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	<title>inps Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>inps Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Dal click day allo scrocc day</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 19:27:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lavorino anche la notte, dice il presidente del Consiglio, ma facciano arrivare la cassa integrazione a chi ne ha diritto. Si riferiva all’Inps. Due errori in un colpo solo. Il primo errore consiste nel supporre che sia un problema d’impegno nel lavoro, fin nel profondo della notte, mentre la questione è che si sono inanellati [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lavorino anche la notte, dice il presidente del Consiglio, ma facciano arrivare la cassa integrazione a chi ne ha diritto. Si riferiva all’Inps. Due errori in un colpo solo. Il primo errore consiste nel supporre che sia un problema d’impegno nel lavoro, fin nel profondo della notte, mentre la questione è che si sono inanellati fallimenti in pieno giorno. La questione non è (solo) quanto si lavora, ma se lo si fa avendo in mente i risultati e conoscendo gli strumenti per conseguirli. Fin qui il grosso dell’impegno di presidenza, all’Inps, è consistito nell’adattare i dati al rendere meno evidenti i fallimenti delle scelte governative. Il secondo errore consiste nello scaricare sulla macchina burocratica deficienze cognitive ed operative che sono cresciute nell’incapacità di coordinare l’amministrazione, a cominciare dal mettere in sincrono l’attività delle regioni.<br />
Questi due errori sono stati commessi per cercare di mascherare il terzo, il più grave: avere puntato ad avere un vertice dell’Inps politicamente affine e non professionalmente capace, e avere provato a raddoppiarne i guadagni nascondendolo all’opinione pubblica. Nasconderlo, del resto, era necessario, visto che si era teorizzato l’esatto opposto e contro quello si razzolava nel mentre i guadagni degli italiani si contraevano. Perso l’equilibrio su quello non c’è da meravigliarsi se poi la corsa ha portato ad uno scomposto capitombolo.<br />
Ricordate la storia del click day, quando si cercò comicamente di attribuire a inesistenti sabotatori informatici un collasso preparato dal modo stesso in cui si era fatto propaganda sulle scadenze imminenti? Non ho alcun dubbio che 62mila euro sono una remunerazione grottesca, per chi debba avere la preparazione ed ha le responsabilità di dirigere il più imponente centro di spesa sociale. Come non ho alcun dubbio sul fatto che quel livello di retribuzione fu fissato quale segnale di un cambio di tempi e di stile. Ed è quella premessa a spiegare come si sia potuti passare dal fallito click day all’opaco scrocc day, in un fritto misto di demagogia e ipocrisia. Naturalmente, come le carte dimostrano, il governo o era al corrente di quel che si preparava, compreso il pagamento retroattivo dell’aumento, o è popolato da soggetti che firmano senza sapere quel che firmano.<br />
Mossi questi rilievi si arriva alla capitolazione ultima, ovvero alla tesi: perché criticate ora e avete taciuto quando altri facevano le stesse cose? Intanto perché non è vero e, proprio a proposito dell’Inps, l’attenzione è sempre stata alta e le critiche severe.<br />
Poi perché roba simile non s’è mai vista. Mai. Infine perché se la linea difensiva consiste nel sostenere che il nuovo non è nuovo manco per niente ciò è esattamente quel che sostenemmo prima che fosse messo alla (fallita) prova.<br />
È così, dunque, che il presidente Conte non ha potuto che riconoscere la natura assistenzialista e senza progettualità del reddito di cittadinanza fin qui praticato, nonché l’opportunità di non perseverare nell’ingiustizia sociale di quota 100. Conte si trova a fare i<br />
conti con Conte, visto che quelle due solo le bandiere del suo primo governo. Pensare di cavarsela chiamando Gondrano al lavoro diuturno può essere divertente, ma testimonia disperazione. Supporre di potere prima raccogliere la gloria nel farle garrire e poi<br />
pretendere il consenso nell’ammainarle è segno non tanto di dualità facciale, quanto dell’assenza, sull’intera scena, di politica che possa pretende l’iniziale maiuscola e sia capace di parlare altro linguaggio che non quello dell’eterna campagna elettorale. Anche senza elezioni.</p>
<p><strong>Pubblicato da Formiche</strong></p>
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		<title>Carlo Nordio: Il bonus preso a sua insaputa e la figuraccia in Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2020 06:14:54 +0000</pubDate>
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		<title>Tito Boeri: Se il divieto di lincenziare è un errore</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tito-boeri-se-il-divieto-di-lincenziare-e-un-errore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 07:06:36 +0000</pubDate>
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		<title>Luca Ricolfi: Il populismo fiscale primo nemico della ripresa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/luca-ricolfi-il-populismo-fiscale-primo-nemico-della-ripresa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Jul 2020 06:34:06 +0000</pubDate>
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		<item>
		<title>Decreto rilancio, l’arte di complicare le cose semplici</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/decreto-rilancio-larte-di-complicare-le-cose-semplici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Mariani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2020 20:56:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finalmente è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 19 maggio il decreto-legge n. 34/2020 (cd. “rilancio”), atteso sin da aprile. Il nome “rilancio” potrebbe essere casuale, estratto a sorte da un sacchetto contenente termini suggestivi, oppure nascondere un messaggio subliminale, anzi letterale (ri-lancio). Purtroppo è vera la seconda affermazione, con il risultato di reiterare i [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 19 maggio il decreto-legge n. 34/2020 (cd. “rilancio”), atteso sin da aprile.</p>
<p>Il nome “rilancio” potrebbe essere casuale, estratto a sorte da un sacchetto contenente termini suggestivi, oppure nascondere un messaggio subliminale, anzi letterale (ri-lancio). Purtroppo è vera la seconda affermazione, con il risultato di reiterare i medesimi vizi inveterati che tuttora ci affliggono: legislazione caotica al limite della incomprensibilità (e della inconoscibilità), sovvenzioni a pioggia a molte categorie in chiave clientelare ed assistenzialista, inefficacia e inefficienza delle pubbliche amministrazioni.</p>
<p>Nulla è gratis: si pagano le tasse proprio per ricevere in cambio dalle PA servizi che devono essere erogati secondo standard di qualità prefissati. In caso di disservizio consegue il diritto al pagamento di un indennizzo automatico e forfettario, sul modello civilistico della responsabilità per inadempimento. Ma questo sistema, nato nel 1994 attraverso l’obbligo di predisporre carte dei servizi, dopo 26 anni non viene di fatto mai applicato, perché gli standard di qualità sono troppo generici o perché manca l’indicazione dell’indennizzo. Così anche la Carta dei servizi dell’INPS del 2007, che al primo rigo beffardamente afferma di essere “oramai da diversi anni lungo la strada della semplificazione e del miglioramento dei servizi ai cittadini e alle aziende”. Il concetto di qualità implica quello di miglioramento continuo, attraverso la fissazione di obiettivi e la verifica del loro raggiungimento (o dell’analisi delle ragioni del loro eventuale non raggiungimento con contestuale predisposizione di misure correttive). Tuttavia gli standard di qualità dell’INPS sono fermi al 2012 e non si parla di indennizzi in caso di disservizio. Cosa ci dovremmo attendere da questa impostazione predisposta al disservizio?</p>
<p>Non c’è dunque da stupirsi che l’INPS si sia rivelata la caporetto dell’amministrazione pubblica italiana nel periodo di emergenza sanitaria ed economica. A distanza di due mesi dall’avvio delle procedure di erogazione dei bonus da 600 euro previsti dai decreti legge emanati dal Governo, ben pochi sono stati quelli effettivamente erogati. Non sorprende che la procedura telematica dell’INPS relativa al bonus baby sitter per ragazzi disabili, per fare un esempio concreto, sia l’opposto della semplificazione e del rispetto della legge (ad esempio, pretende il certificato di frequenza a scuola).</p>
<p>E in questa situazione cosa fa il Governo?  Si dimentica per l’ennesima volta di essere titolare del potere esecutivo (con i Ministri istituzionalmente posti al vertice di ciascuna branca di amministrazione) e anziché rimuovere con atti regolamentari o amministrativi le situazioni (e le persone) che non consentono il raggiungimento dei risultati previsti dai decreti legge di marzo, presenta un nuovo decreto legge che ripropone lo stesso approccio.</p>
<p>Bisogna arrivare in fondo alla interminabile congerie di bonus et similia del decreto “rilancio” per trovare (art. 264) l’unica disposizione relativa al “come” assicurare che tutti questi sussidi, finora (spiegabilmente) rimasti sulla carta, stavolta possano superare l’imbuto delle PA. La parola magica invocata come panacea è “semplificazione”, suggestiva per tutti quelli che non ricordano che se ne parla sin dall’Unità d’Italia, e in particolare nell’ultimo trentennio, con risultati esattamente opposti a quelli attesi.</p>
<p>Qui si procede con lo stesso metodo fallimentare già sperimentato con la legge cd. “sblocca cantieri“ n. 55/2019, vale a dire con alcune misure eccezionali (legate all’emergenza da covid-19) che rimarranno in vigore fino al 31 dicembre 2020.</p>
<p>L’art. 264 è la norma con cui il Governo pensa di mettere una toppa ai gravissimi disservizi procurati finora dalle stesse amministrazioni di cui porta la responsabilità politica e giuridica: si estende il regime delle autocertificazioni e si ribadiscono i doveri di conclusione del procedimento nei termini di legge, i poteri di autotutela e le sanzioni. L’istituto della autocertificazione esiste sin dalla legge n. 15 del 1968, ma a fronte della riluttanza della PA ad attuarlo, l’art. 18 della Legge generale sul procedimento amministrativo (n. 241/1990) lo ribadì insieme al divieto per tutte le amministrazioni di richiedere atti o certificati concernenti fatti, stati o qualità personali attestati in documenti già in loro possesso, dovendo provvedere direttamente all’acquisizione degli stessi. E così è poi stato ripetuto negli anni successivi da almeno una decina di leggi, che ne hanno fatto il restyling presentandolo ogni volta come una novità eclatante, ma senza che il Governo si sia mai preoccupato dell’implementazione di queste misure e di sanzionare i dirigenti pubblici che fanno ostruzionismo.</p>
<p>Parimenti si dica del fondamentale obbligo di concludere il procedimento entro il termine dei 30 giorni, sancito perentoriamente dall’art. 2 della citata legge generale sul procedimento amministrativo, che quest’anno compie 30 anni. Con un candore degno di menzione, nella relazione illustrativa del decreto “rilancio” il Governo afferma che “questa misura non fa altro che sottolineare precetti già vigenti, ma si rende necessaria perché, di fatto, nessuna amministrazione fa applicazione della possibilità di procedere data dalle norme, al pari di quanto accade per il silenzio endoprocedimentale”. In tale masochistica notte della ragione si ottiene il risultato di trasformare la legislazione d’urgenza nel manuale delle worst practices amministrative. Di qui il doppio ammiccamento del Governo ai dipendenti pubblici e ai cittadini, entrambi destinatari del “ri-lancio” della semplificazione. Repetita non iuvant (nec simplificant).</p>
<p><em>Pubblicato su <a href="https://www.ilriformista.it/decreto-rilancio-larte-di-complicare-le-cose-semplici-102355/?fbclid=IwAR0UhHFe5yM7daQpElwEJalHk80n_Fuw-vdQInaL1j0dEvzSD1AY4A2KLqs">Il Riformista</a></em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/decreto-rilancio-larte-di-complicare-le-cose-semplici/">Decreto rilancio, l’arte di complicare le cose semplici</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Siete proprio sicuri che le i migranti salveranno le nostre pensioni?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/siete-proprio-sicuri-che-le-i-migranti-salveranno-le-nostre-pensioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesco Forte]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jul 2017 15:37:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immighrati]]></category>
		<category><![CDATA[inps]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tito Boeri presidente dell&#8217;Inps dice abbiamo bisogno di nuovi immigrati perché ci pagano la spesa sociale e fanno lavori che gli italiani non fanno. Sostenere che perciò bisogna accogliere gli enormi flussi migratori attuali è assurdo. Gli immigrati che pagano la sicurezza sociale sono quelli che lavorano, non gli irregolari, i clandestini e i disoccupati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/siete-proprio-sicuri-che-le-i-migranti-salveranno-le-nostre-pensioni/">Siete proprio sicuri che le i migranti salveranno le nostre pensioni?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Tito Boeri presidente dell&#8217;Inps dice abbiamo bisogno di nuovi immigrati</strong> perché ci pagano la spesa sociale e fanno lavori che gli italiani non fanno.</p>
<p>Sostenere che perciò bisogna accogliere gli enormi flussi migratori attuali è assurdo.</p>
<p><strong>Gli immigrati che pagano la sicurezza sociale sono quelli che lavorano</strong>, non gli irregolari, i clandestini e i disoccupati e i profughi, con diritto all&#8217;assistenza. Oramai i pronto soccorso sono intasati di immigrati senza tessera sanitaria; la disoccupazione supera l&#8217;11 per cento, è più grave fra i giovani e al Sud.</p>
<p><strong>Se si liberalizzasse il mercato del lavoro</strong> e si ponesse un limite all&#8217;immigrazione condizionandola alle offerte di lavoro e alla capienza urbanistica, la spesa pubblica sarebbe minore, i giovani ora disoccupati pagherebbero nuovi contributi sociali, avremmo meno poveri, una vita migliore per tutti, immigrati compresi.</p>
<p><strong>Boeri invece vuole il taglio retroattivo</strong> delle pensioni degli italiani residenti all&#8217;estero che hanno lavorato in Italia o all&#8217;estero e hanno pagato i contributi.</p>
<p><strong>Anche una riforma per il futuro</strong>, contro questi concittadini è aberrante perché non si può obbligare un pensionato Inps a stare in Italia anziché in un paese con tasse più basse e minor costo.</p>
<p><strong>Ma applicare questi tagli al passato implica la violazione di diritti acquisiti</strong>. Le proposte di riforme pensionistiche retroattive sommandosi alla mala gestione delle crisi bancarie dei governi Pd, ante Gentiloni, e alle loro tasse patrimoniali generano due effetti negativi.</p>
<p><strong>Molti italiani non credono più che avranno la pensione che la legge promette</strong>. E quelli che hanno capitali all&#8217;estero non aderiscono alla voluntary disclosure.</p>
<p><strong>La gente non crede più che i politici Pd rispettino le regole dello stato di diritto</strong>. Nel loro Dna ci sono dirigismo e razionalismo perfettista assieme alla pretesa d&#8217;esser quelli che conoscono il vero e il giusto. E lo vogliono imporre anche quando per mancanza di cognizioni storiche e giuridiche fanno la battaglia per lo ius soli adottato dagli inglesi per colonizzare l&#8217;America, che ora servirebbe agli afroasiatici per colonizzare noi.</p>
<p><strong>Boeri segue lo «ius boeriano»</strong> che in parte ha basi astrattamente contributive in parte basi di equità da lui pensate giuste. Le pensioni per gli italiani all&#8217;estero dovrebbero esser depurate dalla «spesa impropria» a favore di chi ha lavorato meno di dieci anni e beneficia dell&#8217;integrazione al minimo e di chi ha diritto alla quattordicesima.</p>
<p><strong>L&#8217;integrazione al minimo per lui è una misura impropria</strong>. Ciò benché sia ispirata al principio mutualistico di suddivisione del rischio fra tutti coloro che pagano i contributi. La retribuzione e la pensione annua possono essere date in 12 o 13 o 14 mensilità, essendo solo un modo diverso di rateizzarle, come gli acquisti a rate differite.</p>
<p><strong>Secondo Boeri si tratterebbe di rendite pensionistiche inique</strong> quando vanno a un italiano residente all&#8217;estero anche perché fanno risparmiare allo stato estero prestazioni assistenziali equivalenti.</p>
<p><strong>È una tesi pericolosa</strong>: gli italiani che risiedono in Italia possono ben pensare: ora tocca a loro, poi toccherà a noi. Proprio come per le pensioni «di lusso» di categorie che svolgono attività aleatorie che comportano rischi umani e la perdita di altre opportunità, come gli uffici pubblici e quelli politici e di pubblica difesa. Esse non possono obbedire al mero criterio socio-contributivo boeriano. E se lo si vuol adottare, non lo si può fare in modo retroattivo.</p>
<p><strong>L&#8217;Inps, secondo i rilievi della Corte dei Conti</strong> ha bisogno di una riforma del suo management e di un miglioramento della gestione dei crediti deteriorati per medicare le ferite ai suoi bilanci.</p>
<p>Per chi gestisce l&#8217;Inps o vi sovrintende vale la massima <strong>«medice cura te ipsum»</strong>: medico cura te stesso, invece che suggerire cure improprie per gli altri. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Francesco Forte</strong>, <em>Il Giornale</em> 21 luglio 2017</p>
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