmente congiunti che ancora caldi di letto elettorale andranno altrove a copulare.</p>
<p><strong>Dovrebbe essere un vizio</strong> (mi riferisco al trasformismo parlamentare), ma è la prima volta che lo trovo scritto in una legge, come previsione di condotta. Capiterà perché nessuno prenderà la maggioranza assoluta degli eletti, quindi si dovranno fare governi di coalizione.</p>
<p><strong>Talché se si prefigura un Pd-FI sarà la Lega a ritrovarsi un alleato fedifrago</strong>, ma capiterà anche nel caso (il cielo non voglia) che ci si ritrovi con una maggioranza parlamentare composta da pentastellati ed ex separatisti divenuti nazionalisti. Come la giri la giri, il responso delle urne verrà tradito.</p>
<p><strong>Dicono gli stolti</strong>: come nella prima Repubblica. Manco per idea: in quel sistema ciascuno contava solo per sé, non c’erano coalizioni (previste dalla legge del 1953, ma solo per chi avesse preso la maggioranza assoluta dei voti, cosa che non avvenne), ed era chiaro, come in Germania, che i governi si fanno in Parlamento.</p>
<p>Nessun tradimento.</p>
<p><strong>Infine</strong>: perché il voto di fiducia? Paolo Gentiloni lo aveva capito fin dall’inizio, tanto che disse: il governo non c’entra nulla con la legge elettorale, fatela in Parlamento. Ha dovuto invertire la rotta.</p>
<p><strong>Perché? </strong>Per due ragioni: <strong>la prima è che il Quirinale</strong> non intendeva assistere all’ennesimo tentativo fallito e approssimarsi alle urne con quella roba bislacca di due sistemi diversi, entrambe figli di due diverse sentenze costituzionali; <strong>la seconda è che, alla Camera più che al Senato</strong>, la maggioranza della legge elettorale sarebbe stata assai diversa da quella di governo, il che, alla vigilia della legge di bilancio, avrebbe creato un problema enorme.</p>
<p>Avremo il Rosato e non servirà a nulla. Si poteva fare peggio, ma non era facile.</p>
<p>Davide Giacalone, 13 ottobre 2017</p>
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		<title>&#8220;Caro Stella, a distanza di un quarto di secolo, condivido ancora quelle mie considerazioni&#8230;&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jun 2017 08:43:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe benedetto]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Gian Antonio Stella scrive della legge elettorale sul Corriere della Sera e cita Giuseppe Benedetto[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Doppio turno con ballottaggio per i sindaci? Non sarà perfetto, ma funziona</h3>
<p><strong>Una polpetta lanciata «alla muta dei cani affamati di vere riforme»</strong>. Così nel luglio 1992 <strong>il liberale Giuseppe Benedetto</strong> liquidò la proposta dell’elezione diretta del sindaco voluta dai «riformatori dell’ultim’ora, conservatori da sempre», consci di «non poter frenare del tutto l’ansia di rinnovamento che c’è nel Paese».</p>
<p><strong>Che il paese fosse in ebollizione è certo</strong>. A febbraio l’arresto di Mario Chiesa aveva aperto la stagione di Mani Pulite e via via che emergevano nuovi dettagli, nuovi inquisiti, nuovi arresti, montava una collera così diffusa da spingere i partiti a inventarsi qualcosa.</p>
<p><strong>E lì finirono</strong>: sui primi cittadini eletti direttamente. Una proposta non originalissima (Giuseppe Tatarella ne parlava dal 1984, Claudio Martelli dal 1985) ma che sotto la spinta dei referendari di Mario Segni e dell’incalzante cronaca giudiziaria passò «a tamburo battente» il 25 marzo 1993. Il giorno dopo la notizia che gli avvisi di garanzia a Bettino Craxi, il quale aveva minacciato fuoco e fiamme «se un solo sindaco fosse eletto dal popolo», erano saliti a 11, quelli a Severino Citaristi a 21.</p>
<p><strong>Pareva davvero una riforma fatta</strong> (anche) per placare gli animi. Eppure…</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">«L’elezione diretta del sindaco è una bella ventenne», scriveva tre anni fa Stefano Ceccanti su <span style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">Huffington post</span>. <strong>Bellissima forse no, perché di limiti nel corso del tempo se ne sono visti</strong>. Ma è indiscutibile che il bilancio è buono e il sistema elettorale che oggi torna a esser utilizzato per il ventiquattresimo anno consecutivo, ha dato prova di funzionare meglio di tante altre riforme fatte, demolite e buttate via.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><strong>Certo, la «stagione dei sindaci»</strong> che sembrò fiorire nel ‘93, quando Paolo Mieli scrisse che per la prima volta si sarebbe votato «più per gli uomini che per i partiti» e trovò in questa svolta la speranza lì cominciasse «un lungo viaggio verso la rigenerazione politica del Paese», è finita da un pezzo. Purtroppo.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><strong>Decine di sindaci sono stati inquisiti, processati, condannati</strong>. Centinaia sono stati imposti di fatto dai partiti coi più vecchi sistemi clientelari. Migliaia si sono rivelati una delusione. Diversi hanno dovuto andarsene, come Ignazio Marino a Roma o Massimo Bitonci a Padova, perché sfiduciati dalle maggioranze. Insomma: la ricetta perfetta per la buona politica non c’è.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><strong>Il nuovo sistema, però, ha consentito anche ad outsider</strong> liquidati dai partiti come «perdenti», di imporsi e vincere. Ha imposto alcuni volti nuovi di spessore. Ha permesso l’irruzione in terre dominate da mafia, camorra e ‘ndrangheta la felice irruzione di donne e uomini che mai avrebbero potuto altrimenti sfondare.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">Uno per tutti, il «sindaco pescatore» di Pollica, <strong>Angelo Vassallo</strong>. Assassinato sette anni fa.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;">In ogni caso, <strong>scriveva il costituzionalista Tommaso E. Frosini nel 2003</strong>, i fatti dimostrano che «questo sistema ha consentito che ci fosse governabilità, stabilità ed efficienza di governo negli enti locali». Magari non sempre, questa efficienza.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><strong>Ma almeno chi amministra è costretto a metterci la faccia</strong>. Ed esporsi al giudizio dei cittadini. Mica poco, in un paese che non ce la fa, da anni, a darsi una legge elettorale condivisa.</p>
<p style="font-style: inherit; font-weight: inherit;"><strong>Eppure, forse ha ragione Mario Segni</strong>: «Non facciamoci illusioni: fosse passato il proporzionale sarebbe passata alla fine anche l’abolizione del sindaco eletto direttamente…». Possibile?</p>
<p><strong>Gian Antonio Stella</strong>,<em> Il Corriere della Sera</em> 11 giugno 2017</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Caro Stella, le confesso che non ricordavo quelle mie considerazioni. Devo dire che, a distanza di un quarto di secolo, le condivido ancora.</em></p>
<p style="text-align: left;"><em>Giuseppe Benedetto</em></p>
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		<title>Dal ’48 ai «101» di Prodi Anatomia del franco tiratore che si esalta affossando</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dal-48-ai-101-di-prodi-anatomia-del-franco-tiratore-che-si-esalta-affossando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pierluigi Battista]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jun 2017 13:45:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge elettorale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il trionfo del franco tiratore è quando sente che ci sono tanti franchi tiratori insieme a lui: un cecchino, alla fine muore, ma tanti cecchini determinano le sorti di una battaglia. Senza appalesarsi, galvanizzandosi nel segreto, nella manovra nascosta, nelle trame invisibili. Che poi, quando vanno a segno, come è accaduto ieri con la legge [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il trionfo del franco tiratore è quando sente</strong> che ci sono tanti franchi tiratori insieme a lui: un cecchino, alla fine muore, ma tanti cecchini determinano le sorti di una battaglia. Senza appalesarsi, galvanizzandosi nel segreto, nella manovra nascosta, nelle trame invisibili.</p>
<p>Che poi, quando vanno a segno, come è accaduto ieri con la legge elettorale, sono il massimo della soddisfazione: <strong>l’immensa goduria del franco tiratore</strong>.</p>
<h3>Giovanni Leone, Andreotti, Scalfaro</h3>
<p><strong>La goduria di quell’anonimo poeta</strong> che in rima vergò la sua scheda demolitrice contro Amintore Fanfani candidato al Quirinale nel 1971: «Nano maledetto, non sarai mai eletto». E non fu eletto.</p>
<p><strong>Uno dei tanti candidati democristiani alla Presidenza della Repubblica</strong> caduti sotto i colpi micidiali dei franchi tiratori che nelle elezioni a scrutinio segreto si esaltano, si insinuano nel gioco delle correnti con una raffinatezza programmatica che soltanto i più esperti giocatori di biliardo sanno decifrare.</p>
<p><strong>Esiste tutta una letteratura sul trionfo del franco tiratore</strong> che fa perdere il Quirinale al presunto predestinato. C’è l’elezione del primo presidente della Repubblica che Alcide De Gasperi avrebbe voluto che fosse Carlos Sforza, che però era considerato un massone e un libertino dall’austera sinistra dossettiana e finì straziato dai cecchini: e arrivò <strong>Luigi Einaudi</strong>.</p>
<p><strong>Poi fu il turno dell’impallinamento via franco tiratore di Giovanni Leone</strong> nel ’64, che però si rifece nel ’71 battendo il favorito Fanfani, che ci rimase assai male.</p>
<p><strong>Poi i fasti e le tragedie del 1992</strong> quando bisognava votare il sostituto di Francesco Cossiga in un clima intossicato tra Tangentopoli che stava inabissando il sistema della Prima Repubblica e l’offensiva stragista della mafia. Per Arnaldo Forlani, massacrato dai franchi tiratori, fu un’agonia politica.</p>
<p>Il nome di <strong>Giulio Andreotti</strong> aleggiava come un falchetto sull’aula dove erano riuniti i grande elettori per il Quirinale ma la strage di Capaci sconvolse tutti i giochi e alla fine il nome prescelto fu quello di <strong>Oscar Luigi Scalfaro</strong>, malgrado gli sforzi di Giovanni Spadolini.</p>
<h3>Craxi e Marini</h3>
<p><strong>I franchi tiratori erano l’incubo della Prima Repubblica</strong>. O meglio, erano l’incubo di chi ne subiva il cecchinaggio, ma era un grande sfogo per chi nel segreto dell’urna destabilizzava, distruggeva, manovrava, disintegrava sogni e ambizioni. <strong>Ma non è che nella Seconda, di Repubblica, i franchi tiratori non abbiano avuto i loro momenti di gloria. </strong></p>
<p>Per esempio, nel 2008 quando bisognava eleggere il presidente del Senato dopo la risicatissima ma proprio risicatissima vittoria del centrosinistra di Prodi, sul nome di <strong>Franco Marini</strong> (per lui non sarà l’ultima volta nel mirino del franco tiratore) si accese una battaglia molto complicata per cui <strong>i seguaci di Clemente Mastella</strong> nel segreto dell’urna, sotto il catafalco in cui i senatori dovevano apporre il loro voto, decisero di scrivere sulla scheda <strong>«Marini Francesco»</strong> che era un modo bizantino per annullare e mandare un segnale a chi di dovere.</p>
<p><strong>Poi i «Marini Francesco» divennero «Marini Franco»</strong> e la manovra del franco tiratore ebbe fine e soddisfazione. Poi venne il giorno, nell’aprile del ’93, del respingimento segreto dell’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, e la sera stessa il popolo dei forcaioli si radunò sotto l’albergo Raphael, quartier generale socialista, per colpire con le monetine chi era stato salvato dal Parlamento.</p>
<p><strong>Proprio quel Craxi che aveva combattuto epiche battaglie</strong> per riformare i regolamenti parlamentari e ridurre le occasioni del voto segreto, anticamera di accordi consociativi inconfessabili con il Pci.</p>
<p><strong> Da allora, da quello scrutinio pro-Craxi</strong>, e senza quelle fastidiose lucette verdi e rosse che dicono troppo su chi vota per cosa, i voti per le autorizzazioni all’arresto di parlamentari sono rimasti le occasioni più ghiotte per gli accordi e le manovre invisibili.</p>
<p>Ma poco prima, nel primo atto ufficiale del neonato Pds nato sulle ceneri del Pci, alla fine del gennaio 1991 a Rimini il voto segreto dei franchi tiratori colpì con durezza <strong>Achille Occhetto</strong> che non fu eletto subito segretario del partito.</p>
<p><strong>Per poi arrivare, nel 2013</strong>, alla grande sagra del franco tiratore che riunito in un esercito di 101 cecchini del Pd, sbarrò la strada del Quirinale a<strong> Romano Prodi</strong>, dopo aver anche seppellito nei giorni precedenti le ambizioni presidenziali di Franco (con Francesco) Marini.</p>
<p><strong>Il franco tiratore si acquatta, scompare ma mai del tutto</strong>. Nel segreto dell’urna, del resto, nessuno può vedere. Solo il capocorrente sì. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 9 giugno 2017</p>
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