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	<title>lavoro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>lavoro Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Occupazione, non c’è niente da festeggiare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 13:29:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nuovi dati divulgati da Eurostat certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/occupazione-non-ce-niente-da-festeggiare/">Occupazione, non c’è niente da festeggiare</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20250415-1">nuovi dati divulgati da Eurostat</a> certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra questi, l’Italia è certamente capofila, per via di problemi strutturali che divengono sempre più profondi. Le rilevazioni, infatti, confermano il triste e ormai cronico primato negativo del nostro Paese, saldamente fanalino di coda continentale. Pur riportando una crescita su base annua dello 0,8%, l’occupazione italiana, che nel 2024 si è attestata al 67,1%, mantiene un divario sostanziale con la media europea, salita abbondantemente sopra il 75%. A farle compagnia, tra gli ultimi della classe, solo Grecia e Romania. Il nostro Paese rimane maglia nera anche in tema di lavoro femminile, risultando occupate meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni.</p>
<p>Non stupisce dunque che Bankitalia dipinga un quadro cupo per il futuro del Paese, temendo un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/bankitalia-il-pil-crollera-del-9-entro-il-2050-senza-una-maggiore-partecipazione-al-mondo-del-lavoro-202504151707405673?refresh_cens">crollo del 9% del Pil italiano</a> da qui al 2050, esattamente a causa della scarsa partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, altra categoria in cui l’Italia incarna l’anello debole d’Europa. A gennaio 2025, infatti, risultava <a href="https://www.eunews.it/2025/03/04/disoccupazione-ue-stabile-italia-piu-alta/">disoccupato il 18,7% dei nostri ragazzi</a> tra i 15 e i 24 anni, contro una media UE del 14,6%. Per fornire una misura decisamente più concreta del fenomeno, nel 2024 i nostri under 35 hanno <a href="https://www.linkiesta.it/2025/01/lavoro-giovani-italiani/">perso quasi 160mila occupati</a>. In un Paese in cui vivono quasi 200 anziani ogni 100 ragazzi, è un dato che suggella il dramma del nostro inverno demografico. Di contro, infatti, gli occupati over 50 sono cresciuti di 378mila unità: di nuovo, un segnale apparentemente positivo, dietro cui si celano tuttavia l’invecchiamento della popolazione e la più lunga permanenza dei lavoratori sul mercato, dovuta all’aumento dell’età pensionabile.</p>
<p>La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico, già sotto la pressione di un allarmante rapporto di 1,4 lavoratori per pensionato, è ulteriormente provata dal crollo verticale della natalità. Nel 2024, infatti, l’Italia ha registrato un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/crollo-delle-nascite-nuovo-minimo-storico-per-l-italia-nel-2024-quasi-10-mila-culle-in-meno-202503311137297384?refresh_cens">nuovo minimo storico di nascite</a>, con quasi 10.000 bebè in meno su base annua e un rapporto di 1,18 bambini per donna: in questo caso, solo Spagna e Malta fanno peggio di noi. A corollario, le <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/calo-demografico-italia-2024">rilevazioni divulgate lo scorso mese dall’ISTAT</a> certificano anche la riduzione della popolazione residente in Italia per il decimo anno consecutivo, con un calo di 37mila unità nel solo 2024.</p>
<p>La mancanza di lavoratori, soprattutto giovani, ha ripercussioni notevoli anche sulla <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/produttivita-italia-unione-europea-grafici">produttività italiana</a>, in costante calo e il cui indice nel 2023 si attestava al valore di 101, ben al di sotto della media europea di 106. Il nodo più drammatico, tuttavia, rimane quello dei salari reali, che nel nostro Paese <a href="https://www.fanpage.it/politica/perche-litalia-e-lunico-paese-del-g20-in-cui-i-salari-sono-diminuiti-cosi-tanto/">non crescono da oltre trent’anni</a>. Al contrario, dal 2008 al 2024, hanno riportato una riduzione drastica, di circa l’8,7%: più che in tutti gli altri Paesi del G20, conferendo all’Italia anche il primato di <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/24_maggio_09/in-italia-si-guadagna-meno-che-nel-1990-e-l-unico-paese-ue-dove-i-salari-reali-sono-scesi-il-grafico-741356f1-2bd7-46de-b0af-1717f28c6xlk.shtml">unico Paese dell’UE in cui si sono persino contratti</a>. Non va certamente meglio in termini di salari nominali, ove la <a href="https://it.euronews.com/business/2024/12/24/classifica-dei-guadagni-medi-in-europa-quali-sono-i-paesi-che-pagano-di-piu">nostra retribuzione media corretta</a> è di circa 32mila euro l’anno: di 5mila euro inferiore alla media europea, pari a circa 37mila. Una tragedia che, in una spirale recessiva, deprime ulteriormente la natalità e incentiva la fuga di giovani italiani all’estero, alla ricerca di retribuzioni più idonee, causando un ulteriore invecchiamento della popolazione.</p>
<p>In definitiva, come spesso accade, la decontestualizzazione di un dato è funzionale soltanto alla sua strumentalizzazione. Il rischio palpabile è che certi toni trionfalistici forniscano un alibi al rinvio di quelle riforme strutturali che non possiamo più permetterci di rimandare.</p>
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		<title>Si va verso un lavoro più qualificato ma serve un nuovo contratto sociale. In Fondazione Einaudi presentato “Tra uomo e macchina”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Dec 2024 18:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Varie]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Tra uomo e macchina” è il titolo del secondo libro curato dal professor Gianluca Sgueo nell’ambito di un progetto di ricerca triennale, dedicato alle tecnologie digitali, che il Ministero dell’Università ha affidato alla Fondazione Luigi Einaudi attraverso il CNR. La presentazione del rapporto ha avuto luogo questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Einaudi. “L’utilizzo dell’intelligenza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Tra uomo e macchina” è il titolo del secondo libro curato dal professor Gianluca Sgueo nell’ambito di un progetto di ricerca triennale, dedicato alle tecnologie digitali, che il Ministero dell’Università ha affidato alla Fondazione Luigi Einaudi attraverso il CNR. La presentazione del rapporto ha avuto luogo questa sera nell’Aula Malagodi della Fondazione Einaudi.<br />
“L’utilizzo dell’intelligenza artificiale anche nelle scelte politiche si è rapidamente fatto largo nel corso degli anni”, ha detto il segretario generale della Fondazione Einaudi, Andrea Cangini. “Si prevede che nel futuro prossimo moriranno molte professioni, mentre altre ne nasceranno. Cresceranno le grandi aziende mentre le PMI, meno competitive, rischieranno di trovarsi fuori dal mercato”. Di sicuro, ha sottolineato, “si va verso la richiesta di lavoro sempre più qualificato”.</p>
<p>Serve un nuovo contratto sociale nella misura in cui, per via dei nuovi strumenti digitali di cui oggi disponiamo, sta cambiando la biologia e la neurologia delle persone e stanno cambiando le dinamiche sociali. Il concetto di reddito universale, sviluppato pragmaticamente, diventa oggi uno degli elementi su cui necessariamente dibattere. “L’integrazione al mondo del lavoro dell’AI non si appresta a determinare un aumento dei salari medi degli utilizzatori, ma semmai una riduzione”, ha detto l’autore del libro, Gianluca Sgueo. “Ci stiamo spostando verso delle competenze ibride che per noi rappresentano delle novità, ma questo mi consente di dire che ci avvicineremo presto all’istituzione di figure in grado di coniugare competenze diverse”. Nel momento in cui abbiamo una tecnologia che sostituisce o integra le funzioni di lavoratori dal livello medio alto, ha però sottolineato Sgueo, “è chiaro che ci troviamo di fronte alla necessità di ridare forma al modello sociale. È necessario un nuovo contratto sociale che consenta ai lavoratori di poter sopperire, su altri fronti, a potenziali riduzioni salariali”.</p>
<p>Per il direttore del Master <em>Relazioni Istituzionali e Human Capital</em> alla Luiss Business School, Francesco Delzio, “la straordinaria velocità del cambiamento è tale da non poter prevedere il cambiamento nei prossimi mesi, figuriamoci nei prossimi anni. Registro però – ha sottolineato &#8211; un notevole livello di preoccupazione e impreparazione del sistema produttivo italiano. A preoccupare i nostri imprenditori è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro (il famoso milione e mezzo di posti di lavoro vacante) e il mismatch tra l’aspettativa che hanno del mondo del lavoro le persone che oggi vi entrano, coloro che sono tra i 20 e i 40 anni, e ciò che concretamente si trovano davanti. La prima richiesta che oggi viene fatta dai lavoratori alle aziende è la flessibilità, richiesta che quasi mai viene soddisfatta. Oggi è subentrata l’idea di costruire un ambiente di lavoro qualitativo in cui poter conciliare lavoro e vita privata: il tema non è più lavorare molto o poco, ma lavorare meglio”.</p>
<p>“Quello della sburocratizzazione dovrebbe essere un tema centrale in una discussione di questo tipo”, ha detto Riccardo Fratini, ricercatore in Diritto del Lavoro presso l’Università di Roma Tre. “Se i sistemi automatizzati rendono la vita dell’imprenditore sempre più facile, quando ha a che fare con le macchine, e la burocrazia la rende sempre più difficile quando si ha a che fare con gli uomini, quella di digitalizzare totalmente diventa una scelta ancora più vantaggiosa”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Schiavitù e convenienza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/schiavitu-e-convenienza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jun 2024 12:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[evasione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro nero]]></category>
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		<title>Abrogare il Jobs Act non è nell’interesse dei lavoratori</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/abrogare-il-jobs-act-non-e-nellinteresse-dei-lavoratori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Elsa Fornero]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 May 2024 16:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[jobs act]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[sindacati]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un periodo in cui quasi tutti (a cominciare dai politici) sentono il bisogno di misurare frequentemente la popolarità e il consenso di cui godono sarebbe ingiusto biasimare Maurizio Landini per il suo referendum abrogativo di alcune norme in materia di lavoro, e soprattutto del Jobs Act di Matteo Renzi. In democrazia, infatti, il voto dei cittadini va sempre visto con favore, soprattutto se la discussione che ne accompagna il percorso di avvicinamento è autentica e di merito. In questo caso, però, è lecito nutrire qualche dubbio. I quattro quesiti referendari – per i quali si è aperta il 25 aprile la raccolta delle 500 mila firme – sono complessi, perché complessa e controversa è la materia. Non sarà facile spiegarli ai cittadini mentre è facile prevederne un&#8217;interpretazione quasi solo in chiave ideologica e propagandistica, pro o contro la riforma renziana. Questa riforma è lungi dall&#8217;essere perfetta (nessuna lo è) ma non può essere considerata responsabile dei tanti problemi del mercato italiano del lavoro. Almeno sotto il profilo della quantità – cioè dell&#8217;aumento del numero di occupati – il mercato sembra infatti avere imboccato la strada giusta nell&#8217;ultimo anno. I meriti di tale risultato positivo sono peraltro attribuibili non tanto, o non solo, al governo attuale ma anche alle riforme di governi passati e – cosa che spesso si dimentica – all&#8217;Unione Europea per il Pnrr, l&#8217;unico grande piano che davvero può servire ad aumentare e migliorare stabilmente il lavoro.</p>
<p>La preoccupazione per un nuovo scontro ideologico (sono già troppi quelli che distolgono attenzione ed energie dai problemi reali del Paese) vale soprattutto per il primo quesito referendario, che vorrebbe (si perdoni il bisticcio) &#8220;cancellare la famigerata cancellazione&#8221; dell&#8217;art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e quindi reintrodurlo, sia pure nella forma modificata dalla riforma del 2012 (ossia la riforma Monti-Fornero), anche con estensione alle aziende con meno di 15 dipendenti (ma con minimo di 5). Sarebbe per conseguenza abolito il contratto a tutele crescenti, introdotto dal Jobs Act nel 2015 per i nuovi assunti, a tempo indeterminato ma senza la prospettiva del reintegro in caso di licenziamento illegittimo, reintegro sostituito da un indennizzo crescente con l&#8217;anzianità di servizio. Gli altri quesiti sono piuttosto di carattere tecnico-giuridico ma tra di essi spicca l&#8217;introduzione della responsabilità del committente per gli infortuni in caso di appalti e subappalti, tema purtroppo molto attuale ma che potrebbe benissimo essere affrontato, senza troppi indugi, con una legge ordinaria.</p>
<p>La tutela del singolo posto di lavoro è senz&#8217;altro aspirazione comprensibile e giusta, ma attribuirle il ruolo centrale sembra un passo indietro nella storia e un ulteriore distanziamento dagli altri Paesi europei, dove il reintegro non è previsto eppure sia l&#8217;occupazione sia i salari sono più elevati e dove il lavoro autonomo di necessità (per mancanza di alternative) è assai meno frequente. La domanda che ci si deve allora porre è: quanto gioverebbe ai lavoratori una vittoria del sì al referendum? La risposta è incerta, come sempre in economia, ma diventa un chiaro &#8220;no&#8221; se, invece di rivolgersi solo ai lavoratori, si tenesse conto anche degli aspiranti tali e di chi, pur essendo in età di lavoro e senza impedimenti di salute, un&#8217;occupazione non ce l&#8217;ha e non la cerca attivamente. Si tratta di persone scoraggiate, demotivate, spesso isolate, come i giovani che non studiano né lavorano (i Neet) che rappresentano all&#8217;incirca il 20 per cento degli italiani tra i 15 e i 35 anni, un nostro tristissimo primato. Oppure di persone che, per vari motivi, non mettono la loro indipendenza economica tra le loro priorità, un problema soprattutto femminile, che contribuisce a spiegare – insieme alla carenza di servizi pubblici per le attività di cura – il grande divario occupazionale delle donne italiane rispetto a quelle degli altri Paesi europei.</p>
<p>È molto improbabile che il ritorno all&#8217;articolo 18 possa servire ad aumentare stabilmente e sensibilmente il nostro tasso di occupazione, mentre ricreerebbe i vecchi divari tra i protetti e gli esclusi. Gli strumenti necessari sono altri e conosciuti da tempo, ma poco o punto tradotti in realtà. Si tratta di un dialogo serrato e collaborativo tra scuola e imprese per aumentare la corrispondenza tra le competenze necessarie alle imprese e quelle fornite dal sistema educativo; della predisposizione di servizi di orientamento scolastico e professionale e di efficaci programmi di alternanza scuola-lavoro; dei servizi di cura atti a liberare il tempo delle donne. In altri termini, l&#8217;art. 18 guarda agli occupati, che stanno al numeratore del tasso di occupazione ma non facilita il passaggio di quanti – privi di lavoro e quindi presenti solo nel denominatore – vorrebbero transitare anche al numeratore, ossia essere occupati.</p>
<p>L&#8217;altro grande, strutturale problema italiano sono i livelli salariali comparativamente bassi, stazionari da troppo tempo e, soprattutto, diminuiti negli ultimi anni per effetto dell&#8217;inflazione. Anche in questo caso, non sarebbe il successo del referendum a risolvere il problema, mentre sarebbero utili il salario minimo legale per i lavoratori marginali; il rinnovo dei contratti collettivi senza eccessivi ritardi; migliori prospettive di carriera per i giovani e per le donne, e valorizzazione dei contratti integrativi, più sensibili alla produttività. I bassi salari italiani da lavoro dipendente sono imputabili alla bassa produttività di moltissime piccole imprese, particolarmente nel settore dei servizi; al basso numero di ore lavorate di molti lavoratori part-time; alla stagionalità del lavoro in settori, come il turismo, fortemente cresciuti dopo il Covid; alla scarsa dinamica delle carriere che finisce per schiacciare la struttura salariale. Tutte le cause strutturali qui sopra elencate richiedono uno sforzo di lungo periodo e non una crocetta sul quesito di un referendum anacronistico. Nella migliore delle ipotesi la crocetta sarebbe come togliere le foglie avvizzite dell&#8217;albero malato senza occuparsi delle malattie alle radici e delle azioni necessarie per risolverle.</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/05/06/news/tornare_allarticolo_18_spaccherebbe_il_paese-14278586/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>CantieraBile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cantierabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Feb 2024 18:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è possibile che a ogni morto sul lavoro – che messi assieme fanno una strage – si sentano sempre le stesse parole. Forse non c’è altro da dire, ma non è possibile si ripeta che faremo regole più severe e controlli più frequenti. Perché le regole devono essere ragionevoli e i controlli regolari. Non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è possibile che a ogni morto sul lavoro – che messi assieme fanno una strage – si sentano sempre le stesse parole. Forse non c’è altro da dire, ma non è possibile si ripeta che faremo regole più severe e controlli più frequenti. Perché le regole devono essere ragionevoli e i controlli regolari. Non serve – ha ragione il ministro Nordio – l’ennesima specificazione dell’omicidio. Serve che la sicurezza sia la normalità.</p>
<p>Se in un luogo di lavoro c’è scarsa attenzione al rispetto delle regole è facile che ciò si rifletta anche sulla sicurezza. Ma se quando l’assenza di sicurezza genera incidenti mortali e già le prime indagini mettono in evidenza irregolarità che poco hanno a che vedere con la sicurezza, ne deriva che quelle irregolarità sono molto diffuse. Con il che serve a poco promettere regole più severe, che avrebbero un senso se quelle più lasche fossero state rispettate e si fossero dimostrate inefficaci.</p>
<p>Una delle cose più utili, nel prevenire incidenti, è la formazione dei lavoratori. Non si tratta (soltanto) dei corsi formali, spessissimo vissuti – e non a torto – come perdite di tempo e rotture di scatole. Sia dai datori che dai lavoratori. Si tratta dell’acquisire la consapevolezza dei rischi e delle tecniche, talché si cresca in responsabilità ed esposizione ai potenziali rischi, oltre che in retribuzione, all’acquisizione di maggiori competenze. Il che ha senso se c’è stabilità del posto di lavoro. Se gli operai cambiano di continuo tutto questo diventa solo esercizio parolaio.</p>
<p>Nel disgraziato cantiere fiorentino – sulla cui tragedia è aperta l’inchiesta e si spera che la giustizia non si seppellisca negli anni – sappiamo già della presenza di immigrati irregolari. Non clandestini, almeno per quel che è noto, ma irregolari nel senso che almeno uno di loro aveva chiesto il permesso di soggiorno, gli era stato rifiutato e aveva fatto ricorso. Come si pensa che possa campare, pendente il ricorso? Proverà a lavorare, che è anche la migliore e più onesta delle ipotesi. Ma senza neanche la possibilità di aspirare alla stabilità e all’acquisizione di capacità. È morto. È morto da aspirante regolarizzato. E faremmo bene a sentirla come una colpa collettiva.</p>
<p>Perché li fanno lavorare in quelle condizioni? Intanto perché lavorare è un loro bisogno e poi perché la manodopera scarseggia e quella che c’è la si utilizza come si può. Quindi abbiamo una colpa collettiva per i lasciati appesi nella terra di nessuno dei ricorsi e ne abbiamo un’altra per non avere fatto entrare un numero sufficiente di lavoratori. Perché quelle sono mansioni svolte prevalentemente da immigrati. E se hanno fatto dei lavori edili nel vostro condominio conosco già la vostra obiezione: non prevalentemente, ma esclusivamente. Questa doppia colpa produce una sicura irregolarità in potenzialmente tutti i cantieri. E le irregolarità sono contagiose: una produce l’altra.</p>
<p>Occorrerebbero più controlli? Certamente. Ma se le irregolarità sono diffuse, se le regole stesse finiscono con il produrle, allora i più numerosi controlli o diventano uno strumento punitivo delle imprese o innescano un fenomeno degenerativo dei controllori. E siccome non si può mettere un controllore a controllare l’altro che controlla, non resta che puntare sulla loro responsabilità: sia per i controlli non effettuati che per quelli effettuati con gli occhi appannati. Ma questo ha un senso se si dispone di una macchina giudiziaria che funziona, altrimenti la responsabilità resta uno spauracchio. Un Paese che vara un bonus al 110%, moltiplica le aziende edili, mette sui ponteggi gente che non c’è mai stata, fino a quando finiscono i ponteggi e ci si appende per aria, non rimedia agli scompensi mandando più ispettori, perché dovrebbe prima di tutto farsi ispezionare il sistema legislativo.</p>
<p>Se ci tocca sentire sempre le stesse parole, al ripetersi di ogni tragedia, è perché dove l’irregolarità ha una sua regolare diffusione la pretesa della regolarità diventa o una inutile invocazione o un blocco della produzione. E a ogni morto sul lavoro muore un pezzo di civiltà del diritto e di prosperità produttiva.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Il lavoro c’è, a mancare sono i lavoratori</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Tucci e Giorgio Pogliotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Apr 2023 15:58:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella filiera turistica e nel commercio quest’anno (rispetto al 2022) servono circa 560mila lavoratori [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella filiera turistica e nel commercio quest’anno (rispetto al 2022) servono circa 560mila lavoratori in più, considerando anche l’indotto ma il 40%potrebbero essere di difficile reperimento. Parliamo di 230mila profili che non si trovano sul mercato soprattutto per mancanza delle competenze richieste dalle imprese.</p>
<p>Obiettivo più crescita Sono questi i principali numeri contenuti nell’Osservatorio Terziario e Lavoro dell’Ufficio Studi di Confcommercio, presentato ieri a Roma all’apertura del Forum: «Per creare nuova occupazione – sostiene il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli – servono, prima di tutto, più crescita e più produttività. E, naturalmente anche la costruzione di un compiuto sistema di politiche attive, utile per favorire l’incontro tra domanda e offerta». In 27 anni, cioè dal 1995 a oggi, gli occupati sono aumentati di 1,2 milioni di unità: tutti i grandi aggregati produttivi hanno perso, salvo il terziario di mercato che ha generato oltre 2,7 milioni di posti di lavoro. Durante la pandemia i servizi hanno patito di più; poi c’è stato un forte recupero soprattutto del turismo(sottovalutato anche dagli «esperti»), ma l’operazione non è ancora completata come si evince anche dai consumi delle famiglie del 2022 ancora sotto di 20 miliardi rispetto al 2019, di cui 13 persi da alberghi, bar e ristoranti.</p>
<p>La spinta dei contratti stabili Lo scorso anno, escludendo lavoratori domestici, agricoltura e Pa, il terziario di mercato ha contato il 64,5% dell’occupazione totale e il 79,5% di quella indipendente (il settore, quindi, è una “palestra” di autoimprenditorialità). Senza dimenticare che i servizi occupano il 61,7% del totale lavoro dipendente. E ancora: degli 1,77 milioni di nuovi occupati nella fase di recupero post-pandemico, 1,36 milioni appartengono ai servizi, cioè il 76,6%. Il lavoro indipendente non ha completamente recuperato e il deficit si concentra nelle professioni e nei trasporti (la crisi non è stata uguale per tutti). Il divario nella struttura delle tipologie di contratto per grandi aggregati è 70,2% contro 86,3% tra terziario non stagionale (che comunque comprende una quota di attività stagionali, come gli stabilimenti balneari) e industria e attività finanziarie e creditizie. I contratti stagionali si riferiscono ad alloggio e ristorazione (il 30,6% delle forme contrattuali del macro settore). Il 55,2% di tutti i contratti a tempo indeterminato sono siglati nel terziario di mercato.</p>
<p>Tra giugno 2020 e giugno 2022 l’incremento totale del tempo indeterminato è stato di 685mila unità, pari al 39% dell’incremento occupazionale con qualsiasi contratto; di questi 685mila, 468mila appartengono al terziario di mercato (cioè il 69%). Anche per i servizi, quindi, la reazione alla pandemia è stata di puntare sul tempo indeterminato. Economia incerta, fare le riforme Passando allo scenario economico, Confcommercio evidenzia come la questione energetica abbia messo a dura prova il Paese, creando danni a famiglie e imprese. A questo proposito, i pur confortanti segnali di riduzione del costo delle forniture di energia, osservati di recente, non devono far dimenticare che la spesa energetica complessiva delle imprese del terziario di mercato si attesterà, nel 2023, a circa 38 miliardi, ancora molto al di sopra dei 13miliardi del 2021.</p>
<p>Il peggio sembra passato, ma resta una sostanziale incertezza dello scenario internazionale, come resta confermato il rallentamento dell’economia mondiale. E questo vale anche per l’Italia, che, secondo le stime di Confcommercio, avrebbe chiuso il primo trimestre con un Pil sostanzialmente stabile e che presenta una prospettiva di crescita per il 2023 poco sotto l’1%, un risultato che verrebbe leggermente migliorato il prossimo anno. Il Pnrr fa fatica a decollare, i consumi restano deboli (nella media del 2022, sono ancora sotto di quasi venti miliardi di euro rispetto al 2019), e il credito è più caro, con il rialzo dei tassi di interesse. A prezzi costanti, prosegue Confcommercio, neppure alla fine del 2024 avremo recuperato i livelli aggregati di Pil e consumi (dei residenti) del 2007; sulle stime dei valori reali pro capite «aiuta» la crisi demografica: nonostante questo (aspetto disastroso) mancherebbero ancora 145 euro di Pil a testa e 480 euro di consumi. Tuttavia, un segnale positivo è che l’economia italiana arriva a questo rallentamento in ottima salute, avendo mostrato, nel biennio 2021-2022, una capacità di reazione eccezionale e inattesa, con una crescita superiore anche a quella dei nostri principali partner internazionali.</p>
<p>«Dobbiamo lavorare per costruire una nuova e più forte fase di sviluppo, proprio per evitare di ripiombare nell’incubo degli zero virgola – ha chiosato Sangalli –. All’appello manca poi il grande tema delle riforme, a cominciare da quella fiscale. Bisogna poi puntare su politiche attive e formazione. Il Pnrr infine. Inflazione, prezzi ed emergenze energetiche rendono necessario l’adeguamento strutturale del Piano. Bisogna fare presto e bene perché l’occasione non va sprecata».</p>
<p><a href="https://ntpluslavoro.ilsole24ore.com/art/terziario-allarme-manodopera-necessari-560mila-lavoratori-piu-AEXk1pID"><em><strong>Il Sole 24 Ore</strong></em></a></p>
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		<title>Lavorabile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lavorabile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 14:13:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[settimana lavorativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Cgil propone di portare la settimana lavorativa a 4 giorni. La Uil dissente e propone gli stessi giorni, ma meno ore di lavoro, a parità di salario. Non si tratta di proposte praticabili, i riferimenti a esperienze estere sono a sperimentazioni minimali e comunque non in Paesi seriamente industriali. Al di là di questo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Cgil propone di portare la settimana lavorativa a 4 giorni. La Uil dissente e propone gli stessi giorni, ma meno ore di lavoro, a parità di salario. Non si tratta di proposte praticabili, i riferimenti a esperienze estere sono a sperimentazioni minimali e comunque non in Paesi seriamente industriali. Al di là di questo, non credo sia nell’interesse dei lavoratori e mi pare prevalga l’equivoco.</p>
<p>In Italia ci sono pochi occupati (anche se siamo ai massimi da anni, ma restiamo sotto la media Ue) e molti disoccupati, ma la realtà produttiva non è che ci siano molti lavoratori per pochi posti di lavoro, ma molti posti di lavoro che non trovano lavoratori. L’assurdo va colmato con la formazione e non incentivando l’inoccupazione (sommata al lavoro nero). In ogni caso, se lavorassero meno quanti producono si otterrebbe solo meno produzione e meno ricchezza, che si sposterebbe dove è più conveniente. Può essere interesse dell’investitore, non del lavoratore.</p>
<p>Dietro la diminuzione della quantità di lavoro, come anche dietro la possibilità di farlo da remoto, si possono nascondere finzioni, trappole e opportunità. Quando è l’azienda a proporre meno ore di lavoro (come è capitato con una banca) vuol dire che ha più personale di quanto gliene serva, non può licenziarlo e prova a risparmiare sui costi di gestione, lasciandoli a casa. Un modello disfunzionale e quando andranno in pensione non saranno rimpiazzati. Poi c’è la versione della pura inefficienza: che il dipendente stia in ufficio o altrove cambia solo per il barista sottostante. In quel caso è l’intero ramo che deve essere ristrutturato o tagliato, non stabilire dove ciascuno e appollaiato e per quanto tempo. Anche perché si tratta spesso di uffici pubblici, quindi di costi per il contribuente (che sarebbe il lavoratore superstite). Ma c’è anche il lato positivo, lavorabile: se quel che chiedo al dipendente è un risultato, il che comporta una buona organizzazione produttiva, non m’interessa quanto si ferma in un posto, ma il prodotto che genera. Benissimo, ma occhio alla trappola: rischia di lavorare il doppio e ovunque, non la metà. Che è poi quello che facciamo in tanti autonomi e artigiani.</p>
<p>Diverse grandi aziende hanno già contrattualizzato l’elasticità e, per esempio, puoi guadagnare di più con gli straordinari o garantendo reperibilità, oppure scegli di lavorare meno e guadagnare meno. Ma che si guadagni di più o uguale lavorando meno è una battuta di spirito, se non si lavora sul lavorabile, su formazione e innovazione.</p>
<p>In ogni caso non può valere per tutti i lavoratori e farlo credere è un raggiro. In tante piccole e medie aziende non ci sono i margini per praticare riduzioni del lavoro e suppongo si voglia sempre trovare qualcuno al pronto soccorso, senza per questo pagare dieci volte il numero delle persone necessarie (ammesso che si trovino). Infine, segnalo una singolare contraddizione: da una parte si vuole liberarsi dal lavoro, come fosse un danno, dall’altra si teme che l’automazione ci liberi troppo dalla necessità di lavoratori. Il che ci porta al nocciolo dell’arretratezza culturale.</p>
<p>Il una società più ricca e libera aumenta l’elasticità del lavoro, non costringendo (troppo) e non impedendo di lavorare sodo, ma il sindacato e la politica chiamano “precariato” questa liberazione. Mentre in una società meno libera è necessaria più subordinazione lavorativa, che ha come compensazione le garanzie contrattualizzate. Volere le seconde per sprigionare le prime significa non avere capito nulla del lavoro e della trasformazione produttiva, quindi non sapere rappresentare gli interessi dei lavoratori. Il primo dei quali è la formazione, la scuola, per guadagnare di più accrescendo il valore di ogni ora lavorata e lasciando libero ciascuno di stabilire a quante intende giungere.</p>
<p>Se la maggioranza degli iscritti ai sindacati sono pensionati e i voti si raccolgono promettendo spesa assistenziale è perché il lavoro e la sua cultura hanno perso rappresentanza. Ci sono idee lavorabili e altre che sono arretratezze regressive.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-3-marzo-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Contrattare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrattare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 09:28:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[contratti]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, se non in regresso, mentre in Francia sono cresciuti del 31.1% e in Germania del 33.7. Messa così, non resta che aumentare i salari ben oltre l’inflazione. Ma messa così non funziona affatto.</p>
<p>Cominciamo dall’inflazione. Diversi governanti italiani e qualche significativa voce dal mondo imprenditoriale hanno (inopportunamente) criticato la Banca centrale europea per il rialzo dei tassi d’interesse, destinato a contrastare l’inflazione. La Bce sbaglia, dicono, perché l’inflazione europea è importata e aumentare i tassi non la farà scendere, mentre rallenta la crescita. Sempre che non inneschi la recessione. Purtroppo, però, l’inflazione di base, quella interna e non importata, è proprio quella che non accenna a scendere e si colloca oggi attorno al 5%. Se i salariati recuperassero il potere d’acquisto perso con l’inflazione ciò comporterebbe una spinta inflattiva, pertanto taluni chiedono, accorgendosene o meno, una cosa e il suo contrario.</p>
<p>Ma mettiamo che questo problema non esista e prendiamo come esempio il contratto della scuola, che riguarda all’incirca 900mila persone. Sono disponibili subito 300 milioni, più altri 100, per finanziare i rinnovi, ma questo solo a patto di prendere i soldi che erano stati accantonati, dal governo Draghi, per premiare il merito. Quindi, se si usano per il contratto di tutti, si cancellano per il merito di molti. Dopo avere iscritto il merito nel nome del ministero, un suggestivo testacoda.</p>
<p>Altro esempio illuminante, il contratto dei collaboratori domestici. Qui i numeri sono più scivolosi, ma siamo intorno ai 2 milioni di lavoratori. L’inflazione colpisce tutti, ma per i salari più bassi può comportare rinunce dolorose. E questi lavoratori hanno salari bassi. Solo che a pagarli non è il “kapitale” o il “padronato”, bensì le famiglie, abitate da altri lavoratori. Se recuperano l’inflazione i dipendenti si impoveriscono i datori, che magari non la recuperano. Si aggiunga che i numeri sono scivolosi perché quasi il 59% di questo mercato è irregolare. Il che non è dovuto solo a “normale” evasione, ma anche a distorsione fiscale: se il reddito del dipendente cresce “troppo” egli perde benefici d’esenzione, per cui è spesso il dipendente stesso a chiedere l’irregolarità. E se si sta parlando di una persona che ha guadagnato la fiducia della famiglia, magari badando ad un anziano, rinunciarci e sostituirlo è difficile.</p>
<p>Rimettendo in fila i pezzi: a. l’inflazione c’è, erode il potere d’acquisto, inseguirla è molto pericoloso, quindi non ha senso scagliarsi contro le politiche anti inflattive; b. è vero che i salari non hanno tenuto il passo europeo, ma neanche la produttività l’ha tenuto; c. se vogliamo che le cose funzionino dobbiamo piantarla di credere sia giusto pagare tutti allo stesso modo e per anzianità, ma serve accantonare quattrini per premiare il merito; d. se per accontentare il lavoratore si finisce con l’accoppare il datore il salario sparisce.</p>
<p>Ciò comporta, proprio ora che si rinnovano i contratti, ove si voglia cambiare e riprendere a far correre sia i salari che la produttività, capire che i primi non sono indipendenti dalla seconda. Come capire che non possono essere indipendenti le pensioni e se continuiamo a favorire i pensionamenti il mitico “cuneo fiscale” non cala manco a cannonate. Legare il salario alla competitività, il premio al raggiungimento dei risultati, aiuterebbe a vivere in un mercato più giusto, più rispettoso delle persone e più dinamico. Il sindacato avrebbe il diritto/dovere di vigilare il nesso. Le imprese di investire. Il governo avrebbe il dovere di eliminare gli ostacoli. Rivendicare senza riformare porta a stagnare, impoverendo tutti.</p>
<p><em><strong>La Ragione</strong></em></p>
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		<item>
		<title>L’inutile corsa del gambero dei democratici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linutile-corsa-del-gambero-dei-democratici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chicco Testa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jan 2023 15:07:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Assistenzialismo]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
		<category><![CDATA[produttività]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=61846</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono parole che sono scomparse nel lessico del Pd.  Parole su cui è stata fondata la stagione migliore del Governo dell&#8217;Ulivo con Prodi, presidente del Consiglio, Ciampi ministro del Tesoro e Bersani all&#8217;Industria. Le parole sono in ordine di importanza: crescita, produttività, debito. Crescita prima di tutto per un Paese che non cresce da ormai 20 anni, con rare eccezioni, e senza la quale, questo è l&#8217;insegnamento della migliore tradizione socialdemocratica, non vi è nulla da distribuire, le entrate fiscali languono, le famiglie in situazione di povertà aumentano e l&#8217;ascensore sociale, la speranza di una vita migliore, che ha fatto grande l&#8217;Italia dei nostri padri, si arresta o addirittura regredisce.</p>
<p>La produttività, quella di sistema, è una delle condizioni della crescita e il debito purtroppo ne costituisce un limite che, se non tenuto sotto controllo, costringe lo Stato ad impegnare cifre sempre maggiori del suo bilancio per pagare gli interessi e lo sottopone al rischio spread che solo le politiche interventiste della BEI e della UE hanno fino ad oggi scongiurato. Il differenziale con altri Paesi si misura in decine di miliardi che ogni anno vengono sottratti agli investimenti e alla spesa sociale. Destra e sinistra hanno da questo punto di vista molte cose in comune. Attingere al debito pubblico per accontentare segmenti crescenti del proprio (presunto) elettorato.</p>
<p>Crescita e lavoro vanno insieme, crescita e giustizia sociale vanno insieme, liberando risorse per la contrattazione sindacale e assicurando risorse fiscali per le grandi riforme a cominciare da quella della scuola, vera officina delle pari opportunità. Invece il problema viene affrontato dalla coda. Rivendicare maggiore uguaglianza, concetto per altro superato dalla migliore tradizione socialdemocratica con quello più complesso e realistico delle &#8220;pari opportunità&#8221;, in un Paese che si impoverisce, è la corsa del gambero. Con una inevitabile conseguenza, evidente nel Pd attuale.</p>
<p>Lo spostamento dell&#8217;attenzione sulle politiche assistenziali, che anziché essere usate con la necessaria parsimonia e in modo selettivo, invadono ogni campo. Pensioni, reddito di cittadinanza, bonus di ogni genere (persino quello per acquistare le macchinetta per rendere frizzante l&#8217;acqua potabile), nazionalizzazioni di aziende decotte. Così quello che dovrebbe essere il partito del lavoro diventa il partito del lavoro che non c&#8217;è, e quindi il partito degli assistiti. La società civile perde ogni autonomia e diventa sempre più dipendente dallo Stato. L&#8217;Italia si meridionalizza. Anche il modo scolastico e propagandistico con cui si è affrontata la transizione ecologica senza alcuna approfondita riflessione sull&#8217;impatto economico sul Paese e soprattutto sulle classi più deboli, ulteriormente colpite da aumenti di costi con effetti chiaramente regressivi dal punto divista fiscale, mostra più il tentativo di trovare a tutti i costi un nuovo ancoraggio ideologico piuttosto che una ragionata strategia.</p>
<p>È rimasto scolpito nella memoria il tweet di Letta contro il gas poco tempo prima che scoppiasse la crisi ucraina che ci ha ricordato in modo esemplare come si produce energia in Italia e in Europa. Persino i Verdi tedeschi mostrano un tasso di realismo e consapevolezza superiori di quello che dovrebbe essere un grande partito socialdemocratico. L&#8217;Italia ha bisogno di un Pd autorevole. Che non ha bisogno di alcuna rifondazione o nuovo inizio. Parole tipiche di chi, come dicono a Milano, cerca di tirarsi su facendo leva sulle proprie bretelle. Operazioni infantili come se fosse possibile rinascere ogni volta che qualche cosa va storto, un sogno adolescenziale, anziché fare un bilancio critico, responsabile e aggiustare il tiro.</p>
<p>Capisco, ma ovviamente non condivido la tentazione di auto confinarsi in un recinto identitario e garantirsi così una stentata sopravvivenza. Passando dalla vocazione maggioritaria a quella di rappresentanza di ceti minoritari prevalentemente assistiti. Gli operai, i lavoratori dipendenti guardano al sodo e sono già da un&#8217;altra parte con buona pace di Landini e dei 5 Stelle. Per non parlare dei milioni di autonomi, fra cui la migliore gioventù, che sogna l&#8217;intrapresa e accetta il rischio. Ma a questa Italia il Pd non guarda più. Non vuole più interpretare lo spirito della nazione che lavora e crea ricchezza. Eppure è quello che fa in molti dei luoghi dove amministra da anni e da decenni e dove questa capacità gli viene riconosciuta. Lo ha detto bene Gori su queste pagine. Forse ricominciare dalla parte positiva della propria storia potrebbe essere il modo giusto. In politica, come in ogni intrapresa umana, si parte dalle idee. E quelle attuali del Pd mi sembrano, in grande parte povere e già (auto)condannate all&#8217;irrilevanza.</p>
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<p><a href="https://www.repubblica.it/cultura/2023/01/11/news/chicco_testa_crisi_sinistra_linutile_corsa_del_gambero_dei_democratici-383078406/"><strong><em>La Repubblica</em></strong></a></p>
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		<title>Socialmente (in)utile</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/socialmente-inutile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 17:44:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Valditara]]></category>
		<category><![CDATA[Violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo. Un tempo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo.</p>
<p>Un tempo la sospensione era una misura assai temuta. Intanto perché macchiava il percorso scolastico, escludeva dalle lezioni e poteva preludere a una bocciatura. Ora non si boccia nessuno, quindi è una minaccia farlocca. Poi perché essere bocciati significava impiegare un anno in più prima di andare a lavorare, ovvero impoverirsi. Ora ti danno i soldi se non lavori. Infine perché a casa i genitori ti avrebbero severamente punito. Mentre ora stanno dalla parte del pargolo manesco e testone.</p>
<p>Socialmente utile sarebbe che la scuola torni a funzionare e le famiglie tornino a educare. Il resto è vaniloquio propagandistico.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-23-novembre-2022/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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