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	<title>Giornalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Giornalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La disinformazione russa è un problema, ma la qualità dell’informazione sui social è un problema maggiore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Dec 2024 15:02:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sabato, due giornali animati da un populismo uguale e contrario come il Fatto quotidiano e la Verità hanno “sparato” in prima pagina un allarmato giudizio sull’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali rumene inquinate dalla Russia attraverso TikTok. Giudizio categorico, in serata fatto proprio anche dalla Lega: quando “il popolo“ sceglie un candidato sgradito all’establishment [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato, due giornali animati da un populismo uguale e contrario come il Fatto quotidiano e la Verità hanno “sparato” in prima pagina un allarmato giudizio sull’annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali rumene inquinate dalla Russia attraverso TikTok. Giudizio categorico, in serata fatto proprio anche dalla Lega: quando “il popolo“ sceglie un candidato sgradito all’establishment europeista ed atlantista (il filoputiniano Calin Georgescu) una manina élitista (la Corte costituzionale rumena) cancella il risultato delle elezioni. Insomma, fanno strame dei principi democratici sovvertendo la volontà popolare. Interpretazione legittima, fors’anche fondata, ma parziale.</p>
<p>Come nel celebre apologo del dito e della luna, si tende a concentrare l’attenzione sul primo, trascurando di conseguenza la seconda. La luna, nell’era dei social network, è il rapporto tra l’informazione e la democrazia.</p>
<p>Facciamo un passo indietro.</p>
<p>La libertà dell’informazione, le responsabilità di chi ne ha l’onere e il pluralismo sono da sempre capisaldi del pensiero liberale, nella convinzione che soprattutto da questi fattori dipenda la qualità di un sistema democratico. La libera stampa, osservò Benedetto Croce, “tiene l’ufficio che nelle piccole città antiche avevano tenuto le agorà”. Trasmette, cioè, conoscenze e anima il dibattito. Un “ufficio” essenziale, basato sulla consapevolezza che, come osservò il sociologo statunitense Walter Lippman nel lontano 1922, di per sé l’opinione pubblica non esiste: è il risultato della rappresentazione che i mezzi di comunicazione danno della realtà. Rappresentazioni distorte generano opinioni distorte.</p>
<p>È per questo che in tutte le democrazie liberali del mondo l’informazione è stata ed è regolamentata da norme antitrust, carte deontologiche, articoli del codice civile e persino di quello penale. Un direttore di giornale, ad esempio, è civilmente e penalmente responsabile di tutto ciò che viene scritto sulla propria testata. Una responsabilità esorbitante, non essendo realistico che possa controllare ogni articolo di ogni pagina locale e nazionale del giornale che dirige. Ma una responsabilità giusta. Giusta in via di principio.</p>
<p>Si dà, però, il caso che il mondo dell’informazione sia stato letteralmente sovvertito dalla rivoluzione digitale. Oggi, la metà degli elettori si informa, e di conseguenza si forma un’opinione, esclusivamente sui social network. E i social network non sono (ancora?) soggetti alle regole cui sono assoggettati i media tradizionali. L’informazione, dunque, può essere legittimamente concentrata nelle mani di pochi e nessuno è concretamente responsabile di nulla. Per i padroni dei social, quello che conta è creare traffico, perché dal volume del traffico e dalle interazioni che sono in grado di provocare dipende il loro business. Il problema è che a funzionare sui social, e dunque a determinare il traffico più consistente, sono la logica oppositiva, le banalizzazioni e le balle. Per capirci, una ricerca del Mit di Boston ha dimostrato che su Twitter le notizie false si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere.</p>
<p>Come ha ben documentato il libro “La democrazia migliore” scritto dal professore Gianluca Sgueo sulla base di una ricerca realizzata dalla Fondazione Luigi Einaudi, la tecnologia digitale sta letteralmente “trasformando” il potere. E assieme al potere sta trasformando la democrazia. Una trasformazione che potrebbe rivelarsi sia positiva sia negativa, ma che in ogni caso necessita di regole.</p>
<p>Il punto, dunque, non è tanto quello che accade in Romania, ma quello che accade nel mondo. Il punto non è tanto l’opera di disinformazione messa in atto dalla Russia di Putin né l’annullamento straordinario dei risultati elettorali in Romania, quanto la dinamica ordinaria dei social network e l’anarchia che ancora caratterizza il loro rapporto con le società. Il punto non è il dito, il punto è la luna.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/cultura/2024/12/08/news/non_solo_romania_come_sopravvive_la_democrazia_al_tempo_dei_social-17936051/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>Altro che Trump, sono anni che il Washington Post si è piagato alla logica commerciale dei social</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/altro-che-trump-sono-anni-che-il-washington-post-si-e-piagato-alla-logica-commerciale-dei-social/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Nov 2024 14:30:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[social]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più che le sorti della democrazia americana, l’attuale crisi del Washington Post può, forse, essere utile per meglio inquadrare la parabola dell’editoria tradizionale. Di quella americana come di quella europea, e dunque anche di quella Italiana. La questione è nota. L’editore del prestigioso quotidiano statunitense, il fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha disposto che il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Più che le sorti della democrazia americana, l’attuale crisi del Washington Post può, forse, essere utile per meglio inquadrare la parabola dell’editoria tradizionale. Di quella americana come di quella europea, e dunque anche di quella Italiana.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La questione è nota. L’editore del prestigioso quotidiano statunitense, il fondatore di Amazon Jeff Bezos, ha disposto che il giornale non si schierasse tra Donald Trump e Kamala Harris e poiché la linea editoriale del Washington Post è chiaramente a favore dei democratici, la sua decisione ha provocato l’esodo di diverse firme prestigiose e la disdetta di migliaia di abbonamenti. A sinistra si è levato un coro: Bezos pensa solo agli affari e si è posizionato in vista della vittoria di Trump. Tutto vero, come è vero che da molti anni a questa parte il Washington Post (come del resto buona parte dei giornali occidentali) si è completamente ripiegato sulle logiche commerciali del Web di cui Bezos è uno dei campioni indiscussi. Una logica basata sui numeri piuttosto che sui principi. Quando ancora il Post era saldamente nelle mani della famiglia Graham, la nipote del proprietario, da questi collocata al vertice dell’azienda editoriale, annunciò alle redazioni il nuovo corso: “Dobbiamo concentrarci su quello che vogliono i consumatori e dare minor enfasi a ciò che noi consideriamo importante”. E quello che vogliono i consumatori corrisponde a quello che funziona sui social.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Fu così che la direzione del Washington Post, così come quasi tutte le altre, iniziò a valutare l’importanza delle notizie sulla base dei report quotidianamente stilati dalla società Chartbeat, specializzata nell’analisi del traffico Internet. Quel che funzionava sulla Rete finiva di conseguenza sulle pagine del giornale. “I clic dei lettori esercitavano una maggiore influenza sulla collocazione delle notizie che non il contrario. Era un’inversione di tendenza radicale”, ha commentato Jill Abramson nel bel saggio “Mercanti di verità, la grande guerra dell’informazione“. Da quel momento in poi è stata una deriva: si è imposta, nel vecchio giornale, la logica oppositiva e scandalistica tipica dei nuovi media; a decidere della qualità di un articolo, e dunque nell’opportunità di darne un seguito, non sono più stati l’autorevolezza dell’autore né la sensibilità del direttore, ma semplicemente il numero di clic ottenuti sulla home page.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">La logica commerciale apparteneva, dunque, al Washington Post ancor prima che Jeff Bezos ne rilevasse la proprietà. Quanto al fondatore di Amazon, quando Don Graham gli offrì di acquistarlo rispose così: “Perché mai dovrei comprare il Post? Non so niente dell’industria giornalistica”. Poi si convinse. Ma la sua logica rimase quella onestamente dichiarata agli albori di Amazon: “Faremo con i piccoli editori di libri quello che fanno nella savana i leoni con la gazzella ferita”.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">È questa è la logica dei Giganti del Web, e stupisce che tale logica appaia chiara solo oggi alle blasonate firme del già autorevole Washington Post.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2024/11/05/news/washington_shop_come_un_grande_giornale_e_diventato_un_centro_commerciale-17635715/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"></div>
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		<title>Ecco perché corrono tempi difficili per i direttori dei giornali</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ecco-perche-corrono-tempi-difficili-per-i-direttori-dei-giornali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2024 16:19:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro barbano]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>All’alba della nascita del primo governo Conte, il direttore del Mattino Alessandro Barbano fu cacciato dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone per manifesta ostilità nei confronti del Movimento 5stelle. Nei giorni scorsi, il medesimo Barbano è stato cacciato dalla direzione del Messaggero dal medesimo Caltagirone per, si dice, scarsa sintonia nei confronti di Giorgia Meloni. Se le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>All’alba della nascita del primo governo Conte, il direttore del Mattino Alessandro Barbano fu cacciato dall’editore Francesco Gaetano Caltagirone per manifesta ostilità nei confronti del Movimento 5stelle. Nei giorni scorsi, il medesimo Barbano è stato cacciato dalla direzione del Messaggero dal medesimo Caltagirone per, si dice, scarsa sintonia nei confronti di Giorgia Meloni. Se le cose stanno così, se ne ricava che Francesco Gaetano Caltagirone desideri avere ottimi rapporti con chi governa a prescindere dalla maglia politica che indossa, e che il liberale Alessandro Barbano è, per dirlo alla spagnola, un Hombre vertical.</p>
<p>Più in generale, però, la morale è una: corrono tempi difficili per i direttori. Ammesso e non concesso che sia mai stata tutto vera, la retorica che li voleva liberi, indipendenti e pervicacemente indifferenti agli interessi economici delle aziende editoriali per cui laboravano è ormai passata. I quotidiani perdono sistematicamente copie, la crisi è strutturale. Le migliori energie di un direttore, dunque, vengono oggi impiegate in pratiche fino a ieri ritenute offensive: sollecitare gli inserzionisti pubblicitari, mettere a punto prodotti editoriali collaterali “sponsorizzati”, piazzare qua e là pacchetti di copie formalmente vendute, disciplinare le più bizzarre richieste del marketing, tutelare gli interessi extra editoriali di editori per lo più “impuri”. Attività un tempo sprezzantemente rubricate alla voce “marchette”, oggi elevate a condizione prima della sopravvivenza comune.</p>
<p>Ma, forse, c’è dell’altro. C’è che, in fondo, i giornali seguono lo stesso destino dei partiti politici. Gli uni perdono copie quanto gli altri perdono iscritti ed elettori; negli uni come negli altri c’è sempre meno spazio per l’autorevolezza, essendo l’obbedienza la qualità più richiesta; in entrambi i mondi la competenza non è più apprezzata né pretesa.<br />
Mai come oggi i leader politici si sentono strutturalmente deboli e fisiologicamente precari. Mai come oggi esigono una libertà di movimento totale, poiché la prassi diffusa di cavalcare ogni onda pur di rimanere a galla può indurli a passare d’un balzo da destra a sinistra, dal secessionismo al nazionalismo, dallo statalismo al liberismo, dalla pace alla guerra… e ritengono sia un loro diritto farlo tra gli applausi. Applausi dovuti.</p>
<p>Un tempo i leader politici si sapevano muovere nell’ampia area grigia che separava l’amico dal nemico e li erano in grado di costruire nuove intese ed erigere sponde inedite. Oggi non ammettono sfumature: o sei amico, nel senso che gli dai sempre ragione, oppure alla prima alzata di sopracciglio precipiti nel girone infernale dei nemici assoluti. Chiaro che chi coltiva interessi che dipendono dal gradimento della politica tenda ad adattarsi. E se ha comprato un giornale per rendere più efficace il perseguimento dei propri interessi primari, lo userà come la politica odierna pretende venga usato. Cioè in maniera servile.</p>
<p>Con ciò si spiegano la particolare fatica e l’evidente precarietà dei direttori odierni. E si dimostra quanto errato sia l’approccio demagogico che da trent’anni a questa parte induce la maggior parte dei media a ritenere di potersi salvare (cioè incrementare le copie o lo share) denigrando la politica, ormai narrata come una questione che attiene quasi esclusivamente al privilegio e al malaffare. Pessimo calcolo di convenienza, essendo giornalismo e politica due facce della stessa moneta, sì che a svalutarne una si svaluta inevitabilmente anche l’altra.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/06/04/news/memorie_di_un_direttore_il_licenziamento_di_barbano_e_la_vita_grama_di_redazione-16081122/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ecco-perche-corrono-tempi-difficili-per-i-direttori-dei-giornali/">Ecco perché corrono tempi difficili per i direttori dei giornali</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Prepariamoci, le prossime europee saranno le elezioni della storia più inquinate dalla disinformazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/prepariamoci-le-prossime-europee-saranno-le-elezioni-della-storia-piu-inquinate-dalla-disinformazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Oct 2023 17:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[fake news]]></category>
		<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale sfiori oggi il 50%. Punto secondo. Uno studio del Mit di Boston [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale sfiori oggi il 50%. Punto secondo. Uno studio del Mit di Boston ha dimostrato che su Twitter, ma non c’è ragione di ritenere che su Tik Tok o altri social network la percentuale sia inferiore, le notizie false si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere. Punto terzo. Come ha osservato nel lontano 1917 il senatore americano Hiram Johnson, “quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità&#8221;; di guerre guerreggiate ne sono scoppiate due (la prima conseguente l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, la seconda conseguente l’attacco ad Israele da parte di Hamas), mentre la guerra tra il risorgente impero cinese e quel che resta del vecchio impero americano è per il momento contenuta ai livelli commerciali, di intelligence, di propaganda. È quella che gli esperti chiamano guerra “ibrida”.</p>
<p>Non occorre, dunque, disporre di informazioni riservate per prevedere che le prossime elezioni europee saranno le più inquinate dalla disinformazione della storia democratica dei 27 Paesi che fanno parte dell’Ue. Per convincersene, basta unire con spirito critico i tre punti della premessa. Minare la legittimità dei processi democratici e favorire le forze politiche meno affini alla sensibilità europeista ed atlantista sarà, allora, l’obiettivo della propaganda russa, di quella cinese e di quella islamica filo Hamas, per l’occasione unite in un unico fascio legato insieme da interessi strategici comuni.</p>
<p>Grazie ai social, e grazie al progressivo abbandono da parte dei cittadini-elettori delle fonti di informazione per così dire tradizionali, l’opera di disinformazione appare oggi quantomai semplice. Un recente studio dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) ne ha dimostrato le potenzialità. Nei mesi tra la caduta del governo Draghi e le successive elezioni politiche, gli analisti del Ecfr hanno studiato l’output di 235.428 account su Twitter e ne hanno trovato 1763 insolitamente attivi. Rappresentavano l’1,2% del totale, ma hanno pubblicato il 33,3% di tutte le attività identificate come discussione politica su Twitter in quel periodo. Poco più dell’un per cento dei profili ha determinato oltre il trenta per cento delle conversazioni. Naturalmente, si trattava di profili filo russi e filo cinesi, filo sovranisti e filo grillini, che hanno sistematicamente avvelenato i pozzi dell’informazione con false notizie tese a determinare una forte, fortissima polarizzazione nell’elettorato.</p>
<p>Allora, la questione arabo israeliana non era ancora esplosa. Da quando è esplosa, tutte le agenzie di intelligence riscontrano un’esorbitante crescita sui social della propaganda anti occidentale e pro Hamas. In parte il fenomeno è dovuto all’attività cyber dei gruppi filo russi, filo cinesi e filo islamici. In parte è dovuta alla natura stessa della Rete. L’obiettivo di tutti gli operatori del Web è tenere gli utenti incollati il più a lungo possibile al video dello smartphone. Come? Radicalizzando le discussioni grazie ad una sapiente programmazione degli algoritmi e ad una consistente dose di fake news capaci di alimentare i pregiudizi di ciascuno di noi.</p>
<p>Non è un segreto, è una regola. Regola involontariamente svelata dal proprietario di X, il vecchio Twitter, Elon Musk, che nei giorni scorsi ha suggerito ai propri follower di seguire due siti in particolare per informarsi su quanto stava accadendo in Medio Oriente. Erano due due siti dichiaratamente anti semiti. Quando, travolto dalle polemiche, Musk li ha cancellati, i suoi post erano già stati visualizzati, e si presume introiettati, da 11 milioni di utenti.</p>
<p>Le prossime europee saranno le elezioni più inquinate della Storia, impensabile governare il mondo senza essere prima riusciti a governare la Rete.</p>
<div><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/10/24/news/governare_il_mondo_e_impossibile_se_non_si_governa_il_web-13918015/">Huffington Post</a></div>
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