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	<title>Giuliano Amato Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Giuliano Amato Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il peccato neoliberista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 15:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[centrosinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Amato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata da Pds a Ds a Pd. Le sue proposte si riducono, in buona sostanza, a una: superare il &#8220;neoliberismo&#8221; di cui sarebbe intriso lo stesso manifesto dei valori del Pd, scritto nel 2007.</p>
<p>La sinistra è, non solo in Italia, sempre più &#8220;sinistra&#8221;. Essendo l&#8217;unica parte politica che viva in un rapporto osmotico coi propri intellettuali, è destinata a somigliare al racconto che essi ne fanno. Avviene anche al Pd, che pure là dove governa in modo più saldo (in Emilia-Romagna, in Toscana) è occupato a venire alle prese coi problemi del mondo anziché stupire con effetti speciali. La sua narrazione &#8220;nazionale&#8221; è tutta diversa. Perché non corrisponde al partito degli amministratori, bensì a quello dei chierici.</p>
<p>La sinistra è da sempre la parte politica che offre al ceto intellettuale la più straordinaria opportunità di mutazione. &#8220;I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo&#8221;. Generazioni d&#8217;intellettuali hanno guardato al &#8220;moro&#8221; di Treviri come in defettibile modello. Che avessero letto il primo libro del &#8220;Capitale&#8221;, o più probabilmente &#8220;Il socialismo dall&#8217;utopia alla scienza&#8221; di Engels, si inebriavano della conquista inattesa di una grande verità: aver scoperto in che direzione si muove la storia, mica poco. Ma hanno cercato di anticiparla, la storia, di forzarla sui suoi pretesi binari, sicuri che solo un&#8217;avanguardia intellettuale potesse fare avvertire al proletario il peso delle sue catene.</p>
<p>Da alcuni anni in qua, i chierici hanno formulato una diagnosi chiara sui guasti della sinistra: la sinistra perde perché ha smarrito il legame con la classe operaia. Sul declino del voto &#8220;di classe&#8221;, ovvero sull&#8217;attenuazione del nesso fra condizione sociale di appartenenza e preferenza politica, c&#8217;è un intenso dibattito internazionale. Rimanendo all&#8217;interno dei nostri confini, possiamo ricordare come già negli anni Novanta si osservasse un travaso verso la Lega del voto operaio al nord e come, negli anni Duemila, il voto operaio fosse già diviso grosso modo equamente fra destra e sinistra, mentre le regioni a più elevata &#8220;intensità&#8221; industriale votavano per la destra. Alle ultime elezioni è stato FdIa<br />
primeggiare fra gli operai, seguito da Cinque stelle e Lega.</p>
<p>Il fenomeno dello scollamento fra classe sociale e preferenze politiche andrebbe indagato nelle sue diverse dimensioni. Qualcuno potrebbe dire che è una buona notizia: a suo modo segnala il maggior benessere raggiunto nella società tutta, grazie al quale cambiano le priorità degli elettori. Altri potrebbero biasimare la prevalenza della politica dell&#8217;identità, del dato culturale, che è poi la ragione per cui posizioni conservatrici vengono sposate da persone più umili e affezionate ai punti cardinali del passato, mentre fra gli individui a più alto reddito prevalgono orientamenti più cosmopoliti e mentalità più aperte.</p>
<p>L&#8217;impressione è che per i chierici la perdita del voto operaio sia un&#8217;utile scusa per aprire i rubinetti della nostalgia. Per rappresentare gli operai, che c&#8217;è di meglio che dire le cose che dicevamo, quando effettivamente votavano per noi? Per gli intellettuali, era un&#8217;epoca d&#8217;oro: quella in cui le loro parole cambiavano davvero, se non il mondo, almeno le mozioni congressuali. Per questo a quelle parole, rivedute e corrette, sono tornati, seguendo le star della sinistra internazionale (da Piketty in giù). L&#8217;enfasi sul tema delle diseguaglianze, i propositi di sabotaggio di ogni residuo di libertà contrattuale nelle relazioni industriali, l&#8217;ambientalismo, il disegno di una bellicosa politica industriale, eccetera, non sono una delle due strade che il gruppo dirigente del Pd può cogliere, in una sorta di congresso redde rationem sull&#8217;identità del partito.</p>
<p>Sono un sentiero che quel medesimo partito calca da anni e con piena convinzione. Anziché mettere in discussione l&#8217;effettivo gradimento dell&#8217;elettorato per queste proposte, anziché chiedersi se davvero intercettino i problemi del paese, anziché domandarsi se forse il Pd non abbia perso la sua &#8220;vocazione maggioritaria&#8221; perché è diventato assieme il partito &#8220;del governo&#8221; e del pubblico impiego, i chierici e i loro discepoli sostengono che ogni problema del partito venga da un peccato originale. L&#8217;iniziale &#8220;neoliberismo&#8221;. Ma qual è il fantasma del<br />
neoliberismo, di cui si vorrebbe sbarazzare?</p>
<p>E&#8217; vero che in Italia, per alcuni anni, è stata la sinistra a promuovere politiche di &#8220;modernizzazione&#8221;, tese ad avvicinare il paese alle altre liberaldemocrazie a economia di mercato. Ciò è avvenuto soprattutto nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001. Le circostanze erano eccezionali. In primo luogo, il vecchio partito della sinistra italiana, il Pci, era riuscito ad abbandonare nome e simbolo senza alcuna &#8220;revisione&#8221; ideologica: ma attraverso una &#8220;svolta&#8221;, per cui si immaginava che non ci fossero nodi da sciogliere né questioni da chiarire. A ciò corrispose una accresciuta disponibilità a seguire le tendenze prevalenti altrove.</p>
<p>Negli Stati Uniti Clinton, in Inghilterra Blair, avevano dovuto reinventare i rispettivi partiti alla luce del successo di Reagan e Thatcher. E siccome quel successo non si poteva negare, cercarono di venirci a patti, provando per esempio a usare incentivi economici e riforme &#8220;di mercato&#8221; per far funzionare lo stato sociale, rilanciandone legittimità e immagine (pensiamo al cosiddetto welfare to work ). In Italia,<br />
un economista cattolico di formazione keynesiana, Beniamino Andreatta, meglio di altri aveva colto il nesso perverso fra partitocrazia, corruzione e aumento incontrollato della spesa pubblica. Dal cosiddetto &#8220;divorzio&#8221; fra Banca d&#8217;Italia e Tesoro al referendum elettorale del 1992 all&#8217;accordo Andreatta-Van Miert, gli atti politici più rilevanti e lungimiranti dell&#8217;epoca si devono ad Andreatta.</p>
<p>La meta era chiara: una democrazia meno esposta alla corruzione, che consentisse l&#8217;alternanza fra partiti di governo. Quando ci arriva la sinistra, presidente del consiglio è un allievo di Andreatta, Romano Prodi, e ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Le privatizzazioni di Telecom, Eni ed Enel, Autostrade, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, risalgono a quegli anni. Era &#8220;neoliberismo&#8221;? E&#8217; un po&#8217; difficile sostenerlo, visto che al governo con Prodi c&#8217;era Bertinotti e con D&#8217;Alema e Amato ci rimase Cossutta. Ciampi si impegnò per un rassetto della spesa pubblica ma gli interventi rimasero marginali, nel segno della lotta agli sprechi e di una migliore organizzazione. C&#8217;era, senz&#8217; altro, una componente numericamente esigua, ma pugnace, dell&#8217;allora maggioranza che avrebbe volentieri spinto sull&#8217;acceleratore &#8220;riformista&#8221;. Parola che, fateci caso, è scomparsa dal vocabolario della sinistra contemporanea, in una sorta di damnatio memoriae.</p>
<p>La sinistra che non si vergogna che nella sua storia politica ci sia l&#8217;aver fiancheggiato l&#8217;Unione Sovietica anche dopo i &#8220;fatti d&#8217;Ungheria&#8221;,<br />
si vergogna di avere privatizzato Telecom. In che cosa credevano, i riformisti? La convinzione comune di quel gruppo era, grosso modo, che in un paese come l&#8217;Italia, dove non mancano le incrostazioni corporative, &#8220;liberalizzare&#8221; fosse la condizione magari non sufficiente ma necessaria per ampliare il ventaglio delle opportunità per tutti. Per avere un&#8217;idea della consistenza dei riformisti, basti ricordare che al congresso Ds del 2001 Enrico Morando, candidatosi segretario, prese poco più del 4 per cento dei voti. Piccole forze politiche e singole personalità eminenti esercitavano però maggiore condizionamento sugli ex comunisti allora, di quanto sarebbe avvenuto dalla nascita del Pd in poi.</p>
<p>E&#8217; difficile sostenere che i riformisti fossero &#8220;neoliberisti&#8221;. Diciamo che erano socialisti &#8220;colpiti dalla realtà&#8221;. Qualcuno di loro civettava di aver accettato l&#8217;economia di mercato per disperazione: la disperazione di vivere nel paese col più formidabile repertorio di fallimenti dello stato di tutto l&#8217;occidente. Altri inquadravano la loro adesione all&#8217;economia di mercato nell&#8217;ambito di una battaglia di modernizzazione e legalità: separare politica ed economia, facendo in modo che lo stato smettesse di gestire la gran parte della vita economica del paese, era necessario per diluire la corruzione degli apparati pubblici.</p>
<p>E&#8217; la tesi che, senza trovare interlocutori, ha riproposto Giuliano Amato nel suo &#8220;Bentornato stato, ma&#8221; (il Mulino). Altri ancora semplicemente dovevano ammettere che a quel tanto o a quel poco di &#8220;liberismo&#8221; rimasto in occidente si doveva una produzione di ricchezza talmente straordinaria, da consentire la sopravvivenza di elefantiaci apparati statali. Teniamo da conto la pecora, proprio perché vogliamo tosarla.</p>
<p>Il manifesto dei valori del Pd, dovuto a una commissione presieduta da Alfredo Reichlin (non certo un neoliberista), di queste cose indubbiamente teneva conto. Ed è vero che letto oggi, e paragonato alla retorica prevalente nell&#8217;odierno Pd, sembra una traduzione da qualche <em>think tank</em> americano. Mirava a realizzare un &#8220;partito aperto nel mondo globalizzato&#8221;. L&#8217;idea di fondo era che &#8220;negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunità&#8221;. Opportunità era una parola cruciale, da declinarsi nella cornice dello stato sociale ma in un&#8217;ottica di empowerment , di &#8220;attrezzamento&#8221; dei singoli individui. La vocazione maggioritaria si vedeva nel fare a meno di certe parole amate dai chierici, per provare un lessico che ammiccasse agli elettori degli altri.</p>
<p>Oggi si dice: neoliberismo, ieri si sarebbe detto: pensiero borghese. Il punto è tutto qui. Enrico Letta, che pure al canovaccio oggi dominante a sinistra ha tentato di adattarsi per come poteva un moderato per tradizione e carattere, in un dibattito se l&#8217;era fatto scappare: parlare di liberismo in Italia è un po&#8217; difficile. E&#8217; vero che nella legislatura del centrosinistra si privatizzò, e non poco. E&#8217; altrettanto vero che oggi, per fare un solo esempio, il paese ha di nuovo un grande player assicurativo pubblico, com&#8217; era l&#8217;Ina privatizzata da Amato. Che la Cassa depositi e prestiti è il burattinaio anche di aziende che erano state cedute totalmente, come Tim. Che lo stato dai servizi pubblici locali non se n&#8217;è mai andato, come non ha mai ceduto il passo alla concorrenza nella sanità, nell&#8217;educazione, nella previdenza. Che la Borsa italiana è sostanzialmente un gioco di imprese controllate dal pubblico.</p>
<p>Che la spesa pubblica supera, anche al netto degli interessi, il 50 per cento del pil. Che la tentazione comune, sinistra e destra, è pensare che a ogni problema debba corrispondere una legge, e di legge in legge siamo arrivati ad avere un quadro normativo talmente complicato che neppure i tecnici del diritto sanno più destreggiarsi nel groviglio. Il grande economista austriaco Ludwig von Mises identificava nel &#8220;polilogismo&#8221; una delle più durature eredità del marxismo. Marx postula che &#8220;la struttura logica della mente è diversa da classe a classe. Non esiste una logica universalmente valida.</p>
<p>Ciò che la mente produce non è che ideologia, cioè, nella terminologia di Marx, un insieme di idee che mascherano gli interessi egoistici della classe sociale a cui il pensatore appartiene&#8221;. Per questo la mente &#8220;borghese&#8221; degli economisti non poteva fare altro che offrire una &#8220;apologia&#8221; del sistema capitalistico. I chierici di oggi sostengono qualcosa di non troppo diverso. Con convinzione, si ritraggono da qualsiasi discussione<br />
nel merito delle singole questioni. Ogni opinione diversa dalla loro (che si discuta di questioni di genere o della privatizzazione di Ita) è semplicemente riconducibile a un interesse: se i loro avversari non sono servi del capitalismo, sono servi del patriarcato.</p>
<p>Nel dibattito italiano, questo diventa la &#8220;diversità&#8221; di tempra morale che dividerebbe la sinistra dagli altri. Convinti di fare politica in nome di alcune idee, i chierici non riconoscono nell&#8217;altro una propensione simile. E non solo, ormai, non lo riconoscono alla destra: non lo riconoscono neanche a chi, a sinistra, abbia posizioni non esattamente sovrapponibili alle loro. Non lo riconoscono ai loro predecessori degli ultimi trent&#8217; anni: i quali, faticosamente e in modo imperfetto, cercavano di fare i conti con una realtà che avevano scoperto, chi con il crollo del Muro, chi poco prima.</p>
<p>L&#8217;ebbrezza del maggioritario consigliava loro di fare politica con l&#8217;ambizione di sottrarre voti all&#8217;avversario. Il che costringeva a cercare di comprendere le sue ragioni. Oggi il partito dei chierici coltiva la vocazione minoritaria. Quelle degli altri non sono idee, ma interessi messi in bella copia. La politica è solo la ricerca di minoranze da liberare dal condizionamento di questo o quel padrone. Il neoliberismo come ipnosi da cui ridestare un mondo di oppressi. Vedremo quanto dura questo trip.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/newsstand/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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