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	<title>israele Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>israele Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La tregua non è la pace</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-tregua-non-e-la-pace/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jan 2025 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-tregua-non-e-la-pace/">La tregua non è la pace</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/m5XHTdvUT0k" width="914" height="514" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>Il paradosso della Corte penale internazionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-paradosso-della-corte-penale-internazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 May 2024 15:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sconvolto dalla spaventosa carneficina della Prima Guerra Mondiale, il presidente statunitense Woodrow Wilson pensò di poter riuscire a scongiurare per sempre i conflitti armati tra gli Stati. Nacque così, sulla scorta di una forte spinta idealistica, la Società delle Nazioni, progenitore dell’Organizzazioni delle Nazioni Unite, l’Onu. Parallelamente, nel 1927, il Trattato Briand Kellog, che prese [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sconvolto dalla spaventosa carneficina della Prima Guerra Mondiale, il presidente statunitense Woodrow Wilson pensò di poter riuscire a scongiurare per sempre i conflitti armati tra gli Stati. Nacque così, sulla scorta di una forte spinta idealistica, la Società delle Nazioni, progenitore dell’Organizzazioni delle Nazioni Unite, l’Onu. Parallelamente, nel 1927, il Trattato Briand Kellog, che prese il nome dal ministro degli Esteri francese e da quello americano, fissò all’articolo 6 il principio di crimini contro la pace.</p>
<p>L’obiettivo era per così dire ambizioso, se non visionario: mettere letteralmente al bando la guerra, rigettando una volta per tutte la nota definizione del barone von Clausewitz secondo cui i conflitti armati altro non sono che “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Non funzionò. Gli Stati continuarono a combattersi come nulla fosse, ma per poterlo fare legittimamente, e per convincere opinioni pubbliche sempre piu “pacifiste”, presero l’abitudine di demonizzare l’avversario. La guerra smise, dunque, di essere una modalità della politica, per assumere una connotazione etica quasi religiosa. La mostrificazione del nemico, invariabilmente narrato come la personificazione del Male assoluto, rese di conseguenza difficile far passare il concetto di pace negoziata: con il Diavolo, nessun accordo è moralmente concepibile.</p>
<p>Ne discese il fatto che le guerre divennero sempre più lunghe e sanguinose, non potendo tendenzialmente che concludersi con la distruzione totale del nemico. Paradosso simile è attribuibile alla Corte penale internazionale entrata in funzione del 2002 nella città olandese de L’Aia. Applicata alle relazioni internazionali, la logica penale produce infatti effetti indesiderati. Primo tra tutti il fatto che il capo di Stato o 2di governo contro il quale verrà spiccato un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra non avrà alternative se non quella di proseguire la guerra e rimanere in ogni caso, e con ogni mezzo, abbarbicato al potere.</p>
<p>La pace o il cambio di regime per il “criminale internazionale” coinciderebbero infatti con la perdita della libertà personale. A ventiquattr’ore di distanza dalla controversa condanna da parte della Corte penale internazionale dei capi di Hamas così come del presidente di Israele Benjamin Netanyahu, giova ricordare che i tempi della giustizia sono fisiologicamente più lunghi dei tempi della politica: affidare al diritto penale la soluzione dei conflitti armati tra gli Stati significa allontanare il momento in cui le ferite provocate dalle guerre al tessuto internazionale si potranno infine cicatrizzare.</p>
<p><em><strong>Formiche.net</strong></em></p>
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		<title>Il “pacifismo” di Wojtyla ha poco in comune con quello di Papa Francesco</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-pacifismo-di-wojtyla-ha-poco-in-comune-con-quello-di-papa-francesco/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 09:04:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Pacifismo]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In vista del decimo anniversario della canonizzazione, durante l’udienza generale di mercoledi scorso Papa Francesco si è rivolto a San Giovanni Paolo II chiedendogli di “intercedere” presso Dio affinché “ci porti il dono della pace per la quale egli, come Papa, si è tanto impegnato”. Si è trattato, però, di un impegno piuttosto diverso da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In vista del decimo anniversario della canonizzazione, durante l’udienza generale di mercoledi scorso Papa Francesco si è rivolto a San Giovanni Paolo II chiedendogli di “intercedere” presso Dio affinché “ci porti il dono della pace per la quale egli, come Papa, si è tanto impegnato”. Si è trattato, però, di un impegno piuttosto diverso da quello dell’attuale pontefice. Papa Wojtyla non fece dell’equidistanza rispetto ai belligeranti una regola ed ebbe un approccio “politico” più che ideologico rispetto ai conflitti. Sono note la sua scelta di campo e la sua febbrile attività filo occidentale ai tempi della Guerra Fredda. Un’attività a tutti gli effetti politica. “Tutto ciò che è successo nell’Europa orientale non sarebbe stato possibile senza Giovanni Paolo II”, disse Mikhail Gorbačëv a Muro crollato e Unione Sovietica dissolta. Un’attività, e ancor prima una postura, che portò il Pontefice a coltivare un intenso rapporto con Herry Kissinger, al quale chiese anche aiuto per introdurre la geopolitica e le relazioni internazionali nei seminari di formazione dei chierici.</p>
<p>La teologia, evidentemente, non bastava. Giovanni Paolo II predicava la pace, naturalmente, ma talvolta dava l’impressione di non aver del tutto rimosso il concetto di “guerra giusta” elaborato da Sant’Agostino e dopo 1500 anni rigettato dal Concilio Vaticano II. Concilio che però, nella Costituzione apostolica Gaudium et spes, ai paragrafi 79 e 80 condanna la guerra, ma ammette che «fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un&#8217;autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa». “Non sono un pacifista”, disse Papa Wojtyla durante la Guerra del Golfo, che pure criticò duramente. E non fu esattamente “pacifista” l’atteggiamento che ebbe rispetto alla guerra nell’ex Jugoslavia. Rimase choccato dal massacro dei civili bosniaci a Srebrenjca, non fu indifferente alla sorte del popolo croato. Nel dicembre del 92 intervenne alla Conferenza internazionale sulla nutrizione della FAO e disse: “La coscienza dell’umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale”. Nasce così il diritto all’ingerenza. Concetto formalizzato dal cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano il 7 agosto 1992: “Per frenare queste guerre, recare soccorso alle popolazioni e per indagare sulle accuse di atrocità in campi di concentramento, per i quali la Santa Sede ha notizie più che sicure, gli Stati europei e le Nazioni Unite hanno il dovere e il diritto di ingerenza, per disarmare chi vuole uccidere”.</p>
<p>Il 2 novembre 1993 Sua Santità ribadì il concetto, ufficializzandone il principio, in una celebre intervista a Jas Gawronski de La Stampa. La mise così: «Quello che io voglio dire è che in caso di aggressione, bisogna togliere all&#8217;aggressore la possibilità di nuocere. È una differenza forse sottile, ma secondo la dottrina tradizionale della Chiesa la guerra giusta è solamente quella di difesa». La Chiesa di Papa Giovanni Paolo II, dunque, fu capace di una distinzione fondamentale: condannava la guerra dell’aggressore ma legittimava la guerra dell’aggedito. Non esattamente la posizione di Papa Francesco.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/04/27/news/papa_francesco_si_appropria_della_pace_di_wojtyla_impropriamente-15738680/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Il nuovo Sessantotto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-nuovo-sessantotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Rampini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Apr 2024 13:47:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’America sente nell’aria un nuovo Sessantotto. A temerlo è soprattutto il partito democratico, visti i precedenti. Nel Sessantotto «originale» c’era la guerra del Vietnam; oggi c’è Gaza. Alla Columbia University di New York per la prima volta le autorità accademiche hanno chiamato la polizia nel campus, in occasione di proteste filo-palestinesi, e ci sono stati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’America sente nell’aria un nuovo Sessantotto. A temerlo è soprattutto il partito democratico, visti i precedenti. Nel Sessantotto «originale» c’era la guerra del Vietnam; oggi c’è Gaza. Alla Columbia University di New York per la prima volta le autorità accademiche hanno chiamato la polizia nel campus, in occasione di proteste filo-palestinesi, e ci sono stati cento arresti. L’università continua a essere perturbata e deve spostare in remoto una parte dei corsi. Pure Yale e Harvard, atenei di élite, sono in situazioni simili. In altre parti del Paese non è raro che i cortei blocchino il traffico, esasperando i pendolari. La protesta si radicalizza, si rinnovano gli atti di antisemitismo e le aggressioni contro studenti ebrei. La solidarietà con il popolo palestinese, l’indignazione per la tragedia umanitaria in atto nella Striscia, spesso si accompagna ad un aperto sostegno alla violenza di Hamas. Quando il 13 aprile l’Iran lanciò 350 missili e droni alla volta d’Israele, in un raduno giovanile americano la notizia provocò subito un boato di entusiasmo (s’ignorava in quel momento che il bombardamento non avrebbe quasi fatto vittime). Le manifestazioni politiche penetrano perfino nei luoghi di lavoro, ne ha fatto le spese un’azienda-simbolo come Google: 28 licenziati per aver organizzato un sit-in di protesta in ufficio.</p>
<p>Il paragone con il Sessantotto si focalizza su quel che potrebbe accadere in agosto a Chicago. La città di Barack Obama sarà la sede della convention democratica che proietterà Joe Biden verso la volata finale della campagna elettorale. Le organizzazioni pro-Hamas si organizzano fin d’ora per stringere d’assedio la convention: accusano Biden di appoggiare un genocidio fornendo aiuti militari a Israele.</p>
<p>Cinquantasei anni fa si tenne un’altra convention democratica a Chicago. Anno terribile: erano stati assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy; il regime comunista del Vietnam del Nord aveva lanciato «l’offensiva del Tet»; diverse città americane erano in preda a disordini razziali. La convention democratica attirò un mare di manifestanti contro la guerra — per lo più studenti universitari che non l’avrebbero combattuta (avevano il diritto di rinviare la chiamata alle armi per laurearsi; in Vietnam morivano i figli degli operai). La polizia reagì con estrema durezza. Furono giornate di caos, gli americani vedevano nei notiziari serali scene da guerra civile. Impaurita, l’opinione pubblica moderata si spostò a destra. A novembre di quell’anno vinse la corsa alla Casa Bianca il repubblicano Richard Nixon, sconfiggendo il democratico Hubert Humphrey. Il presidente uscente Lyndon Johnson, anche lui democratico, aveva preferito non ricandidarsi, vista la débâcle del Vietnam e la crescente ostilità alla guerra nel suo partito.</p>
<p>Un’altra analogia con il Sessantotto chiama in causa Pierpaolo Pasolini. Lui compose una celebre poesia, in occasione degli scontri di Valle Giulia a Roma: si schierò con i poliziotti, figli di proletari, contro gli studenti figli di borghesi che li attaccavano. In America oggi «rivive Pasolini». L’epicentro della contestazione si trova in atenei da settantamila dollari di retta annua. Fra gli studenti fermati dalla polizia, e subito rilasciati, si distinguono figli di celebrity, rampolli di politici e di banchieri. Le star di Hollywood portano solidarietà agli studenti. Chi indossa la divisa invece non ha studiato a Harvard, e probabilmente voterà per Trump anche se è black o figlio di immigrati latinos.<br />
C’è ancora un’altra somiglianza con gli eventi di cinquantasei anni fa. Gli studi sociologici su quella grande rivolta giovanile evidenziarono che la generazione dei «sessantottini» era la prima cresciuta nel benessere. L’esplosione della contestazione era figlia del boom economico che aveva anche creato nuovi bisogni, potere d’acquisto, consumismo e libertà giovanili senza eguali nella storia. Oggi la Generazione Z, come si definiscono i nati fra il 1997 e il 2012, è beneficiata anch’essa da un benessere senza precedenti. Negli Stati Uniti la metà di questa generazione ha già un lavoro; la disoccupazione giovanile è ai minimi. La Generazione Z americana che è già attiva ha incassato aumenti di stipendi pari al 13% annuo, più di quanto hanno conquistato le altre fasce di età. È anche — a differenza che nel Sessantotto — ben rappresentata nei luoghi del potere Usa: un’inchiesta del settimanale The Economist ha censito ben seimila chief executive aziendali ventenni e mille politici loro coetanei.</p>
<p>Al tempo stesso la Generazione Z è afflitta da un’epidemia di ansietà, depressione, suicidi, disturbi psichici di varia natura. Alcuni esperti mettono sotto accusa i danni dei social media. Altri puntano il dito su una cultura apocalittica: il catastrofismo sul cambiamento climatico, l’idea che l’umanità intera soffre per colpa di noi occidentali, non favoriscono una visione serena del futuro. Il paradosso è che la Generazione Z già maggioritaria nei Paesi emergenti, dall’India all’Africa, è molto più ottimista della nostra. Quali riflessi avrà tutto ciò sull’elezione americana di novembre? Chicago sarà un remake del caos che regalò all’America la presidenza Nixon? Il 5 novembre i giovani pro-Hamas voteranno per qualche candidato indipendente e radicale (Robert Kennedy Junior, Cornel West) privando Biden di consensi decisivi? Nella misura in cui andrà a votare, anche questa generazione potrà avere un impatto smisurato sulla storia.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_aprile_23/dietro-l-america-in-piazza-819c4828-9b02-4750-a21f-450f0b243xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dalla Russia all’Iran, quando le guerre sortiscono risultati contrari a quelli voluti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dalla-russia-alliran-quando-le-guerre-sortiscono-risultati-contrari-a-quelli-voluti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Apr 2024 16:00:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Salvo rare, rarissime eccezioni, è dai tempi della guerra britannica all’Argentina per il controllo delle Isole Falkland che i conflitti armati falliscono gli obiettivi che si erano prefissi. Accade più spesso che, in ossequio a quella che i politologi chiamano eterogenesi dei fini e gli antichi greci chiamavano nemesi, le guerre sortiscano effetti radicalmente contrari [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Salvo rare, rarissime eccezioni, è dai tempi della guerra britannica all’Argentina per il controllo delle Isole Falkland che i conflitti armati falliscono gli obiettivi che si erano prefissi. Accade più spesso che, in ossequio a quella che i politologi chiamano eterogenesi dei fini e gli antichi greci chiamavano nemesi, le guerre sortiscano effetti radicalmente contrari a quelli voluti. Emblematico il caso ucraino. Prima del febbraio 2022, la Nato era considerata da più d’uno tra i suoi stessi membri un’alleanza moribonda e sostanzialmente fuori dal tempo, da Obama in poi gli Stati Uniti si stavano programmaticamente ritirando dal mondo, l’Europa non era mai stata così affrancata dall’influenza americana.</p>
<p>Poi, il 24 febbraio, Vladimir Putin ebbe la bella idea di invadere l’Ucraina. Doveva essere una guerra lampo; un conflitto finalizzato ad aggiungere un tassello territoriale al redivivo impero russo su modello sovietico, ad ufficializzare la marginalità dell’Alleanza Atlantica, a proiettare l’ombra dell’orso russo su un’Europa ormai sottratta al protettore americano. Non uno di questi obiettivi si è realizzato. Anzi, di ciascuno si è realizzato l’esatto contrario: dopo due anni, la guerra è ancora in corso; l’Alleanza Atlantica non è mai stata così carica di energie e di futuro, tanto da attrarre paesi storicamente neutrali come la Svezia e la Finlandia; gli Stati Uniti si sono parzialmente riappropriati del proprio ruolo storico di gendarme planetario e la vecchia Europa si è ritrovata nuovamente sotto l’influenza politica americana. Un capolavoro. O, meglio, una perfetta eterogenesi dei fini. Qualcosa del genere sembra, anche se è ancora presto per dirlo, accadere oggi in Medio Oriente. Lo suggeriscono almeno quattro dati di fatto. Le centinaia di missili e di droni lanciati dall’Iran sul territorio israeliano hanno provocato un’unica vittima, restituendo di conseguenza alle strutture tecnologiche e di intelligence dello Stato ebraico il prestigio di cui godevano prima della spaventosa debacle del 7 ottobre. L’attacco diretto ha ricompattato la comunità internazionale attorno ad Israele, eclissando almeno per qualche giorno il dibattito sulla presunta sproporzione della reazione israeliana a Gaza. Se, armando la mano di Hamas, l’obiettivo dell’Iran era quello di far saltare il riconoscimento diplomatico di Israele da parte di paesi arabi come gli Emirati, il Bahrein, il Sudan e il Marocco realizzato nell’agosto 2020 dall’amministrazione Trump con gli Accordi di Abramo, l’offensiva iraniana ne ha invece rivitalizzato il senso, tanto da indurre la Giordania a schierare le proprie batterie antiaeree in difesa di Israele e l’Arabia Saudita a mettere a disposizione dello Stato ebraico i propri sistemi radar, come del resto hanno fatto anche gli Emirati Arabi. Osserviamo, infine, che tradizionali alleati di Teheran come Cina, Quatar e Russia non hanno avallato l’iniziativa bellica, preferendo invece lanciare accorati appelli alla moderazione.</p>
<p>Se, come diceva Agatha Christie, tre indizi fanno una prova, in questo caso di indizi ne abbiamo già quattro. Cinque, volendo prendere per buona la testimonianza del palestinese Sami al-Ajrami, il quale su Repubblica scrive che “a Gaza solo il 10% della popolazione pensa che l’Iran sia un alleato affidabile”. Disponiamo, dunque, di materiale sufficiente per ipotizzare che, come la guerra di Putin all’Ucraina, anche la guerra dell’Iran ad Israele sia soggetta a quell’eterogenesi dei fini che, assecondando il capriccio degli dei, tante volte in passato ha scompaginato i disegni e agitato i sonni di una moltitudine di capi di Stato e di governo, democratici o autoritari che fossero.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2024/04/17/news/dallucraina_alliran_la_nemesi_delle_guerre-15661084/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dalla-russia-alliran-quando-le-guerre-sortiscono-risultati-contrari-a-quelli-voluti/">Dalla Russia all’Iran, quando le guerre sortiscono risultati contrari a quelli voluti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-schlein-come-il-papa-invoca-la-pace-senza-dire-come/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Feb 2024 10:49:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Elly Schlein]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Pacifismo]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realismo, procede a tentoni lungo i labirinti dell’utopia. I capi religiosi possono, e per certi aspetti [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è sempre da preoccuparsi, o quantomeno da scoraggiarsi, quando un leader politico parla come fosse il Papa. C’è da preoccuparsi, o da scoraggiarsi, perché, quando accade, significa che la politica ha smarrito la bussola e, abbandonata la via del realismo, procede a tentoni lungo i labirinti dell’utopia. I capi religiosi possono, e per certi aspetti debbono, lasciarsi guidare dall’etica dei principi; i capi politici debbono, o meglio dovrebbero, seguire unicamente l’etica della responsabilità. Ovvero, adattare i principi alle loro possibilità concrete di realizzazione e quando enunciano gli uni preoccuparsi sempre di indicare le altre.</p>
<p>Intervistata dal Corriere della Sera, Elly Schlein ha parlato come fosse il Papa. Cosa significa, infatti, appellarsi al governo italiano affinché assuma una “iniziativa di pace” in Medio Oriente? Mistero. Se la segretaria del Pd ritiene che a minacciare la pace sia il presidente israeliano Benjamin Netanyahu, le sue parole lasciano intendere che la capacità di persuasione del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani sia superiore a quella del segretario di Stato americano Antony Blinken. Il che appare francamente improbabile. Se invece ritiene che a minacciare la pace sia l’indisponibilità di Hamas a rilasciare gli ostaggi sequestrati dopo il pogrom del 7 ottobre, beh, avrebbe fatto meglio a dirlo chiaramente. Ma non l’ha fatto. E non è francamente probabile che fosse questo il senso del suo tanto accorato quanto generico appello. E allora, che senso ha avuto l’uscita “pacifista” di Elly Schlein? Semplice, non ha avuto alcun senso. Alcun senso politico.</p>
<p>Era già capitato a Matteo Salvini rispetto alla guerra in Ucraina. Più volte il leader della Lega ha invocato la “pace” citando il Papa, più volte ha teorizzato una non meglio identificata “soluzione diplomatica” in apparente sintonia con la Santa Sede. Un atteggiamento irresponsabile, che mal si concilia con i ripetuti voti della Lega a favore dell’invio di armi all’Ucraina e che ha avuto come unico scopo quello di strizzare l’occhio all’elettorato del centrodestra più incline ad infischiarsene del destino del popolo ucraino, e con esso della democrazia in Europa. Lo schema utilizzato da Elly Schlein rispetto al conflitto mediorientale è analogo. Si capisce che, come buona parte della propria base elettorale, la segretaria del Pd ritiene che a recitare la parte del cattivo in Medio Oriente sia lo Stato di Israele. Ma non ha il coraggio di dirlo né di indicare sbocchi politici conseguenti. Non le resta, dunque, che invocare la “pace” come il Papa, nella speranza che tanta vacuità non le attiri il risentimento sia dei suoi elettori filoisraeliani sia di quelli filo Hamas.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/02/12/news/cara_schlein_solo_il_papa_puo_invocare_la_pace_senza_spiegare_come-15120520/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-schlein-come-il-papa-invoca-la-pace-senza-dire-come/">La Schlein come il Papa invoca la “pace” senza dire come</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>La storia ignorata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-storia-ignorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2024 17:34:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico scegliendo l’interpretazione che si ritiene più conveniente al fine di dare sostegno, di fornire legittimità, alla posizione politica che si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="content">
<p class="has-first-letter">sraele uguale nazismo? Cosa succede quando l’uso politico della storia si incontra con l’ignoranza della storia? L’uso politico della storia non è certo una novità. È sempre stato praticato. Si ricorre strumentalmente all’uno o all’altro esempio storico scegliendo l’interpretazione che si ritiene più conveniente al fine di dare sostegno, di fornire legittimità, alla posizione politica che si sta difendendo. A chi ne fa un uso politico, della storia in sé, di che cosa sia realmente accaduto in passato, non importa un bel nulla: si usa la storia come una clava, è solo un mezzo utile per fare propaganda, per conquistare proseliti, per sconfiggere le posizioni avversarie. Ma se la novità non sta certo nell’uso politico della storia, è nuovo il contesto in cui vi si fa ricorso.</p>
</div>
<p>La novità consiste nel fatto che oggi una parte ampia dei ceti istruiti (o supposti tali), specie delle generazioni più giovani, è incapace di pensare la storia e, spesso e volentieri, non possiede neppure le semplici nozioni storiche che un tempo fornivano le scuole superiori. È un fenomeno che gli storici di professione da tempo stigmatizzano. Viviamo in società immerse in un eterno presente. Il processo è cominciato nell’era televisiva. La Rete ha esasperato la tendenza.</p>
<div class="content">
<p>Le ricerche condotte dagli specialisti della comunicazione danno al riguardo indicazioni chiare: una grande quantità di persone che vive immersa nel presente ha perduto la capacità di capire che il presente è influenzato dal passato. A queste persone sfugge la profondità storica di qualunque evento di cui sia testimone. E poiché il passato non conta nulla, non è considerato un mezzo per comprendere il presente, non ha nemmeno senso dotarsi di un minimo di conoscenze storiche. Un tempo l’uso politico della storia, la storia usata come clava, incontrava un limite, ovvero esistevano degli anticorpi. Una parte almeno dei ceti istruiti era dotata di sufficienti nozioni storiche,e disponeva di sufficiente senso storico, da non farsi imbrogliare. Adesso non è più così, gli anticorpi sono svaniti o si sono assai indeboliti. A qualcuno è stato detto che un tempo (il quando, nonché il contesto, ovviamente, sono irrilevanti) è esistita una cosa denominata nazismo e di cui null’altro importa sapere se non che si trattava del male assoluto. Inoltre, quel qualcuno ha sviluppato nel tempo un odio viscerale nei confronti di Israele, Stato percepito come più potente dei suoi vicini e colpevole di essere appoggiato dall’Occidente. L’accostamento diventa automatico: Israele uguale nazismo. Non c’è alcun bisogno di sapere qualcosa né della storia del nazismo né di quella di Israele per stabilire l’associazione. E poiché ignoranza della storia significa anche ignoranza di cosa sia e di quanto abbia storicamente pesato l’antisemitismo, non sorprende che una quantità così elevata di studenti universitari, da Harvard alle università europee, non abbia problemi a fare un simile accostamento.</p>
</div>
<div class="content">
<p>Come sempre in questi casi hanno un ruolo sia i cattivi maestri che i processi imitativi. All’inizio ci sono cattivi maestri (genitori o insegnanti) che, per l’appunto, fanno uso politico della storia: essi raccontano a giovani sprovveduti che Israele e il nazismo pari sono, «la vittima trasformatasi in carnefice» eccetera. I suddetti sprovveduti, a loro volta, «fanno tendenza»: ripetono la fanfaluca di fronte a coetanei ignoranti quanto loro. Anche il coetaneo, naturalmente, nulla sa né del nazismo né di Israele ma è ostile a Israele e, soprattutto, non vuole perdere la faccia. Si auto-convince della verità di quanto gli è stato raccontato. Cattivi maestri da un lato, processi imitativi dall’altro. Una ricerca dell’Istituto Cattaneo di Bologna condotta su un campione di studenti di corsi umanistici di tre Università del Nord, intervistati sia prima che dopo il 7 ottobre, offre conferme. La ricerca ricostruisce gli atteggiamenti degli studenti verso gli ebrei. Si trattava essenzialmente di capire se e quanto l’antisemitismo fosse diffuso fra gli universitari distinguendo fra i temi classici dell’antisemitismo e quelli di nuovo conio. Ma il punto che qui ci interessa riguarda Israele: risulta che il 46% degli intervistati condividesse, prima del 7 ottobre, l’equiparazione fra Israele e Germania nazista. Addirittura, questa percentuale cresce subito dopo il 7 ottobre (e dunque prima dell’intervento israeliano a Gaza). Ed è fatta propria dal 50% del campione dopo il 17 ottobre. Sono, plausibilmente, dopo il 17 ottobre, le notizie sulle vittime palestinesi dell’intervento militare ad aumentare (di qualche punto in percentuale) il numero di coloro che considerano valido l’accostamento fra Israele e nazismo ma è un fatto che costoro sono già tantissimi, quasi la metà del campione prima della nuova guerra e, per giunta, risultano in aumento dopo il pogrom del 7 ottobre. Commetterebbe un grosso errore chi volesse consolarsi considerando che metà del campione rifiuta di equiparare Israele al nazismo. Se in un gruppo di dieci persone cinque non credono che i terremoti siano causati dagli incantesimi della strega cattiva ciò non è rilevante. È rilevante che cinque ci credano.</p>
</div>
<div class="content">
<p>Per aiutare a comprendere quanto sta accadendo in Medio Oriente occorrerebbe spiegare che si tratta di una vicenda complessa che inizia nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele e il conseguente «rifiuto arabo». Nessuna comprensione di quanto è accaduto e accade è possibile se non si parte da lì. Gli stessi errori di Israele (le colonie in Cisgiordania, l’illusione di potere difendere all’infinito lo status quo, ossia i precarissimi rapporti fra due popoli reciprocamente ostili) non si spiegano se non ricostruendo quel quadro generale. Ma, appunto, ciò presuppone che l’interlocutore sia disposto a riconoscere il peso e l’importanza della storia per comprendere il presente. Il che però è impedito o quanto meno reso assai difficoltoso dal clima e dalle tendenze dominanti. La sopra citata ricerca del Cattaneo lascia aperto uno spiraglio. Risulta che gli atteggiamenti negativi verso gli ebrei sono più accentuati fra gli studenti con alle spalle un basso rendimento scolastico. In altri termini, anche nell’epoca dei social, la scuola può fare, almeno in parte, la differenza. Se essa tornasse al rigore di un tempo forse si potrebbero ricostituire gli anticorpi necessari per contenere la diffusione delle credenze più aberranti. L’incontro fra uso politico della storia e ignoranza della storia genera mostri. Ciò, di sicuro, non fa bene alla democrazia.</p>
</div>
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<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_febbraio_05/storia-usata-come-clava-961d0082-c460-11ee-93f1-a16183fd09f8.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Gli accademici pro Hamas di oggi come quelli pro Hitler di ieri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/gli-accademici-pro-hamas-di-oggi-come-quelli-pro-hitler-di-ieri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Niall Ferguson]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Feb 2024 17:32:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A quel punto, sebbene Benito Mussolini fosse al potere in Italia da cinque anni, Adolf Hitler era ancora [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1927 il filosofo francese Julien Benda pubblicò ‘La trahison des clercs’ – il tradimento degli intellettuali – che condannava la caduta degli intellettuali europei nel nazionalismo estremo e nel razzismo” racconta Niall Ferguson sulla Free Press. “A quel punto, sebbene Benito Mussolini fosse al potere in Italia da cinque anni, Adolf Hitler era ancora a sei anni dal potere in Germania e a 13 anni dalla vittoria sulla Francia. Ma Benda poteva già vedere il ruolo pernicioso che molti accademici europei stavano giocando in politica. Un secolo dopo, il mondo accademico americano è andato nella direzione politica opposta – a sinistra invece che a destra – ma è finito più o meno nello stesso posto. La domanda è se noi, a differenza dei tedeschi, possiamo fare qualcosa al riguardo. Per quasi dieci anni, un po’ come Benda, mi sono meravigliato del tradimento dei miei colleghi intellettuali. Ho assistito alla volontà di amministratori, donatori ed ex studenti di tollerare la politicizzazione delle università americane da parte di una coalizione illiberale di progressisti woke, aderenti alla ‘teoria critica della razza’ e apologeti dell’estremismo islamico. Per tutto quel periodo gli amici mi assicurarono che stavo esagerando. Chi potrebbe opporsi a una maggiore diversità, equità e inclusione nel campus? In ogni caso, le università americane non sono sempre state orientate a sinistra? Tali argomentazioni sono andate in pezzi dopo il 7 ottobre, quando la risposta di studenti e professori ‘radicali’ alle atrocità di Hamas contro Israele ha rivelato la realtà della vita universitaria contemporanea. Che l’ostilità verso la politica israeliana a Gaza si trasformi regolarmente in antisemitismo è ormai impossibile negarlo.</p>
<p>Come giustamente sosteneva il grande sociologo tedesco Max Weber nel suo saggio del 1917 su ‘La scienza come vocazione’, l’attivismo politico non dovrebbe essere consentito in un’aula universitaria ‘perché il profeta e il demagogo non appartengono alla piattaforma accademica’. Questo era anche l’argomento del Rapporto Kalven dell’Università di Chicago del 1967 secondo cui le università devono ‘mantenere un’indipendenza dalle mode, dalle passioni e dalle pressioni politiche’. Questa separazione è stata del tutto disattesa nelle principali università americane negli ultimi anni. Potrebbe sembrare straordinario che le università più prestigiose del mondo siano state contagiate così rapidamente da una politica intrisa di antisemitismo. Eppure è già successa esattamente la stessa cosa. Cento anni fa, negli anni ‘20, le migliori università del mondo erano di gran lunga in Germania. Rispetto a Heidelberg e Tubinga, Harvard e Yale erano club per gentiluomini, dove gli studenti prestavano più attenzione al calcio che alla fisica. Più di un quarto di tutti i premi Nobel assegnati nelle scienze tra il 1901 e il 1940 furono assegnati a tedeschi; solo l’11 per cento è andato agli americani. Albert Einstein raggiunse l’apice della sua professione non nel 1933, quando si trasferì a Princeton, ma dal 1914 al 1917, quando fu nominato professore all’Università di Berlino, direttore del Kaiser Wilhelm Institute for Physics e membro dell’Accademia delle scienze prussiana. Anche i migliori scienziati prodotti da Cambridge si sentirono obbligati a fare un turno di servizio in Germania. Eppure l’accademia tedesca aveva una debolezza fatale. I progressisti di oggi praticano il razzismo in nome della diversità. Gli accademici nazionalisti della Germania tra le due guerre erano quanto meno espliciti riguardo al loro desiderio di omogeneità ed esclusione. Lo studio di Rudy Koshar sulla città universitaria di Marburg in Assia illustra il modo in cui questa cultura portò il mondo accademico tedesco verso i nazisti. Le confraternite studentesche, prevalentemente protestanti, escludevano gli ebrei dall’adesione già prima della Prima guerra mondiale. Per gli avvocati di mezza età, Hitler era l’erede di Bismarck. Per i loro figli fu l’eroe wagneriano Rienzi, il demagogo che unisce il popolo romano. Anche un uomo che si considerava un liberale, come sicuramente Max Weber, era suscettibile al fascino di una leadership carismatica quando la nascente democrazia sembrava così debole. Tre anni dopo la morte di Weber nel 1920, la Germania precipitò in una disastrosa iperinflazione. Per molti accademici tedeschi, la nomina di Hitler a cancelliere nel gennaio 1933 fu un momento di salvezza nazionale. Già nel 1920 il giurista Karl Binding e lo psichiatra Alfred Hoche pubblicarono il loro ‘Permesso per la distruzione di vite indegne di vita’. Esiste una chiara linea di continuità tra questo tipo di analisi e il documento trovato nel manicomio Schloss Hartheim nel 1945, che calcolava il beneficio economico derivante dall’uccisione di 70.273 pazienti mentali. Molti storici non si comportarono meglio, sfornando tendenziose giustificazioni storiche per le rivendicazioni territoriali tedesche nell’Europa orientale che implicavano massicci spostamenti di popolazione, se non addirittura genocidio. Il caso di Victor Klemperer, convertito al cristianesimo e sposato con una gentile, è illustrativo. ‘Non sono altro che un tedesco o un tedesco europeo’, scrisse Klemperer nel suo diario, una delle testimonianze più illuminanti della storia. Per tutti gli anni ‘30 sostenne che erano i nazisti ad essere ‘non tedeschi’. Eppure l’atmosfera nelle università tedesche divenne sempre più tossica anche per gli ebrei più assimilati. L’antisemitismo dei nazisti portò, ovviamente, a una delle più grandi fughe di cervelli della storia. Se ne andarono oltre 200 degli 800 professori ebrei del paese, venti dei quali erano premi Nobel. Albert Einstein se n’era già andato nel 1933 disgustato dagli attacchi nazisti alla sua ‘fisica ebraica’. I principali beneficiari della fuga dei cervelli ebrei furono, ovviamente, le università degli Stati Uniti. Eppure per Klemperer l’emigrazione era fuori questione. Erano tedeschi. Fu questo tipo di ragionamento a convincere lui e molti altri ebrei a restare in Germania finché non fosse stato più possibile uscirne. Alcuni scelsero il suicidio, ad esempio il linguista di Marburgo Hermann Jacobsohn, che si gettò sotto un treno. Alla fine Klemperer evitò la deportazione nei campi di sterminio solo grazie al bombardamento della Royal Air Force su Dresda. Rimase a Dresda dopo l’occupazione della Germania orientale. Non passò molto tempo prima che cominciasse a notare somiglianze tra il linguaggio della nuova Repubblica Democratica Tedesca appoggiata dai sovietici e quello del Terzo Reich. Come Arendt e Orwell, Klemperer capì che il totalitarismo della destra e il totalitarismo della sinistra avevano caratteristiche simili. In particolare, amavano imporre la neolingua.</p>
<p>Il mondo accademico tedesco non si limitò a seguire Hitler lungo il cammino verso l’inferno. Gli ha aperto la strada. Nel 1940 Victor Scholz presentò una tesi di dottorato all’Università di Breslavia dal titolo ‘Sulle possibilità di riciclare l’oro dalle bocche dei morti’. Aveva svolto le sue ricerche sotto la supervisione di Herman Euler, preside della Facoltà di Medicina di Breslavia. Ad Auschwitz, il Gruppenführer delle SS Carl Clauberg, professore di ginecologia a Königsberg, cercò di trovare il modo più efficace per sterilizzare le donne. Chiunque creda ingenuamente nel potere dell’istruzione superiore di instillare valori etici non ha studiato la storia delle università nel Terzo Reich. Una laurea, lungi dal vaccinare i tedeschi contro il nazismo, li rese più propensi ad abbracciarlo. La caduta in disgrazia delle università tedesche fu personificata dalla prontezza di Martin Heidegger. Il romanziere Thomas Mann era solito riconoscere già all’epoca che, in ‘Fratello Hitler’, l’élite colta tedesca possedeva un mostruoso fratello minore, il cui ruolo era quello di articolare e autorizzare le loro aspirazioni più oscure. L’Olocausto rimane un crimine storico eccezionale – distinto da altri atti di violenza letale organizzata diretti contro altre minoranze – proprio perché è stato perpetrato da uno stato-nazione altamente sofisticato che aveva entro i suoi confini le migliori università del mondo. Questo è il motivo per cui le università americane non possono considerare l’antisemitismo solo come un’altra espressione di ‘odio’, non diversa, ad esempio, dall’islamofobia. Ebbene, la reazione contro il tradimento contemporaneo degli intellettuali è finalmente arrivata. Donatori come l’amministratore delegato di Apollo, Marc Rowan (laureato alla Penn), il fondatore di Pershing Square Bill Ackman (Harvard) e il fondatore di Stone Ridge Ross Stevens (Penn) hanno chiarito che il loro sostegno non sarà più disponibile per le istituzioni gestite in questo modo. Eppure ci vorrà molto di più che poche dimissioni di alto profilo per riformare la cultura delle università d’élite americane. È troppo radicato in più dipartimenti, tutti dominati da una facoltà di ruolo, per non parlare degli eserciti di ‘DEI’ e di ufficiali del Titolo IX che sembrano, in alcuni college, ora superare in numero gli studenti universitari. I leader accademici di oggi non si riconoscerebbero mai come gli eredi di quello che Benda ha condannato, insistendo sul fatto che loro sono di sinistra, mentre gli obiettivi di Benda erano di destra. Eppure, come Victor Klemperer capì dopo il 1945, il totalitarismo si presenta in due modi, sebbene gli ingredienti siano gli stessi. Solo se le università americane, un tempo grandi, riusciranno a ristabilire – in tutta la loro struttura – la separazione della Wissenschaft dalla Politik potranno essere sicure di evitare il destino di Marburg e Königsberg”. <i>(Traduzione di Giulio Meotti)</i></p>
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<p><a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-internazionale/2024/02/05/news/il-tradimento-dei-chierici-6179540/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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		<title>Giorno della Memoria, a Bologna le prove generali della sopraffazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giorno-della-memoria-a-bologna-le-prove-generali-della-sopraffazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jan 2024 17:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[giorno della memoria]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Piccolo fatto locale emblematico di un grande problema nazionale. Ieri, a Bologna, ho partecipato ad un convegno sull’antisemitismo organizzato dai presidenti del Museo ebraico e della Comunità ebraica locali. Doveva esserci il sindaco del Pd, ma non c’era. Doveva esserci il rettore dell’Alma Mater, ma non c’era. C’era, invece, un consistente presidio di forze dell’ordine [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Piccolo fatto locale emblematico di un grande problema nazionale. Ieri, a Bologna, ho partecipato ad un convegno sull’antisemitismo organizzato dai presidenti del Museo ebraico e della Comunità ebraica locali. Doveva esserci il sindaco del Pd, ma non c’era. Doveva esserci il rettore dell’Alma Mater, ma non c’era. C’era, invece, un consistente presidio di forze dell’ordine a difesa dei relatori e del pubblico e c’era un manipolo dei collettivi universitari con megafono e striscione. Sullo striscione, la scritta “Il nuovo genocidio è in Palestina…resistenza fino alla vittoria”. Dove la vittoria coincide con la cacciata degli ebrei dal Medio Oriente.</p>
<p>Due considerazioni. La prima. A nessun filo istraeliano verrebbe in mente di andare a contestare un convegno organizzato da organizzazioni filo palestinesi, per i filo palestinesi è invece naturale contestare i filo israeliani e tentare di ridurli al silenzio. Accade un po’ ovunque a livello nazionale ed internazionale, ma a Bologna, dove la sinistra gruppettara e massimalista è sempre stata coccolata dalle autorità accademiche e cittadine, accade un po’ più che altrove. Forse sbagliando, immagino, e questa è la seconda considerazione, che sia stato per questo motivo che il sindaco Matteo Lepore e il Magnifico Rettore Giovanni Molari ieri abbiano preferito non metter piede né faccia in un contesto che secondo lo spirito di fazione imperante è un contesto “ebraico”.</p>
<p>È stato un peccato, perché la sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio era gremita. È stato un peccato, perché le relazioni del professor Asher Colombo dell’Istituto Cattaneo e di Emanuele Ottolenghi della Fondation for Defence of Democracy di Washington sono state molto interessanti. Interessanti e rivelatrici. Dal sondaggio tra gli studenti universitari di tre grandi atenei del Nord Italia illustrato dal primo e dai dati raccolti nei campus e nella società americana dal secondo emergono verità incontrovertibili: l’antisionismo è molto spesso il frutto dell’antisemitismo, è un sentimento che oggi caratterizza la sinistra estrema persino più dell’estrema destra, non ha nulla a che vedere con la sproporzione della reazione israeliana al pogrom del 7 ottobre: preesisteva tale e quale; i bombardamenti su Gaza gli hanno solo dato voce e, nella logica di chi ne è avvinto, lo hanno legittimato.</p>
<p>In rappresentanza del sindaco di Bologna, un assessore ex grillino oggi Pd, Massimo Bugani, ieri ha fatto un discorso fumoso all’insegna del vogliamoci bene. Appariva piuttosto chiaro che i suoi interlocutori ideali non si trovavano in sala, ma erano quelli assembrati fuori dal palazzo.</p>
<p>È stato solo un piccolo fatto locale, certo. Ma forse non è sbagliato leggerlo come la prova generale di quel che accadrà domani, Giorno della Memoria, a livello nazionale.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2024/01/antisemitismo-collettivi-sopraffazione-giorno-memoria-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone  wp-image-77751" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-400x461.jpg" alt="" width="707" height="815" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-400x461.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-650x749.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-250x288.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-768x885.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-1332x1536.jpg 1332w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-150x173.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-800x922.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna-1200x1383.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/01/cangini-il-resto-del-carlino-bologna.jpg 1388w" sizes="(max-width: 707px) 100vw, 707px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giorno-della-memoria-a-bologna-le-prove-generali-della-sopraffazione/">Giorno della Memoria, a Bologna le prove generali della sopraffazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
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		<title>L’antisemitismo alla base dell’antisionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lantisemitismo-alla-base-dellantisionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jan 2024 15:46:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
		<category><![CDATA[antisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha un nome: antisemitismo. L’antisemitismo è un sentimento antico la cui eco risuona nell’animo di ciascuno di noi. I [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lantisemitismo-alla-base-dellantisionismo/">L’antisemitismo alla base dell’antisionismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha un nome: antisemitismo.</p>
<p>L’antisemitismo è un sentimento antico la cui eco risuona nell’animo di ciascuno di noi. I più forti lo respingono con la ragione, i più deboli vi cedono con la pancia. Ma prima o poi tutti, anche chi non ne ha contezza, devono farci i conti. In Europa nasce nel Medioevo per motivi religiosi in seno alla Chiesa cattolica, in epoca contemporanea veste abiti politici occasionali: le teorie della razza (nate non in Gemania, come molti credono, ma in Francia col marchese de Gobineau), i diritti umani, il terzomondismo, l’antiamericanismo, l’anticapitaliamo…</p>
<p>L’antisemitismo emerge prevalentemente nei momenti di crisi, crisi economica e/o politica: quando il malessere sociale è forte, il sistema istituzionale debole e la paura diffusa. Gli ebrei come capro espiatorio, la loro discriminazione come lavacro identitario, il loro sacrificio come rituale di purificazione. Capita agli ebrei e non ad altri perché quella ebraica è l’unica comunità tendenzialmente chiusa e professa l’unica religione sostanzialmente contraria al proselitismo. Gli ebrei sono i diversi per eccellenza. Una diversità che offende, insospettisce, preoccupa.</p>
<p>Nella civilissima Harvard, università d’eccellenza statunitense, 34 associazioni studentesche hanno preso posizione contro lo Stato ebraico, giudicato “l’unico responsabile” della barbarie di Hamas, sin dalla sera del 7 ottobre, quando ancora Israele era sotto choc e non aveva reagito.</p>
<p>Nei campus e nelle città americane, le aggressioni fisiche nei confronti degli ebrei sono aumentate del 337%. Le bombe molotov contro le sinagoghe a Berlino, i quasi mille attacchi antiebraici in Francia, le 460 aggressioni verbali e fisiche registrate in Italia, la manomissione delle pietre d’inciampo a Roma e in tutte le capitali europee… Atti, evidentemente, antisemiti. Perché è questo l’unico caso nella Storia in cui la più che legittima critica politica ad uno Stato si accompagna di regola, nei paesi occidentali, all’aggressione fisica e verbale di singoli connazionali che di quello Stato condividono la cultura e la religione. Con i russi, per dire, oggi non capota. E non capitava neanche con i cittadini del bocco sovietico aI tempi della Guerra Fredda. Capita solo, ma guarda un po’, con gli ebrei. Gli ebrei in quanto tali, non in quanto israeliani.</p>
<p>Interessa nulla, alle élite occidentali, delle decine di popoli a cui stati forti, alcuni dei quali con imperitura vocazione imperiale (la Cina, la Russia, la Turchia) negano con la violenza il diritto a farsi Stato. Interessa solo la causa palestinese. E interessa perché, nella retorica, a coartare i diritti dei palestinesi non è uno Stato qualsiasi, ma lo Stato “ebraico”.</p>
<p>Su pressione dell’Unione Sovietica, noto paladino dei valori liberaldemocratici e del principio dell’autodeterminazione dei popoli, nel 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approvò a larga maggioranza la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Tesi ripresa oggi dalla piattaforma politica di Black Lives Matter negli Stati Uniti, così come, nella sostanza, dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, quello che nei giorni scorsi ha attribuito ad Israele intenti genocidari. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha condannato 95 volte la democrazia israeliana; poche, pochissime volte i regimi cinese, iraniano, turco, venezuelano o saudita. Al vertice di Durban del 2001 i palestinesi sono stati definiti vittime del “razzismo israeliano”. Tesi, oggi, largamente diffusa.</p>
<p>Diceva Martin Luther King che “se c’è l’hai con Israele sei antisemita”. Affermazione eccessiva, ma spesso, molto spesso fondata.</p>
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<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2024/01/15/news/una_parola_spiega_perche_la_critica_a_israele_si_trasforma_in_aggressione_agli_ebrei_antisemitismo-14818814/"><em><strong>Huffington Post </strong></em></a></p>
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