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	<title>immigrazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>immigrazione Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Due ipocrisie su Almasri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/due-ipocrisie-su-almasri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Feb 2025 13:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
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		<title>Legge e ordine per i più deboli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/legge-e-ordine-per-i-piu-deboli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 13:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[periferia]]></category>
		<category><![CDATA[polizia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/j9ujm1W6qAI" width="914" height="514" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>BiPatto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bipatto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Dec 2023 18:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’accordo sul Patto è stato trovato. Ne è soddisfatto il governo italiano, che si annette il geometrico merito d’essersi messo al centro. E ci mancherebbe, fossero questi i problemi. Quello di cui parliamo è il Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo, al termine di un negoziato che ha coinvolto i Paesi membri, il Parlamento europeo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’accordo sul Patto è stato trovato. Ne è soddisfatto il governo italiano, che si annette il geometrico merito d’essersi messo al centro. E ci mancherebbe, fossero questi i problemi. Quello di cui parliamo è il Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo, al termine di un negoziato che ha coinvolto i Paesi membri, il Parlamento europeo (che lo voterà in seduta plenaria) e la Commissione europea, che ne fissa i cinque pilastri. In buona sostanza: responsabile resta il Paese di primo approdo; si standardizzano identificazioni e dati biometrici; i Paesi che non accetteranno la distribuzione del carico umano saranno tenuti a un maggiore carico economico.</p>
<p>Fino a qualche settimana addietro era tutto uno sgrugnarsi di rimproveri reciproci e di finte rotture. Noi guardavamo la sostanza, tenevamo in conto la realtà reale e non la narrativa mendace della serie «L’Italia è stata lasciata sola» e ritenevamo l’accordo non soltanto possibile ma a portata di mano. Così è stato e il copione si replica con l’altro Patto, quello economico e intitolato alla stabilità e alla crescita. In questo caso il ministro dell’economia richiama lo &lt;&lt;spirito del compromesso&gt;&gt;. Bene così.</p>
<p>Convergere su un Patto europeo è buona cosa, ma non in sé una soluzione. Che le frontiere esterne di ciascun Paese fossero frontiere esterne europee era già assodato, mentre i Paesi governati da sovranisti, a Est, avevano impedito la monetizzazione del rifiuto allo smistamento (la solita Ungheria è ancora di traverso). Che non è e non sarà automaticamente accoglienza. Ora il Parlamento europeo fa un importante passo in avanti, in accordo con la festante Commissione europea (la cui presidente ha parlato di accordo «storico», e bisognerà che ci si rassegni all’idea che la storia la scrivono i posteri, mentre i contemporanei compiono scelte). Non di meno il problema resta intatto, molti altri proveranno a entrare illegittimamente, i respingimenti resteranno complicati. Ma si è fissata la procedura con cui affrontare il problema. E non è poco.</p>
<p>Analogo ragionamento vale sul lato economico. I debiti alti – il nostro lo è esageratamente – restano tali. Contabilizzare questa o quella spesa (ad esempio i soldi spesi nella difesa) ai fini dell’equilibrio fra Stati non modifica il fatto che i soldi presi in prestito comunque debito rimangono. E se crescente il problema aumenta, anche ove non contestato dalle autorità europee. Ma convergere sui criteri è molto importante perché crea le condizioni dell’argine comune, togliendo terreno ad attacchi speculativi e lasciando attive le difese comuni. Le difficoltà nel rispettare gli accordi – evocate sia dalla presidente del Consiglio che dal ministro dell’Economia – sono reali, ma di gran lunga meno dolorose e pericolose del non avere un Patto attivo.</p>
<p>Ricordato ancora una volta che il Meccanismo europeo di stabilità non c’entra nulla, non c’è alcun nesso e che l’idea di gestire un negoziato ‘a pacchetto’ la si può vendere a qualche elettore sprovveduto ma è priva di fondamento, quindi sottolineato ancora che allungare questo strazio serve soltanto a rendere più dolorosa l’inversione a U che le forze al governo dovranno fare (la Lega ha già trovato la formula: siamo contrari, ma ci rimettiamo a Meloni), il problema italiano è la consapevolezza che non sono reali i conti ancora da approvare. Fra Natale e la fine dell’anno, con puntuale rispetto della tradizione e del palpitante ultimo minuto (ma tanto non succede niente), sarà approvata una legge di bilancio che – nello stabilire in che modo e in che misura sarà ridotto il debito pubblico nel corso del 2024 – parte dall’assunto che la nostra crescita sarà dell’1,2%. Il che è fuori dalla realtà e la Banca d’Italia prevede che cresceremo della metà, lo 0,6%. Quindi saranno votati conti che già si sa dovranno essere rifatti. Quello è il nostro problema, serio.</p>
<p>Il dilemma politico sta da un’altra parte: come praticare scelte sagge, che portano a maggiore integrazione europea, dopo avere lungamente sostenuto il contrario. Ma l’arte delle parole è materia in cui l’eccellenza abbonda, fra le file della politica.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>L’illusione della deterrenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lillusione-della-deterrenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Nov 2023 18:00:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio meloni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La parola chiave è “deterrenza” e raccontano che Giorgia Meloni ci creda davvero. Ascoltando il suo videomessaggio dello scorso 15 settembre, chi scrive si era convinto che il presidente del Consiglio parlasse ai migranti africani per farsi intendere dagli elettori italiani. Ritenevamo che il focus del discorso fosse quel “non abbiamo cambiato idea” pronunciato con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La parola chiave è “deterrenza” e raccontano che Giorgia Meloni ci creda davvero. Ascoltando il suo videomessaggio dello scorso 15 settembre, chi scrive si era convinto che il presidente del Consiglio parlasse ai migranti africani per farsi intendere dagli elettori italiani. Ritenevamo che il focus del discorso fosse quel “non abbiamo cambiato idea” pronunciato con lo sguardo fiero fisso in camera e che quelle parole volutamente rassicuranti nascessero dall’esigenza di contenere il tentativo di Matteo Salvini di eroderle consensi a destra. Errore. Giorgia Meloni intendeva davvero rivolgersi ai migranti e il focus o del suo discorso era davvero quel “messaggio chiaro a chi vuole entrare illegalmente in Italia: non conviene affidarsi ai trafficanti… se entrate illegalmente, sarete trattenuti e rimpatriati”.</p>
<p>Con lo stesso spirito, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che della Meloni è tanto il braccio quanto la mente, ha cercato di convincere gli alleati e il ministro dell’Interno a fare di Lampedusa un gigantesco Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr). Una via di mezzo tra Ellis Island e Guantanamo, che nelle intenzioni di Fazzolari (e della Meloni) avrebbe dovuto dissuadere i migranti dal partire. La proposta di Fazzolari è stata respinta, ma lo spirito di quell’intuizione ha continuato ad ispirare la strategia di palazzo Chigi fino a concretizzarsi nel recente accordo con il governo Albanese.</p>
<p>Giorgia Meloni sa che semmai quell’accordo diventerà operativo servirà a “confinare” un’esigua minoranza dei migranti che sbarcano in Italia (tra i 3mila e i 6mila l’anno su 130mila circa che arrivano), ma ritiene che la prospettiva di finire dietro le sbarre in Albania possa fungere da deterrente scoraggiando di conseguenza decine di migliaia di disperati dal partire facendo rotta sulle coste del Belpaese.</p>
<p>La deterrenza è uno dei miti della politica italiana. Ispirò l’introduzione, nel 2009, del reato di immigrazione clandestina da parte del governo Berlusconi (reato confermato nel 2014 dal centrosinistra al governo per paura dell’impopolarità) e ispira la deriva panpenalistica in ragione della quale i partiti di governo, e in modo particolare quelli di centrodestra, sono soliti affrontare ogni allarme sociale in materia di sicurezza inasprendo le pene detentive o coniando nuove fattispecie di reato. Un esempio tra i tanti, il reato di omicidio stradale. Le statistiche, però, sono impietose e gli studi di psicologia sociale tendono a corroborarne i dati: la deterrenza non ha mai funzionato un granché. Quel che funziona, semmai, è l’effetto che l’annuncio produce sull’elettorato, che tende irrazionalmente ad associare il varo di norme straordinarie ad una straordinaria efficacia dei governi. È un’illusione, naturalmente, ma il bisogno di illudersi degli elettori non è meno forte di quello dei migranti.</p>
<div><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/11/13/news/anche_solo_lidea_fazzolari_voleva_fare_di_lampedusa_un_gigantesco_cpr-14120044/"><strong><em>Huffington post </em></strong></a></div>
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		<title>Albagia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/albagia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Nov 2023 17:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’idea è buona, ma si rischia di sprecarla. Appostare centri di raccolta in Albania, per gli immigrati ancora da identificare e classificare, non ha nulla a che vedere con la smargiassata fallimentare del Ruanda fatta dagli inglesi (per la cronaca: non ce li trasferirono, in compenso si sono buttati soldi del contribuente). Quella parte della [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’idea è buona, ma si rischia di sprecarla. Appostare centri di raccolta in Albania, per gli immigrati ancora da identificare e classificare, non ha nulla a che vedere con la smargiassata fallimentare del Ruanda fatta dagli inglesi (per la cronaca: non ce li trasferirono, in compenso si sono buttati soldi del contribuente). Quella parte della sinistra che ha tirato in ballo Guantanamo ha tutta l’aria di sapere poco sia di Guantanamo che degli eventuali centri albanesi. Affrontare il tema dell’immigrazione a botte di propaganda non è soltanto inutile ma anche autodistruttivo, come dimostra il fatto che non si riesce a fare nulla che anche lontanamente somigli alle suggestioni che si alimentarono.</p>
<p>Veniamo all’Albania e ai problemi che pone, cercando di mettere a fuoco l’opportunità che offre. Il meccanismo resta quello di sempre: quanti si trovano in mare e in pericolo vengono salvati – dalle imbarcazioni della Marina militare, della Guardia costiera o da altre che si trovano a incrociarli, Ong comprese – per essere quindi condotti in un punto di raccolta che li metta in sicurezza e dove procedere all’identificazione. Tutto come prima. Gestione e costi dei centri in Albania saranno italiani e su questo si tratta di capire, perché attualmente, per i centri in Italia e per il trasferimento degli sbarcati, disponiamo di contributi europei.</p>
<p>Da anni sostengo che sarebbe saggio creare zone extraterritoriali, meglio ancora se a gestione e giurisdizione europee, proprio per non far sbarcare le persone nella giurisdizione italiana, il che comporta vincoli che scattano immediatamente. Ad esempio: il provvedimento d’espulsione e l’ordine di rimpatrio sono provvedimenti amministrativi, in quanto tali ricorribili al Tribunale amministrativo e tanti saluti all’efficacia. Sostenendolo da tempo non ho nulla da obiettare all’Albania, ma se poi si aggiunge che la giurisdizione sarà italiana si sarà fatta un’operazione costosa e inutile. Non cambia niente.</p>
<p>L’Albania, del resto, è oggi fuori dall’Unione europea, sicché una persona che uscisse da quei centri non sarebbe, come capita in Italia, sul territorio europeo, così innescando tutte le problematiche dei movimenti secondari (da un Paese Ue all’altro, senza permessi in quello di primo arrivo). Ma l’Albania è prossima all’ingresso, sicché questo ‘vantaggio’ sarebbe temporaneo. La cosa ha un senso se la si pensa, fin da subito, come permanente, dato che permanente è e sarà l’immigrazione.</p>
<p>Illustrando l’iniziativa, la presidente del Consiglio ha sottolineato non soltanto la sua coerenza con le norme e la solidarietà interna all’Ue, ma anche la sua esemplarità nella collaborazione fra Paesi Ue ed extra Ue. Il cambio di linguaggio, rispetto ad appena ieri, merita il plauso. Ma il punto delicato dell’intera faccenda è stabilire chi decide chi fare entrare e chi ha la forza di respingere gli altri. Su questo il protocollo fra Albania e Italia non ci alleggerisce minimamente. Allora lo si usi come innesco di una decisione europea, creando una giurisdizione specifica per gli ingressi in massa dentro i confini comuni, velocizzando l’accoglienza per i profughi e per quanti abbiamo bisogno e convenienza di accogliere, rendendo realistica la prospettiva di respingimento per gli altri. Non potranno essere contrari gli europei che cercano lavoratori e che credono nell’umanità del diritto. Non potranno essere contrari gli europei che reclamano chiusure, senza avere la forza di praticarle.</p>
<p>Se non così concepito l’accordo sarà un boomerang: 39mila persone sono una frazione degli sbarcati; mantenerli e gestirli in Albania costerà più che farlo in Italia; l’indotto economico sarà degli albanesi; i centri, una volta riempiti, diventeranno piaghe.</p>
<p>Non si deve avere l’alterigia, la boria, l’albagia di far credere di avere la soluzione immediata per tutto. Serve l’affidabilità delle cose che si fanno per limitare i danni e coprire i bisogni nazionali. Che sono crescenti. Il resto è propaganda, che diventerà delusione.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Il disprezzo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-disprezzo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Nov 2023 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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		<title>Sul dovere del giudice di apparire imparziale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sul-dovere-del-giudice-di-apparire-imparziale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Oct 2023 16:27:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[articolo la separazione delle carriere secondo la fle]]></category>
		<category><![CDATA[diritto europeo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale di Catania]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È sempre buona norma provare a mettersi nei panni dell’interlocutore, e dei fatti controversi sforzarsi di dare una rappresentazione a parti invertite. Ad esempio. Immaginiamo il caso di un giudice dichiaratamente di destra, una destra liberale, che nel 2019 avesse infarcito i propri social di giudizi sprezzanti sul reddito di cittadinanza, che fosse poi sceso [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È sempre buona norma provare a mettersi nei panni dell’interlocutore, e dei fatti controversi sforzarsi di dare una rappresentazione a parti invertite. Ad esempio. Immaginiamo il caso di un giudice dichiaratamente di destra, una destra liberale, che nel 2019 avesse infarcito i propri social di giudizi sprezzanti sul reddito di cittadinanza, che fosse poi sceso in piazza per protestare animatamente contro il decreto con cui il primo governo Conte introdusse il sussidio e che, infine, dovendo sentenziare su un caso giudiziario inerente, avesse dichiarato illegittimo il decreto. Cosa avrebbero detto il presidente del Consiglio in carica, l’allora leader del Movimento 5stelle Luigi Di Maio e gli opinionisti dei giornali vicini al governo come il Fatto quotidiano? Avrebbero detto quel che Giorgia Meloni, molti esponenti della maggioranza e la totalità dei quotidiani affini al centrodestra dicono oggi della giudice catanese Iolanda Apostolico e della congruità della sentenza con cui ha scardinato il recente decreto del governo sui migranti. Avrebbero cioè detto che quella sentenza era viziata dall’ombra del pregiudizio. E avrebbero detto la verità.</p>
<p>Come ha ricordato il presidente della Prima commissione del CSM, Enrico Aimi, la Corte Costituzionale, le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, nonché la Corte europea dei Diritti dell’uomo hanno stabilito con chiarezza che il giudice non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale. E come può apparire imparziale nel giudicare una vicenda che riguarda le politiche di un governo di destra in materia di migranti un giudice di sinistra che, come la dottoressa Apostolico, ha scritto sui social e urlato in piazza frasi di fuoco contro i decreti Salvini? Non può, è ovvio.</p>
<p>Ineccepibile, dunque, il giudizio espresso oggi sul Riformista dal presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza: “Padronissima, la giudice, di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma ad una condizione elementare: che di tutto potrà poi occuparsi professionalmente fuorché di quei temi”. La Apostolico avrebbe, dunque, dovuto astenersi dal giudicare sulle vicende inerenti i migranti di Pozzallo. Non avendolo fatto ha gettato un’ombra sulla sentenza del tribunale di Catania e sull’intera categoria togata cui appartiene.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/10/apostolico-migranti-pregiudizio-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Rimpatrio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/rimpatrio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Sep 2023 16:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si sono create le condizioni per un passo avanti. Bisogna ora essere conseguenti, occorrendo un’intesa con la Commissione europea, che detiene il potere dell’iniziativa legislativa. Sarebbe una svolta vera, la cui novità consiste nell’assenza di novità e la presenza di nuove volontà. L’immigrazione non è un’emergenza, non richiede misure temporanee, ma una questione che resterà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si sono create le condizioni per un passo avanti. Bisogna ora essere conseguenti, occorrendo un’intesa con la Commissione europea, che detiene il potere dell’iniziativa legislativa. Sarebbe una svolta vera, la cui novità consiste nell’assenza di novità e la presenza di nuove volontà.</p>
<p>L’immigrazione non è un’emergenza, non richiede misure temporanee, ma una questione che resterà critica, richiede piani a lunga scadenza e misure permanenti. Anche quelle approvate ieri dal Consiglio dei ministri sono utili a tamponare e segnalare, ma inadatte ad affrontare quel che ha una scala ben diversa.</p>
<p>I lati positivi sono due: 1. Meloni, a parte i toni e il comprensibile uso di fumogeni, riconosce l’inconsistenza di molte delle cose prima sostenute e afferma che lo strumento da utilizzarsi sono i rimpatri, non i ricollocamenti (vale a dire la distribuzione degli sbarcati in altri Paesi Ue), ripetendo che servono accordi con i Paesi del Nordafrica, ovvero il lavoro che stava facendo Minniti, quando era ministro degli interni, e che la dissennatezza sinistra ha misconosciuto anziché rivendicare; 2. Von der Leyen copre ancora una volta il governo italiano – dopo averlo fatto con la Tunisia (ricevendo critiche) – e segnatamente Meloni, giacché nessuno è così ingenuo da non cogliere il nesso della sua presenza a Lampedusa con lo spettacolo opposto che andava in scena a Pontida (il che ha costretto Salvini a non esagerare ulteriormente il consueto linguaggio).</p>
<p>I dieci punti illustrati a Lampedusa non contengono novità, ma ne sono la possibile premessa. La missione navale si è già fatta e rifarla significa rifare quanto già attuato. I contributi (soldi) Ue per le identificazioni e gli spostamenti secondari ci sono già stati e si prolungano. Gli accordi con i Paesi d’origine già approntati e già claudicanti. Il contrasto agli scafisti è ovvio (a quelli che credono sia una novità l’affondamento dei barchini dedichiamo i filmati delle Ong che documentarono il taglio dei gommoni, dopo i salvataggi). I corridoi umanitari sono giusti, ma non funzionano senza protezione armata. I ritorni volontari, alla sponda di partenza, sono e restano immaginazione. Quindi si passa alla parte rilevante: identificazioni rapide e rimpatri. Quello è il punto decisivo.</p>
<p>Se si vuole che funzionino occorre che la domanda d’asilo non sia rivolta all’Italia, alla Spagna o alla Polonia ma all’Unione europea e che siano le autorità comuni a rispondere. È il lavoro più difficile, nel quale è scontato che si commetteranno errori e ingiustizie, ma è anche un lavoro impossibile se svolto sotto il dominio delle giurisdizioni nazionali. Da noi il respingimento è un atto amministrativo, ricorribile al Tar, con tanti saluti. Nessuno potrà mai essere rimpatriato se non sarà stata prima respinta la richiesta d’ingresso, tanto che al governo – non potendo accorciare i tempi di risposta – allungano quelli di trattenimento (18 mesi). Intanto altri arriveranno. Per cambiare occorre che vi sia una giurisdizione unica specifica, restando extraterritoriale l’area in cui è collocato chi è in attesa.</p>
<p>Occorre che ciascuno Stato dell’Ue ceda sovranità all’Ue. Essendo il solo modo per riuscire a difendere la sovranità territoriale in tema di ondate d’immigrazione. Questo è l’interesse patrio e soltanto così potremo veramente «decidere noi chi entra», avendo interesse permanente a farlo entrare. Ogni altra strada o devasta il diritto, non riconoscendo i profughi, o resta inutilmente declamatoria. Ed è così, con un clima sempre più pesante, in tutta Ue e non solo da noi.</p>
<p>Per governare problemi grandi e drammatici non basta avere i voti, serve anche il coinvolgimento dei cittadini, il loro essere consapevoli di quale sia la partita in corso. Avere avvelenato le democrazie con assurdità vaporose di bontà o digrignanti blocchi non è soltanto del tutto inutile, ma anche nocivo. La propaganda ha le sue esigenze, il che vale per noi come per il ministro francese e tanti suoi colleghi. Ma la sostanza prevale. E quando la propaganda nuoce alla sostanza si chiama irresponsabilità.</p>
<p>La Ragione</p>
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		<title>Se Salvini cerca di strappare alla Meloni la bandiera di leader “coerente” di destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Sep 2023 16:19:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi non abbiamo cambiato opinione”: sono state queste le prime parole che il segretario leghista ha pronunciato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi non abbiamo cambiato opinione”: sono state queste le prime parole che il segretario leghista ha pronunciato ieri dal palco. Parole non casuali.</p>
<p>È così partita la campagna salviniana per strappare alla Meloni quella bandiera che, a torto o a ragione, secondo tutti gli osservatori ha rappresentato la chiave del proprio successo elettorale: la coerenza. Bandiera inevitabilmente scolorita e lacerata nel passaggio dalla demagogia degli anni trascorsi all’opposizione alle responsabilità imposte dalla funzione di governo. Bandiera che Matteo Salvini intende intestarsi grazie all’ormai rodato ruolo di leader di lotta e al tempo stesso di governo. Umberto Bossi lo fece con Silvio Berlusconi premier, Salvini lo sta facendo con Giorgia Meloni, dopo averlo fatto con Giuseppe Conte.</p>
<p>In vista della propria ascesa al ruolo di presidente del Consiglio, Giorgia Meloni evitò di pronunciarsi a favore di Marine Le Pen nel ballottaggio con Emmanuel Macron. Salvini, invece, lo fece. E ieri è tornato ad esibire come un valore quasi sacro il rapporto che lo lega alla leader della destra nazionalista francese, sulla cui amicizia, appunto, “non abbiamo cambiato idea”.</p>
<p>Nessuno, dal palco di Pontida, ieri ha pronunciato la parola “Ucraina” o evocato il nome di Vladimir Putin. Tutti hanno parlato di Europa e tutti l’hanno fatto in chiave critica oltre che in aperta contrapposizione a quelle “libertà” che sono state per vent’anni il cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e che ieri erano con tutta evidenza il filo conduttore della kermesse leghista.</p>
<p>Salvini sa bene che l’atlantismo e l’europeismo di Giorgia Meloni disorientano parte non marginale della sua base elettorale e persino dei suoi eletti. “Abbiamo ormai rinunciato al cambiamento&#8221;, ha scritto ieri, con amara rassegnazione, l’intellettuale d’area Marcello Veneziani sulla Verità. Parlava a nome di una destra che c’è, Veneziani, e che si sente tradita nei propri ideali fondanti. Una destra che si ritrova nelle tesi del generale Vannacci, che non a caso Salvini intende candidare alle elezioni europee di giugno. Una destra che fatica a trovare una bussola per orientarsi nel presente a cui Mattei Salvini ha usucapito i punti di riferimento cardinali del passato abusando, come è accaduto ieri a Pontida, dei concetti di “comunità” e di “identità”, regolarmente enunciati col favore del “buon Dio”.</p>
<p>“Noi non siamo cambiati” era il senso del messaggio securitario agli immigrati, ma in realtà ai propri elettori, lanciato da Giorgia Meloni con l’intervento video dello scorso venerdì. “Lei è cambiata, ma noi no”, è il senso impresso da Matteo Salvini alla kermesse di Pontida.</p>
<p>Per i prossimi otto mesi, sarà questa la sfida. E, naturalmente, nessuno dei due avrà il coraggio di ammettere cambiamenti fisiologici, né di spiegarli con la differenza che passa tra stare all’opposizione e stare al governo. Ovvero, con la differenza che passa tra fare propaganda e fare politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/09/18/news/melonisalvini_io_non_sono_cambiata_-_lei_e_cambiata_noi_no-13378841/"><em><strong>Huffingtonpost</strong></em></a></p>
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		<title>La faziosità che impedisce di affrontare i problemi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-faziosita-che-impedisce-di-affrontare-i-problemi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jul 2023 15:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[faziosità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[moderazione]]></category>
		<category><![CDATA[opposizione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla lezione di un grande studioso della democrazia, Giovanni Sartori, si ricava che quando la polarizzazione politica è elevata l’opposizione tende ad essere «irresponsabile»: si contrappone frontalmente al governo su tutto. Senza ombra di realismo. Ciò spiega la drastica e repentina mutazione che subiscono i partiti quando passano dall’opposizione al governo e viceversa. Giorgia Meloni, prima di vincere le elezioni, aveva (tranne che sull’Ucraina) la tipica postura dell’oppositore irresponsabile nel senso di Sartori. Meloni al governo è un’altra cosa. Il Pd ha fatto il tragitto contrario: era una cosa quando faceva parte della maggioranza di governo guidata da Mario Draghi, è un’altra cosa fuori dall’area di governo. Quando sono all’opposizione il partito di destra o il partito di sinistra si fanno guidare, rispettivamente, dal principio pas d’ennemis à droite (niente nemici a destra) e pas d’ennemis à gauche (niente nemici a sinistra). Ciò alimenta la costante delegittimazione reciproca fra governi e partiti di opposizione. Riflette le divisioni che esistono nel Paese. Ma tende anche a perpetuarle e a esasperarle.</p>
<p>Viviamo in una fase storica nella quale la polarizzazione politica è aumentata in tante democrazie (si pensi agli Stati Uniti) ma l’Italia fa storia a sé. La nostra era una democrazia polarizzata (quando molte altre non lo erano) ai tempi della Guerra fredda. Ed è rimasta tale. Con l’aggravante che mentre un tempo l’esistenza di forti partiti riusciva a contenere, almeno in parte, le pressioni divaricanti, oggi che quei forti partiti non ci sono più l’opera di contenimento è assai più faticosa e spesso impossibile.</p>
<p>Le conseguenze sono pesanti. Quando predomina lo spirito di fazione affrontare i problemi del Paese diventa impossibile. Sia perché chi governa — ovviamente costretto ora a fare i conti con la realtà — non può mai liberarsi completamente delle scorie accumulate nella fase dell’opposizione irresponsabile. Sia perché non è pungolato da una opposizione che sappia confrontarsi con i problemi anziché innalzare muri ideologici. I problemi del Paese sono noti: insufficiente crescita economica, declino demografico, mali antichi dell’amministrazione, malfunzionamento dell’amministrazione della giustizia, deterioramento del sistema scolastico, prestazioni di welfare mal distribuite e con ampie sacche di inefficienza, necessità di governare i flussi migratori, obbligo di conciliare le misure per fronteggiare il cambiamento climatico con la salvaguardia della forza industriale del Paese. Grandi e difficilissimi problemi che richiederebbero una convergenza di intenti, chiamare il Paese a riconoscersi in alcune idee-forza. Una cosa è dividersi, come è normale in democrazia, su proposte diverse ma volte a uno stesso scopo. Altro è dare libero sfogo allo spirito di fazione e a uno scontro ideologico che inghiotte tutto e che nasconde anziché rendere visibili i termini del problema che si dovrebbe affrontare.</p>
<p>Prendiamo, ad esempio, il caso della scuola. Basta leggere i risultati dei test Invalsi per capire che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti. Stiamo dilapidando, prima ancora di averlo formato, un grande capitale umano. Ma senza capitale umano non si va da nessuna parte. I successi economici «asiatici» (della Cina e non solo), da tanti ammirati, sono, prima di tutto, il prodotto di sistemi educativi di prim’ordine. Qualunque professore con una lunga esperienza sorride quando sente dire che ci sono tanti giovani bravi e preparati. Certo che ci sono, come ci sono sempre stati. Ma il problema di un sistema educativo è, prima di tutto, quello di preparare decentemente la fascia media (i bravi, quelli che hanno vocazione per lo studio, se la cavano comunque). Il cedimento strutturale della scuola ha riguardato la fascia media. È in questa fascia che l’impreparazione dilaga. Con gravi danni, in prospettiva, per l’economia e le professioni. E anche per la democrazia. Interessi corporativi e faziosità ideologica impediscono di ammetterlo. E di cercare i rimedi.</p>
<p>Oppure si prenda il tema dell’immigrazione. In un Paese in crisi di natalità c’è un grande bisogno di immigrati. Ma c’è anche bisogno di assorbirli senza provocare forti «sbreghi» nel tessuto sociale e culturale. Qualcuno può affermare che il tema, da quando si è imposto all’opinione pubblica, sia stato affrontato, da destra e da sinistra, in modo non ideologico? C’è ora qualche segnale di un atteggiamento più pragmatico ma è ancora troppo presto per giudicare. È comunque un altro argomento su cui il riconoscimento di un interesse comune dovrebbe spingere a cercare convergenze anziché contrapposizioni frontali.</p>
<p>Se la polarizzazione politica impedisce di riconoscere la natura delle sfide e di cercare convergenze, dobbiamo allora sperare nell’emergere di forze capaci di affrontare con pragmatismo i problemi che incombono e che riescano a mettere nell’angolo gli ideologizzati delle varie fazioni? Dobbiamo cioè aspettare che si formi, al centro dello schieramento, una opposizione responsabile? Si sente spesso dire che esisterebbero vaste praterie che aspettano solo di ricevere una offerta politica credibile. Qualche tempo addietro lo pensava anche chi scrive. Ma forse era un’illusione. In un sistema polarizzato, chi rifiuta lo spirito di fazione fatica a fare passare messaggi che prendano di petto i problemi. La faziosità occupa la scena. Non solo una offerta politica credibile del tipo indicato, al momento, non si vede. Ma se ci fosse non è detto che avrebbe successo, che riuscirebbe a intercettare tanti elettori.</p>
<p>In teoria la democrazia appartiene al novero dei regimi moderati. In un regime moderato la demagogia è tenuta a freno, relegata ai margini dello spazio pubblico. Per questa ragione, forse, la forte polarizzazione registrata negli ultimi anni in tante democrazie occidentali potrà essere prima o poi riassorbita. Però il nostro Paese non ha mai conosciuto la suddetta moderazione. Fino ad oggi, tuttavia, la democrazia italiana è riuscita a sopravvivere. Forse è l’eccezione che conferma la regola. Forse è solo il frutto di fortunate circostanze. Caso e fortuna hanno comunque giocato a nostro favore. Si spera che continuino a farlo.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/23_luglio_27/quando-partiti-esasperano-divisioni-esistenti-paese-7e3a6e0c-2ca1-11ee-af49-98c477f348ce.shtml?refresh_ce"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-faziosita-che-impedisce-di-affrontare-i-problemi/">La faziosità che impedisce di affrontare i problemi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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