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	<title>inflazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>inflazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Carrellata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carrellata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jul 2023 18:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bce]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[tassi di interesse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’inflazione è scesa, ma troppo poco. Si è passati, su base annua, dal 7,6% di maggio al 6,4% di giugno. Considerato il ribasso consistente (rispetto ai picchi) delle materie prime energetiche, è segno che l’aumento dei prezzi è retto anche da fenomeni interni. L’ultimo bollettino della Banca centrale europea è chiaro: non si segnalano dinamiche [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’inflazione è scesa, ma troppo poco. Si è passati, su base annua, dal 7,6% di maggio al 6,4% di giugno. Considerato il ribasso consistente (rispetto ai picchi) delle materie prime energetiche, è segno che l’aumento dei prezzi è retto anche da fenomeni interni. L’ultimo bollettino della Banca centrale europea è chiaro: non si segnalano dinamiche salariali inflattive; non sono i salari a crescere, semmai i profitti delle aziende. Quando questo succede è segno che i produttori possono ancora puntare sul rialzo dei prezzi, senza perdere quote di mercato. È da qui che si deve partire, se non si vuol fare soltanto delle sciocche e inutilissime polemiche sul rialzo dei tassi d’interesse.</p>
<p>Non è senza significato che il presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli – dopo avere ripetutamente avvertito circa il rischio che quei rialzi mettano in difficoltà i debitori, quindi poi le banche – dica ora, chiaro e tondo: «Temo che un certo rallentamento dell’attività economica sia inevitabile quando si combatte duramente l’inflazione, che è la più brutta delle malattie». Ha ragione. Per capire quanto sia brutta si deve tornare ai dati di giugno e alla segnalata discesa, perché i salari restano fermi, mentre l’aumento dei prodotti alimentari è all’11,2%. Il morso è molto forte, tenuto conto che i redditi più bassi hanno una spesa maggiormente concentrata in quei prodotti i cui prezzi crescono di più. Far polemiche sul rialzo dei mutui a tasso variabile (di cui nessuno parlava quando i ratei calavano) significa ignorare questa realtà. Come anche quella di famiglie e settore privato che hanno 10mila miliardi sui conti correnti, quindi risparmi che perdono valore.</p>
<p>Ma c’è un altro aspetto, in quei dati di giugno, da tenere in conto: le comunicazioni registrano un aumento di appena lo 0,5%, i trasporti addirittura diminuiscono i prezzi (-0,2%). Significa che una delle armi migliori contro l’inflazione è la concorrenza, che interdice le speculazioni. Facciamo un esempio concreto, in questa pazzotica estate in cui non si trovano i taxi e in cui i sindaci di Roma e Milano si accorgono che dovrebbero aumentare le licenze, dopo che la maggioranza parlamentare bloccò le positive novità che il governo Draghi avrebbe voluto introdurre: se hai un aereo da prendere e se non vuoi andare in aeroporto il giorno prima (considerato che non si accettano più prenotazioni, che i tempi d’attesa sono diventati lunghissimi e che spesso ci si sente rispondere che «non ci sono vetture disponibili nella sua zona»), si finisce con il rivolgersi ai noleggiatori con conducente, la cui tariffa – dal centro di Roma all’aeroporto di Fiumicino – è di 60 euro, 10 in più rispetto a quella fissa dei taxi. Dunque si accetta di pagare il 20% in più, il che alimenta l’inflazione. Generata, in questo caso, da scarsa concorrenza e non disponibilità di vetture. È il corporativismo a generare prezzi più alti. Il governo che lo favorisce spinge il rialzo dei prezzi. Poi si maschera con polemiche irragionevoli contro la Bce.</p>
<p>A pagare di più il carrello della spesa sono le stesse persone che se vorranno andare al mare pagheranno rialzi ben superiori al tasso medio d’inflazione. Meno concorrenza significa prezzi crescenti e spinta inflattiva. Il tutto scaricato sulle spalle più deboli, quelle dei redditi fissi che non crescono. Né serve dire: fateli crescere. Perché questo può portare non pochi produttori fuori mercato e gli altri a scaricare sui prezzi i costi più alti.</p>
<p>La via virtuosa consiste nell’usare i fondi europei per investimenti che compensino il raffreddamento economico, nel frattempo facendo crescere la concorrenza per interdire le speculazioni. Il resto sono parole perse, demagogia inconcludente, speranza di trovare un colpevole esterno per coprire le incapacità interne. E la cosa drammatica non è soltanto che il governo sembra preferire la demagogia, ma che l’opposizione pensa di superarlo su quella e non sul pragmatismo e sulla serietà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/561"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Sfondato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sfondato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Mar 2023 09:31:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bilancio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Eccolo, il buco. Avevamo qui avvertito che l’appuntamento era fissato al primo di marzo e che era proprio in ragione di quella scadenza che il governo aveva (giustamente) affondato il superbonus, cercando di fare in modo che i dati Istat non venissero presi troppo male. Eccolo, il superbuco del superbonus che ha sfondato il deficit: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Eccolo, il buco. Avevamo qui avvertito che l’appuntamento era fissato al primo di marzo e che era proprio in ragione di quella scadenza che il governo aveva (giustamente) affondato il superbonus, cercando di fare in modo che i dati Istat non venissero presi troppo male. Eccolo, il superbuco del superbonus che ha sfondato il deficit: quello 2022 passa da una previsione del 5.6% a una realtà dell’8%. Per giunta la crescita è ritoccata leggermente al ribasso, pur restando significativa: +3.7%. Siccome la ricchezza prodotta non consiste nella maggiore spesa pubblica in deficit e a debito, ma nella capacità di trasformare gli investimenti e il lavoro in maggiore valore di quel che costano, quei quasi due punti e mezzo di deficit in più timbrano come bubbola la favola del contributo del superbonus alla crescita dell’Italia. È stata una tassa pagata da tutti per favorire uno spostamento di ricchezza a favore di molto pochi, per giunta fra i più benestanti.</p>
<p>Avendo anche drogato il mercato, adesso si deve stare attenti alla crisi d’astinenza. Che è la ragione per cui, avvertendo l’imminente sfondamento, proponevamo di puntare sulla direttiva europea relativa agli immobili e preparare incentivi (almeno questa volta razionali e non dilapidatori) di carattere fiscale, quindi non maggiore spesa pubblica, trasformando un mancato gettito odierno nella promessa di un maggiore gettito futuro, ma anche agevolando la messa in circolazione di capitali che valorizzino l’immobile ed evitino di passare dallo schioppare per overdose all’accasciarsi per astinenza.</p>
<p>A questi guasti va aggiunta la notevole spinta all’inflazione, ovvero l’ulteriore danno arrecato ai meno abbienti e ai risparmiatori. Avere finanziato lavori senza badare ai costi ha generato la peggiore inflazione, separata dalla produzione di ricchezza. Il che ci porta a un altro squilibrio e a un’altra ingiustizia, relativa alle pensioni. A partire da oggi prendono corpo gli adeguamenti delle pensioni all’inflazione, anche per quelle di importo superiore a 2100 euro (fin qui sterilizzate). Ma in quest’ultima affermazione ci sono due indicazioni ingannevoli. La prima è comprensibile: l’adeguamento non compensa l’intera inflazione, ma ne recupera una parte. Serve a non perdere “troppo” potere d’acquisto, al tempo stesso cercando di non alimentare l’inflazione che si prova a contrastare. La seconda è nascosta e meramente ideologica: gli adeguamenti vanno da un massimo del 7.3% a un minimo del 2.3%, a seconda dell’ammontare lordo della pensione stessa. Solo che distinguere secondo gli importi crea una potente ingiustizia: c’è chi ha una pensione “bassa”, in realtà molto più alta di quel che consentirebbero i contributi versati (sempre che siano stati versati), e c’è chi ne ha una “alta”, ma finanziata dai contributi, quindi dal risparmio forzoso fatto in una vita di lavoro. Risultato: chi ha rispettato gli obblighi contributivi si vede violato il patto che lo Stato gli impose, mentre chi non ha versato si ritrova avvantaggiato. Il che capita perché si considera solo la categoria “bassa o alta”, senza preoccuparsi dell’altra: “regalata o sudata”.</p>
<p>Dietro questi sfondamenti di bilancio c’è uno sfondamento logico e culturale, che spinge a ripetere sempre gli stessi errori: considerare la “spesa sociale” buona per la sua finalità e come se nessuno dovesse mai pagarne il conto. Invece non è detto che la finalità sia buona (non lo è pagare la ristrutturazione delle case di chi può e deve pagarsela), non è detto che funzioni (se la spesa per l’assistenza dei poveri cresce e crescono anche i poveri ne deduco che è la spesa a generarli, non ad aiutare i veri bisognosi), e non è detto che sia giusta (premiare chi evase o non produsse ricchezza a spese di chi rispettò le regole non è socialità, ma incentivo all’asocialità), e, comunque, qualcuno è chiamato a pagare. Se solo gli elettori lo tenessero in maggior conto non avremmo meno idee diverse sulla scena, ma meno imbonitori e demagoghi in circolazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/giovedi-02-marzo-2023/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Contrattare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrattare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 09:28:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[contratti]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, se non in regresso, mentre in Francia sono cresciuti del 31.1% e in Germania del 33.7. Messa così, non resta che aumentare i salari ben oltre l’inflazione. Ma messa così non funziona affatto.</p>
<p>Cominciamo dall’inflazione. Diversi governanti italiani e qualche significativa voce dal mondo imprenditoriale hanno (inopportunamente) criticato la Banca centrale europea per il rialzo dei tassi d’interesse, destinato a contrastare l’inflazione. La Bce sbaglia, dicono, perché l’inflazione europea è importata e aumentare i tassi non la farà scendere, mentre rallenta la crescita. Sempre che non inneschi la recessione. Purtroppo, però, l’inflazione di base, quella interna e non importata, è proprio quella che non accenna a scendere e si colloca oggi attorno al 5%. Se i salariati recuperassero il potere d’acquisto perso con l’inflazione ciò comporterebbe una spinta inflattiva, pertanto taluni chiedono, accorgendosene o meno, una cosa e il suo contrario.</p>
<p>Ma mettiamo che questo problema non esista e prendiamo come esempio il contratto della scuola, che riguarda all’incirca 900mila persone. Sono disponibili subito 300 milioni, più altri 100, per finanziare i rinnovi, ma questo solo a patto di prendere i soldi che erano stati accantonati, dal governo Draghi, per premiare il merito. Quindi, se si usano per il contratto di tutti, si cancellano per il merito di molti. Dopo avere iscritto il merito nel nome del ministero, un suggestivo testacoda.</p>
<p>Altro esempio illuminante, il contratto dei collaboratori domestici. Qui i numeri sono più scivolosi, ma siamo intorno ai 2 milioni di lavoratori. L’inflazione colpisce tutti, ma per i salari più bassi può comportare rinunce dolorose. E questi lavoratori hanno salari bassi. Solo che a pagarli non è il “kapitale” o il “padronato”, bensì le famiglie, abitate da altri lavoratori. Se recuperano l’inflazione i dipendenti si impoveriscono i datori, che magari non la recuperano. Si aggiunga che i numeri sono scivolosi perché quasi il 59% di questo mercato è irregolare. Il che non è dovuto solo a “normale” evasione, ma anche a distorsione fiscale: se il reddito del dipendente cresce “troppo” egli perde benefici d’esenzione, per cui è spesso il dipendente stesso a chiedere l’irregolarità. E se si sta parlando di una persona che ha guadagnato la fiducia della famiglia, magari badando ad un anziano, rinunciarci e sostituirlo è difficile.</p>
<p>Rimettendo in fila i pezzi: a. l’inflazione c’è, erode il potere d’acquisto, inseguirla è molto pericoloso, quindi non ha senso scagliarsi contro le politiche anti inflattive; b. è vero che i salari non hanno tenuto il passo europeo, ma neanche la produttività l’ha tenuto; c. se vogliamo che le cose funzionino dobbiamo piantarla di credere sia giusto pagare tutti allo stesso modo e per anzianità, ma serve accantonare quattrini per premiare il merito; d. se per accontentare il lavoratore si finisce con l’accoppare il datore il salario sparisce.</p>
<p>Ciò comporta, proprio ora che si rinnovano i contratti, ove si voglia cambiare e riprendere a far correre sia i salari che la produttività, capire che i primi non sono indipendenti dalla seconda. Come capire che non possono essere indipendenti le pensioni e se continuiamo a favorire i pensionamenti il mitico “cuneo fiscale” non cala manco a cannonate. Legare il salario alla competitività, il premio al raggiungimento dei risultati, aiuterebbe a vivere in un mercato più giusto, più rispettoso delle persone e più dinamico. Il sindacato avrebbe il diritto/dovere di vigilare il nesso. Le imprese di investire. Il governo avrebbe il dovere di eliminare gli ostacoli. Rivendicare senza riformare porta a stagnare, impoverendo tutti.</p>
<p><em><strong>La Ragione</strong></em></p>
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		<title>Incredibili</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/incredibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Dec 2022 09:08:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I tassi d’interesse continueranno a crescere, da noi in Unione europea, come negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Sarebbe singolare che, ogni volta, si assistesse alla stessa scena vista questa settimana. Si può discutere se il rialzo dei tassi sia il rimedio migliore e più efficace al crescere dell’inflazione (negli Usa sta funzionando), così [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I tassi d’interesse continueranno a crescere, da noi in Unione europea, come negli Stati Uniti o nel Regno Unito. Sarebbe singolare che, ogni volta, si assistesse alla stessa scena vista questa settimana. Si può discutere se il rialzo dei tassi sia il rimedio migliore e più efficace al crescere dell’inflazione (negli Usa sta funzionando), così iscrivendosi a un dibattito scolastico che va avanti da decenni, ma è indubbio che i tassi europei restano più bassi di quelli americani o inglesi, nonché più bassi dell’inflazione. Ed è altrettanto indubbio che sono stati spinti fin oltre lo zero, finendo sotto, proprio per contrastare la recessione e riconquistare un’inflazione nell’intorno del 2% (eravamo ben sotto). Ora l’inflazione c’è, è stata indotta dall’esterno e i rimedi cambiano. Quel che preoccupa, sia sotto il profilo del comprendonio che sotto quello dell’onestà intellettuale, è il volere sempre vedere un solo aspetto dei problemi, facendo finta non esistano gli altri.</p>
<p>In Italia abbiamo molto risparmio, che è stato lungamente ed efficacemente protetto, grazie all’euro, tenendo bassa l’inflazione, ma certo non è stato premiato dai tassi portati allo zero. Qualche volta si è ingannati dall’illusione monetaria, per cui se i propri risparmi rendono il 10% si pensa di avere guadagnato, ma con l’inflazione al 20% si è perso. Eravamo messi così, negli anni ’80. Però veniamo da una stagione in cui i risparmi producevano con il contagocce e all’apparire dell’inflazione perdevano valore. Che si provi a rimediare è un bene.</p>
<p>L’inflazione è una brutta bestia per chi risparmia, in compenso è un cavallo alato per chi ha debiti, diminuendone il valore. L’Italia, come Paese, è molto indebitato, gli italiani, come persone, molto poco (fin troppo, poco). L’aumento dei tassi favorisce i secondi e crea un problema alla prima.</p>
<p>Ma c’è l’altra faccia della medaglia: aumentare il costo del denaro frena la crescita, alla vigilia di un anno, il 2023, in cui già si prevede una considerevole frenata. Vero. Ma a parte che da noi restano i tassi più bassi, i soldi che spingono la crescita sono quelli degli investimenti, mentre la crescita dei consumi è virtuosa se alimentata da salari e dilapidatrice se alimentata da sussidi che gonfiano la spesa pubblica corrente. In ogni caso, i soldi per gli investimenti ci sono eccome, sono quelli del Pnrr, che per la loro parte a prestito sono forniti ad un tasso assai agevolato. È vero che anche quelli aumentano il debito, ma prima del Draghi teorizzatore del debito buono e di quello cattivo, sarà bene dare un occhio al citatissimo e poco conosciuto Keynes, che sostenendo l’opportunità della spesa in deficit, per la crescita e la piena occupazione, era anche per il pareggio delle partite correnti. Tradotto: si fanno debiti per gli investimenti, non per i consumi (della pubblica amministrazione o privati), non per la spesa corrente.</p>
<p>I tassi agevolati del Pnrr non sono una decisione sovrana dell’inesistente reuccio europeo, ma il frutto della garanzia offerta da tutti i contribuenti europei, di cui l’Italia è il principale beneficiario. Dopo avere sostenuto che quella è un’occasione storica e che si era diligentemente in regola con tutti gli adempimenti, da qualche settimana si va dicendo che siamo in ritardo, non riusciremo a spenderli, ce ne vorrebbero di più, i tassi devono restare a zero, ma la gente va difesa dall’inflazione indicizzando pensioni e salari, ovvero gonfiando la spesa pubblica e, nonostante questa sia la ricetta che ci portò alla rovina in passato, pensiamo di sostenerla mandando a stendere il Meccanismo europeo di stabilità. Che è come dire: sono diabetico, ho già avuto un infarto e i reni funzionano maluccio, ma sono libero di mangiare dolciumi, fumare a piacimento, bere solo alcolici e, sia chiaro, sono contrario a che si faccia un Pronto soccorso vicino casa mia, perché non ci voglio finire. Occhio, perché chi osserva potrebbe mettere da parte i soldi per il necrologio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/sabato-17-dicembre-2022/"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>#laFLEalMassimo &#8211; Episodio 78 &#8211; Europa: Fragilità Economica e Debolezza Politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-78-europa-fragilita-economica-e-debolezza-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Dec 2022 12:51:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovo Episodio della FLE al Massimo, mentre continua l’odioso conflitto in Ucraina causato dall’Invasione della Russia diversi nodi della fragilità economia e debolezza politica dei paesi Europei vengono al pettine. Molte imprese europee e in particolare tedesche hanno fatto affidamento sulle forniture di gas e prodotti energetici da parte della russia e sulla Cina come [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo Episodio della FLE al Massimo, mentre continua l’odioso conflitto in Ucraina causato dall’Invasione della Russia diversi nodi della fragilità economia e debolezza politica dei paesi Europei vengono al pettine.</p>
<p>Molte imprese europee e in particolare tedesche hanno fatto affidamento sulle forniture di gas e prodotti energetici da parte della russia e sulla Cina come mercato di sbocco e partner commerciale. Un ribilanciamento degli equilibri geopolitici che comporta un distacco da queste due nazioni costituisce un problema rilevante per il tessuto industriale interessato.</p>
<p>A questo problema si aggiunge il rinnovato spirito nazionalistico e protezionistico con il quale gli Stati Uniti stanno sussidiando la produzione sul proprio territorio di fatto attirando anche potenziamente molte imprese europee</p>
<p>Da ultimo in sede Nato gli accordi internazionali sono messi alla prova dalla cronica incapacità delle nazioni europee di effettuare investimenti adeguati sul piano militare.</p>
<p>L’eruoap rischia di vedere ridimensionata la propria posizione a livello internazionale perché la strategia politica ed economica attuata fino ad oggi si rivela tragicamente inadeguata a fronteggiare le sfide correnti.</p>
<p>Possiamo solo adeguarci che così come l’impegno in Ucraina è riuscito a riunire il fronte dei paesi europei sul piano politico, le sfide derivante dal nuovo contesto avverso possano portare ad una reazione unitaria e coerente da parte dei paesi europei per difendere la propria posizione.</p>
<p><iframe title="#laFLEalMassimo - Episodio 78 - Europa: Fragilità Economica e Debolezza Politica" width="1778" height="1000" src="https://www.youtube.com/embed/XHKfMD_weWY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-78-europa-fragilita-economica-e-debolezza-politica/">#laFLEalMassimo &#8211; Episodio 78 &#8211; Europa: Fragilità Economica e Debolezza Politica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’euro e l’inflazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/euro-e-inflazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Jul 2022 08:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dannazione che fu L&#8217;euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la crescita. Inchiodata da arretratezze cui sembriamo affezionati. Ora l’inflazione ricompare, spinta dall’esterno. Sarà domata, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/euro-e-inflazione/">L’euro e l’inflazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Dannazione che fu</h3>
<p>L&#8217;euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la crescita. Inchiodata da arretratezze cui sembriamo affezionati. Ora l’inflazione ricompare, spinta dall’esterno. Sarà domata, se non si commetteranno i vecchi errori. Servono riforme e soldi che vadano a investimenti, non all’assistenzialismo.</p>
<h3 style="text-align: center;">La prima volta della moneta unica</h3>
<p>Questo luglio si è tornato a parlare di inflazione. Dopo circa un trentennio di quiete caratterizzato da una sostanziale stabilità dei prezzi, si è osservato un rapido e ripido incremento dell’inflazione. Quest’ultima, passata dal 4,8% di gennaio agli 8 punti percentuali di fine giugno, ha raggiunto il valore più alto da quando è stato introdotto l’euro nel nostro Paese.</p>
<p>Se la perdita di potere d’acquisto rappresenta una novità per la moneta unica, lo stesso non si può dire per la lira. Il vecchio conio, come evidenziato dal primo grafico, ha conosciuto un lungo periodo di crisi (dal 1972 al 1985) caratterizzato da un’inflazione stabilmente e abbondantemente sopra il 10%, con un picco massimo del 21,2% raggiunto nel 1980.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-58403" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-650x303.jpg" alt="luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022" width="650" height="303" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-650x303.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-400x187.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-250x117.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-768x358.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-150x70.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022-800x373.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022.jpg 1001w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Dal 1985 in poi assistiamo a un decremento abbastanza costante dell’inflazione che nel 1999, in concomitanza con l’introduzione dell’euro come valuta contabile, giunge all’1,70%. L’esordio dell’euro come denaro contante avviene nel 2002, anno nel quale l’inflazione si attesta al 2,50%. Negli anni successivi la moneta unica si conferma una valuta stabile e abbastanza forte, capace di mantenere bassi (sempre sotto al 3,5% fino al 2022) i livelli dell’inflazione.</p>
<p>L’aumento sopraggiunto quest’anno, dunque, rappresenta un’assoluta novità e costringe gli esperti a domandarsi quale sia la migliore strategia possibile per arginare gli effetti negativi della perdita del potere di acquisto. I sindacati spingono per un adeguamento dei salari ai prezzi correnti, trovando però opposizione da parte della Banca d’Italia che teme che questo tipo di soluzione finirebbe per spingere ancora più in alto l’inflazione, innescando una spirale salari-prezzi come quella degli anni Settanta e Ottanta.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-58405" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-650x293.jpg" alt="luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022" width="650" height="293" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-650x293.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-400x180.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-250x113.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-768x346.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-150x68.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022-800x360.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022.jpg 1020w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Il terzo grafico, che mette a confronto l’andamento dell’inflazione con il livello dello stipendio medio negli ultimi 30 anni (stipendio nominale, non corretto per il livello dei prezzi), sembrerebbe dare qualche supporto all’istanza dei sindacati in quanto all’aumento del salario parrebbe corrispondere addirittura un decremento dell’inflazione.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-58407" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-650x347.jpg" alt="luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022" width="650" height="347" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-650x347.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-400x214.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-250x134.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-768x410.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-150x80.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022-800x428.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/07/luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022.jpg 1016w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Tuttavia, dato che sia il valore dell’inflazione che quello dello stipendio medio vengono influenzati da un complesso sistema di variabili, la relazione apparente tra questi due termini potrebbe essere casuale o legata all’influenza di altre variabili in grado di incidere su entrambi i valori in maniera opposta.</p>
<p>Inoltre, va sottolineato come il livello degli stipendi in oggetto sia rimasto sostanzialmente stabile lungo tutto il trentennio e che anzi, trattandosi di stipendi nominali, il loro valore reale (confrontato quindi con l’indice del livello dei prezzi) sia addirittura diminuito nel corso del tempo.</p>
<p>È dunque plausibile che negli scorsi 30 anni si sia verificata una riduzione del valore dei salari reali accompagnata da tassi di inflazione decrescenti e una produttività stagnante.</p>
<p>Oggi la situazione appare più complessa: il valore reale degli stipendi continua a decrescere, però l’inflazione è in forte ascesa. Sarà necessario quindi incrementare la produttività al fine di non scivolare nella stagflazione.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/pdfviewer/6-luglio-2022/"><strong>a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su <em>La Ragione</em></strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>#laFLEalMassimo – Episodio 70: Globalizzazione e sicurezza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-70-globalizzazione-e-sicurezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2022 16:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo,  come noto ai più e come raccontato più volte in questa rubrica, il conflitto legato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha messo in discussione gli equilibri geopolitici mondiali e contribuito a rallentare ulteriormente il percorso di globalizzazione, iniziato con il crollo del muro di Berlino,  che era già [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo,  come noto ai più e come raccontato più volte in questa rubrica, il conflitto legato all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha messo in discussione gli equilibri geopolitici mondiali e contribuito a rallentare ulteriormente il percorso di globalizzazione, iniziato con il crollo del muro di Berlino,  che era già stato messo in discussione prima della pandemia dagli esiti della crisi finanziaria del 2008, dall’ascesa dei movimenti populisti e dalle guerre commerciali innescate da Donald Trump.</p>
<p>La struttura che assumerà la globalizzazione nei prossimi anni e il grado di libertà nella circolazione di merci persone e capitali e dipende dallo scontro attualmente in atto tra istanze di sicurezza e stabilità, emerse in seguito all’emergenza sanitaria e al conflitto bellico e la legittima aspirazione di imprese e individui a cercare di perseguire gli indubbi vantaggi derivanti libertà di azione e scambio.</p>
<p>Esiste un rischio fondato che le precauzioni volte ad evitare il ripetersi delle criticità che abbiamo sperimentato nell’ultimo periodo si traducano in protezionismo, in ingerenza indebita degli stati nazionali e prevaricazione della politica sulla libertà di iniziativa.</p>
<p>Il messaggio di questa rubrica va nella direzione dell’aperture e non della chiusura. Le esigenze di stabilità, resilienza e mitigazione dei rischi possono essere perseguite mediante diversificazione dei canali di approvvigionamento. Probabilmente la ricerca estrema di ridurre i costi delocalizzando e ricorrendo a paesi nei quali non sono garantiti i diritti umani, piuttosto che acquistando materie prime da regimi totalitari è stata un errore, che non dovrebbe tuttavia essere sostituito da un altro errore resuscitando istanze protezionisti e chiudendosi in se stesso.</p>
<p>I benefici dell’apertura e della commercio internazionale sono indubbi e si misurano concretamente nella rilevante porzione della popolazione mondiale che è uscita dalla soglia della povertà e ha conseguito condizioni di vita più dignitose.</p>
<p>Per evitare gli inconvenienti legati all’interruzione delle catene del valore e l’impennata nei prezzi delle materie prime occorre promuovere una globalizzazione sostenibile nella quale non si pongano limiti alla circolazione delle cose, ma si introducano requisiti di rispetto dei diritti umani e di assetto democratico della società. Per la Fondazione Einaudi avete ascoltato la FLE al Massimo.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/pWmv8JNhUk8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<item>
		<title>Inflazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inflazione-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jun 2022 08:08:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Velenose illusioni Nel dibattito parlamentare sulla guerra si è parlato molto, non sempre assennatamente, dell’inflazione. Non è normale, ma è un segnale: su quello le forze politiche puntano per provare a rendere popolare la lunga corsa elettorale. Diranno tutte più o meno la stessa cosa, ma con l’aria di dirla le une in dissenso risentito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Velenose illusioni</h3>
<p>Nel dibattito parlamentare sulla guerra si è parlato molto, non sempre assennatamente, dell’inflazione. Non è normale, ma è un segnale: su quello le forze politiche puntano per provare a rendere popolare la lunga corsa elettorale. Diranno tutte più o meno la stessa cosa, ma con l’aria di dirla le une in dissenso risentito dalle altre.</p>
<p>Il guaio è che rischia d’essere l’ennesima illusione, quindi un danno. Intanto è un sicuro indebolimento della posizione occidentale, perché segnala alla cricca del Cremlino che il tempo può aiutare, le democrazie si possono stufare, che c’è un margine per far credere che quei danni ai portafogli siano frutto di una avventata contrapposizione alla Russia. Falso, ma suggestivo.</p>
<p>Con l’inflazione i conti si deve farli. I livelli attuali non sono pericolosi, ma preoccupano i fraintendimenti e le speculazioni. Ci ripetiamo che l’inflazione europea arriva dall’esterno, dai prezzi delle materie prime, al contrario di quella statunitense, che ha origini interne. Vero, ma non del tutto. A regola di bazzica le politiche monetarie ed economiche degli anni precedenti, qui in Europa, improntate all’espansione, ovvero all’opposto della sventolata e inesistente austerità, avrebbero dovuto già da sole e dall’interno generare inflazione. Il problema era proprio quello che non ci riuscivano.</p>
<p>La crescita era troppo fiacca, il che non solo autorizzava, ma suggeriva d’insistere con l’espansione. La ripresa post blocco da pandemia ha mosso la lancetta, dato che l’aumento della domanda e l’infarto della logistica ha portato a un aumento dei prezzi esterni. Che sono piovuti su un terreno fertilizzato. I prezzi delle materie prime energetiche crescevano da prima della guerra. Con quella, certamente, le cose si sono aggravate.</p>
<p>Sappiamo esattamente cosa non si deve fare. Lo sappiamo perché è quello che facemmo, scontando il grave errore: non si deve innescare una gara fra prezzi e potere d’acquisto. Far crescere il secondo sperando di agguantare i primi è un modo per impoverire tutti, checché ne pensiono i demagoghi di turno, fra i quali non ne vedo uno che abbia l’onestà intellettuale di Luciano Lama, che ammise l’errore e provò a rimediare. Per difendersi dall’inflazione si deve contenerla. La difficoltà consiste nel riuscirci senza strozzare la crescita. Si può fare e ne abbiamo gli strumenti, ci si può riuscire concentrandosi sugli investimenti e l’aumento del numero degli occupati, ma si devono contrastare le illusioni.</p>
<p>Che il presidente della Consob ritenga necessari &lt;&lt;portafogli che autoproteggano i risparmiatori dal caro vita&gt;&gt; è cosa bella, ma anche illusoria, se così venduta. Tanto più che si tratta della stessa persona che voleva portare l’Italia fuori dall’euro, così conquistandoci il record contemporaneo del più alto debito e della più alta inflazione, pronta a mangiarsi il valore del debito come quello dei risparmi. Non esistono autoprotezioni, ma prudenza e assennatezza.</p>
<p>Se chiamassimo, ad esempio, il risparmio italiano (2mila miliardi sui conti correnti e postali, bersagli facili dell’inflazione) a compartecipare della privatizzazione di molti beni immobili pubblici, consentendo la loro successiva e fruttuosa rivendita e in quel momento promettendo il guadagno, impegnando, però, il governo presente e quelli futuri non solo a non usare un centesimo di quei quattrini per la spesa corrente, ma anche a non aumentare per quella il debito pubblico, sarebbe cosa saggia. La protezione deriverebbe proprio dalla diminuzione, reale e percentuale, del male accumulato: il debito cattivissimo.</p>
<p>Al contrario, tutta la politica dei bonus, compreso e in prima fila quello 110%, è inflattiva e indebitatrice, perché favorisce i consumi (dai monopattini alle biciclette, fino alle surreali terme) nascondendone il prezzo reale. Gli effetti si vedono subito dopo, quando è tardi. Pertanto si tratta di politiche degne di sfiducia. È debito peggio che cattivissimo.</p>
<p>Guardate il Regno Unito: ricomparsa l’inflazione sono ricomparsi gli anni ’70. Sarebbe davvero paradossale che in una società che invecchia si abbia tutti una memoria da bambini.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.laragione.eu">La Ragione</a></strong></em></p>
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		<item>
		<title>#laFLEalMassimo – Episodio 69: Autorità tecniche e responsabilità politiche</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-69-autorita-tecniche-e-responsabilita-politiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 16:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo, mentre in Ucraina il conflitto legato all’invasione Russa non riesce a trovare una via di soluzione e costituisce ancora un’emergenza umanitaria, possiamo osservare che le conseguenze economiche del conflitto contribuiscono ad esacerbare un quadro internazionale caratterizzato da numerosi fattori di incertezza e criticità. Le principali banche centrali si trovano [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nuovo episodio della FLE al Massimo, mentre in Ucraina il conflitto legato all’invasione Russa non riesce a trovare una via di soluzione e costituisce ancora un’emergenza umanitaria, possiamo osservare che le conseguenze economiche del conflitto contribuiscono ad esacerbare un quadro internazionale caratterizzato da numerosi fattori di incertezza e criticità.</p>
<p>Le principali banche centrali si trovano infatti di fronte alla necessità di intervenire con misure restrittive per arginare la crescita dell’inflazione, ma le stesse misure potrebbero rallentare la crescita economica fino al punto di portarci in recessione.</p>
<p>Questo dilemma è ulteriormente complicato dalle pressioni sui prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari esercitate dalla guerra e dall’atteggiamento miope della Cina nella gestione delle misure restrittive, che sta mettendo in difficoltà le catene del valore e il commercio internazionale con probabili conseguenze negative per la crescita globale.</p>
<p>In Europa a questo scenario altamente incerte si aggiunge la complicazione avere alcuni paesi (tra cui l’Italia) con un debito pubblico particolarmente elevato, rispetto alle proprie Economie che potrebbe diventare insostenibile di fronte alla combinazione negativa di un minore intervento da parte delle banche centrali e di una crescita dell’economia inferiore alle aspettative.</p>
<p>Per scongiurare il rischio che questo scenario evolva in una nuova crisi dei debiti sovrani, come quella nella quale il nostro Mario Draghi ha pronunciato il celebre <em>&#8220;Whatever it takes&#8221;,</em> la BCE sta già correndo ai ripari dichiarando apertamente che il sostegno ai paesi più deboli non sarà interrotto in modo troppo brusco e che è allo studio uno strumento <em>ad hoc</em> per limitare il rischio di frammentazione, quello scenario nel quale i mercati di si convincono che il debito di alcuni paesi è diventato troppo rischioso o addirittura insostenibile.</p>
<p>Non è tuttavia possibile risolvere con strumenti tecnici problemi che hanno natura e rilevanza politica: la dimensione eccessiva del debito pubblico italiano e la capacità del sistema economico di sostenerne il carico sono il risultato di scelte politiche passate e presenti e nessun superpotere dei banchieri centrali potrà sottrarci dal necessario percorso di riforme senza il quale il nostro paese non ha futuro.</p>
<p style="text-align: center;"><iframe loading="lazy" title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/7FOJKA72Jp8" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Incunearsi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/incunearsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jun 2022 07:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Interrogarsi sulla stabilità del governo è ozioso. Nessuno ha serie alternative e il voto anticipato comporterebbe, per una grossa fetta degli attuali parlamentari, il tornare alla precedente (in)occupazione. Il paventare elezioni, dal lato dei partitanti, è solo un modo per far campagna elettorale senza neanche doversi contare. Il problema non è la stabilità del governo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Interrogarsi sulla stabilità del governo è ozioso. Nessuno ha serie alternative e il voto anticipato comporterebbe, per una grossa fetta degli attuali parlamentari, il tornare alla precedente (in)occupazione. Il paventare elezioni, dal lato dei partitanti, è solo un modo per far campagna elettorale senza neanche doversi contare. Il problema non è la stabilità del governo, ma dell’Italia. E se quella dei partitanti è una cartuccia bagnata, il governo farebbe bene a metterne in canna una vera. Anticipando la legge di bilancio e redigendola secondo criteri di razionalità, non di falsa prodigalità in conto altrui.</p>
<p>Alle consolidate criticità del nostro bilancio pubblico, con un debito enorme e la tendenza a farlo crescere, si aggiunge ora, con il rialzo dei tassi d’interesse, la necessità di comunicare a quanti investono sul nostro debito, finanziandolo, la non derogabile intenzione di ridurlo nel peso percentuale, mediante una più veloce crescita. Il che comporta l’effettività delle riforme in cantiere (non basta approvarle, si deve materializzarle, e se il catasto è in buona parte falso non è una buona cosa volerlo rendere reale con calma). Ma comporta anche scelte di moralità contabile. Perché è immorale premiare chi non paga le tasse con i soldi di chi le paga, o caricando questi ultimi di ulteriori debiti.</p>
<p>Volere soccorrere i poveri è cosa buona e giusta. Ma qui non li si soccorre, li si fabbrica. Pur lasciando fuori la patologia della pandemia, fra il 2008 e il 2019 la spesa per l’assistenza è cresciuta del 56%, arrivando a ben 114.7 miliardi. Il guaio è che le persone in povertà sono cresciute del 78%. E il 2019 era un buon anno per l’occupazione, figuratevi dopo. Quel che è successo è orribile: non si è speso per aiutare i poveri (veri), ma si sono stanziati soldi che sono serviti a indurre molti a essere poveri, per averli. E questo è immorale, sia per chi finanzia che per chi è veramente in povertà. L’Istat, per intenderci, misura parametri, quei dati dicono quanti vi rientrano, non dicono affatto quanti sono i poveri. Controlli, controlli e controlli. Che dove si sono fatti hanno portato alla luce nefandezze.</p>
<p>I salari reali, calcolati a prezzi costanti, dal 2000 al 2019 sono cresciuti poco. Si dice che sono scesi perché si calcolano nel ventennio e il 2020 è stato un anno pessimo. Rispetto a Francia e Germania siamo molto indietro. Ma se guardate il costo del lavoro siamo al pari della Francia e poco sotto la Germania. La differenza è inghiottita dal cuneo fiscale. Se si continuano a promettere pensioni, decontribuzioni, facilitazioni e la vasta strumentazione di finanziamento del non lavoro i salari non potranno aumentare mai, a meno che non si voglia far ancora crescere il costo del lavoro, con il che si va fuori mercato e si chiude. Allora, basta con le formulette da dichiarazioni televisive, basta con roba tipo: politiche attive del lavoro e cuneo da ribassare con assistenza da alzare. Formazione, vera, in rapporto con le aziende. Ristrutturazione generale dei centri per il lavoro, cancellando la regionalizzazione. Banca dati unica dell’assistenza. Più soldi nel salario netto e meno a fabbricare poveri.</p>
<p>Tutto questo stia nella legge di bilancio. Se i partitanti non volessero approvarla non hanno che da accomodarsi, perché prima delle elezioni gli italiani vedrebbero la profondità del baratro in cui li si spinge. Un’operazione di realtà e rottura è necessaria, anche per incuneare il dubbio che abbia senso mettere all’asta il proprio voto, giacché chi offre di più è, in realtà, chi ti distruggerà di più. E sarebbe anche il modo per far sentire all’Italia che funziona e che paga di non essere una congrega di scemi e abbandonati.</p>
<p>Si può credere sia meglio cullarsi nel trasformismo, tanto chi abbaia poi non morde. Ma s’è visto il risultato. Oppure aspettare che il bisogno estremo porti a chiedere aiuto e accettare le condizionalità. Umiliante. Meglio cogliere il momento e far vedere che la serietà paga. Se c’è.</p>
<p>La Ragione</p>
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