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	<title>imprese Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>imprese Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Imprese, piccolo non è più bello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fabio Tomassini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Mar 2023 18:32:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[investimenti]]></category>
		<category><![CDATA[pmi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel recente passato è stata opinione comune che il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da ben200mila Pmi, garantisse al sistema produttivo nazionale una competitività maggiore rispetto agli altri Paesi Ue. Si riteneva che la flessibilità tipica di una impresa di dimensioni ridotte fosse indice della capacità di cogliere rapidamente ogni opportunità di business. Poi l’impatto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel recente passato è stata opinione comune che il tessuto produttivo italiano, caratterizzato da ben200mila Pmi, garantisse al sistema produttivo nazionale una competitività maggiore rispetto agli altri Paesi Ue. Si riteneva che la flessibilità tipica di una impresa di dimensioni ridotte fosse indice della capacità di cogliere rapidamente ogni opportunità di business. Poi l’impatto di mercati sempre più aperti ha riscritto il novero delle caratteristiche vincenti per competere. Abbiamo assistito auna progressiva concentrazione in diversi settori, con i “giganti” internazionali capaci di dominare anche il mercato domestico; ne è un esempio l’industria del software. Alcuni campioni nazionali, tipicamente quelli con una specializzazione in un settore di nicchia, in alcuni casi hanno beneficiato dell’apertura dei mercati, e grazie all’export hanno assunto un ruolo internazionale; ne è un esempio la meccanica di precisione.</p>
<p>Ma come è cambiato il nostro tessuto produttivo? Nel 2020 le aziende italiane erano 4.253.279 (dati Istat) di cui il 95% era rappresentato dalle microimprese con meno di 10 addetti. Il rimanente 5% era composto in larghissima parte da poco più di 201mila Pmi. Quest’ultime rappresentavano però la parte più significativa del tessuto produttivo nazionale: circa il 77% del valore della produzione totale, il 76% della forza lavoro e più dell’85% del totale degli investimenti lordi in beni materiali. Dal 2016 il numero totale delle aziende si è ridotto di poco meno dell’1% e della stessa percentuale è calato il numero delle Pmi, in seno alle quali è avvenuta una divaricazione: le imprese più piccole (tra 10 e 49 addetti) hanno visto il segno negativo praticamente su tutti gli indicatori, mentre le aziende più grandi (quelle con più di 50 addetti) hanno registrato una crescita numerica e hanno guadagnato un peso maggiore sul tessuto produttivo nazionale.</p>
<p>Venendo aidati, la numerosità delle imprese tra i 10 e 49 addetti (che rappresentano l’87% delle Pmi) si è ridotta dell’1,6%, il valore della produzione è sceso del 9%, la forza lavoro è rimasta pressappoco invariata. Solo gli investimenti lordi in beni materiali mostrano una crescita del 2 per cento. Disegno opposto gli indicatori relativi al restante 13% delle Pmi, ovvero il cluster delle imprese con più di 50 addetti, il cui numero è aumentato del 5,3%, con la crescita del valore della produzione del 5%, un incremento a doppia cifra della forza lavoro pari al 12% e un aumento significativo degli investimenti lordi in beni materiali del +14 per cento. Attualmente il tessuto produttivo nazionale poggia in buona misura sulle circa 27mila imprese con più di 50 addetti, che costituiscono il 57% del valore della produzione nazionale (cresciuto nel quinquennio di osservazione di circa il 7%) e che concentrano più della metà della forza lavoro e il 69% degli investimenti lordi in beni materiali(cresciuto nel quinquennio di osservazione di quasi il 15%). Interessante notare come le aziende più grandi abbiano trainato la crescita nazionale, caratterizzandosi per un incremento significativo della forza lavoro e a doppia cifra degli investimenti lordi in beni materiali. I mercati caratterizzati da un forte competizione, o che sono in fase recessiva, tendono a favorire le aziende leader e ad allargare il distacco tra queste e tutte le altre. Le aziende più grandi rispondono meglio al nuovo contesto competitivo, mostrando una migliore capacità di affrontare mercati globalizzati e disruption improvvise, ed evidenziano una maggiore capacità di investire per far evolvere le competenze e affrontare la competizione nei propri mercati. In particolare, l’investimento in digitalizzazione può presentare ritorni più elevati, attraverso l’utilizzo della tecnologia oggi ampiamente disponibile, e consente, dunque, di ottenere una maggiore efficienza a parità di risorse impiegate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilsole24ore.com/"><strong><em>Il Sole 24 Ore</em></strong></a></p>
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		<title>Innovazione, il dilemma tra competizione e sopravvivenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/innovazione-il-dilemma-tra-competizione-e-sopravvivenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Tomassini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2023 14:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[business]]></category>
		<category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da tempo si sente parlare dell’innovazione come una leva potenzialmente a disposizione per l’azienda per mantenere la propria competitività, ma anche necessaria per affrontare gli attuali mercati sempre più globalizzati. Indubbiamente la c.d. transizione digitale già ha cambiato in maniera profonda e decisiva le aspettative ed i comportamenti culturali e le dinamiche di mercato in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da tempo si sente parlare dell’innovazione come una leva potenzialmente a disposizione per l’azienda per mantenere la propria competitività, ma anche necessaria per affrontare gli attuali mercati sempre più globalizzati. Indubbiamente la c.d. transizione digitale già ha cambiato in maniera profonda e decisiva le aspettative ed i comportamenti culturali e le dinamiche di mercato in tutti i settori, e si manifesta in termini di “capacità digitali” in senso lato (anche in termini di canali o asset aziendali) che sono fortemente differenziali rispetto al precedente contesto già di pochi anni fa: per questo si cita spesso il concetto di “<em>digital disruption</em>”. La velocità con la quale gli effetti della <em>digital disruption</em> si sono mostrati in ogni ambito e contesto settoriale, amplificata dalla “globalizzazione” che caratterizza ormai quasi tutti i mercati, ha dimostrato che difficilmente le aziende avranno la possibilità di sopravvivere se non mostrano una rapida capacità di adattamento al contesto evolutivo del mercato. Basti pensare all’accelerazione avuta durante e dopo la pandemia Covid.</p>
<p>Dunque più che un’opportunità, o una leva per le aziende/ manager particolarmente preziosa per i grandi e complessi progetti di trasformazione (<em>post merger integration</em>, <em>turn around</em>, ecc.), l’innovazione attualmente rappresenta l’attitudine indispensabile necessaria per garantire la propria sopravvivenza. L’innovazione si associa molto spesso ad “invenzioni” tecnologiche sofisticate in grado di cambiare completamente un settore di business, ma nel recente passato sono state le innovazioni di processo che più frequentemente hanno cambiato completamente la catena del valore del business anche in mercati consolidati e maturi, ne è un esempio emblematico Uber. A prescindere da ogni considerazione relativa al quadro normativo e regolatorio, dove ciascuno può avere una propria posizione, è certamente evidente come una tecnologia disponibile e diffusa applicata in modo innovativo abbia potuto cambiare un intero settore in modo irreversibile.</p>
<p>La progressiva digitalizzazione delle imprese e la pressione competitiva da parte di aziende provenienti da mercati internazionali obbliga, a mio avviso, le aziende nazionali ad identificare interventi di utilizzo della tecnologia disponibile per rendere il proprio modello di business più solido meno rischioso, rafforzando l’efficacia ed in alcuni casi l’efficienza nel rapporto con il proprio mercato. “L’innovazione di processo”, intendendola nell’accezione più ampia del termine, identifica interventi per favorire l’adozione delle tecnologie disponibili da parte delle aziende per accelerare il proprio processo di digitalizzazione. Ad esempio un ambito che ritengo di grande efficacia per avviare progetti di digitalizzazione, che allo stesso tempo è di relativa facilità di implementazione, è l’applicazione della <em>Robotic Process Automation</em> (RPA) ovvero l’automazione attraverso applicativi di robotizzazione di processi aziendali che possono essere applicati a qualsiasi ambito. Non si tratta necessariamente di un’applicazione di intelligenza artificiale, ma anche solo di rendere automatiche attraverso un software attività operative o di controllo che oggi rappresentano molto spesso attività a basso valore aggiunto. La robotizzazione dei processi ha moltissime valenze es. in alcuni casi rende economicamente sostenibili alcuni controlli di business e quindi più efficace l’impatto sul proprio mercato, in altri casi elimina inefficienze di processo, in attività a bassissimo valore aggiunto. Inoltre rappresenta in alcuni casi anche un più agevole modalità di lettura dei dati di business a fronte di un minore sforzo di integrazione tra sistemi a supporto dell’azienda, in special modo nelle medie aziende.</p>
<p>In azienda la digitalizzazione dovrebbe essere un elemento portante della strategia aziendale, volto a cogliere nuove opportunità o rendere più sostenibili il proprio modello di business, infatti la trasformazione digitale:</p>
<ul>
<li> non consiste esclusivamente nell’implementazione e adozione delle nuove tecnologie, ma rappresenta l’occasione per ripensare il proprio modello di business, renderlo scalabile e migliorarne la competitività</li>
<li>consente di sviluppare internamente nuove competenze orami necessarie per competere, creando una cultura aziendale reattiva ai cambiamenti dei propri mercati di riferimento</li>
<li>definisce nuove modalità di interazione con il proprio ecosistema (clienti/fornitori), con lo scopo di facilitare la scalabilità del business (es. c.d. “integrazione a monte”)</li>
</ul>
<p>L’innovazione generata attraverso la trasformazione digitale con l’uso di tecnologia già disponibile, per il fatto che non richiede ingenti investimenti, consente l’utilizzo più efficiente del capitale e quindi una maggiore crescita a parità di risorse investite.</p>
<p>La crescita dimensionale è un tema centrale per la competitività dell’azienda, è opinione oramai diffusa, anche alla luce delle evidenze di mercato, che per competere in una dimensione ormai sempre più globale è certamente necessario avere una dimensione adeguata, intesa come la dimensione che consente ad una impresa di avere la capacità di anticipare nuovi trend ed allo stesso modo di aumentarne la resilienza in momenti di shock improvvisi. Nei momenti di crisi è mostrato dalle evidenze che le aziende leader consolidano ulteriormente la propria posizione competitiva.</p>
<p>Il tessuto tipico del nostro paese è caratterizzato da una presenza maggiore delle Piccole e Medie Imprese (c.d. PMI) rispetto agli altri paesi Europei. La classificazione comunitaria prevede la classificazione delle aziende per numero di addetti mostra che in Italia mostra che sulle ca. 4,2 milioni di imprese nel 2020, quelle con più di 50 addetti sono circa 27&#8217;000 e generano il 57% del valore della produzione, il 69% degli investimenti ed impiegano piu del 50% dei lavoratori dipendenti.</p>
<p>I medesimi dati di 5 anni prima mostrano come l’incremento della numerica delle aziende con più di 50 addetti sia cresciuta del 5%, mostrando una crescita percentuale più che doppia in termini degli investimenti lordi in beni materiali e dei lavoratori dipendenti. Interessante sarà avere un confronti con le stesse dimensioni post pandemia covid.</p>
<p>La competitività del nostro Paese è certamente condizionata dalla crescita del tessuto delle imprese nazionali in mercati oramai aperti e globalizzati e certamente le iniziative del Governo volte alla modernizzazione del nostro sistema produttivo vanno in questa direzione.<br />
Sono sicuramente trainanti in questa ottica le aziende medio-grandi capaci anche di creare un indotto ed un ecosistema diffuso ed adeguato per il nuovo contesto competitivo.</p>
<p>Certamente la digitalizzazione delle imprese gioca anche un ruolo chiave per avere per l’export, in questo senso ridurre il gap rispetto agli altri paesi dell’e-commerce nazionale potrebbe rappresentare una leva per favorire la commercializzazione dei prodotti Made in italy e favorire la riprese delle filiere produttive nazionali.</p>
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		<title>Contrattare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrattare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jan 2023 09:28:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[contratti]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono 591 contratti nazionali di lavoro scaduti, su un totale di 955. La cosa riguarda 6,8 milioni di lavoratori dipendenti, su un totale di 12,8. Il minimo che i sindacati chiedono è il recupero dell’inflazione, più in generale pesa il fatto che i salari italiano sono, in media e da trenta anni, al palo, se non in regresso, mentre in Francia sono cresciuti del 31.1% e in Germania del 33.7. Messa così, non resta che aumentare i salari ben oltre l’inflazione. Ma messa così non funziona affatto.</p>
<p>Cominciamo dall’inflazione. Diversi governanti italiani e qualche significativa voce dal mondo imprenditoriale hanno (inopportunamente) criticato la Banca centrale europea per il rialzo dei tassi d’interesse, destinato a contrastare l’inflazione. La Bce sbaglia, dicono, perché l’inflazione europea è importata e aumentare i tassi non la farà scendere, mentre rallenta la crescita. Sempre che non inneschi la recessione. Purtroppo, però, l’inflazione di base, quella interna e non importata, è proprio quella che non accenna a scendere e si colloca oggi attorno al 5%. Se i salariati recuperassero il potere d’acquisto perso con l’inflazione ciò comporterebbe una spinta inflattiva, pertanto taluni chiedono, accorgendosene o meno, una cosa e il suo contrario.</p>
<p>Ma mettiamo che questo problema non esista e prendiamo come esempio il contratto della scuola, che riguarda all’incirca 900mila persone. Sono disponibili subito 300 milioni, più altri 100, per finanziare i rinnovi, ma questo solo a patto di prendere i soldi che erano stati accantonati, dal governo Draghi, per premiare il merito. Quindi, se si usano per il contratto di tutti, si cancellano per il merito di molti. Dopo avere iscritto il merito nel nome del ministero, un suggestivo testacoda.</p>
<p>Altro esempio illuminante, il contratto dei collaboratori domestici. Qui i numeri sono più scivolosi, ma siamo intorno ai 2 milioni di lavoratori. L’inflazione colpisce tutti, ma per i salari più bassi può comportare rinunce dolorose. E questi lavoratori hanno salari bassi. Solo che a pagarli non è il “kapitale” o il “padronato”, bensì le famiglie, abitate da altri lavoratori. Se recuperano l’inflazione i dipendenti si impoveriscono i datori, che magari non la recuperano. Si aggiunga che i numeri sono scivolosi perché quasi il 59% di questo mercato è irregolare. Il che non è dovuto solo a “normale” evasione, ma anche a distorsione fiscale: se il reddito del dipendente cresce “troppo” egli perde benefici d’esenzione, per cui è spesso il dipendente stesso a chiedere l’irregolarità. E se si sta parlando di una persona che ha guadagnato la fiducia della famiglia, magari badando ad un anziano, rinunciarci e sostituirlo è difficile.</p>
<p>Rimettendo in fila i pezzi: a. l’inflazione c’è, erode il potere d’acquisto, inseguirla è molto pericoloso, quindi non ha senso scagliarsi contro le politiche anti inflattive; b. è vero che i salari non hanno tenuto il passo europeo, ma neanche la produttività l’ha tenuto; c. se vogliamo che le cose funzionino dobbiamo piantarla di credere sia giusto pagare tutti allo stesso modo e per anzianità, ma serve accantonare quattrini per premiare il merito; d. se per accontentare il lavoratore si finisce con l’accoppare il datore il salario sparisce.</p>
<p>Ciò comporta, proprio ora che si rinnovano i contratti, ove si voglia cambiare e riprendere a far correre sia i salari che la produttività, capire che i primi non sono indipendenti dalla seconda. Come capire che non possono essere indipendenti le pensioni e se continuiamo a favorire i pensionamenti il mitico “cuneo fiscale” non cala manco a cannonate. Legare il salario alla competitività, il premio al raggiungimento dei risultati, aiuterebbe a vivere in un mercato più giusto, più rispettoso delle persone e più dinamico. Il sindacato avrebbe il diritto/dovere di vigilare il nesso. Le imprese di investire. Il governo avrebbe il dovere di eliminare gli ostacoli. Rivendicare senza riformare porta a stagnare, impoverendo tutti.</p>
<p><em><strong>La Ragione</strong></em></p>
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		<title>E se per un giorno parlassimo solo di quel che serve alle imprese?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-per-un-giorno-parlassimo-solo-di-quel-che-serve-alle-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ferruccio De Bortoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Aug 2022 10:06:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[campagna elettorale]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni politiche 2022]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Modesta proposta de L’Economia per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle proposte (ormai un florilegio) che incidono — senza peraltro in molti casi l’indicazione delle coperture — sul lato della [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Modesta proposta de <em>L’Economia</em> per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle proposte (ormai un florilegio) che incidono — senza peraltro in molti casi l’indicazione delle coperture — sul lato della spesa pubblica. Ma esclusivamente di tutto ciò che riguarda le scelte e gli investimenti necessari affinché si possa produrre di più e meglio.</p>
<p>Anziché temere il riproporsi di un «giorno della marmotta» — vecchie storie rivissute ossessivamente — una sorta di «giorno della formica», chiamiamolo così, nel quale si parli solo di impresa, competenze, studio, ricerca, innovazione, competitività. La parte più faticosa della costruzione di una società futura. La raccolta del consenso su queste materie non è immediata.</p>
<p>I vantaggi sono misurabili solo nel medio o lungo periodo. La continuità dell’esecuzione è fondamentale. Non si può cambiare indirizzo o gestione ogni anno. La capacità distributiva di un Paese non è illimitata. Farlo credere è semplicemente criminale.</p>
<p>Prima di distribuire bisogna produrre. Una verità misconosciuta. Non esistono il benessere di cittadinanza e il diritto inalienabile a ottenere sempre, e in ogni caso, un aiuto pubblico attraverso uno Stato generoso e proteiforme.</p>
<h3>La trappola</h3>
<p>A meno che non si pensi che l’indebitamento si sia trasformato in una sorta di virtù contemporanea. La trappola più insidiosa, disseminata lungo il cammino del Paese, non è però solo la sostenibilità dei suoi conti pubblici (argomento noioso, espunto dal dibattito elettorale) ma soprattutto — aspetto più culturale che economico — il rischio della perdita collettiva dell’idea di progresso.</p>
<p>Questo è il vero, grande pericolo che corre il Paese. La ricchezza, per essere più equamente distribuita, va prima creata. Anche e soprattutto con fatica e dedizione. Il modesto tasso di imprenditorialità giovanile è sintomo di una società che avversa il rischio, che quasi si arrende al declino.</p>
<p>L’esempio più calzante è quello dei tanti, e per fortuna floridi, distretti produttivi italiani. Le comunità locali sono del tutto consapevoli dell’importanza di avere imprese presenti nel territorio. E sanno che, se non vi fossero, se non investissero e innovassero, il loro benessere sarebbe fortemente compromesso e così il futuro dei loro figli.</p>
<p>La crescita dimensionale delle aziende, a livello locale, è motivo di orgoglio. Più il legame è forte, minore è la convenienza a delocalizzare. Questa consapevolezza scolora di colpo se la discussione avviene su scala nazionale.</p>
<p>L’impresa non è più al centro. Non è più il motore dello sviluppo. Se è piccola azienda suscita simpatie diffuse, ma se è grande e internazionalizzata assai meno. Occupa una posizione ancillare rispetto a un insieme di interessi costituiti che pesa fortemente, e a volte unicamente, sul lato distributivo: categorie, corporazioni. Sovrastrutture spesso piegate alla logica del vantaggio immediato che è poi reale misura del potere dei loro gruppi dirigenti.</p>
<p>Ciò che è pacifico sul piano dei distretti produttivi (grazie a concorrenza e innovazione esportiamo e cresciamo), lo è meno nel confronto nazionale dove prevalgono più facilmente spinte autarchiche e protezionistiche. Le stesse che, se fossero agitate contro le imprese del territorio, avrebbero effetti negativi devastanti.</p>
<p>In sintesi: se la logica delle concessioni balneari o di quelle dei taxi fosse stata adottata in tutte le attività produttive, noi saremmo ancora in un’era preindustriale.</p>
<h3>Prove di nazionalizzazione</h3>
<p>«Protezionismo e isolazionismo non sono nell’interesse nazionale» ha detto Mario Draghi nel suo discorso all’ultimo Meeting di Rimini. Perseguire, a qualsiasi costo — altro esempio — l’idea della nazionalità della compagnia di bandiera è costato, soltanto dal 2017, al momento dell’amministrazione straordinaria cui è seguito il lancio di Ita Airways, 2 miliardi ai contribuenti italiani che quando viaggiano, scelgono — come i turisti stranieri — in massima parte le low cost.</p>
<p>Non vi è alcun ritorno economico — se non quello modesto di un po’ di consenso come accadde durante la campagna elettorale del 2008 — nel mantenere in piedi un vettore che perde soldi. La certezza è solo quella di una lenta agonia che brucerà altri denari pubblici e posti di lavoro.</p>
<p>Un altro esempio: l’ipotesi di un’Opa (Offerta pubblica d’acquisto) della Cdp sulla Tim — anche nell’ottica di una rete unica — accolta con soddisfazione dai sindacati, sarebbe un inutile favore agli azionisti privati, italiani e stranieri, senza essere la soluzione, come molti sarebbero indotti a ritenere ai problemi dell’incumbent delle telecomunicazioni. Come se il genere della proprietà fosse la panacea di tutti i mali che pur derivano da una privatizzazione sbagliata.</p>
<p>Un conto è l’intervento — come la decisione francese di nazionalizzare del tutto Edf — quando una situazione del mercato dell’energia, alterata dalla guerra, rende insostenibile il conto economico di un’azienda strategica. Un altro, del tutto diverso, è nazionalizzare nell’illusione che così l’impresa si salvi e rifiorisca come per un sortilegio. Con un non secondario effetto distorsivo sugli investimenti in Italia.</p>
<p>A Vivendi, il socio francese di Tim, non interessa che la rete unica sia pubblicizzata, l’importante è la sua valutazione. Ovviamente molto superiore a quella di mercato. Se lo Stato è il compratore di ultima istanza — mosso cioè da valutazioni politiche e non economiche — il rischio per l’investitore si riduce a ben poco.</p>
<p>I capitali esteri si attraggono, così, per ragioni sbagliate. Il paradosso finale è che i sostenitori della proprietà nazionale o pubblica si trasformano d’incanto in generosi alleati dei soci privati e, soprattutto, esteri di cui denunciano l’ingordigia.</p>
<p>Riacquistare, attraverso la Cdp, la quota di Atlantia (9 miliardi) in Autostrade è stato tutt’altro che un gesto punitivo nei confronti dell’azionista Benetton dopo la tragedia nel 2018 del crollo del Ponte Morandi che causò 43 morti.</p>
<p>Sul versante del lavoro e della formazione, le proposte sono molteplici. E non staremo ad esaminarle nel dettaglio. Sfugge però la relazione perversa tra popolazione attiva e non. Nonostante il tasso di occupazione abbia ritoccato il 60 per cento, soglia che non si varcava più dagli anni Settanta, l’Italia è agli ultimi posti in Europa nel rapporto tra occupati e pensionati. Insomma, lavoriamo in meno degli altri.</p>
<h3>L’amara verità</h3>
<p>Questa è l’amara verità. Nel secondo Dopoguerra, il rapporto tra attivi e non era di cinque a uno. Nel 2050 sarà di 4 a 3. Promettere pensionamenti anticipati non migliora la situazione né crea una «staffetta generazionale». Quota 100 insegna.</p>
<p>La scarsa attenzione al tema della formazione continua aggrava ulteriormente le prospettive dell’occupazione. Secondo Boston Consulting Group, il 50 per cento delle attuali posizioni rischia di essere, nel giro di pochi anni, obsoleto per perdita di competenze. Le sole aziende manifatturiere non riescono a coprire il 30 per cento dei profili professionali di cui hanno necessità.</p>
<p>L’emergenza vera è nell’essere in Europa agli ultimi posti come numero di laureati e per la spaventosa carenza di tecnici specializzati. A questo punto parlare solo di salario minimo e di settimana lavorativa di 36 ore sembra un diversivo. Così come appare incomprensibile all’estero dividersi sull’anticipo o sull’estensione dell’obbligo scolastico. Altrove pacifico.</p>
<p>E veniamo all’ultimo, delicatissimo tema che riguarda l’immigrazione da cui dipende fortemente la creazione di ricchezza futura. Non è un costo, è un investimento. Per combattere il declino demografico l’Italia avrebbe bisogno, come ha detto sempre a Rimini, il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, di un saldo netto di 360 mila immigrati l’anno. Un flusso chiaramente insostenibile.</p>
<p>Ma il tasso di natalità — Germania e Svezia sono casi positivi -— si innalza solo coordinando un’immigrazione più ordinata e di qualità a misure sociali e servizi avanzati a favore della famiglia. Costruire tanti begli asili nido (esemplare il caso della Val d’Aosta) con una popolazione mediamente anziana serve a poco.</p>
<p>Dirsi a favore dell’immigrazione non porta voti. Minacciare blocchi navali (peraltro impossibili sul piano del diritto internazionale) probabilmente sì. Ma un Paese che invecchia e si svuota, magari dei propri giovani più preparati, e non è attrattivo per immigrati che vogliono lavorare e produrre, non avrà un futuro con tante risorse da distribuire.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/economia/opinioni/22_agosto_30/se-un-giorno-parlassimo-solo-quel-che-serve-imprese-c678464c-2777-11ed-83db-919b375d30ef.shtml"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Ferruccio De Bortoli: L&#8217;illusione a colpi di bonus</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ferruccio-de-bortoli-lillusione-a-colpi-di-bonus/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2020 06:58:01 +0000</pubDate>
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		<title>Tito Boeri: Se il divieto di lincenziare è un errore</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tito-boeri-se-il-divieto-di-lincenziare-e-un-errore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2020 07:06:36 +0000</pubDate>
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		<title>Dobbiamo proteggere le medie imprese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dobbiamo-proteggere-le-medie-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Paganini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Aug 2016 08:57:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[diritto di proprietà]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[made in italay]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Pietro Paganini scrive di imprese e diritti di proprietà sulla Stampa del 10 agosto 2016[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La scarsa tutela della proprietà è una delle ragioni per cui facciamo fatica a fare innovazione e quindi a competere nel contesto sempre più complesso del mercato globale. Gli ultimi governi hanno fatto molto sul piano legislativo con una serie di interventi normativi importanti come il <i>patent box</i>. Purtroppo non se ne registrano ancora i risultati. L&#8217;Indice Internazionale per i <strong>Diritti di Proprietà</strong> 2016 che viene presentato quest’oggi, e che <em>La Stampa</em> ha visionato in esclusiva, infatti vede l’Italia al 51° posto su 128 paesi. Recuperiamo si una posizione rispetto al 2015 ma ne perdiamo 10 rispetto al 2014.</p>
<p>L’Indice, che classifica i paesi in base al grado di tutela della proprietà fisica ed intellettuale, evidenzia il legame che esiste tra questa e la capacità di produrre innovazione e quindi crescita economica. Da sempre primi in classifica per innovazione sono i paesi che più tutelano come Svizzera, Svezia, Lussemburgo, Finlandia e Hong Kong, per citarne alcuni. Questa è la dimostrazione che il quadro normativo, pur competitivo, da solo non basta se non è accompagnato da politiche di controllo e di prevenzione come nel caso della <strong>contraffazione</strong> che penalizza fortemente le imprese italiane.</p>
<p>Secondo il CENSIS, nel 2012 il fatturato illecito derivante dalla contraffazione era pari a 6,5 miliardi di euro. I settori più colpiti risultano essere quelli tradizionalmente del <strong><i>Made in Italy</i></strong>, ovvero dell’abbigliamento e degli accessori, il settore alimentare, ma anche quello della manifattura. I prodotti così detti innovativi, o ad alto valore intellettuale o tecnologico, o anche i <i>griffati</i>, sono sempre più progettati, realizzati ed offerti ovunque sul mercato globale. In questo contesto, nonostante gli sforzi della UE e delle apposite agenzie internazionali, non si è evoluta un&#8217;adeguata regolamentazione per tutelare anche le piccole e medie imprese (PMI) o le start-up che a differenza delle grandi multinazionali non possono contare su risorse economiche e manageriali adeguate per brevettare, proteggere e valorizzare prodotti e servizi. Le PMI sono il motore della nostra economia. Esse immettono nel mercato prodotti unici nella manifattura, nella moda e nell’alimentare che per essere competitivi devono essere valorizzati e tutelati.</p>
<p>Tuttavia il <i>Made in Italy</i> è un concetto in continua evoluzione poiché sempre più imprese, anche di piccole dimensioni, dopo aver dislocato i processi produttivi provano oggi a delocalizzare anche le attività organizzative e finanziarie. Ciò significa regole nuove ma anche la diffusione di una cultura burocratica e manageriale adeguata che riconosce, protegge e valorizza quanto prodotto dalla creatività imprenditoriale ed industriale.</p>
<p>La <strong>Gran Bretagna</strong> ad esempio, ha attratto le multinazionali del farmaco perché ha combinato in un ecosistema energico le giuste regole, la semplicità dei processi burocratici (registrazione di marchi e brevetti), una cultura manageriale propensa a valorizzare quanto prodotto, e soprattutto ha saputo comunicare i propri valori fornendo anche i giusti incentivi.  In altri paesi, si pensi alla <strong>Germania</strong> e ai paesi scandinavi, si accompagnano le proprie imprese sul mercato estero per proteggerne i prodotti. Quante imprese italiane sono oggi abbandonate al loro destino appena valicano i confini nazionali?</p>
<p>Pietro Paganini, <em>La Stampa</em> del 10 agosto 2015</p>
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		<title>Tutti preoccupati per le banche. E il fisco fa a pezzi le imprese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutti-preoccupati-per-le-banche-e-il-fisco-fa-a-pezzi-le-imprese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Jul 2016 08:21:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[cgia mestre]]></category>
		<category><![CDATA[imprese]]></category>
		<category><![CDATA[pressione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Tasse record e spesa senza freni: Carlo Lottieri ne scrive sul Giornale del 31 luglio[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutti-preoccupati-per-le-banche-e-il-fisco-fa-a-pezzi-le-imprese/">Tutti preoccupati per le banche. E il fisco fa a pezzi le imprese</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giorno in cui le banche italiane con l&#8217;ovvia e disastrosa eccezione del Monte dei Paschi riescono a superare quasi indenni la prova sotto sforzo dell&#8217;Eba, che ha monitorato una cinquantina di istituti creditizi europei, dalla <strong>Cgia di Mestre</strong> giunge l&#8217;ennesima conferma che il problema maggiore dell&#8217;economia nazionale è nel fisco.</p>
<p>E in particolare nel rapporto perverso tra la tassazione e il sistema produttivo. In un suo studio la Cgia evidenzia come la percentuale dei prelievi che gravano sui profitti di un&#8217;impresa italiana (sommando imposte in senso stretto e contributi previdenziali) sia giunta al livello del <strong>64,8%</strong>. In un&#8217;Europa che pure è soffocata dalla tassazione, nessun altro Paese è a tali livelli: e così in Germania siamo al 48,8%, in Olanda al 41%, in Slovenia al 31% e in Irlanda al 25,9%. Per chi produce beni e servizi sul mercato, allora, la situazione è drammatica e la tentazione di mollare (chiudendo tutto o andandosene) è costante.</p>
<p>In fondo, la Cgia conferma quanto già si sapeva: e solo pochi mesi fa un altro istituto di ricerca (Impresa Lavoro) aveva a sua volta consegnato all&#8217;Italia la maglia nera in campo fiscale, al termine di un&#8217;analisi che aveva riguardato tutti i Paesi dell&#8217;Unione più la Svizzera. Quanti conoscono appena un po&#8217; il mondo delle imprese non possono essere sorpresi, perché da tempo il primo fondamentale problema da risolvere è la riduzione di quel salasso che impedisce alle nostre aziende di competere con quelle di altre economie. Entro tale quadro preoccupa il fatto che il governo guidato da Matteo Renzi stia del tutto ignorando la drammaticità della questione, soprattutto perché è incapace di fare i conti con ciò che è all&#8217;origine di tutto ciò: e cioè con quella spesa pubblica fuori controllo che costringe, al tempo stesso, ad aumentare il debito (ormai a<strong> 2.250 miliardi di euro</strong>, come attesta in tempo reale il contatore del debito pubblico dell&#8217;Istituto Bruno Leoni) e a tartassare le aziende.</p>
<p>Il guaio è che siamo ormai entrati in una spirale perversa, poiché lo Stato ha sempre più bisogno di risorse e per questo motivo aumenta un prelievo che tarpa le ali di chi lavora, produce, crea ricchezza. Di questo passo, tra poco quel 64,8 per cento di prelievo finirà per colpire una base imponibile assai ristretta. È normale che un governo di sinistra non senta l&#8217;urgenza di lasciare la ricchezza nelle mani di chi la genera. La <strong>tradizione socialista</strong> guarda al profitto con sospetto, mentre ritiene cruciale che si realizzino politiche redistributrici, in grado di prendere da ciascuno secondo le sue possibilità e dare a ciascuno secondo i suoi bisogni.</p>
<p>È però giunto il momento, anche per chi sta a sinistra, di conoscere una fase di realismo, comprendendo che c&#8217;è comunque bisogno di un «gatto che prenda il topo»: per ricordare la formula usata da Deng, quando iniziò a inserire elementi di capitalismo nel sistema produttivo cinese. O abbassiamo le tasse, o sarà impossibile avere un futuro.</p>
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