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	<title>giustizia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>giustizia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Marine Le Pen ha ragione, ma se l’è cercata…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 09:40:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri il Rassemblement National è sceso in piazza a Parigi per contestare l’esclusione di Marine Le Pen dalle elezioni a causa della condanna comminatagli in primo grado per appropriazione indebita di fondi pubblici europei. Una decisione illiberale secondo la destra francese. Tesi sostenuta da un po’ tutti i leader sovranisti globali. La tesi è fondata. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il Rassemblement National è sceso in piazza a Parigi per contestare l’esclusione di Marine Le Pen dalle elezioni a causa della condanna comminatagli in primo grado per appropriazione indebita di fondi pubblici europei. Una decisione illiberale secondo la destra francese. Tesi sostenuta da un po’ tutti i leader sovranisti globali. La tesi è fondata. Secondo una logica liberale, infatti, in uno Stato di diritto vige la presunzione di innocenza, sicché fino al terzo grado di giudizio non dovrebbe essere possibile coartare i diritti elettorali attivi e passivi di alcuno.</p>
<p>Si dà, però, il caso che chi oggi si indigna fino a ieri sia stato in prima fila nell’invocare “pene esemplari” per il ceto politico. Non risulta, infatti, che Marine Le Pen o altri esponenti del suo partito siano scesi in piazza per tutelare i diritti dei presidenti della Repubblica francese Sarkozy, Chirac e Macron o dei capi del governo Fillon e Juppé o dei ministri Cahuzac, Carignon e Delevoye quando la pubblica accusa (che, ma guarda il paradosso, in Francia e soggetta all’esecutivo) li ha incriminati. Risulta invece che in una trasmissione televisiva del 2013 Marine Le Pen abbia invocato l’“ineleggibilità a vita” per i politici colpevoli di “corruzione e frode fiscale”, ma anche di “appropriazione indebita e di occupazione fittizia”. E risulta che quando, nel 2016, il parlamento francese discusse ed approvò la legge Sapin 2, grazie alla quale oggi Le Pen è stata dichiarata ineleggibile, il Front National fosse in prima fila nel reclamare norme ancor più restrittive.</p>
<p>La legge Sapin 2 non prevede automatismi dopo il primo grado di giudizio, ma lascia alla magistratura il potere di decidere autonomamente. Nel caso di Marine Le Pen, i magistrati francesi hanno deciso di non attendere né il secondo né terzo grado di giudizio e di dichiararla subito ineleggibile. Una forzatura, certo, e forse anche una scelta politicamente orientata. Ma si tratta di una forzatura e di una scelta perfettamente coerenti con lo spirito della legge in questione e con il tenore del dibattito pubblico dal quale quella legge scaturì. Il dibattito pubblico, e il conseguente spirito della legge, furono infatti ispirati ai canoni classici di quello che viene comunemente definito “populismo penale”. Ovvero, quella strategia politica post giacobina che molto spesso incoraggia i partiti nuovi e/o antisistema a denunciare la corruzione endemica dell’establishment esibendo “mani” presunte “pulite” e invocando nuove fattispecie penali, oltre che l’abrogazione di vecchie guarentigie costituzionali.</p>
<p>Caso di scuola, in Italia, è il Movimento 5stelle. Ma alla stessa tipologia appartengono il cappio esibito dalla Lega nell’aula di Montecitorio, le monetine lanciate dai giovani di destra e di sinistra contro Craxi davanti all’hotel Raphael, il Salvini del “mettiamoli dentro e buttiamo la chiave”, la Meloni che nel 2022 sceglie di non sostenere il referendum sull’abolizione della legge Severino e sui limiti alla custodia cautelare…</p>
<p>Dopo aver lungamente indugiato sul fatto che Marine Le Pen è in realtà causa del proprio male, nei giorni scorsi Giuliano Ferrara ha così concluso un suo bel commento sul Foglio: “Una volta Berlusconi in un suo discorso celebre e criticatissimo, che ricordo molto bene, disse che aveva il diritto di essere giudicato in prima istanza dai suoi “pari”. Lo accusarono di volere un privilegio di casta. Invece richiamava il principio, sancito nella Costituzione italiana da fior di delinquenti come Moro, Nenni, Togliatti, De Gasperi, Calamandrei e molti altri, dell’immunità parlamentare, principio travolto dall’ondata giustizialista dei primi anni Novanta. Si deve distinguere tra eletti e cittadini comuni, è l’unica distinzione giurisdizionale lecita in una democrazia liberale. In caso contrario il rischio è che i tribunali taglino la testa al popolo (caso Le Pen) o che il popolo tagli la testa ai tribunali (caso Trump)”. Ferrara sembra auspicare che, essendo ormai giunti al governo, i campioni del populismo penale abbiano il coraggio di ripristinare le garanzie che i padri costituenti vollero riconoscere al ceto politico, a partire dall’immunità parlamentare. Se davvero lo pensa, purtroppo si illude.</p>
<p><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2025/04/06/news/marine_le_pen_affilare_la_lama_del_boia_che_ti_taglia_la_testa-18857687/"><strong>HuffingtonPost</strong></a></em></p>
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		<title>Separazione delle carriere, ci mancava solo l&#8217;accusa di piduismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/separazione-dele-carriere-ci-mancava-solo-laccusa-di-piduismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 13:54:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passate le settimane e dopo le settimane sono passati i mesi. Eppure,  nulla. Nessuno ci aveva ancora pensato, nessuno aveva ancora lanciato la ferale accusa. La madre di tutte le accuse, in effetti. Cominciavamo, dunque, a preoccuparci. Possibile che a 74 giorni dall’approvazione, alla Camera, della legge sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono passate le settimane e dopo le settimane sono passati i mesi. Eppure,  nulla. Nessuno ci aveva ancora pensato, nessuno aveva ancora lanciato la ferale accusa. La madre di tutte le accuse, in effetti. Cominciavamo, dunque, a preoccuparci. Possibile che a 74 giorni dall’approvazione, alla Camera, della legge sulla separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti nessuno abbia ancora pensato ad evocare il famigerato Piano di rinascita democratica della P2 di Licio Gelli? Cominciavamo a disperare. Cominciavamo a pensare che, caso più unico che raro nella storia riformista della seconda Repubblica, per una volta gli oppositori di una riforma cara al governo in carica intendessero criticarla nel merito piuttosto che delegittimarne gli autori con l’accusa di piduismo di ritorno.</p>
<p>Era successo con la riforma costituzionale del centrodestra nel 2006, con la riforma Renzi-Boschi del 2016, con la presentazione in Parlamento del premierato meloniano nel 2024. Ma sulla separazione delle carriere ancora nulla. Vuoi vedere che… E invece no. Ecco, infatti, comparire oggi sulla Stampa di Torino un accorato commento firmato dal magistrato Gian Carlo Caselli e dall’avvocato Vittorio Barosio in cui si evoca esplicitamente il “Piano di rinascita democratica P2” che, al comma V dei “Provvedimenti istituzionali” previsti nel “medio e lungo termine” per l’Ordinamento giudiziario, propone, appunto, di “separare le carriere requirente e giudicante”. È la prova regina. La pistola fumante. La dimostrazione inconfutabile dell’intento sovversivo della riforma.</p>
<p>Che poi, a prendersi la briga di leggere tutte le otto paginette del Piano, si scopre che molte delle riforme proposte dalla loggia di Licio Gelli sono state in effetti attuate. Ad esempio. Al comma V della parte relativa all’Ordinamento del Governo si prevede la “soppressione delle province” che fu disposta nel 2014 dal ministro del Pd Graziano Delrio. Mentre al comma I della parte relativa all’Ordinamento del Parlamento si prevede “la riduzione del  numero dei deputati… e dei senatori” imposta nel 2020 al sistema dei partiti dal Movimento 5stelle di Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Significa che la spada, anzi, il gladio della P2 è stata ritualmente poggiata sulla spalla dei grandi capi del Partito democratico del Movimento grillino? No, semplicemente non significa nulla.</p>
<p><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/31/news/che_noia_infinita_laccusa_di_piduismo_a_chi_fa_le_riforme-18811679/"><strong>Huffington Post</strong></a></em></p>
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		<title>Resistere, resistere, resistere&#8230; alle pressioni di chi vuole strappare il cuore alla Separazione delle carriere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/resistere-resistere-resistere-alle-pressioni-di-chi-vuole-strappare-il-cuore-alla-separazione-delle-carriere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2025 16:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[carlo nordio]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Resistere, resistere, resistere. Il ministro Carlo Nordio è asserragliato a via Arenula, protetto dalla guardia pretoria di Forza Italia comandata dal viceministro Francesco Paolo Sisto e insidiato da nemici tanto esterni quanto interni al suo dicastero. C’è la farà? Riuscirà il ministro della Giustizia a resistere alle pressioni, sia a quelle evidenti e macroscopiche, sia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Resistere, resistere, resistere. Il ministro Carlo Nordio è asserragliato a via Arenula, protetto dalla guardia pretoria di Forza Italia comandata dal viceministro Francesco Paolo Sisto e insidiato da nemici tanto esterni quanto interni al suo dicastero. C’è la farà? Riuscirà il ministro della Giustizia a resistere alle pressioni, sia a quelle evidenti e macroscopiche, sia a quelle occulte e sottili, di chi in queste ore si sta adoperando con ogni mezzo per scardinare la riforma sulla separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti?</p>
<p>Oggetto del contendere non è la riforma in quanto tale, ma la norma che della riforma rappresenta il cuore pulsante: lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura. Prevedere, come fa il Disegno di legge Nordio, due Csm è infatti l’unica maniera per spezzare la catena di interessi personali declinati in forma di carriere che da sempre fa di giudici e pubblici ministeri un’unica corporazione usa spartirsi le cariche e gli incarichi con logica da cosca. Leggere il libro-intervista dell’ex presidente dell’associazione nazionale magistrati Luca Palamara per convincersene.</p>
<p>Prevedere due Consigli superiori della magistratura, i cui membri togati vengono indicati per sorteggio come nella Atene di Pericle, significa scardinare un sistema di potere ormai consolidato. Ovvio che i diretti interessati facciano di tutto per evitarlo, e quel “di tutto” comincia ad allarmare anche gli uomini di governo più vicini a Giorgia Meloni. Primo tra tutti, il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, ex magistrato. Forte della sponda con i magistrati distaccati a via Arenula e strategicamente dislocati nei gangli vitali del ministero della Giustizia, Mantovano starebbe esercitando tutte le pressioni di cui è capace per rivedere la norma sul doppio Csm.</p>
<p>L’Associazione nazionale magistrati fa, ovviamente, il tifo per lui. E non c’è da illudersi su quale sarà l’atteggiamento del neo presidente Cesare Parodi. È vero che il procuratore aggiunto di Torino appartiene alla corrente moderata di Magistratura indipendente, ma la natura delle correnti conta ormai poco e ancor meno contano ormai le inclinazioni politiche dei singoli magistrati: la magistratura organizzata è divenuta un corpo unico, compattamente determinato a preservare il proprio potere discrezionale sugli incarichi e gli assetti dell’ordine giudiziario.</p>
<p>Nei giorni scorsi è circolata la voce che l’offensiva avesse avuto successo e che il ministro fosse pronto a capitolare sul Csm. Non era vero. Chi, col fiato sospeso, ha telefonato a Carlo Nordio chiedendo spiegazioni si è sentito rassicurare: “Ma quando mai? Nessun cedimento c’è stato né<br />
ci sarà”. Sollievo tra i garantisti, e in modo particolare tra i ranghi di Forza Italia, che questa riforma l’ha voluta più di tutti. Paradossalmente, è diventata la riforma di Giorgia Meloni. Ora che l’autonomia differenziata cara alla Lega è stata fatta a pezzi dalla Consulta e il premierato caro Fratelli d’Italia è finito su un binario morto per paura del referendum, l’unica riforma di sistema che i partiti della maggioranza e il governo potranno esibire all’elettorato è, infatti, quella sulla separazione delle carriere.</p>
<p>Semmai dovesse saltare la norma sullo sdoppiamento del Csm, esibirebbero una scatola vuota. A chi gioverebbe farlo? Naturalmente, la partita non è finita. La riforma deve ancora approvata da un ramo del parlamento e se dovesse vedere la luce così com’è le resistenze corporative si scateneranno nel buio del ministero quando sarà il momento di scrivere i relativi decreti attuativi. È successo anche con la riforma Cartabia, in buona parte smontata dai magistrati in servizio permanente effettivo presso il ministero della Giustizia.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/02/19/news/la_riforma_meloni_che_non_piace_a_mantovano-18470120/"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
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		<title>Giustizia e responsabilità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giustizia-e-responsabilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2024 13:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[elon musk]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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		<title>Orsina chiama, Toti risponde, ma la politica continuerà a subire le incursioni della magistratura</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/orsina-chiama-toti-risponde-ma-la-politica-continuera-a-subire-le-incursioni-della-magistratura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Sep 2024 14:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[toti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due editoriali insolitamente speculari, come se l’uno fosse il necessario pendant dell’altro. A leggere i giornali, questa mattina balzava agli occhi la straordinaria sintonia tra quanto ha scritto sulla prima pagina della Stampa il politologo Giovanni Orsina e quanto ha sostenuto l’ex governatore della Liguria Giovanni Toti sulla prima pagina del Giornale. “Quello che Matteo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>Due editoriali insolitamente speculari, come se l’uno fosse il necessario pendant dell’altro. A leggere i giornali, questa mattina balzava agli occhi la straordinaria sintonia tra quanto ha scritto sulla prima pagina della Stampa il politologo Giovanni Orsina e quanto ha sostenuto l’ex governatore della Liguria Giovanni Toti sulla prima pagina del Giornale.</div>
<div></div>
<div>“Quello che Matteo Salvini sta subendo sulla vicenda open Arms è un processo politico”: comincia così il ragionamento di Orsina. È un processo politico perché politico è stato il voto con cui il 30 luglio del 2020, contro il parere della Giunta per le autorizzazioni a procedere, l’aula del Senato ha dato il via libera all’azione giudiziaria della procura di Palermo ai danni dell’allora ministro all’Interno. Ma, prosegue Orsina, è un processo politico anche perché politiche risuonano le tesi dell’accusa e politiche sono e saranno le conseguenze della richiesta di sei anni di reclusione avanzata dal pm palermitano. “La natura politica del conflitto è talmente evidente che negarla o scandalizzarsene appare ancora più ipocrita del solito… Se si arrivasse a una condanna ne risulterebbe compresso il campo della discrezionalità politica e, di conseguenza, ampliato lo spazio di sorveglianza del potere giudiziario”, osserva il politologo.</div>
<div></div>
<div>Orsina parla di “autolesionismo di una politica miope” che da Mani Pulite in poi non è riuscita a riequilibrare a proprio vantaggio il rapporto con l’ordine giudiziario. Ovvio e legittimo, scrive, che a fronte di accuse politiche, “il governo politicizzi il processo Salvini”. Non è questo lo scandalo. “Semmai &#8211; conclude Orsina &#8211; lo scandalo è che la destra di governo faccia il suo mestiere a fasi alterne: che su un caso sconcertante come quello di Toti sia scesa in campo col freno a mano tirato… Che, insomma, non abbia ancora deciso se preferisce ripristinare la politica o continuare a giocare con l’antipolitica”.</div>
<div></div>
<div>Escludendo che l’uno fosse consapevole di quanto avrebbe scritto l’altro o che, addirittura, i due si fossero messi d’accordo, ecco Giovanni Toti schiacciare dalle colonne del Giornale la palla alzatagli da Giovanni Orsina dalle colonne della Stampa. Toti esordisce citando tre casi: il processo a Salvini per la vicenda Open Arms, l’inchiesta genovese che lo ha obbligato alle dimissioni da governatore della Liguria pur di riottenere la libertà che i giudici gli avevano negato, l’inchiesta milanese, poi finita in nulla, ai danni del governatore della Lombardia Fontana, accusato di oscuri traffici nell’acquisto di materiale sanitario ai tempi del Covid. Inchieste, scrive Toti, accolte dal ceto politico con la consueta litania circa la “fiducia nella magistratura” e la dichiarata certezza che “gli accusati sapranno dimostrare la propria innocenza nel processo”. Ma il danno è ormai fatto, perché “quando le singole vicende arrivano in aula per il processo, o anche quando non ci arrivano proprio, la giustizia ha già dettato l’agenda, ha già invaso il campo della politica”. Segue atto d’accusa: “Non basta aver fiducia nella magistratura, come recita il mantra. Perché vi sia realmente un equilibrio tra i poteri occorre che certe inchieste, certi processi, non si facciano proprio. Occorrono regole che tutelino il perimetro del campo da gioco della politica dalle intromissioni. Occorrono norme che non siano liberamente interpretabili, ma totalmente invalicabili…”. L’editoriale di Giovanni Toti si conclude con un estremo appello: “È indispensabile che il Parlamento metta mano ad una ristrutturazione legislativa che cancelli tante delle norme approvate nel passato che hanno reso il sistema giudiziario arbitro morale delle scelte di chi governa lo Stato, una Regione, un Comune, su mandato dei cittadini”.</div>
<div></div>
<div>Orsina ha sollevato un problema, Toti, che da quel problema fu travolto, ha indicato una strada. È ragionevole immaginare che tra trent’anni saremo ancora qui a scrivere le stesse cose commentando fatti analoghi. Non sembra, infatti, che il ceto politico abbia la forza e forse anche nemmeno la voglia di metter mano al problema. Come in un eterno déjà-vu, continuerà, dunque, ad oscillare tra garantismo e giustizialismo, tra politica ed antipolitica.</div>
<div></div>
<div><a href="https://formiche.net/2024/09/politica-subire-le-incursioni-della-magistratura/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></div>
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		<item>
		<title>Mafia appalti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mafia-appalti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Aug 2024 12:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/mafia-appalti/">Mafia appalti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dirsi garantisti, approvare norme in difesa dell’autonomia della politica e della presunzione di innocenza e infine abbandonare Toti al proprio destino…</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dirsi-garantisti-approvare-norme-in-difesa-dellautonomia-della-politica-e-della-presunzione-di-innocenza-e-infine-abbandonare-toti-al-proprio-destino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jul 2024 14:23:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[toti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La leggerezza con cui le forze politiche del centrodestra hanno scaricato sulle spalle del solo governatore Giovanni Toti il destino della giunta regionale ligure dà da pensare. È come se, al netto di qualche presa di posizione estemporanea, un’indagine da tutti considerata pretestuosa e un arresto da ciascuno spiegato con la volontà di decapitare un’istituzione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La leggerezza con cui le forze politiche del centrodestra hanno scaricato sulle spalle del solo governatore Giovanni Toti il destino della giunta regionale ligure dà da pensare. È come se, al netto di qualche presa di posizione estemporanea, un’indagine da tutti considerata pretestuosa e un arresto da ciascuno spiegato con la volontà di decapitare un’istituzione democraticamente eletta fossero stati vissuti dai partiti di governo con la rassegnazione di chi assiste, impotente, all’ennesimo déjà-vu.<br />
Non appena la tegola giudiziaria si è abbattuta sulla testa del presidente, tutti hanno infatti iniziato a posizionarsi in vista del dopo, evidentemente avvinti da un unico, impellente pensiero: evitare di essere macchiati dagli schizzi di fango della procura, riuscendo al tempo stesso a massimizzare il proprio, particolare, interesse.</p>
<p>In ossequio all’antica pratica del linciaggio, i leader nazionali dei partiti di opposizione hanno manifestato per le vie di Genova reclamando le dimissioni dell’indagato. Ma di fronte a loro non c’era nessuno. Giovanni Toti è stato abbandonato al proprio destino. Nessuno, tra i leader regionali e nazionali della maggioranza, ha inteso fare del suo caso una questione politica. Nessuno ha osato esporsi in difesa dello Stato di diritto o, come si sarebbe detto un tempo, del primato della politica.</p>
<p>Circostanza singolare, questa, considerando che in parallelo all’azione giudiziaria genovese il governo e la maggioranza di centrodestra varavano provvedimenti come l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. Provvedimenti ispirati a questioni di principio, principi che stentano ad essere impugnati fuori dalle aule parlamentari.</p>
<p>Diceva il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga che “non c’è segretario di partito, sindaco o presidente di regione che non possa essere legittimamente sbattuto da un momento all’altro in galera per tangenti o quantomeno per aver favorito il finanziamento illecito del proprio partito o della propria corrente”. Che ciò accada o meno dipende unicamente “dagli interessi contingenti della magistratura organizzata e dal caso, perché, come sostenne lo scrittore francese Émile Zola, la libertà personale è quella cosa che si trova nelle mani del giudice istruttore a seconda che si alzi dal letto col piede destro o col piede sinistro”. Tutto dipende, cioè, dalle ubbie politiche dei magistrati e dall’umore dei pubblici ministeri.</p>
<p>Ubbie e umori che, evidentemente, spaventano e paralizzano il ceto politico. Anche quello che, in Parlamento, sembra pronto a tutto pur di difendere l’autonomia della politica e la presunzione di innocenza del cittadino.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/07/27/news/tutti_hanno_abbandonato_toti_le_ubbie_dei_giudici_fanno_paura-16557363/"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
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		<title>Presentato in Fondazione Luigi Einaudi &#8220;Tutta un&#8217;altra storia&#8221; di Burrafato. Delmastro: &#8220;Con nostra riforma arriviamo a un giusto processo&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2024 18:13:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[abuso d'ufficio]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Sento e vivo l&#8217;orgoglio di essere il figlio del maresciallo, ucciso dalla mafia, ma vivo il presente nel ricordo di chi lo ha amato ed ha imparato a conoscerlo&#8221;. Totò Burrafato, ricorda così il padre Antonino, Vice Brigadiere della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese, ucciso da un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Sento e vivo l&#8217;orgoglio di essere il figlio del maresciallo, ucciso dalla mafia, ma vivo il presente nel ricordo di chi lo ha amato ed ha imparato a conoscerlo&#8221;. Totò Burrafato, ricorda così il padre Antonino, Vice Brigadiere della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese, ucciso da un commando mafioso nel 1982. &#8220;Mio padre era una persona buona e semplice, un padre di famiglia che non ha avuto paura di dire no mafia”, ha aggiunto. “Ho provato a immaginare come sarebbe stata la mia vita se quarant’anni fa non fosse stato ucciso per mano mafiosa. È stato un servitore dello Stato che ha lasciato in tutti noi un vuoto incolmabile. Ho dedicato questo mio primo romanzo a mia figlia Marta”.</p>
<p>Nell&#8217;aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, è stato presentato questa sera il libro “Tutta un’altra storia”, primo romanzo di Totò Burrafato, presidente del Consiglio di amministrazione di Gesap, la società di gestione dell&#8217;aeroporto &#8216;Falcone Borsellino&#8217; di Palermo. Ne hanno discusso, insieme all’autore, il sottosegretario di Stato al ministero della Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, il presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, il segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini, e il direttore de La Ragione, Davide Giacalone.</p>
<p>“Il libro ha degli espedienti narrativi straordinari, è veramente coinvolgente ed emozionante a prescindere dal fatto che racconta una storia che merita di essere raccontata”, ha detto il Sottosegretario Delmastro. “Antonino Burrafato – ha aggiunto – è un eroe che vince le sue paure per fare il suo dovere, pur sapendo che ciò avrebbe messo a rischio la sua vita. Fortunatamente oggi la situazione è molto cambiata, ora non tutto è lasciato all’eroismo e abbiamo strumenti per far sì che vi sia una spersonalizzazione. Burrafato oggi non ha potuto vedere, ad esempio, la nascita del Gruppo operativo mobile (Gom), un reparto della Polizia Penitenziaria che tutto il mondo ci indivia, deputato proprio allo stretto controllo dei mafiosi in regime di carcere duro. Il Gom è la vittoria dei Burrafato”.<br />
Lo ripeto, ha sottolineato il Sottosegretario, “parliamo di un vero e proprio eroe, a cui abbiamo dedicato il carcere di Termini Imerese. Una volta Bertolt Brecht disse una frase che ritengo essere un’enorme stupidaggine: ‘Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi’, ecco, io la vedo all’esatto contrario”.</p>
<p>Nel libro, tra i temi trattati, si fa riferimento alle vicende giudiziarie che hanno coinvolto diversi amministratori locali. Soggetti incriminati per reati “minori”, come l’abuso d’ufficio, ma che hanno visto rovinata la propria carriera politica, nonostante spesso per loro sia poi arrivata la assoluzione. Il tema dell’abuso d’ufficio è, in queste ore, di grande attualità visto che si sta discutendo del Disegno di legge presentato dal ministro Carlo Nordio, che vede, tra le misure principali, proprio l’abrogazione di questo reato.</p>
<p>“Con l’abuso d’ufficio il politico viene mostrificato. Perché in Italia fino a quando sei indagato e imputato, sei mostrificato, devi dimetterti e affrontare, da dimesso, un processo. Tutto questo per poi rendersi conto che, le rare volte che si arriva a un approdo processuale, seguono straordinarie assoluzioni. L&#8217;abuso d&#8217;ufficio rimane un reato sussidiario rispetto a una nazione che ha almeno 17 articoli che puniscono fatti corruttivi, e che quindi ha l’arsenale più alto nella difesa della trasparenza dell’agire amministrativo di tutta Europa”.</p>
<p>Riguardo alla riforma della giustizia promossa dall’attuale esecutivo, Delmastro ha detto: “Se fosse vera la teoria per cui la magistratura può essere indipendente solo se ha un Csm , giacché con la nostra riforma ce ne saranno due, abbiamo raddoppiato le garanzie di indipendenza dei magistrati. Poi consentitemi di dire che, con questo Csm, io non credo che la magistratura fosse molto libera, anzi. Abbiamo assistito tutti al Palamara gate. Sembrerebbe che, dalla lettura di quel libro, i giudici per bene fossero ostaggi di logiche correntizie. Altro che garantiti. In un clima da basso impero, dove tu crescevi perché ti affiliavi e baciavi l’anello, non perché meritavi”.</p>
<p>“Con il sorteggio all’interno del Csm – ha sottolineato &#8211; le cose cambieranno. È l’unico modo per spezzare il circolo vizioso costituito dalla degenerazione correntizia. Se un giudice è sufficientemente intelligente ed equilibrato per decidere della mia libertà potrà essere estratto per andare al Csm a rappresentare gli altri giudici. Se viene estratto, quei giochi di palazzo maleodoranti, che abbiamo letto nel libro di Palamara, saranno spezzati per sempre&#8221;. Il sorteggio del Csm per me, ha concluso, &#8220;è la più importante delle riforme costituzionali del ministro Nordio”.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La nemesi (berlusconiana) di Piercamillo Davigo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-nemesi-berlusconiana-di-piercamillo-davigo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Ermes Antonucci Luciano Capone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2024 15:07:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[davigo]]></category>
		<category><![CDATA[garantismo]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La metamorfosi di Piercamillo Davigo in Silvio Berlusconi si è completata. Tanto da scegliere lo stesso avvocato per salvarsi. Dopo la condanna in primo grado a un anno e tre mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, per la diffusione dei verbali segreti dell’avvocato Piero Amara relativi alla loggia Ungheria, l’ex pm simbolo di Mani pulite [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La metamorfosi di Piercamillo Davigo in Silvio Berlusconi si è completata. Tanto da scegliere lo stesso avvocato per salvarsi. Dopo la condanna in primo grado a un anno e tre mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, per la diffusione dei verbali segreti dell’avvocato Piero Amara relativi alla loggia Ungheria, l’ex pm simbolo di Mani pulite aveva attaccato pubblicamente, al podcast di Fedez, il tribunale di Brescia che lo aveva giudicato (“Sono stato condannato perché a Brescia non sempre le cose le capiscono”). Tutto ciò alla faccia dell’indipendenza della magistratura, che Davigo per tutta la sua vita si è compiaciuto di difendere (tanto da presiedere anche l’Associazione nazionale magistrati). L’attacco di Davigo indusse proprio l’Anm di Brescia a prendere posizione, mentre il tribunale bresciano si spinse addirittura a chiedere al Csm l’apertura di una pratica a tutela dei magistrati, esattamente come è avvenuto decine di volte negli anni della guerra fra Berlusconi e il potere giudiziario.</p>
<p>La trasformazione dell’ex pm nel Cav. è proseguita dopo la conferma della condanna da parte della Corte d’appello di Brescia. Durissime le motivazioni depositate agli inizi di giugno, in cui si accusa Davigo di aver contribuito a “una fuga di notizie senza eguali precedenti”. Di fronte all’ennesima sberla giudiziaria, Davigo non si è dato per vinto e ha annunciato un altro ricorso, stavolta in Cassazione. Scelta assolutamente legittima. E pazienza se lo stesso è stato fatto più volte da Berlusconi, che per Davigo ha rappresentato la sintesi dei vizi di una classe politica, senza senso etico, che cerca di “farla franca” . E pazienza se proprio Davigo per anni, nelle sue ospitate televisive e persino nelle audizioni in Parlamento, se l’è presa con gli avvocati e l’alto numero di “impugnazioni pretestuose”: “In Italia ci sono 90 mila ricorsi in Cassazione all’anno, in Francia ce ne sono mille!”, disse furioso a La7 nel 2020.</p>
<p>La parabola si è completata nei giorni scorsi, quando è stato depositato il ricorso di Davigo in Cassazione. Sorpresa: a firmarlo non è solo Davide Steccanella, il celebre avvocato degli “indifendibili” Cesare Battisti e Renato Vallanzasca che ha assistito l’ex pm in appello, ma anche Franco Coppi, il penalista più famoso d’Italia, noto per aver difeso – tra gli altri – Giulio Andreotti e proprio Berlusconi in numerosi processi, tra cui quelli sul “caso Ruby”. La comparsa sulla scena di Coppi è significativa soprattutto per ciò che questa sembra implicare sul piano della strategia difensiva.</p>
<p>Se nei primi gradi di giudizio Davigo ha voluto portare avanti una difesa aspra e determinata, anche entrando in contrasto con la magistratura, ora che si è giunti in Cassazione si punta sul “principe” del foro, noto per il suo stile sobrio ed elegante, oltre che per la sua capacità di coltivare buoni rapporti con le toghe. Un cambio di approccio che ha caratterizzato anche la linea difensiva di Berlusconi, che al combattivo avvocato Niccolò Ghedini decise affiancare il più dialogante Coppi.</p>
<p>Leggendo il ricorso depositato dalla difesa di Davigo, tuttavia, si scorgono argomentazioni palesemente illogiche. A colpire è, in primo luogo, la concezione un po’ personalistica del segreto investigativo. Nel ricorso, infatti, si sostiene che “era stato lo stesso titolare del segreto (cioè il pm milanese Paolo Storari, che consegnò a Davigo i verbali di Amara, ndr) ad averlo di fatto rimosso nell’atto di dapprima informare, e in seguito materialmente consegnare, al consigliere Csm quei verbali, per cui (…) era chiaro per l’imputato che in quel momento quegli atti non erano più segreti per il Csm, essendogli stato espressamente richiesto dal legittimo titolare del segreto di riferirne al comune organo di autogoverno”. Insomma, proprio perché Storari ha consegnato i verbali secretati a Davigo si dovrebbe concludere che quei verbali non erano più coperti da segreto, come se fosse il singolo pm a decidere se un atto di indagine è segreto o meno, e non si sia invece di fronte a un obbligo previsto dalla legge (articolo 329 del codice di procedura penale), che peraltro investe tutto l’ufficio di procura e non singoli magistrati. Fosse vero quanto sostenuto nel ricorso, ciascun pm sarebbe libero di rivelare i contenuti di atti di indagine coperti da segreto, quando vuole e a chi preferisce, giustificandosi che è il singolo pm il “padrone” del segreto.</p>
<p>Ma la contraddizione più grande si rintraccia nella parte successiva dove si ritiene che, addirittura, in questo caso il segreto non esistesse affatto perché non si era proceduto all’apertura di una nuova indagine, diversa da quella in cui Amara aveva fatto le sue propalazioni: “In assenza dell’iscrizione di un procedimento il decreto di segretazione&#8230; deve considerarsi nullo, inesistente o inefficace in quanto totalmente privo di motivazione”. In pratica, tutto ciò, “determina l’assenza di segreto”.</p>
<p>Dunque, Davigo non commise alcun reato quando, dopo aver ricevuto i verbali di Amara, ne rivelò il contenuto in maniera informale a una decina di soggetti (svariati componenti del Csm, la sua segretaria, la sua assistente giuridica e il senatore Nicola Morra), mettendo in cattiva luce il consigliere Sebastiano Ardita, che nei verbali veniva accostato alla fantomatica loggia. In altre parole, Davigo non ha violato alcun segreto perché non esisteva alcun segreto. Questa nuova ricostruzione originale fa però venire meno la ragione fondamentale usata fino a ieri, innumerevoli volte anche nei talk-show, da Davigo per spiegare il suo comportamento fuori dai canoni (come il mostrare i verbali nella tromba delle scale del Csm): il segreto era talmente segreto che l’unico modo per tutelarlo era non rispettare le vie formali, altrimenti le persone citate nei verbali ne sarebbero venute a conoscenza. Insomma, il segreto di Davigo è come il gatto di Schrödinger: c’era e non c’era, contemporaneamente.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2024/06/14/news/davigo-fa-come-berlusconi-prima-attacca-i-giudici-e-poi-sceglie-l-avvocato-coppi-per-salvarsi-6650156/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>La chiarezza che manca sull’immunità parlamentare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutti-come-salis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mattia Feltri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Jun 2024 15:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[ilaria salis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ilaria Salis è stata eletta e presto verrà scarcerata, e la ritengo un’ottima notizia. Vedere una detenuta in catene – a prescindere dall’accusa e dalle idee politiche – dovrebbe ripugnare chiunque, specialmente se accade in un paese europeo e ripetutamente condannato per violazione dei diritti umani (mai quanto l’Italia, comunque). Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ilaria Salis è stata eletta e presto verrà scarcerata, e la ritengo un’ottima notizia. Vedere una detenuta in catene – a prescindere dall’accusa e dalle idee politiche – dovrebbe ripugnare chiunque, specialmente se accade in un paese europeo e ripetutamente condannato per violazione dei diritti umani (mai quanto l’Italia, comunque). Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sono stati bravi e coraggiosi: avessero fallito il quorum, per Salis sarebbe stata una tragedia. Temo però molti ignorino che l’immunità europea è più forte di quella italiana: per l’europarlamentare Salis il processo sarà sospeso e riprenderà soltanto quando non sarà più in carica; per un parlamentare italiano andrebbe avanti, con ritorno in carcere in caso di condanna definitiva. E qui c’è un problema non da poco.</p>
<p>Sia Bonelli sia Fratoianni sono sempre stati fieri avversari dell’immunità parlamentare, o perlomeno dei tentativi di renderla piena com’era prima della riforma del ’93, in pieno giacobinismo da Mani pulite. Ricordo quando un indignato Bonelli minacciò il referendum contro l’ipotesi – avanzata da Silvio Berlusconi e giudicata un odioso maneggio da casta – di un’immunità che portasse alla sospensione dei processi, proprio quello che succede nell’Europarlamento e di cui godrà Salis, grazie a Bonelli.</p>
<p>Però o una legge è buona e vale sempre e per tutti, oppure non è buona e non vale mai per nessuno. E siccome considero Bonelli una persona seria, sono sicuro (quasi sicuro) che domattina, insieme a Fratoianni, depositerà una proposta di legge per reintrodurre in Italia un’immunità piena come quella europea, come quella per Salis.</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/rubriche/buongiorno/2024/06/13/news/tutti_come_salis-14387385/"><em><strong> La Stampa</strong></em></a></p>
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