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	<title>giorgia meloni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>giorgia meloni Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Nessuna “deriva tumpiana”, la destra sulla sulla Consulta fa quel che fece la sinistra. O almeno ci prova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Oct 2024 15:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corte costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La formula retorica non è cambiata, in gioco ci sarebbe nientemeno che la tenuta del sistema democratico: “La destra vuole mettere le mani sulla Consulta”, “Giorgia Meloni è preda di una deriva trumpiana”, “questa destra è insofferente alle regole basilari della democrazia”… Sono solo alcuni dei commenti dei leader politici dei partiti di opposizione e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">La formula retorica non è cambiata, in gioco ci sarebbe nientemeno che la tenuta del sistema democratico: “La destra vuole mettere le mani sulla Consulta”, “Giorgia Meloni è preda di una deriva trumpiana”, “questa destra è insofferente alle regole basilari della democrazia”… Sono solo alcuni dei commenti dei leader politici dei partiti di opposizione e dei giornali a loro più affini di fronte al tentativo, evidentemente fallito, del centrodestra di eleggere il giudice costituzionale mancante.</p>
<p>Per quanto non originale, l’approccio appare oggettivamente esorbitante. Tanto per cominciare, la Costituzione prevede che i cinque giudici di nomina parlamentari debbano essere eletti con una maggioranza qualificata dei tre quinti. Evidente, dunque che, quand’anche avesse voluto procedere d’imperio, il centrodestra non avrebbe avuto i numeri sufficienti. Per questo si è tentato un accordo occulto con il Movimento 5stelle, ma la pubblicazione della notizia sui quotidiani lo ha fatto saltare, costringendo il furbissimo Conte ad allinearsi alle altre opposizioni nella scelta di non partecipare al voto.</p>
<p>Per una serie di casualità, poi, nel recente passato è successo che il rinnovo dei giudici di nomina parlamentare, il cui mandato dura ben nove anni, sia capitato quando al governo era il centrosinistra. Sicché la maggioranza della Consulta è oggi indiscutibilmente espressa da quella parte politica. La stessa casualità che, negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, ha favorito il centrosinistra nell’elezione del Capo dello Stato. Quel Capo dello Stato che, sempre a norma di Costituzione, a sua volta nomina cinque giudici costituzionali.<br />
Considerando che la scelta dei rimanenti cinque appartiene alle magistrature, balza agli occhi il fatto che l’attuale Corte Costituzionale sia oggettivamente sbilanciata a sinistra.</p>
<p>Non vi è, dunque, alcun intento antidemocratico nel tentativo del centrodestra di rimpiazzare il giudice vacante con un nome di proprio gradimento. È quello che, a parti invertite, si è sempre fatto. E sempre lo si è fatto attraverso un accordo, palese o occulto che fosse, con parte delle opposizioni. Una dinamica a cui il centrodestra di governo non può sottrarsi, pur essendo chiaro che dagli equilibri della “nuova“ Consulta dipenderà in parte il futuro tanto del premierato caro a Giorgia Meloni quanto dell’autonomia differenziata cara a Matteo Salvini. Si capisce, dunque, che, in mancanza di un accordo complessivo, le opposizioni si mettano di traverso. Si capisce meno l’allarme democratico dietro il quale hanno anche in questo caso scelto di trincerarsi. Un allarme che finisce per far apparire i giudici costituzionali delle marionette nelle mani dei partiti, delegittimando di conseguenza in radice un’Istituzione oggi presieduta da una personalità come il professore Augusto Barbera, stimatissimo anche a destra pur venendo dai ranghi del Pci-Pds.</p></div>
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<div dir="auto"><a href="https://formiche.net/2024/10/destra-consulta-sinistra-versione-di-cangini/"><strong><em>Formiche.net</em></strong></a></div>
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		<title>Altro che “coerenza”, il niet di Meloni ad Ursula è figlio della paura</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/altro-che-coerenza-il-niet-di-meloni-ad-ursula-e-figlio-della-paura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jul 2024 12:49:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È stata definita “la virtù degli imbecilli” (Giuseppe Prezzolini), “l&#8217;ultimo rifugio delle persone prive d&#8217;immaginazione” (Oscar Wilde), una condizione innaturale “tipica solo dei morti” (Aldous Huxley). La coerenza, dote con cui la pubblicistica ha spiegato il successo di Fratelli d’Italia nel 2022 e che Giorgia Meloni invoca oggi per giustificare il voto contrario ad Ursula von der [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È stata definita “la virtù degli imbecilli” (Giuseppe Prezzolini), “l&#8217;ultimo rifugio delle persone prive d&#8217;immaginazione” (Oscar Wilde), una condizione innaturale “tipica solo dei morti” (Aldous Huxley). La coerenza, dote con cui la pubblicistica ha spiegato il successo di Fratelli d’Italia nel 2022 e che Giorgia Meloni invoca oggi per giustificare il voto contrario ad Ursula von der Leyen come presidente della Commissione europea, è variamente giudicabile. Emil Cioran, filosofo rumeno il cui nichilismo ha affascinato anche la destra, ne fece un fattore involutivo. “Beati quelli che ignorano che maturare è assistere all’aggravarsi delle proprie incoerenze e che questo è il solo progresso di cui dovrebbe essere permesso vantarsi”, scrisse. E non c’è dubbio che, col passaggio dall’opposizione al governo, Giorgia Meloni abbia inanellato “progressi” a non finire e motivi di vanto in abbondanza.</p>
<p>Si comincia con il contrasto all’immigrazione extracomunitaria, da sempre cavallo di battaglia della sua parte politica. Dopo anni trascorsi ad invocare il “blocco navale” e dopo aver ripetutamente chiesto la testa del ministro dell’Interno del governo Draghi, Luciana Lamorgese, Giorgia Meloni ha lasciato in porto le fregate militari, ha messo nero su bianco la necessità di manodopera extracomunitaria, ha aumentato sensibilmente le quote degli ingressi legali. Quanto a quelli illegali, lo scorso anno ne sono arrivati via mare in Italia il doppio rispetto al 2022; nel primo semestre del 2024 ne sono giunti 25.676: cifra analoga a quella dell’era Draghi. Non sarà un “progresso”, ma di certo è uno iato considerevole tra la teoria dell’opposizione e la pratica del governo.</p>
<p>Non lo sono meno le scelte strategiche in materia di politica economica. Nazionalizzazioni? Macché. Semmai, privatizzazioni. E dunque: la rete di Tim venduta a Kkr, Ita venduta a Lufthansa, l’annuncio della vendita di Ferrovie e di una quota significativa di Poste… Giorgia Meloni aveva invocato il taglio delle accise sui carburanti, ma il suo governo le ha confermate. Aveva detto che il reddito di cittadinanza era “una misura importante per ridurre la povertà”, ma l’ha abolito. Aveva cavalcato, “contro gli interessi delle grandi lobby” e “in difesa del nostro ambiente e del nostro mare”, il referendum del 2016 contro le trivellazioni marine, ma col decreto aiuti quarter ha disposto nuove estrazioni offshore nell’Alto Adriatico. Aveva teorizzato l’uscita dell’Italia dall’Euro, ma non ne ha più parlato.</p>
<p>Nessun vanto, per queste e per le moltre altre sue incoerenze. Solo un silente, radicale e provvidenziale cambio di strategia. La “coerenza” viene riesumata e con forza esibita unicamente nel caso von der Leyen. Il che autorizza il sospetto che a far la differenza, stavolta, sia solo il fatto che Matteo Salvini non le avrebbe lasciato passare una scelta diversa. Più che di coerenza, sembra, dunque, trattarsi di paura.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/07/21/news/la_coerenza_e_sopravvalutata-16511316/"><em><strong>Huffington Post </strong></em></a></p>
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		<title>Errore istituzionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-istituzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 12:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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		<title>Voto e G7</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/voto-e-g7/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jun 2024 12:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[G7]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
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		<title>Per Meloni è giunta “l’ora delle decisioni irrevocabili”</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-meloni-e-giunta-lora-delle-decisioni-irrevocabili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Jun 2024 15:02:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fratelli d’Italia ha stravinto a Roma, ma a Bruxelles ha stravinto il Partito popolare europeo: per Giorgia Meloni si avvicina “l’ora delle decisioni irrevocabili”. In termini percentuali, il risultato incassato dal partito del presidente del Consiglio italiano rappresenta un indiscutibile successo: 28,8% contro il 26% delle scorse elezioni politiche. A contare i voti assoluti, però, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fratelli d’Italia ha stravinto a Roma, ma a Bruxelles ha stravinto il Partito popolare europeo: per Giorgia Meloni si avvicina “l’ora delle decisioni irrevocabili”.</p>
<p>In termini percentuali, il risultato incassato dal partito del presidente del Consiglio italiano rappresenta un indiscutibile successo: 28,8% contro il 26% delle scorse elezioni politiche. A contare i voti assoluti, però, Fratelli d’Italia registra un calo. Alle elezioni politiche di due anni fa, nel proporzionale prese 7 milioni e 300mila voti; alle elezioni europee di ieri si è fermato a poco più di 6 milioni e mezzo di consensi. La bassa affluenza ha dunque aiutato Giorgia Meloni, come decisiva è stata la scelta di candidarsi in prima persona per mobilitare il proprio elettorato.</p>
<p>Il presidente del Consiglio italiano si presenta di conseguenza come il capo di Stato e di governo più forte dell’Unione Europea, in uno scenario di rovine caratterizzato dal flop del presidente francese Macron e del cancelliere tedesco Scholz. Va, dunque, in frantumi l’asse franco-tedesco e si rafforza la possibilità di una vittoria del Rasemblement National alle legislative francesi di fine giugno, propedeutica a un possibile trionfo di Marine Le Pen alle prossime presidenziali. Giorgia Meloni si trova, dunque, a un bivio. Com’era prevedibile, non c’è nessuna possibilità che all’Europarlamento prenda corpo una maggioranza di centrodestra alternativa alla sinistra. Non è possibile per ragioni aritmetiche così come per ragioni politiche. Si va, pertanto, inesorabilmente verso la riedizione di una maggioranza trasversale analoga a quella che cinque anni fa votò Ursula von der Leyen presidente della Commissione europea. Voto allora descritto da Fratelli d’Italia come un orribile inciucio. Ma allora FdI era all’opposizione, oggi è il maggior partito di governo. Se Giorgia Meloni vorrà dare un senso politico ai consensi ottenuti, non potrà far alto che concorrere all’elezione del nuovo presidente della Commissione assieme al Ppe, vero baricentro dell’alleanza, al Partito socialista europeo, ai liberali e a chi vorrà starci. Poi, se vorrà salvare le apparenze potrà sempre evitare di aderire formalmente alla maggioranza, trincerandosi dietro un voto di benevola astensione.</p>
<p>“L’ora delle decisioni irrevocabili” è dunque giunta, Giorgia Meloni dovrà sporcarsi le mani. E nel farlo dovrà decidere che atteggiamento assumere nei confronti di Marine Le Pen. In Europa si apre una fase nuova, ma come nella vecchia fase i partiti estremisti sono destinati a non toccare palla.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2024/06/giorgia-meloni-europee-decisioni-irrevocabili-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<title>Imparare dalle sconfitte</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/imparare-dalle-sconfitte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2024 17:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[matteo salvini]]></category>
		<category><![CDATA[sardegna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“A volte vinco, tutte le altre imparo”: chissà se Giorgia Meloni riuscirà a fare propria la saggezza orientale che trasuda da questo antico proverbio giapponese. La vittoria, infatti, notoriamente inebria d’un’ebbrezza che annebbia, e ultimamente Giorgia Meloni ha vinto molto. Ha vinto imponendosi, ha di conseguenza governato con lo stesso metodo che l’ha condotta alla [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“A volte vinco, tutte le altre imparo”: chissà se Giorgia Meloni riuscirà a fare propria la saggezza orientale che trasuda da questo antico proverbio giapponese. La vittoria, infatti, notoriamente inebria d’un’ebbrezza che annebbia, e ultimamente Giorgia Meloni ha vinto molto. Ha vinto imponendosi, ha di conseguenza governato con lo stesso metodo che l’ha condotta alla vittoria. Ha scelto ministri e candidati sulla base della fedeltà più che della capacità, ha trattato gli alleati con spirito autoritario più che con autorevolezza. È stata presa dalla hybris, sentimento tipicamente occidentale che nella Grecia antica era attribuito agli uomini che osavano sfidare gli dei ritenendo di averne acquisito i poteri. Uomini che, fatalmente, prima o poi scontano nella sconfitta la loro protervia.</p>
<p>In attesa dei risultati del test abruzzese che si svolgerà il 10 marzo, l’esito del voto in Sardegna potrebbe essere un bene per il centrodestra, a patto che i suoi leader e soprattutto Giorgia Meloni ne introiettassero la lezione. Anzi, le lezioni. Perché le lezioni sono in effetti due. La prima lezione attiene alla scelta del governatore di centrodestra uscente in Sardegna. Christian Solinas fu scelto nel 2019 da Matteo Salvini anche se in molti non lo ritenevano adeguato a ricoprire la non facile carica di presidente di Regione. In effetti ha vinto, ma a detta di molti ha mal governato. Una percezione diffusa anche nel centrodestra sardo su cui ha fatto leva Giorgia Meloni per imporre il proprio candidato. Il cambiamento c’è stato, ma gli echi del malgoverno hanno probabilmente condizionato l’esito elettorale. La prima lezione, dunque, è: i candidati a cariche elettive monocratiche vanno scelti non sulla base della fedeltà, ma sulla base della credibilità. Anche a costo di andarli a cercare lontani dal proprio orticello politico.</p>
<p>La seconda lezione discende dalla prima. Per imporre alla Lega il proprio candidato, Giorgia Meloni ha fatto di una tensione locale un caso nazionale. Lo scontro con Salvini è stato duro, la frattura a lungo esposta. Ed è noto che gli elettori del centrodestra non amano il conflitto interno. Alla fine, Meloni l’ha spuntata, ma l’ha spuntata con un candidato, Paolo Truzzu, molto spostato a destra e la cui principale qualità è parsa la fedeltà alla leader. Qualità evidentemente insufficiente non solo per governare, ma anche per vincere.</p>
<p>La seconda lezione, pertanto, è duplice: evitare, se possibile, di imporsi sugli alleati fino ad  umiliarli e scegliere, se si è in grado di convincerli, candidati dotati di una propria autorevolezza e del profilo politico-culturale necessario ad attirare il voto non tanto della propria base elettorale più identitaria, quanto di quella massa elettorale moderata e di confine ormai da anni incline all’astensionismo.</p>
<p>Stavolta il centrodestra in generale e Giorgia Meloni in particolare non hanno vinto. Se, messa da parte la hybris e adottata un po’ di saggezza orientale, impareranno la lezione, questa sconfitta verrà ricordata come un’utile folgorazione. In caso contrario, come l’inizio della fine.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2024/02/sconfitte-lezione-per-il-centrodestra/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>Perché a Meloni non conviene candidarsi alle europee</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-a-meloni-non-conviene-candidarsi-alle-europee/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 18:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni europee]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[votazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma siamo sicuri che a Giorgia Meloni converrebbe candidarsi alle elezioni europee del prossimo giugno? Ad oggi, il presidente del Consiglio non ha sciolto la riserva. Chi, tra i suoi fedelissimi, la invita a gettarsi nella mischia elettorale lo fa spinto dall’interesse di partito: con il premier capolista in tutte le circoscrizioni, Fratelli d’Italia confermerebbe [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ma siamo sicuri che a Giorgia Meloni converrebbe candidarsi alle elezioni europee del prossimo giugno? Ad oggi, il presidente del Consiglio non ha sciolto la riserva. Chi, tra i suoi fedelissimi, la invita a gettarsi nella mischia elettorale lo fa spinto dall’interesse di partito: con il premier capolista in tutte le circoscrizioni, Fratelli d’Italia confermerebbe la propria posizione egemonica nella coalizione e raffredderebbe di conseguenza i bollenti spiriti di Matteo Salvini.</p>
<p>Due obiezioni. La prima è che tutti i sondaggi dicono che Fratelli d’Italia stacca la Lega di circa 20 punti percentuali: un distacco tale da non rendere necessario l’impegno in prima persona del leader. La seconda obiezione è di natura politico-diplomatica. C’è da credere che Matteo Salvini imposterà la campagna elettorale della Lega sui canoni identitari di destra e su quelli di un antieuropeismo di maniera. Difficile pensare che Giorgia Meloni avrebbe il coraggio di suonare uno spartito radicalmente diverso. Per un pugno di voti tutt’altro che necessari, perderebbe così l’autorevolezza che si è concretamente guadagnata agli occhi dei partner e delle istituzioni europee e correrebbe il rischio di alimentare la sfiducia dei mercati finanziari.</p>
<p>In campagna elettorale, si sa, ci si fa prendere la mano. Si tende ad esagerare, si strilla, si denuncia. La necessità di competere con gli alleati e di mobilitare la propria base elettorale sospingerebbe fatalmente Giorgia Meloni verso i temi e i toni degli anni trascorsi all’opposizione. Temi e toni opportunamente accantonati con l’assunzione delle responsabilità di governo. Sarebbe un balzo all’indietro, con evidenti ricadute negative sulla credibilità internazionale del presidente del Consiglio italiano e di conseguenza sull’interesse nazionale. Sarebbe un peccato. Di più, sarebbe un errore. E Giorgia Meloni dovrebbe saperlo bene. Gli basterebbe ricordare quello che è stato il suo principale passo falso sulla scena internazionale. Ovvero il suo esplicito sostegno al leader di Vox, Santiago Abascal, uscito a testa bassa dalla recenti elezioni spagnole.</p>
<p>No, a Giorgia Meloni non conviene affatto candidarsi alle elezioni europee. Le conviene volare alto e coltivare un sano aplomb istituzionale. Il premier spagnolo Sanchez è in grave difficoltà, il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Sholz attraversano una fase di instabilità politica in patria e usciranno indeboliti dalle elezioni: a Giorgia Maloni basterà evitare passi falsi per accreditarsi come uno dei capi di governo più solidi dell’intera Unione Europea.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/11/giorgia-meloni-europee-candidatura-perche-no/"><strong><em>Formiche.net</em></strong></a></p>
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		<title>La visione strategica che difetta al governo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-visione-strategica-che-difetta-al-governo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Oct 2023 15:39:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giorgetti]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Polonia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra Esteri e Interni, due fatti politici di prima grandezza si prestano ad essere osservati attraverso la stessa lente e ci suggeriscono un’unica chiave di lettura. In estrema sintesi, la chiave è questa: al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, cui l’abilità tattica non manca, occorre una visione strategica. Occorre, cioè, la capacità di mettere a fuoco [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra Esteri e Interni, due fatti politici di prima grandezza si prestano ad essere osservati attraverso la stessa lente e ci suggeriscono un’unica chiave di lettura. In estrema sintesi, la chiave è questa: al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, cui l’abilità tattica non manca, occorre una visione strategica. Occorre, cioè, la capacità di mettere a fuoco le convenienze proprie e dell’Italia non nel breve, ma nel medio e nel lungo periodo.</p>
<p>I due fatti sono le elezioni polacche e la legge di bilancio. Cominciamo dal primo.</p>
<p>Gli anni trascorsi all’opposizione, hanno suggerito al leader di Fratelli d’Italia di stringere alleanze a livello europeo con forze politiche non sempre presentabili, ma regolarmente coerenti con l’identità e la retorica di una destra cosiddetta sovranista, oltre che in apparenza destinata a mietere successi elettorali crescenti. Ad oggi, possiamo dire che quella scelta, prevalentemente tattica, non si è rivelata vincente.</p>
<p>In Spagna, Giorgia Meloni si è molto spesa a favore del leader di Vox Santiago Abascal nella convinzione che il vento della Storia ne avrebbe gonfiato le vele. È andata male. Lo scorso luglio Vox ha perso le elezioni, lasciando così la premier Meloni in balia di una sconfitta indiretta e alle prese con un governo, quello spagnolo, ben poco riconoscente. Domenica scorsa, in Polonia, c’è stato il bis.</p>
<p>Il partito alleato della Meloni, il Pis, non è andato male, ma essendo scarsamente coalizzabile a causa del proprio profilo identitario radicale, ha perso il governo fino ad allora presieduto dall’ipersovranista Moraviecki. A vincere è stato Donald Tusk, liberale, già presidente del Consiglio europeo e soprattutto membro autorevole del Ppe. Tusk ha vinto grazie alla sua capacità di stringere alleanze con credibilità di governo.</p>
<p>E la sua vittoria ha sfatato due luoghi comuni: che nelle democrazie avanzate l’astensionismo fosse destinato a crescere favorendo di conseguenza le forze più radicali; che i giovani o non votano o votano per i partiti più estremi. In Polonia, domenica, ha votato il 74% degli aventi diritto (un record) e la maggior parte dei giovani al di sotto dei 29 non solo si è recata alle urne, ma si è schierata a favore dei moderati piuttosto che degli scalmanati. La tattica della Meloni non ha pagato, e oggi è più che mai chiaro che se FdI vorrà partecipare alla prossima alleanza di governo a Bruxelles, dovrà accettare di fare parte di una maggioranza trasversale imperniata, come l’attuale, su Ppe e Pse.</p>
<p>Il secondo fatto politico di prima grandezza, lo si è detto, è rappresentato dalla legge di bilancio licenziata ieri dal Consiglio dei ministri. Una manovra “caratterizzata dalla precarietà”, secondo l’economista Carlo Cottarelli. Giudizio analogo è stato formulato dalla maggior parte degli osservatori nazionali e soprattutto (brutto segno!) internazionali. La manovra, infatti, manca di una visione strategica. Su 24 miliardi, 16 sono in deficit. Cioè a dire che per i due terzi il bilancio dello Stato sarà finanziato indebitandosi. Accrescendo, dunque, il nostro già colossale debito pubblico che tanto allarma gli investitori e le agenzie di rating internazionali. Buona parte dei restanti 8 miliardi, compresi quelli che derivano da una modesta spending review, è costituita da misure non strutturali, bensì occasionali.</p>
<p>Ne risulta anche in questo caso un eccesso di tattica e una carenza di strategia. Manca, insomma, quella visione strategica che il più delle volte fa la differenza tra tirare a campare e governare. Ovvero, tra governare indebolendosi e durare rafforzandosi.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/10/manovra-polonia-eccesso-tattica-strategia/?amp"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<title>Giorgia Meloni, un premier al bivio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giorgia-meloni-un-premier-al-bivio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Oct 2023 15:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ECR]]></category>
		<category><![CDATA[europee]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[populisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vittoria delle elezioni slovacche da parte dell’ex premier “sovranista” Robert Fico non è una buona notizia per Giorgia Meloni. Lo sembra, ma non lo è. L’anno di governo appena trascorso ha dimostrato empiricamente che, dalla questione migranti ai margini sulla spesa pubblica degli stati membri, i migliori alleati europei del partito di Giorgia Meloni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La vittoria delle elezioni slovacche da parte dell’ex premier “sovranista” Robert Fico non è una buona notizia per Giorgia Meloni. Lo sembra, ma non lo è. L’anno di governo appena trascorso ha dimostrato empiricamente che, dalla questione migranti ai margini sulla spesa pubblica degli stati membri, i migliori alleati europei del partito di Giorgia Meloni sono anche i peggiori avversari dell’Italia. E dunque del governo Meloni.</p>
<p>La mancata vittoria in Spagna di Vox, altro alleato “scomodo” della leader di FdI, è stata dunque bilanciata ieri dalla vittoria in Slovacchia di Fico. Una vittoria che spaventa sia le Istituzioni europee, sia gli investitori internazionali, sia le agenzie di rating, tutti preda del timore che l’onda populista delle destre diventi uno tsunami destinato a rendere instabile, e dunque inaffidabile, l’intero Vecchio Continente. Uno spavento che riaccende i timori e rialimenta i pregiudizi sull’attuale governo italiano in quanto governo “di destra” la cui premier vanta un passato iperpopulista.</p>
<p>È vero che Giorgia Meloni si è affiancata da tale passato attraverso atti concreti di governo di segno diametralmente opposto rispetto alla demagogia degli anni trascorsi all’opposizione. Ma è anche vero che la competizione con Matteo Salvini, le intemerate di alcuni ministri e le pressioni della quasi totalità dei suoi più ascoltati consiglieri a partire dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari la spingono a, sia detto con un’immagine metaforica rozza ma chiara, rinculare a destra. La logica e: siamo passati dal 4 al 30% e abbiamo vinto le elezioni con questa narrazione, se cambiamo narrazione perderemo tutto e torneremo al 4. La logica è fallace, assecondarla sarebbe un errore madornale.</p>
<p>Giorgia Meloni è, dunque, a un bivio: può fingere che l’assunzione delle responsabilità di governo in un’epoca densa di incertezze globali sia conciliabile con la demagogia del passato; può rompere del tutto con la demagogia accreditandosi come donna di Stato affidabile e seria. Nel breve periodo, la seconda strada costerebbe forse qualche punto percentuale al suo partito, ma le garantirebbe quel credito interno ed internazionale senza il quale pensare di arrivare alla fine della legislatura e magari di vincere nuovamente le elezioni politiche (impresa che nella storia della cosiddetta Seconda repubblica non è mai riuscita a nessuno) avrebbe la concretezza di un sogno di mezza estate. Senza contare che lungo questa strada Giorgia Meloni potrebbe facilmente incontrare, convincere e riportare al voto parte non marginale di quei milioni di elettori del centrodestra che si sono da tempo rifugiati nell’astensionismo perché nauseati dalla dilagante demagogia.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/10/giorgia-meloni-un-premier-al-bivio-il-corsivo-di-cangini/"><em><strong>Formiche.net</strong></em></a></p>
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		<title>Sulla spesa pubblica serve un segnale forte</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sulla-spesa-pubblica-serve-un-segnale-forte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enrico Marro]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Sep 2023 15:50:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[def]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è rassicurante sentire, qualche giorno fa, dal ministro dell’Economia che sulla manovra «siamo in alto mare». Ma è comprensibile: la situazione è quanto mai incerta e i numeri della NaDef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo approverà la prossima settimana, ballano. Di certo, come ha osservato ancora [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è rassicurante sentire, qualche giorno fa, dal ministro dell’Economia che sulla manovra «siamo in alto mare». Ma è comprensibile: la situazione è quanto mai incerta e i numeri della NaDef, la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza che il governo approverà la prossima settimana, ballano. Di certo, come ha osservato ancora Giancarlo Giorgetti, la spesa per interessi sul debito pubblico è cresciuta di 14-15 miliardi per via dell’inflazione e del rialzo dei tassi. Giusto la somma che servirebbe per confermare il taglio del cuneo sulle retribuzioni fino a 35 mila euro lordi e per partire con la riforma dell’Irpef, accorpando primo e secondo scaglione sotto l’aliquota più bassa: quindi il 23% fino a 28 mila euro di imponibile (contro i 15 mila attuali). Eppure, almeno i dieci miliardi necessari per confermare il taglio del cuneo andranno assolutamente trovati, perché non è pensabile che, dal prossimo gennaio, 11 milioni di lavoratori dipendenti subiscano una perdita netta media in busta paga di 98 euro al mese (fonte Inps). E aggiungere al taglio del cuneo l’ulteriore sconto che deriverebbe da una prima rivisitazione dell’Irpef, a ben vedere, non farebbe che dare un doveroso aiuto ai redditi medio-bassi rispetto alla perdita del potere d’acquisto che, proprio ieri, un rapporto di Mediobanca ha quantificato del 22% per i lavoratori dell’industria nel 2022.</p>
<p>Ma l’impoverimento rispetto al costo della vita non riguarda solo i redditi da lavoro, bensì anche le pensioni. E dunque c’è da augurarsi che il governo non cada nella tentazione, come l’anno scorso, di far cassa (ben 10 miliardi in tre anni) tagliando l’indicizzazione degli assegni previdenziali. Sono voci di spesa, quelle per contrastare il carovita, da considerare «obbligate». Se non formalmente, nella sostanza. Sia per assicurare la tenuta sociale sia per contrastare i venti di recessione. Così come vanno considerate incomprimibili le spese per la sanità. Non si può non aver imparato la lezione del Covid, né continuare a non vedere che il diritto costituzionale alla salute non è garantito in modo uniforme sul territorio, che il personale sanitario è in fuga, che le liste di attesa si allungano ai danni dei più poveri. E poi ci sono gli interventi a sostegno della natalità, che la premier Giorgia Meloni ha giustamente indicato tra le priorità della legge di Bilancio. Non solo gli asili nido e i sostegni alle mamme lavoratrici, ma un sistema fiscale che consenta di azzerare, almeno per le famiglie a reddito medio-basso, le spese per il mantenimento dei figli.</p>
<p>Misure molto costose, ma che vanno avviate perché siamo in colpevole ritardo sulle politiche per contrastare il declino demografico. Si parla di una manovra di una trentina di miliardi. In realtà ce ne vorrebbero molti di più, per lasciare un segno. Ma bisogna fare i conti con la pesante eredità di un debito pubblico monstre che da molti anni comprime le ambizioni di qualsiasi governo. Anche questa manovra dovrà essere «prudente»,come dice Giorgetti. Bell’aggettivo. In realtà, un ripiego necessitato, non una scelta. Ciò di cui l’Italia avrebbe bisogno è invece una manovra ambiziosa e di lungo respiro. Non si può chiedere al governo Meloni l’impossibile. Ma qualche segnale sì. La prossima sarà la prima legge di Bilancio al 100% di questo esecutivo, dato che quella di un anno fa era già stata impostata dal governo Draghi. A una premier che si dice sicura di restare a Palazzo Chigi per tutta la legislatura si può, per esempio, chiedere il coraggio di affrontare due sfide politicamente delicate. La prima: una spending review che vada ben oltre quel miliardo e mezzo di riduzione della spesa dei ministeri prevista per il 2024. O il governo vuol far credere che la lotta agli sprechi sia finita con la stretta sul Reddito di cittadinanza?</p>
<p>La seconda: il disboscamento delle tax expenditure, quella giungla di 740 fradetrazioni, deduzioni e altre agevolazioni fiscali che sottrae ogni anno gettito per oltre 80 miliardi di euro (4 punti di Pil). È vero che il grosso riguarda gli sconti sulla prima casa e sulle spese sanitarie, che nessuno vuole toccare. Ma è anche vero che un governo, all’inizio del suo cammino, può osare di più. degli 800 milioni-un miliardo di euro di tagli di cui ha parlato il vice ministro dell’Economia, Maurizio Leo. Basta avere coraggio e lungimiranza.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_settembre_21/qualche-segnale-conti-pubblici-6f27f084-58ba-11ee-98ee-0e778b3872af.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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