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	<title>governo conte Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>governo conte Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Conte conta Merkel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 17:37:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il capo del governo italiano incontra il capo del governo che più, negli ultimi mesi, ha difeso gli interessi dell’Italia. Quello tedesco. Nella sua prima incarnazione, il Conte 1, fu il capo del governo più antieuropeista della storia repubblicana, nella sua seconda il capo del governo che deve di più all’Europa. Si spera non gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il capo del governo italiano incontra il capo del governo che più, negli ultimi mesi, ha difeso gli interessi dell’Italia. Quello tedesco. Nella sua prima incarnazione, il Conte 1, fu il capo del governo più antieuropeista della storia repubblicana, nella sua seconda il capo del governo che deve di più all’Europa. Si spera non gli sfugga che tutto ciò non si deve alla sua destrezza, ma alla sua pochezza.</p>
<p>La Germania, che ha la presidenza di turno dell’Unione, non s’è messa a fare il sindacalista degli italiani, sta solo dando corpo concreto a un interesse reale, quello del mercato interno europeo. La Germania, come anche l’Italia che funziona, è una potenza industriale esportatrice. Per noi il mercato europeo è vitale. Da cui il loro impegno nel difenderlo, mentre qui si predilige l’approccio mendico e gradasso, anema e core, infiocchettato di soavi ideali, giusto ieri negletti, puntando ad avere denari. Che abbiamo sempre avuto, a dispetto dei contabili strabici che parlano (parlavano) dell’Italia quale contributore netto, perché con il nostro debito e senza la copertura della Bce i dolori sarebbero forti e, del resto, come credono sia possibile che avendo il doppio dei debiti che avevamo con la lira si paghi la metà degli interessi?</p>
<p>Ma veniamo all’incontro. Il tema non è il quantum, ma il modo. E il modo non riguarda le “condizioni”, che è tema agitato solo nei bassifondi delle polemicuzze dialettali. Per capirsi: ciascuno, legittimamente, difende i propri interessi e i Paesi che hanno basso debito ne approfittano; noi, che lo abbiamo alto, produciamo più di loro, ma abbiamo anche una pessima propensione a buttare soldi nell’assistenzialismo; il punto d’incontro potrebbe consistere nell’investire soldi generati da debito europeo in quel che serve per superare arretratezze e generare gettito fiscale. Il centro del problema, quindi, non sono affatto le condizioni, ma chi decide gli investimenti. Germania e Francia propongono la Commissione europea, i meno indebitati e più assediati da sovranisti antitaliani (alleati dei quelli nostrani, a dimostrazione che quel genere di unioni è pura follia) propongono il Consiglio, per mantenere la guida in mano ai governi. A noi conviene la prima cosa, proprio perché ci conviene che quei soldi rispondano a una strategia comune, finalizzata a non divaricare troppo le distanze nella ripartenza. Per difendere i nostri interessi, quindi, non dovremmo strologare di usare i soldi per far regali, dovremmo renderci conto che hi ha più pensionati che lavoratori è perso di suo e non perché lo dicono altri e dovremmo evitare di fare gli spiritosi, rispondendo che lo faremo sapere con comodo, come e dove vorremmo investire.</p>
<p>L’incontro di oggi andrà bene se riuscirà a trasmettere al governo più bisognoso d’interlocuzioni e coperture la consapevolezza che al prossimo “facciamo da soli” c’è il serio rischio di sentirsi rispondere: fatelo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblicato da <em>Formiche.net</em></p>
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		<title>Compromesso e falangi ottuse</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/compromesso-e-falangi-ottuse/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 16:48:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[eurogruppo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un compromesso è tale se ciascuno ha di che dolersi e di che giovarsi. A scanso d’equivoci, per quanti credono che imporsi sia la sola condotta da adottare: il mondo dei compromessi è il solo in cui la mattina non esci di casa per ammazzare qualcuno, la vita civile è un compromesso. Quello europeo di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un compromesso è tale se ciascuno ha di che dolersi e di che giovarsi. A scanso d’equivoci, per quanti credono che imporsi sia la sola condotta da adottare: il mondo dei compromessi è il solo in cui la mattina non esci di casa per ammazzare qualcuno, la vita civile è un compromesso. Quello europeo di ieri è un compromesso, peraltro qui anticipato in quasi tutti i suoi aspetti. Perché logici.</p>
<p>Quando noi, la Spagna la Francia ed altri facciamo osservare la necessità di un vasto piano d’investimenti, finanziato da debito comune, giustificato dal fatto che il virus non è certo colpa di qualcuno e finalizzato a spingere la ripresa e colmare le vaste perdite, diciamo cosa buona e giusta. Quando ci fanno osservare, Olanda, Germania e altri, che il debito comune conviene a chi paga tassi più alti, a causa della sua colpevole trascuratezza e pelosa generosità di bilancio, ma non conviene affatto a chi paga tassi più bassi, talché quel debito è già di per sé un trasferimento di ricchezza dai più virtuosi ai più viziosi, dicono cosa vera e triste.</p>
<p>A questo si deve aggiungere un fatto assai importante: solo i gonzi, affetti da nazionalismo straccione, credono che lo scontro sia fra Paesi, in realtà è dentro ciascun Paese. Ed è un fatto positivo: le scelte europee sono tema di scontro fra interessi dentro ciascun Paese. In alcuni è ottusamente un tabù parlare di eurobond, in altri è ottusamente un tabù parlare di fondo salva Stati. E le due falangi ottuse sono fra loro alleate pur andando in direzioni opposte. Se vincessero si scannerebbero. Si chiama politica ed è in uggia solo a chi prende voti detestando la democrazia.</p>
<p>E veniamo al compromesso. Ieri un cammello è passato dalla cruna dell’ago: il debito europeo c’è. Non solo in quel che si è deciso, ma nelle conseguenze, a medio tempo, di quelle scelte. Di soldi, però, ce ne sono pochi. Per passarci, il cammello, s’è fatto filiforme. Ancora una volta: sbagliato valutare il presente come se non ci fosse passato e non esistesse futuro. Quindi riassumiamo: i soldi che noi stiamo spendendo, ogni annuncio (vasto) e ogni spesa (esigue) del governo deriva dalla sospensione del patto di stabilità (decisione della Commissione europea) e dai 250 miliardi in acquisti del nostro debito pubblico (made in Banca centrale europea), il che copre circa due terzi del fabbisogno annuo. A questi si aggiungano i 100 miliardi del fondo <em>Sure</em>, per il lavoro perso, i 200 della Banca europea investimenti, per le aziende, i 3000 che la Bce mette a disposizione del sistema bancario, per prestiti al sistema produttivo, escludendo premi e pagamento dividendi. Ieri c’è stata un’asta Btp decennali, per 10 miliardi, chiusa a un tasso calante rispetto alla precedente. Non è la Fata turchina, e certo non la premiata zecca del Gatto e della Volpe: è la Bce.</p>
<p>Questi sono i soldi veri, in circolazione. Il rischio più grosso è che non si sia capaci di spenderli, in fretta. Poi ci sarebbe anche l’aspetto umanitario. Ringraziamo ancora i mitici medici cubani e i preziosi aiuti russi e cinesi (che noi aiutammo all’inizio di questa storia). Una gretta contabilità (fatta dal <em>Corriere della Sera</em>), recita quanto segue: a. mascherine giunte dalla Cina 200mila, dalla Russia 250mila, Germania 830 mila, Francia 1 milione; b. respiratori giunti dalla Cina 40, dalla Russia 45, Germania 300; c. gli altri sono lontani, specie Cuba, ma in Germania 85 posti di terapia intensiva e relativi voli militari per i trasferimenti.</p>
<p>Talora il dolore e la paura inducono a perdere la testa, taluni si giocano anche la dignità e l’indipendenza, ma è bene tenere i nervi a posto e ricordarsi che conservare l’accesso al credito e al più ricco mercato del mondo, quello europeo, è decisivo. Sia per la salute che per la ricchezza, visto che le due sono gemelle inseparabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pubblicato su <a href="http://www.formiche.net">Formiche.net</a></p>
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		<title>Agire ora per il poi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/agire-ora-per-il-poi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Mar 2020 09:20:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al governo, come al pronto soccorso, serve gente preparata e fredda, non empatica e partecipe. Il mondo non sta cadendo, ma cambiando. Sarà vincente chi oggi fronteggia il problema guardando al dopo. 1. Il governo attivi subito l’articolo 120 della Costituzione. “(&#8230;) può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Provincie e dei [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Al governo, come al pronto soccorso, serve gente preparata e fredda, non empatica e partecipe. Il mondo non sta cadendo, ma cambiando. Sarà vincente chi oggi fronteggia il problema guardando al dopo.<br />
1. Il governo attivi subito l’articolo 120 della Costituzione. “(&#8230;) può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Provincie e dei Comuni nel caso di (&#8230;) pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica (&#8230;) o la tutela dei livelli essenziali di prestazioni (&#8230;)”. Il dibattito sulle autonomie amministrative lo facciamo dopo. Quel che non deve accadere adesso è che si discuta in tanti e in troppi abbiano da ridire. Non è un colpo alla democrazia, ma il rispetto della Costituzione e il necessario per difenderla.<br />
2. Accentrare non basta, occorre che ci sia fermezza, coerenza e visione. Persone come Guido Bertolaso hanno dimostrato di averla. Le si utilizzi.<br />
3. Il 2020 sarà, per noi, anno di recessione. Il virus è un’aggravante, ma le premesse c’erano prima. Fare del virus una scusa è miserrimo. In queste condizioni faremo più deficit. Lo si utilizzi certamente per le spese sanitarie necessarie, ma non per accudire i mali che si sono lasciati crescere. Si consenta di posticipare i pagamenti, in questo modo lasciando liquidità ai cittadini e al sistema produttivo, specificando che tale misura non solo non si ripeterà, ma sarà poi riassorbita.<br />
4. Occorrerà molta credibilità per evitare che il bisogno si traduca in debolezza percepita e monetizzata dai mercati. Quella credibilità ha un nome: Mario Draghi.<br />
5. Le risorse vanno spostate massicciamente sugli investimenti, che servano oggi e puntino a risultati che saranno preziosi domani, quando il virus sarà un brutto ricordo. Il digitale nella formazione non può essere lasciato all’inventiva e alla buona volontà, da benedire, dei singoli, deve essere una politica nazionale. Che solo il 4% delle lezioni universitarie sia oggi attivo in quell’ambito è inammissibile. La digitalizzazione dell’amministrazione pubblica non sia solo la sostituzione al computer del modulo cartaceo, ma un profondo cambiamento di quel sistema produttivo. Passa da lì la deburocratizzazione, non dalle vane litanie. Financo nelle carceri i rapporti fra detenuti e congiunti devono essere facilitati senza spostamento fisico.<br />
6. La cartella sanitaria nazionale è essenziale. La regionalizzazione dei sistemi sanitari un fallimento. Non possiamo permettercelo. Sotto nessun aspetto.<br />
7. Lasciar credere che la globalizzazione abbia a che vedere con i contagi è oltraggioso dell’intelligenza. L’avere allungato le catene del valore, utilizzando siti e sistemi produttivi diversi, ha fatto crescere la ricchezza nel mondo e messo a disposizione prodotti a basso costo, che hanno favorito soprattutto le fasce economicamente più deboli (vogliamo parlare delle scarpe che avevo io e quelle che hanno i ragazzi di oggi?). Questo processo positivo ha covato un problema serio: il mercato più globalizzato è quello finanziario, cresciuto troppo rispetto a quello dei beni e consumi reali. Le catene diffuse vanno riorganizzate, il mercato finanziario va regolato in modo meno squilibrato. Vasto programma, me ne rendo conto, ma chi crede oggi di risolvere un problema deglobalizzando sarà perdente domani.<br />
8. Certo, la salute viene prima di tutto, ma salute e ricchezza sono sorelle. Un mondo più ricco è un mondo in cui si vive più a lungo e in migliore salute. Supporre di dovere scegliere fra le due sorelle significa solo avere già scelto di nuocere ad entrambe.</p>
<p>Pubblicato da Formiche</p>
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		<title>Incredibili &#038; increduli</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/incredibili-increduli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Mar 2020 13:48:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il virus passerà, il resto resterà nella memoria. Il decreto 8 marzo sarà citato ad esempio in varie riflessioni e corsi, vuoi che si occupino di comunicazione o di diritto, di sanità o di panico. Al momento va detto: quel che le autorità stabiliscono deve essere fatto e rispettato. Punto. Ma dubito che in quei [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il virus passerà, il resto resterà nella memoria. Il decreto 8 marzo sarà citato ad esempio in varie riflessioni e corsi, vuoi che si occupino di comunicazione o di diritto, di sanità o di panico. Al momento va detto: quel che le autorità stabiliscono deve essere fatto e rispettato. Punto. Ma dubito che in quei futuri corsi il decreto 8 marzo troverà spazio fra i buoni esempi. Più facilmente fra gli errori da evitare.<br />
Non discuto le misure specifiche, semmai quelle generiche. Che fa un governo in un momento di emergenza: ordina e rassicura. Sbagliando indovinando, in ogni caso prova a ordinare il da farsi e rassicurare gli animi. Nella notte fra il 7 e l’8 marzo s’è creato un caos che agita.<br />
Il testo di un decreto del presidente del consiglio, destinato a dettare la disciplina da seguirsi, è stato diffuso in bozza. Redatto con linguaggio inappropriato, in parte sopravvissuto nella versione finale. Come, ad esempio, il “divieto assoluto”. Va bene al bar, prima di chiuderlo, non in un testo normativo, perché una cosa o è consentita o è vietata, in ogni caso non in modo assoluto o relativo. Quello è il linguaggio da comunicato stampa e, appunto, il timore è che anziché essere il comunicato funzionale alla diffusione del decreto si finisca con l’invertire il processo informativo, inserendo messaggi nelle leggi. Che agitano.<br />
Se ci scrivo di “evitare ogni spostamento” sono nel campo delle suggestioni, non delle prescrizioni. Se poi aggiungo: “salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità”, chi legge non sa più cosa si può e cosa non si può fare. Capisce che gli stanno consigliando di stare a casa, ma per farlo non serve un dpcm. Dopo di che si chiede cosa sia un lavoro “comprovato”, mentre dubito che tutti si abbia la stessa idea di necessità. Questi sono linguaggi da conversazione, non da legislazione. Possibile che non si sappia più scrivere una norma?<br />
A questo si aggiunga che le bozze giravano e tutti dicevano quel che passava loro per la testa, con il risultato che s’informava il pubblico di misure coercitive e coattive allo studio, provocando la notturna messa in moto non certo di tutti, comunque di troppi. Poi il presidente del Consiglio prende la parola alle due di notte, che non è proprio consueto. Né rassicurante. Proprio non si poteva fare prima, cominciare al mattino?<br />
Ripeto, non discuto le misure specifiche, ma rilevo una collettiva dissociazione: da una parte va in onda, da due settimane, ininterrottamente, lo spettacolo della drammatizzazione; dall’altra chi lo segue poi spegne la tv e va al bar con gli amici. Allarmismo &#038; menefreghismo. Gli incredibili, non nel senso di fenomenali, che parlano agli increduli. Finirà nei libri. E se fosse in quelli per ridere andrebbe anche bene.</p>
<p>Pubblicato da Formiche</p>
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		<title>Conte &#038; Juncker</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conte-juncker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Jun 2019 21:08:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[#Giacalone]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le chiacchiere contano. E hanno già fortemente indebolito l’Italia. Si deve fare attenzione più alle parole di Conte che a quelle di Juncker. Il guaio è che alle parole del primo il peso viene tolto a Roma, non a Bruxelles. La procedura d’infrazione la si vuole più a Roma che a Bruxelles. La Commissione europea [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Le chiacchiere contano. E hanno già fortemente indebolito l’Italia. Si deve fare attenzione più alle parole di Conte che a quelle di Juncker. Il guaio è che alle parole del primo il peso viene tolto a Roma, non a Bruxelles. La procedura d’infrazione la si vuole più a Roma che a Bruxelles.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Commissione europea ha mosso dei rilievi ai conti di diversi Paesi, l’idea che ciò sia avvenuto solo per l’Italia è una bugia vittimista. Solo da noi, però, è successo che si sia provato a bruciare la risposta del governo, diffondendo anticipatamente una bozza e provvedendo a impallinarla ancor prima che fosse stampata. A quel punto la Commissione s’è mossa con prudenza, perché preso atto che le parole scritte erano diverse da quelle orali ha fatto osservare che, su quel piano, non sarebbe stato possibile evitare che si suggerisse ai capi di Stato e di governo l’avvio di una procedura d’infrazione. Aggiungendo: la porta resta aperta. Della serie: aiutateci a fermare tutto. A seguire Moody’s ha diffuso un avviso di declassamento, che avrebbe effetti negativi assai più rilevanti che non la procedura stessa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il presidente del Consiglio ha quindi convocato una singolare conferenza stampa, destinata a parlare ai suoi due vice: si deve trovare una via d’uscita senza esporre l’Italia a inutili rischi e costi (ha poi esplicitamente parlato di “danno ai risparmiatori”, parole il cui significato è inequivoco). Il ministro dell’economia, subito e ancora in queste ore, ha ribadito che non solo la procedura si può evitare, ma che i saldi strutturali sono in linea con quanto stabilito, bastando rispettare il Documento di economia e finanza, così come da tutti approvato nel suo aggiornamento. Chiarissimo: possiamo aggiustarla senza manovrine, semplicemente lavorando sulla minore spesa di alcuni capitoli (a cominciare dal reddito di cittadinanza).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Scusate la rozzezza, ma si può così sintetizzarla: è chiaro che i nostri conti sono disallineati rispetto agli obiettivi, ma con un po’ di ipocrisia e contando sul fatto che la procedura contro l’Italia non la vuole nessuno, perché tutti sanno che può portare solo danni, mostrandosi prudenti e riconoscendo le difficoltà possiamo sfangarla. Ma sembra sia proprio questo che taluni non vogliono. A Roma vogliono la procedura, propiziata dal rendere impossibile il negoziato, cantando ai quattro venti che si è sempre pensato di non rispettare una riga del Def. Vuoi che questo accada perché ci si vuole fare esplodere pur di danneggiare (in conto terzi) l’euro e l’Ue, vuoi che accada perché non si sa come affrontare la successiva scadenza della legge di bilancio, vuoi perché si è rimasti prigionieri dei ruoli smargiassi, vuoi non si sappia di che si parla, questo accade. I mini bot sono la ciliegina sulla torta, letta da chiunque sappia leggere nel solo modo possibile: la promessa di stampare denaro falso per far saltare tutto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se vai a sostenere che questa Commissione europea non può avviare la procedura perché al termine del mandato e “delegittimata” significa accompagnare l’analfabetismo istituzionale (non esistono vuoti e la Commissione è sempre pienamente in carica) con l’azzardo politico, dato che la prossima Commissione sarà più rigorista. Il fatto che il Comitato economico e finanziario, ovvero la sede preposta all’istruttoria tecnica, abbia confermato la fondatezza della procedura ha a che vedere con il futuro, non con il passato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora, se si vuole evitarla, basta che si parta da quello e lo si discuta sul piano tecnico. Altrimenti la posizione di chi lavora per evitare lo scontro s’indebolisce mortalmente. Ed è in questa chiave che vanno lette le parole di Juncker: su questa strada l’Italia si fa male. Coincidono con quelle di Conte, che fanno eco a quelle di Tria. È a Roma che si pedala in direzione opposta. Contro tutti e tre.</span></p>
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		<title>Conte non conta, ma prolunga il cunto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conte-non-conta-ma-prolunga-il-cunto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2019 11:53:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Conte non conta, ma ha provato a dare un futuro a lo cunto suo. La surreale conferenza stampa di ieri, l’improponibile appello di uno sconosciuto al popolo, affinché prema su quelli che ha votato, spinge a leggere la vicenda alla luce degli assai sottili spessori personali. Il che distrae dai fatti reali e pesanti, con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/conte-non-conta-ma-prolunga-il-cunto/">Conte non conta, ma prolunga il cunto</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Conte non conta, ma ha provato a dare un futuro a lo cunto suo. La surreale conferenza stampa di ieri, l’improponibile appello di uno sconosciuto al popolo, affinché prema su quelli che ha votato, spinge a leggere la vicenda alla luce degli assai sottili spessori personali. Il che distrae dai fatti reali e pesanti, con l’Italia alla vigilia di una possibile e devastante tempesta.</span></p>
<ol>
<li><span style="font-weight: 400;"> In testa a tutto ci sono i conti pubblici. Durante l’anestesia espansiva della Banca centrale europea, cui sola dobbiamo che la tempesta non ci sia già stata, l’Italia non ha suturato le sue profonde ferite, ma le ha allargate. Bonus, quota 100 e reddito di cittadinanza sono un ravanare nella piaga. Effetti di crescita pari a sotto zero.</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> I conti politici ed elettorali accompagnano la caduta libera. Le opposizioni non hanno ricette alternative. Forza Italia ha perso il ruolo di utilizzatore finale delle destre ed è mummificata nella comica pretesa di volere la Lega con sé e opporsi al governo dominato dalla Lega. Il Partito democratico pratica l’onanismo autoreferenziale, felice di esserci ancora e con la triste pretesa che si debbano fare le stesse cose che si fanno ora, ma a cura di gente meno improbabile. Gli elettori premiano il bipolarismo di governo, non credendo alle promesse, ma prendendo atto che sono le uniche promesse sul mercato.</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> Le due forze al governo non hanno la minima idea di cosa si possa scrivere nella legge di bilancio. Oscillando fra l’affabulazione impomatata e inconsistente, ma finalizzata a non perdere la protezione (protezione) europea, e il rude approccio di chi favoleggia di sovranità nel mentre imbottisce l’Italia di esplosivo con cui farsi saltare in aria per rendere un servizio ai nemici della sovranità europea.</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> Conte fa il giurista da pretura e si sente ficcante nel citare e ricitare l’articolo 95 della Costituzione, ovvero quello che non ha mai onorato (“Il presidente del Consiglio dei ministri (…) mantiene l’unità di indirizzo politico e amministrativo (…)”). Volendo dire: non sono solo un presidente per caso, posso essere anche un presidente istituzionale. L’ossequio al Quirinale va letto in tal senso.</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> Tutto questo non sta in piedi, sicché al Colle basterebbe un soffio, basterebbe rinviarlo alle Camere per cancellarlo. Già, ma poi? Chiama subito le elezioni? Bella strategia: si arriva alla legge di bilancio nel peggiore e più sconsiderato dei modi, con altri mesi di cretinate cosmiche vendute come cambiamento, con la gara a chi diminuisce di più le tasse e aumenta di più le spese, aprendo le urne nel mentre ci si serrano i mercati. Un capolavoro. Allora un governo tecnico, che metta non dico a posto, ma almeno incolonni i conti? Regalone ai più dissennati, che griderebbero alla democrazia tradita, invocando le urne come riscatto popolare e proponendo il pensionamento già dopo la licenza media, perché tutti hanno diritto a godersi la vita dopo anni di sudato impegno.</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> E qui Conte piazza il 95, letto su una corriera sobbalzante, sicché una riga sì e una no: il governo tecnico potrei farlo io. Fui portato da chi aveva preso più voti e ho anche fatto finta di avere una maggioranza parlamentare. Potrei restare qualche mese, navigando verso le elezioni anticipate ma non scassando ulteriormente i conti, in questo modo togliendo un vantaggio a chi mi sostenne. Certo, sarebbe il contrario di quanto fin qui detto e fatto, ma un avvocato cura le cause altrui e il trasformismo, che diamine, ha grandi tradizioni, lungo lo stivale.</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">Spettacolo mesto e anche sconcio? Sicuro. Ma ce lo siamo cercato. C’è una vasta Italia che non lo merita e non lo apprezza, ma non è rappresentata e non sa rappresentarsi.</span></p>
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		<title>Salvini e la capacità di cogliere il kàiros</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/salvini-e-la-capacita-di-cogliere-il-kairos/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 15:42:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La politica è cambiata: nel modo di comunicarla e parteciparla, nel modo in cui si dà la selezione dei leader, nel non far più riferimento a ideologie forti ma ad un sano pragmatismo, in tante altre cose. Essa resta però legata, non solo al perseguimento di interessi concreti, come è ovvio che sia (altrimenti non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La politica è cambiata</strong>: nel modo di comunicarla e parteciparla, nel modo in cui si dà la selezione dei leader, nel non far più riferimento a ideologie forti ma ad un sano pragmatismo, in tante altre cose. Essa resta però legata, non solo al perseguimento di interessi concreti, come è ovvio che sia (altrimenti non sarebbe politica), ma anche ad una certa coerenza di fondo che gli attori politici devono di necessità mostrare. Non tanto fra il dire e il fare, quanto piuttosto fra i diversi obiettivi che si vogliono raggiungere con l’azione.</p>
<p><strong>Il Movimento 5 Stelle</strong>, in nome di una generica lotta alla “casta”, ha invece in questi anni seguito l’idea di un partito trasversale, un patchwork di idee e uomini (fra l’altro con poca o nessuna esperienza politica) male amalgamato. Può durare in questo stato o, come sembra che stia avvenendo, il “principio di realtà”, o semplicemente la prova del governo, metterà presto esito, come è logico che sia, ad una di queste due opposte opzioni: la “normalizzazione” o l’implosione? Certo, <strong>la dissidenza interna</strong> di questi giorni è alimentata dalla cosiddetta ala movimentista, che, con la sua idea (confusa) di società e con i suoi luoghi comuni, è una diretta discendente del peggior sessantottismo italiano. La storia, d’altronde, non fa salti. Il timore è però che questa ala, messa finora a tacere da quella sorte di “centralismo democratico” che vige nel movimento, sia più forte di quanto si sia voluto credere, o far credere, e che non aspetti l’occasione per prendersi una rivincita. Se la posizione di Di Maio non è facile, se si svolgerà forse sempre più lungo questo crinale, quella di Salvini è altrettanto problematica.</p>
<p>Non c’è dubbio che<strong> la Lega</strong> sia oggi l’unico partito forte nello scenario italiano, così come probabilmente il centrodestra, cioè l’alleanza elettorale spazzata via dalle vicende successive al 4 marzo, sia oggi non solo maggioranza nel Paese ma anche in un ipotetico nuovo Parlamento. Ed è anche impressionante vedere come questo risultato politico Salvini lo abbia ottenuto in soli sei mesi: ha aumentato i consensi per sé e ha svuotato quasi del tutto l’altro perno, Forza Italia, della più naturale alleanza originaria. Il fatto è che la Lega, con la sua fermezza e la sua nettezza di idee, ha risposto a esigenze reali avvertite dagli italiani e per tanto tempo ignorate dagli altri partiti. E, per di più, Salvini, che ha fatto rinascere e rifondato su altre basi un partito morto, ha dietro di sé delle pattuglie compatte o quasi. Le quali però sono anche e ancora, in vasta parte, espressione di ceti variamente produttivi (l’ex elettorato berlusconiano) che potrebbero presto risentirsi dei troppi compromessi o dei diktat pentastellati.</p>
<p><strong>Il grosso problema politico che si presenta a Salvini</strong> si condensa perciò in una domanda: il trend positivo continuerà ancora o almeno si assesterà? O, meglio ancora, quando i tempi saranno maturi per staccare la spina al governo senza pagare pegno con gli elettori (accusando casomai giustamente l’alleato odierno di aver impedito, con le sue divisioni interne e la sua confusione ideale, una più incisiva e concreta politica del governo?).</p>
<p>L’idea di Salvini è probabilmente quella di rimandare la fatidica decisione a dopo le elezioni europee, ma è pur vero che la situazione potrebbe precipitare prima. E, a quel punto, una decisione sarebbe improcrastinabile. Su di essa, sulla capacità di <strong>cogliere il kàiros</strong>, cioè il momento opportuno, si misurerà definitivamente nei prossimi mesi la statura politica di Salvini. Ma si misurerà anche la possibilità per l’Italia di maturare migliori e più efficaci equilibri politici.</p>
<p>Corrado Ocone, formiche.net 30 ottobre 2018</p>
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		<title>Il partito del No alle grandi opere? Lo stesso del Sì alle grandi spese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-partito-del-no-alle-grandi-opere-lo-stesso-del-si-alle-grandi-spese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Gervasoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Oct 2018 13:27:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ambientalismo]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo le elezioni locali tedesche molti a sinistra paiono alla ricerca dell’«antidoto verde», cioè vorrebbero agganciarsi al treno dei Grünen, il solo capace di «fermare i populisti», lamentando che solo da noi manchino forze ecologiste. Vorremmo rassicurarli: gli ecologisti ci sono, li abbiamo visti scatenati ieri a Torino. E stanno pure al governo. Solo che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo le elezioni locali tedesche molti a sinistra paiono alla ricerca dell’<strong>«antidoto verde»</strong>, cioè vorrebbero agganciarsi al treno dei Grünen, il solo capace di «fermare i populisti», lamentando che solo da noi manchino forze ecologiste. Vorremmo rassicurarli: gli ecologisti ci sono, li abbiamo visti scatenati ieri a Torino. E stanno pure al governo. Solo che invece che essere l’antidoto, sono loro stessi i populisti. Stiamo ovviamente parlando dei 5 Stelle.</p>
<p><strong>Come, i grillini, dei verdi?</strong> Ci stupiamo che qualcuno si stupisca di questa affermazione. Se infatti guardiamo alla storia di questo movimento, ben prima che si costituisse con il nome di Movimento 5 Stelle, per Beppe Grillo e per Gianroberto Casaleggio l’ecologismo non era uno dei temi: era il tema. A cui si è aggiunto presto, ma comunque secondo in ordine di tempo, <strong>il giustizialismo</strong>. E se nella loro non lunga vita i grillini hanno cambiato idea su molte questioni, la barra ecologista è sempre stata tenuta &#8211; per così dire &#8211; ben dritta. Ed è quella che spiega la loro cultura dei no e la tentazione della «decrescita felice».</p>
<p><strong>Il no al Tap</strong>, quello più antico alla Tav, l’opposizione di principio alle nuove infrastrutture e quella ai giochi olimpici, nasce sì in parte dalla convinzione che esse diano luogo a ruberie e a corruzione. Ma lo stimolo primo e mobilitante, che spinge la loro opposizione ai lavori pubblici, risiede proprio nel voler mantenere intatto l’equilibrio ambientale e «naturale». Si dirà che i 5 stelle sono eredi dei verdi italici, figli di un dio minore, ideologizzati e integralisti, laddove quelli tedeschi e nord europei sarebbero pragmatici e maturi. Ma non è esattamente così. È vero che i nostri verdi, peraltro sempre molto rossi, quelle rare volte che hanno ricoperto incarichi in dicasteri, con l’Ulivo e l’Unione, hanno brillato soprattutto per i niet che infliggevano ai già inguaiati presidenti del Consiglio di quelle caotiche compagini. Ma, si passi la freddura, in questo caso l’erba del vicino non è esattamente la più verde.</p>
<p>In tutti i Paesi europei in cui hanno un peso elettorale (in realtà solo quelli del nord Europa) i Verdi sono infatti tradizionalmente più forza di opposizione che di governo. Dagli anni Settanta a oggi in Germania sono stati al potere centrale solo negli anni della Spd di Gerhard Schröder e hanno lasciato poco il segno: si ricordano infatti più che altro per il ministro degli Esteri, <strong>Joschka Fischer</strong>, un interventista fautore della «guerra democratica», peraltro inviso agli stessi verdi, ultrapacifisti. Come se nella cultura ambientalista vi sia un problema ad accettare gli obblighi, i doveri e le necessità imposte dalla produzione moderna.</p>
<p>Nati sulla spinta dei bisogni «post materialistici» come li aveva chiamati il sociologo statunitense Ronald Inglehart, gli ecologisti, tanto i pragmatici che gli integralisti alla 5 Stelle, sembrano spesso pensare che <strong>l’obiettivo della società contemporanea consista nel redistribuire le risorse</strong>: e non nel produrle. Invece se la politica comprime, attraverso l’aumento della leva fiscale e l’assenza di investimenti, l’universo della produzione e dei produttori, nulla ci sarà da distribuire e vi sarà solo decrescita, temiamo non tanto felice.</p>
<p>Siccome tutto si tiene, non ci sorprende che <strong>l’ecologismo dei 5 Stelle</strong> conduca a una visione del mondo centrata sul reddito di cittadinanza, che essi hanno voluto come pietra angolare della manovra economica, anche a costo di deprimere le spese per gli investimenti e il taglio delle tasse. C’è però una speranza, ancorché flebile. Laddove hanno governato, gli ambientalisti sono sempre stati costretti, peraltro piuttosto presto, a diventare ragionevoli: e non a caso lo sono abbastanza i Grünen, dei Verdi europei quelli con la maggior esperienza.</p>
<p>Come si vede con la loro salutare marcia indietro sul Tap, l’auspicio è che anche i 5 Stelle si rendano conto, sulla Tav, e a dispetto della giunta Appendino, la più fanatica tra quelle grilline, che quest’opera arricchirebbe tutti, spingerebbe la produttività, e non necessariamente distruggerebbe l’ambiente, se si seguono le regole. Non resta che credere ai miracoli.</p>
<p>Marco Gervasoni, &#8220;Il Messaggero&#8221; 30 ottobre 2018</p>
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		<title>Manovra, il pericolo che il Def finge di non vedere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-il-pericolo-che-il-def-finge-di-non-vedere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Oct 2018 15:49:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[deficit]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
		<category><![CDATA[manovra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la presentazione della Nota di aggiornamento al Def (Documento di Economia e Finanza) le cose sono un po’ più chiare. Sappiamo finalmente qual è la crescita del Pil che ci si attende per i prossimi 3 anni, sappiamo qual è il deficit pubblico programmatico, sappiamo qual è la traiettoria prevista per il rapporto debito/Pil. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo la presentazione della Nota di aggiornamento al <strong>Def</strong> (Documento di Economia e Finanza) le cose sono un po’ più chiare. Sappiamo finalmente qual è la crescita del Pil che ci si attende per i prossimi 3 anni, sappiamo qual è il deficit pubblico programmatico, sappiamo qual è la traiettoria prevista per il rapporto debito/Pil. In estrema sintesi, la Nota di aggiornamento ci dice che nel prossimo triennio<strong> la crescita</strong> sarà circa una volta e mezza quella prevista dai maggiori organismi internazionali (1.5% contro 1%),<strong> il deficit pubblico</strong> passerà dall’1.8% del 2018 al 2.4% dell’anno prossimo, per poi tornare all’1.8% entro il 2021. Quanto al <strong>rapporto debito-Pil</strong>, esso è previsto in lentissima ma costante diminuzione, dal 130.9% del 2018 al 126.7% del 2021.</p>
<p>Sono inquietanti questi numeri? È giustificato il nervosismo dei mercati? Sono fondate le preoccupazioni della Commissione Europea e della Banca Centrale? A mio parere a queste domande non esiste una risposta, ma ne esistono due molto diverse fra loro.</p>
<p><strong>La prima risposta è rassicurante</strong>: se questi numeri venissero rispettati, ovvero se le cose andassero precisamente come previsto, potremmo anche tranquillizzarci. Un ritmo di crescita dell’1.5% per tre anni non sarebbe granché, ma risulterebbe comunque superiore a quello medio degli ultimi 3 anni (1.2%). Un aumento del deficit dall’1.8% al 2.4% è semplicemente quel che avremmo dovuto aspettarci da qualunque governo che avesse scelto di limitarsi a non far scattare gli aumenti dell’Iva, ovvero di disinnescare la micidiale clausola di salvaguardia lasciata dai precedenti governi. Quanto alla riduzione del rapporto debito-Pil, è vero che se ne prevede una diminuzione di soli 4.2 punti in 3 anni, ma non si può non osservare che negli ultimi anni la diminuzione era stata ancora minore, per non dire irrisoria: appena 0.9 punti in un triennio, ossia meno di un quarto di quella messa nero su bianco dal governo gialloverde.</p>
<p><strong>La seconda risposta che possiamo dare, invece, non è rassicurante</strong> per niente: i numeri della Nota di aggiornamento sono brutti non in sé, ma perché sono scritti sulla sabbia, e come tali non verranno creduti né dagli investitori, né dalle Agenzie di rating. Vediamo perché. <strong>Una prima ragione</strong> è che la manovra non è affatto espansiva quanto si sente dire. È vero, sono stati annunciati 20 miliardi di benefici elettorali equamente divisi fra Lega e Cinque Stelle. Più esattamente <strong>9 miliardi</strong> per il reddito di cittadinanza, <strong>1 miliardo</strong> per i centri per l’impiego, in totale 10 miliardi in quota Di Maio. E poi <strong>7 miliardi</strong> per andare in pensione anticipatamente,<strong> 1 miliardo</strong> per assumere più poliziotti, <strong>2 miliardi</strong> per la flat tax per le partite Iva, in totale 10 miliardi in quota Salvini. Altri <strong>1.5 miliardi</strong> sono per i truffati dalle banche, e <strong>3.5 miliardi</strong> per aumentare gli investimenti pubblici. <strong>In tutto fa circa 25 miliardi</strong>, che si aggiungono ai 12 miliardi abbondanti necessari per sterilizzare l’Iva. Poiché l’aumento del deficit, dall’1.8% al 2.4%, serve a malapena a coprire il non-aumento dell’Iva, se ne deduce che gli ingenti aumenti di spesa pubblica (circa 23 miliardi) e le esigue riduzioni fiscali (circa 2 miliardi) dovranno essere finanziati con tagli di spesa e maggiori entrate, senza ricorrere a ulteriore deficit. Su questo la Nota di aggiornamento è evasiva, e si capisce perché: per disporre di questi 25 miliardi elettorali (noi manteniamo le promesse!), che ahimé si aggiungono ai 12 miliardi per sterilizzare l’aumento dell’Iva, Salvini e Di Maio dovrebbero fare una spending review piuttosto sanguinosa, nonché introdurre nuove tasse. Poiché difficilmente riusciranno a farlo nella misura necessaria, quel che è ragionevole attendersi è un deficit ben maggiore del 2.4% annunciato. Non è tutto, però. Da quel che si riesce a capire fin qui, fra i provvedimenti che potrebbero finanziare le promesse elettorali vi sono ben pochi tagli di spesa (la Nota di aggiornamento li quantifica nello 0.2% del Pil, pari a 3.5 miliardi), mentre abbondano gli interventi che aumentano il gettito fiscale: taglio delle cosiddette tax expenditures, ossia dei regimi fiscali agevolati; condoni e sanatorie, ribattezzati pace fiscale; inasprimento della tassazione sulle banche (con prevedibili gravi conseguenze sul credito a famiglie e imprese). Ecco perché definire espansiva la manovra è abbastanza azzardato. Non solo <strong>gli investimenti pubblici</strong> aggiuntivi sono di entità assai modesta, non solo le nuove spese dovranno essere coperte da nuove entrate (si danno più soldi ad alcune categorie togliendone ad altre), ma alcune delle nuove entrate sono chiaramente dannose per la crescita (penso, in particolare, a quelle che graveranno sulle banche, ma anche alla cancellazione dei benefici fiscali settoriali). Davvero arduo pensare che da tutto ciò possa scaturire un impulso capace di accelerare la crescita dall’1 all’1.5%.</p>
<p>C’è anche<strong> una seconda ragione</strong>, tuttavia, che giustifica un certo pessimismo. Anche nel caso i numeri indicati nella Nota di aggiornamento non dovessero peggiorare nel tempo (come è sempre successo, con qualsiasi governo), anche nel caso il governo riuscisse a trovare coperture per tutte le spese che ha messo in cantiere, resterebbero due problemi non da poco:<strong> lo scetticismo dei mercati</strong>, che ha fatto imbizzarrire lo spread, e il rischio imminente di downgrading dei nostri titoli di Stato da parte delle Agenzie di rating, che potrebbe materializzarsi già alla fine di questo mese. Uno spread di 3-400 punti base e un declassamento dei nostri titoli di Stato credo proprio che non possiamo permetterceli, perché significherebbe tornare alla situazione del 2011, con conseguente nuovo collasso dell’economia.</p>
<p><strong>Questo temo sia il vero pericolo per l’Italia</strong>, un pericolo che la Nota di aggiornamento finge di non vedere. Per capire quanto esso sia grave, però, dobbiamo smetterla di guardare solo allo spread dei nostri titoli di Stato rispetto ai soli titoli tedeschi, e guardare come i titoli italiani (e di altri paesi) si comportano rispetto a quelli degli altri paesi dell’Eurozona. Ebbene, se si fa questo confronto si possono notare tre cose.</p>
<p><strong>1.</strong> La prima è che ormai, Grecia a parte, siamo il paese dell’Eurozona di cui i mercati meno si fidano: all’inizio di quest’anno, infatti, i rendimenti dell’Italia hanno superato quelli del Portogallo, ossia del paese (finora) più vulnerabile dopo la Grecia.</p>
<p><strong>2.</strong> La seconda è che lo spread standardizzato, che tiene conto della nostra posizione relativamente a quella del nucleo dei paesi dell’Eurozona, è al suo massimo storico dal 2011.</p>
<p><strong>3.</strong> La terza, forse la più inquietante, è che l’allarme dei mercati verso i conti pubblici dell’Italia non ha preso forma con la nascita del governo gialloverde, bensì un anno e mezzo prima, più o meno in corrispondenza con la vittoria del no al referendum e la caduta del governo Renzi. Da allora, lo spread standardizzato ha cominciato a crescere, e lo ha fatto con impressionante regolarità, senza alcuno strappo o accelerazione, in parallelo alla discesa dello spread del Portogallo. Anche se può recare qualche conforto agli esponenti dell’attuale governo, un simile andamento dovrebbe preoccuparci tutti moltissimo. Esso mostra, infatti, che <strong>la diffidenza dei mercati verso l’Italia</strong> ha un’origine più profonda e più remota del semplice insediamento di un governo euroscettico e populista. Essa deriva, più verosimilmente, dalla comparazione con le dinamiche dei conti pubblici negli altri paesi, e in particolare di quelli che hanno attraversato gravi crisi finanziarie: Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Cipro. In questi cinque paesi, i più fragili dell’eurozona, lo spread standardizzato, negli ultimi tre anni, ha mostrato una chiara tendenza alla diminuzione, cioè al miglioramento. <strong>In Italia no.</strong> In Italia, da circa 22 mesi, lo spread standardizzato continua a salire, inesorabilmente. Un segnale per il governo, ma anche per l’opposizione, infantilmente convinta che prima tutto andasse bene, e solo ora i nostri conti pubblici siano diventati a rischio.</p>
<p>L’opposizione ha mille e una ragioni di stigmatizzare le inutili, anzi pericolosissime, esternazioni anti-europee dei nuovi venuti. Ma farebbe bene a interrogarsi anche sul proprio ruolo, perché le condizioni in cui ha lasciato il Paese sono una delle concause delle tensioni attuali.</p>
<p>Luca Ricolfi, Il Messaggero 6 ottobre 2018</p>
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		<title>Manovra? Audace, suicida, incosciente. Ma non coraggiosa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-audace-suicida-incosciente-ma-non-coraggiosa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Sep 2018 14:02:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[governo conte]]></category>
		<category><![CDATA[manovra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente del Consiglio ha definito coraggiosa la manovra del suo governo, che rifiuta di ridurre il deficit pubblico e anzi pianifica di mantenerlo per tre anni al 2.4% del Pil. I critici del governo giallo-verde, per parte loro, vedono nella manovra una sorta di svolta epocale, una specie di contro-riforma che capovolge la linea [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il presidente del Consiglio ha definito <strong>coraggiosa</strong> la manovra del suo governo, che rifiuta di ridurre il deficit pubblico e anzi pianifica di mantenerlo per tre anni al 2.4% del Pil. I critici del governo giallo-verde, per parte loro, vedono nella manovra una sorta di svolta epocale, una specie di contro-riforma che capovolge la linea di prudenza adottata dai governi che lo hanno preceduto (Renzi e Gentiloni). Mi permetto di dissentire radicalmente con entrambi. No, si possono scegliere mille aggettivi per definire questa manovra, ma coraggiosa no, quello non è l’aggettivo giusto.</p>
<p><strong>Nella lingua italiana un comportamento è coraggioso</strong> se comporta l’assunzione di un rischio per chi lo mette in atto, e solo per chi lo mette in atto. Se ti butti in un fiume in piena per salvare un bambino che sta annegando, stai compiendo un atto coraggioso. Ma se induci un tuo amico a fare un investimento che potrebbe anche fargli perdere metà del suo patrimonio, e magari pretendi anche una provvigione per i consigli che gli dai, non ti stai comportando in modo coraggioso, ma semmai in modo opportunista e irresponsabile. Ora, comunque la si pensi sulla manovra del popolo, l’aggettivo giusto non è certo coraggioso.</p>
<p><strong>Non pretendo di stabilire quale sia l’aggettivo giusto</strong>, perché questo dipende dal giudizio che diamo sulle intenzioni dei nostri governanti e sulle conseguenze delle loro azioni. Ma la gamma degli aggettivi è tutta un’altra: <strong>audace</strong>, se pensiamo che anche loro corrano qualche rischio, imprudente se pensiamo che tutti corriamo dei rischi, miope se pensiamo che le conseguenze di lungo periodo siano negative per l’Italia,<strong> suicida</strong> se pensiamo che porterà (solo) alla caduta del governo, <strong>incosciente</strong> se pensiamo che porterà anche alla nostra rovina, avventurista se pensiamo che porterà alla catastrofe del Paese ma che loro troveranno il modo di salvarsi. Ecco perché parlare di coraggio è del tutto fuori luogo.</p>
<p><strong>Coraggioso è un governo</strong> che, per il bene del Paese, mette in atto misure impopolari, e perciò corre, consapevolmente, il rischio di perdere il consenso. Una misura popolare, giusta o sbagliata che sia, non richiede alcun coraggio, perché il consenso lo alimenta. Ecco perché della manovra del popolo tutto si può dire, tranne che sia coraggiosa. Detto questo, possiamo almeno ammettere che la manovra, giusta o sbagliata che sia, audace o incosciente, sia comunque una svolta radicale rispetto a quelle attuate dai passati governi? Prima di provare a rispondere a questa domanda, vorrei far notare una cosa: la tesi della svolta epocale accomuna i critici più feroci e i difensori più accaniti dell’attuale governo.</p>
<h2>Continuità col passato</h2>
<p>I critici considerano saggi e gloriosi gli anni dei governi Pd, i difensori del governo (specie i Cinque Stelle) non perdono occasione per dire che siamo entrati nella Terza Repubblica, e che ora finalmente tutto cambierà. In poche parole: il giudizio sul passato è opposto, ma l’idea di una rottura radicale con esso è perfettamente condivisa. È su questa analisi comune che vorrei sollevare qualche dubbio.</p>
<p><strong>Io vedo tanta, tanta continuità con il passato</strong>, sia con quello recente sia con quello remoto. E mi conforta di non essere il solo a notarlo. Come non essere d’accordo, ad esempio, con Giorgia Meloni quando nota che, più che traghettarci nella terza Repubblica, Di Maio sta riesumando le peggiori pratiche della Prima? È allora che la politica imparò a comprare il consenso con misure assistenziali (ricordate le baby pensioni? Le false pensioni di invalidità?) che fecero esplodere il debito pubblico che ora soffoca l’economia e limita i margini di manovra della politica stessa. Ma non è solo il passato più remoto che ritorna. L’economista Roberto Perotti, per qualche tempo collaboratore del<strong> governo Renzi,</strong> ha ricordato che nei gloriosi anni del Pd (2013-2017) il disavanzo è sempre stato maggiore di quello programmato, e comunque superiore al 2.4% che ora tanto ci preoccupa. Altri hanno giustamente fatto notare che fu Renzi, appena un anno fa, a proporre di mantenere il disavanzo al 2.9% per ben 5 anni, contro il 2.4% (per 3 anni) dell’attuale governo.</p>
<p>Ma c’è molto di più e molto ancora. Si pensa giustamente che la fretta di Di Maio sul cosiddetto <strong>reddito di cittadinanza</strong> sia dettata dall’approssimarsi delle elezioni europee (maggio 2019), cui vuole arrivare con una misura-simbolo già in vigore, pur sapendo benissimo che quella misura non potrà che risolversi in pura assistenza finché i centri per l’impiego non saranno stati riformati, e la crescita non avrà acquistato vigore. Ma che cosa c’è di diverso rispetto agli<strong> 80 euro di Renzi</strong>, anche allora presentati come sostegno alla domanda, ma in realtà concepiti essenzialmente per vincere alle elezioni europee? E la cosiddetta pace fiscale? Che cos’altro nasconde dietro l’eufemismo pace se non l’ennesimo condono, la solita sanatoria, di nuovo in perfetta continuità con la prima e la seconda Repubblica? Per non parlare dell’orientamento generale della politica economica. Ci viene presentato come un cambio di rotta rispetto all’austerità che avremmo infruttuosamente praticato in questi anni. Ma la realtà è che in questa legislatura, lo ha ricordato più volte l’economista Veronica De Romanis, l’orientamento della politica economica è sempre stata espansivo, non restrittivo.</p>
<h2>Sempre la solita medicina (che non funziona)</h2>
<p><strong>Ancora una volta, la differenza con il passato</strong> è solo che, di una medicina che non ha funzionato (siamo tuttora ultimi in Europa per crescita del Pil), ora si prova ad aumentare la dose, anziché cambiare la medicina stessa. So che ricordarlo suscita incredulità (e qualche malumore), ma la realtà è che di austerità l’Italia ha fatto esperienza solo sotto il governo Monti, e <strong>l’austerità buona</strong> quella che aggiusta i bilanci pubblici riducendo la spesa e tagliando le tasse semplicemente non l’ha mai sperimentata, né con Berlusconi, né con Monti, né con Letta-Renzi-Gentiloni. Ecco perché l’opposizione a questo governo è impotente, o addirittura si capovolge in consenso (è il caso della sinistra radicale, da sempre fautrice della spesa in deficit).</p>
<p>La ragione è semplicemente che <strong>non c’è una differenza qualitativa vera con i governi precedenti</strong>, ma solo una differenza di grado, un salto di imprudenza mi verrebbe da chiamarlo, perché la medesima politica di prima ci viene somministrata in dosi più massicce, e quindi più rischiose. Con questo non intendo dire che la politica economico-sociale di questo governo ci porterà necessariamente al disastro, o addirittura a uscire dall’euro. Questo non può saperlo nessuno, e l’opposizione che se ne proclama certa dà solo prova di isteria e di disfattismo. Quel che voglio dire è semplicemente che il cocktail che ci stanno somministrando è pericoloso, molto pericoloso. Non tanto perché il deficit programmato è al 2.4%, ovvero al medesimo livello degli ultimi anni. Ma perché quel deficit si accompagna a due ingredienti altamente infiammabili, se mi si consente l’immagine: una manovra sbilanciata dal lato della spesa, un drammatico deficit di credibilità, aggravato dall’umiliazione inflitta al ministro dell’Economia, uno dei pochi che un po’ di credibilità ce l’aveva. Per questo, tutto possiamo pensare di questo governo, persino che le cose alla fine andranno bene (dopotutto nessuno ha la palla di vetro), ma su una cosa sarebbe meglio non autoingannarci: ci sono già stati parecchi danni per il bilancio pubblico, per i risparmiatori, per le imprese, e nulla assicura che non ve ne saranno altri, anche molto più gravi, quando dovessero aumentare le rate dei mutui e le banche stringessero i cordoni del credito.</p>
<p>Insomma <strong>la manovra del popolo</strong> apre molte speranze, forse anche qualche opportunità reale, ma carica sul popolo stesso una notevole dose di incertezza e di rischio. Questo è il motivo per cui possiamo chiamarla come vogliamo, ma non coraggiosa. Almeno finché continuiamo a pensare, con il dizionario della lingua italiana, che coraggioso è chi mette in pericolo sé stesso a beneficio degli altri, non chi il rischio lo fa correre a un intero paese e si comporta come se il rischio fosse zero. Proprio come, ironia della sorte, facevano le (giustamente) vituperate banche fallite, che vendevano obbligazioni ad alto rendimento senza avvertire i risparmiatori dei rischi che si assumevano.</p>
<p>Luca Ricolfi, Il Messaggero 30 settembre 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/manovra-audace-suicida-incosciente-ma-non-coraggiosa/">Manovra? Audace, suicida, incosciente. Ma non coraggiosa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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