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	<title>europa Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>europa Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Crisi automotive: è Bruxelles a mettere i bastoni tra le ruote</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/crisi-automotive-e-bruxelles-a-mettere-i-bastoni-tra-le-ruote/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 10:33:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Profondo rosso per i conti del primo trimestre di Volkswagen, grande malato della locomotiva tedesca che ha smesso di correre. Il colosso ha infatti registrato un utile operativo in calo del 40% rispetto allo stesso periodo del 2024. Anche i margini, ben al di sotto delle aspettative, si comprimono sotto il peso di due zavorre: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/crisi-automotive-e-bruxelles-a-mettere-i-bastoni-tra-le-ruote/">Crisi automotive: è Bruxelles a mettere i bastoni tra le ruote</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Profondo rosso per i conti del primo trimestre di Volkswagen, grande malato della locomotiva tedesca che ha smesso di correre. Il colosso ha infatti registrato un utile operativo in <a href="https://www.milanofinanza.it/news/volkswagen-utile-operativo-giu-del-40-nel-primo-trimestre-2025-pesano-norme-ue-e-dazi-usa-202504101147105337">calo del 40%</a> rispetto allo stesso periodo del 2024. Anche i margini, ben al di sotto delle aspettative, si comprimono sotto il peso di due zavorre: i dazi di Trump, certamente, ma soprattutto il dogmatismo e l’intransigenza delle normative ambientali di Bruxelles, di cui l’automobile diviene sempre più l’agnello sacrificale. La crisi strutturale del settore in Europa trova conferma negli allarmanti dati di Stellantis, che ha chiuso il 2024 con un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/stellantis-l-utile-crolla-del-70-nel-2024-a-5-5-miliardi-dividendo-piu-che-dimezzato-da-1-55-a-0-68-202502260827436298">crollo dell’utile del 70%</a> e la cui produzione italiana, nel primo trimestre del 2025, ha registrato una <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/25_aprile_08/stellantis-fim-produzione-in-italia-a-35-5-nel-primo-trimestre-ai-minimi-dal-1956-a9b89314-4f8f-4591-ac70-a308c0bd2xlk.shtml">flessione del 35%</a>: mai così bassa dal 1956.</p>
<p>Il gruppo tedesco, già impegnato in un severo ridimensionamento da oltre <a href="https://www.autoblog.it/post/volkswagen-per-fronteggiare-la-crisi-chiesti-altri-tagli-al-personale">35.000 esuberi</a>, si vede ora costretto ad accantonare 600 milioni di euro per l’imminente arrivo di nuove sanzioni, causa il mancato raggiungimento degli implausibili obiettivi UE sulle emissioni di CO₂ e sulla vendita di veicoli elettrici, in un mercato ancora predominato dai motori termici, anche per l’inadeguatezza della rete elettrica e delle infrastrutture di ricarica del Vecchio Continente. Una cifra che ritrae fedelmente il salato conto dell’adeguamento all’intransigenza climatica europea: un sistema mortificante e diabolico, totalmente incurante della concreta possibilità per le aziende di adattarsi alle direttive. Infine, a infierire sulla precaria condizione del gruppo, vi sono i dazi al 25% sull’importazione di automobili europee negli States, attualmente messi in pausa da Trump, ma con cui Volkswagen ha subito una <a href="https://www.wsj.com/livecoverage/stock-market-trump-tariffs-trade-war-04-10-25/card/auto-tariffs-trigger-vehicle-writedowns-at-volkswagen-t0HzVecv3V3g3pCaAj7U?utm_source=chatgpt.com">svalutazione di 300 milioni</a> su veicoli già spediti oltreoceano.</p>
<p>“Stagflazione e rigidità sociale”. Così recita il sottotitolo di “Ascesa e declino delle nazioni”, opera tristemente profetica dell’economista Mancur Olson, figura chiave per lo sviluppo della teoria della <em>public choice</em>. Un’analisi che aderisce perfettamente all’attuale scenario europeo, martoriato da crescita asfittica, inflazione, regolamentazione opprimente e interventismo distorsivo del mercato.</p>
<p>“La Cina supporta l’industria, gli Stati Uniti incentivano, l’Europa regolamenta”. Questo il monito lanciato nel marzo 2024 da Luca De Meo, amministratore delegato del gruppo Renault, nella sua <a href="https://media.renaultgroup.it/luca-de-meo-lettera-alleuropa-marzo-2024/?lang=ita">“Lettera all’Europa”</a>: un grido d’aiuto a nome dell’intero segmento che, aggiunge il manager italiano, rischia complessivamente <a href="https://www.repubblica.it/motori/2024/09/07/news/norme_ue_sulle_emissioni_lallarme_di_de_meo_le_case_europee_rischiano_multe_per_15_miliardi_ecco_perche-423484533/">15 miliardi di sanzioni</a>. Infatti, nonostante l’automotive europeo generi un <a href="https://www.anfia.it/it/comunicazione/notizie-e-comunicati/comunicati-stampa/mercato-vetture-europa/nonostante-un-dicembre-positivo-4-1-il-mercato-auto-europeo-chiude-il-2024-con-quasi-3-milioni-di-veicoli-in-meno-rispetto-al-2019">indotto pari al 7% del PIL continentale</a> e impieghi 13 milioni di lavoratori, per via della rigidità ideologica di Bruxelles è attanagliato dalla pressione interna di un ambientalismo incurante delle ragioni delle aziende ed esterna, da parte di concorrenti cinesi e americani che operano in quadri normativi e fiscali non punitivi e che, al contrario, incentivano l’innovazione e la produzione.</p>
<p>Il risultato è paradossale: l’<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_emissioni_di_CO2">UE, che inquina sempre meno</a>, costringe il suo automotive a cedere il passo all’industria del Paese più inquinante al mondo. La Cina, infatti, ha riportato un aumento delle emissioni del 262% dal 2000 a oggi. Nel frattempo, la <a href="https://www.transportenvironment.org/te-italia/articles/un-veicolo-elettrico-su-quattro-venduto-nel-2024-in-europa-sara-prodotto-in-cina">quota di mercato europea dei veicoli elettrici prodotti nella Repubblica Popolare</a> è rapidamente cresciuta al 25% ed è destinata a salire ulteriormente nei prossimi anni. Come il Titanic, avvertito per radio da altre navi della presenza dell’iceberg sulla sua rotta, Bruxelles sembra ostinata a perseguire ricette fallimentari, sacrificando sull’altare di una presunta sostenibilità ambientale la sostenibilità economica e la competitività del proprio tessuto produttivo</p>
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		<title>Si chiama Political compact il futuro della Difesa comune e dell’Europa politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-chiama-political-compact-il-futuro-della-difesa-comune-e-delleuropa-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 14:49:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[esercito comune]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È, ormai, opinione largamente diffusa che l’Europa debba darsi un’anima politica, sì da poter disporre di una Difesa comune ancora tutta da costruire. La tesi rimbalza dalle aule parlamentari ai talk show televisivi, attraversa orizzontalmente i social network, riecheggia davanti ai banconi dei bar. Bene, anzi: benissimo. Così come Vladimir Putin ha rimesso al mondo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È, ormai, opinione largamente diffusa che l’Europa debba darsi un’anima politica, sì da poter disporre di una Difesa comune ancora tutta da costruire. La tesi rimbalza dalle aule parlamentari ai talk show televisivi, attraversa orizzontalmente i social network, riecheggia davanti ai banconi dei bar. Bene, anzi: benissimo. Così come Vladimir Putin ha rimesso al mondo la Nato, Donald Trump sta, dunque, rivitalizzando l’Europa. Gli eruditi la chiamano “eterogenesi dei fini”, capita quando un’azione sortisce effetti opposti a quelli desiderati.</p>
<p>Perciò bene, anzi benissimo, che l’urgenza di un’“Europa politica” sia diventata di senso comune; meno bene il fatto che, salvo rare e lodevoli eccezioni, declamato l’obiettivo nessuno si preoccupi di spiegare come sia possibile perseguirlo. Al massimo si sente dire, e in passato anche chi scrive è caduto in quest’errore, che occorre “una riforma dei Trattati europei”. L’errore sta nel ritenere che i 27 Paesi che compongono l’Unione possano all’unisono  decidere di avventurarsi lungo questa strada. Come è noto, basta che uno solo dica di no per paralizzare tutti gli altri. Sarebbe bello, certo, ma non è realistico: figurarsi se un Orban qualsiasi non porrebbe il veto per fare un favore a chi, come Putin, desidera un’Europa debole e divisa…</p>
<p>Gli esperti indicano allora due strade alternative. Ovvero, le “clausole passerella”, previste dai Trattati per assumere decisioni a maggioranza qualificata anziché all’unanimità, oppure le “cooperazioni rafforzate”, che richiedono l’adesione di minimo 9 Stati. C’è solo un problema: entrambe le procedure possono essere attivate solo da un voto del Consiglio europeo, dove vige la regola dell’unanimità. Siamo, dunque, da capo a dodici.  Le strade ci sarebbero, ma non sono praticabili.</p>
<p>C’è, però, una terza via, ed è quella giusta. L’ha individuata anni fa il professor Sergio Fabbrini, docente di relazioni internazionali alla Luiss e massimo esperto italiano di istituzioni europee, che l’ha ribadita, adattandola al contesto attuale, in un libro appena pubblicato da Mondadori: “Nazionalismo 2.0. La sfida sovranista all&#8217;Europa integrata”.</p>
<p>Il professor Fabbrini prende le mosse da alcune considerazioni di carattere, per così dire, politico. La prima è che sarebbe folle pensare di poter costruire un vero e proprio Stato europeo che si sostituisse agli Stati nazionali assorbendone le competenze. Occorre, dice, distinguere tra competenze nazionali e sovranazionali, lasciando che a quest’ultima categoria appartengano tutte quelle funzioni necessarie a fronteggiare le grandi minacce globali. Dalla pandemia, dunque, alla guerra. Piuttosto che di super “Stato europeo” o di “Stato federale”, Fabbrini preferisce parlare di “Unione federale”.</p>
<p>Bene, ma come ci si arriva? Attraverso lo strumento dei “trattati a margine”. In sostanza, un accordo politico intergovernativo tra un nucleo di paesi europei “volenterosi” (Francia, Germania, Italia, Spagna, baltici…) sul modello di quello che, a suo tempo, consentì di aggirare il veto del Regno Unito e dar vita al Fiscal compact. Per questo, sul Sole 24Ore, il professor Fabbrini auspica la nascita di “Political compact”.</p>
<p>Qualcosa del genere accadde anche con l’introduzione della moneta unica: oggi come allora, si dà per scontato che chi non potesse o volesse aderire subito lo farà inevitabilmente in un secondo momento. Poi, certo, ci sarebbe il problema dello strapotere francese a causa dell’arma nucleare, così come quello della legittimità democratica delle decisioni assunte da questa sorta di coalizione dei volenterosi europei. Problemi di cui Fabbrini indica le possibili soluzioni, sia politiche sia istituzionali.</p>
<p>Ma non è questo il punto. Il punto è che una via da percorrere per raggiungere l’obiettivo rivoluzionario di un’Europa politica capace persino di difendersi ci sarebbe, e sarebbe saggio percorrerla prima che le elezioni francesi mettano a rischio la tenuta di uno dei partner imprescindibili di questa ambiziosa operazione. Poi, a processo avviato, se anche Marine Le Pen dovesse conquistare l’Eliseo si immagina che non rovescerà il tavolo del Political compact così come non ha mai davvero inteso rovesciare quello dell’euro.</p>
<p><strong><em><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/20/news/political_compact_unidea_per_avere_uneuropa_forte_subito-18724627/">Huffington Post</a></em></strong></p>
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		<title>L’ipocrisia (e l’inconcludenza) di chi vorrebbe ribattezzare il piano di “riarmo” europeo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lipocrisia-e-linconcludenza-di-chi-vorrebbe-ribattezzare-il-piano-di-riarmo-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 14:33:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la comunicazione è tutto, associare la parola “armi” al concetto di Europa è sembrato un errore strategico. In molti hanno osservato che la presidente della Commissione europea avrebbe fatto meglio ad usare il più rassicurante sostantivo “sicurezza”: un “Piano per la sicurezza europea”, o qualcosa del genere, avrebbe creato meno apprensioni nei cittadini e avrebbe tolto argomenti a chi, come Matteo Salvini, appunto, o Giuseppe Conte, o la coppia Bonelli-Fratoianni, o una parte non marginale del Partito democratico su quel “riarmare l’Europa” ha imbastito la propria campagna demagogica ammantata di pacifismo.</p>
<p>La tesi appare debole. Due volte debole.</p>
<p>Appare debole perché viene naturale pensare che se anche Ursula von der Leyen (o chi per lei) avesse battezzato il piano di riarmo europeo utilizzando concetti non terreni ma celestiali fino ad offrire alle pubbliche opinioni un “Piano per la pace in terra e l’armonia tra i popoli” nulla sarebbe cambiato. La reazione delle forze politiche che intendono sfruttare la paura degli elettori per la Terza guerra mondiale e più in generale l’indifferenza delle folle per valori antichi come la libertà e la democrazia sarebbe stata la stessa: un’opposizione netta, pergiunta rafforzata dell’accusa di voler con tutta evidenza ingannare i cittadini. Dal punto di vista delle dinamiche politiche e della tenuta delle opinioni pubbliche, nulla sarebbe cambiato. Solo che al danno si sarebbe doverosamente aggiunta la beffa.</p>
<p>La seconda ragione per cui cambiare il nome alla cosa avrebbe reso la cosa più accettabile appare tesi decisamente scivolosa è che abbiamo maturato ormai un’esperienza sufficiente per sapere che l’ipocrisia non paga. Di più, l’ipocrisia crea mostri che poi sfuggono al controllo della politica.</p>
<p>Sono, infatti, decenni, per non dire lustri, che si è bellamente pensato di cambiar nome alla guerra. Sia le Nazioni Unite, sia i governi degli Stati democratici hanno ritenuto che, così come non erano  più in grado di supportare il peso dei militari morti in azione, le opinioni pubbliche non fossero più in grado di sopportare il concetto stesso di guerra. Una grande, clamorosa ipocrisia, secondo il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale, in un libro-intervista del 2010 (“Fotti il potere, gli arcana della politica dell’umana natura”) la mise così: “La parola chiave, oggi, è pace. Vietato fare guerre, si fanno solo operazioni di pace. Lo ha scritto anche l’Onu, no? Perché passi per il peace keeping, ma quando si dà il via ad operazione di peace enforcing, di cos’altro si tratta se non di operazioni militari di guerra?”.</p>
<p>Ma, tant’è. Quando Massimo D’Alema, che naturalmente oggi guida il fronte “pacifista”, fu piazzato a Palazzo Chigi dal Regno Unito e dagli Stati Uniti con il compito esplicito di fare la guerra contro la Serbia di Milosevic, le operazioni militari che portarono al bombardamento di Belgrado, con relative vittime civili, furono chiamate non “operazioni di guerra”, ma operazioni di “difesa integrata”. Così, giusto per dire fino a che punto in questo campo si è spinta l’ipocrisia del potere. È la stessa ipocrisia che induce i vertici civili e militari dello Stato a ridurre, anno dopo anno, la componente militare della parata del 2 giugno, infarcendola sempre più di crocerossine, organizzazioni civili, gonfaloni civici e tutto quello che possa far dimenticare che la sicurezza della Repubblica, di cui quel giorno si celebra la Festa, è garantita da, orribile a dirsi, le Forze Armate.</p>
<p>Proscritto anche il solo concetto di guerra, si è così disabituata l’opinione pubblica al fatto che la politica estera di uno Stato si regga sulla politica di deterrenza e che la politica di deterrenza coincida con la capacità militare di quello Stato. Per capirci, se Macron e Starmer sembrano oggi fare la parte del leone fin qua dall’Atlantico è perché Francia e Regno Unito dispongono dell’arma nucleare. Arma e nucleare, parole oggi più che mai spaventose. Dunque scarsamente utilizzabili.</p>
<p>È stato così che, a furia di mascheramenti e di ipocrisie, ci risvegliammo di colpo senza Difesa e pure senza energia.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/10/news/chiamiamo_riarmo_il_riarmo_lipocrisia_in_politica_non_paga-18634810/"><strong><em>Huffintgon Post</em></strong></a></p>
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		<title>Sano compromesso europeo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sano-compromesso-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Nov 2024 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[fitto]]></category>
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		<title>L’Impero vacilla, il debito cresce e noi discutiamo solo di questioni di genere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limpero-vacilla-il-debito-cresce-e-noi-discutiamo-solo-di-questioni-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 18:09:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due letture estive, due squarci di verità, un’amara constatazione. La prima lettura è “La caduta degli imperi“ di Peter Heater e John Rapley, rispettivamente storico ed economista britannici: un denso saggio che si sforza di insegnare ad un Occidente declinante la lezione che è possibile trarre dalla caduta dell’Impero romano. A differenza di quanto sostenuto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limpero-vacilla-il-debito-cresce-e-noi-discutiamo-solo-di-questioni-di-genere/">L’Impero vacilla, il debito cresce e noi discutiamo solo di questioni di genere</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due letture estive, due squarci di verità, un’amara constatazione.<br />
La prima lettura è “La caduta degli imperi“ di Peter Heater e John Rapley, rispettivamente storico ed economista britannici: un denso saggio che si sforza di insegnare ad un Occidente declinante la lezione che è possibile trarre dalla caduta dell’Impero romano. A differenza di quanto sostenuto dal grande Edward Gibbon alla fine del Settecento, e ripetuto oggi da una moltitudine di piccoli sovranisti di qua e di là dall’Atlantico, Roma non perse la propria dimensione imperiale a causa delle invasioni barbariche. Le perse a causa di un eccesso di sviluppo che, privo di controllo, finì per avvantaggiare le confederazioni barbariche confinanti e di un sistematico conflitto con l’Impero persiano, che la dissanguò. La bassa crescita e gli alti debiti imballarono la macchina amministrativa imperiale, fino a fonderne il motore. La storia, sostengono gli autori, si ripete con la Cina al posto della Persia, con la crescita impetuosa, grazie alla globalizzazione, di aree geopolitiche un tempo considerate terzo mondo e con debiti pubblici crescenti che i governi occidentali usano “più per aumentare o mantenere gli attuali livelli di vita che per consentire prosperità futura”. “Il tardo Impero romano reagì all’erosione della sua base fiscale innalzando le aliquote per quel che rimaneva. I leader dell’Occidente moderno, invece, hanno potuto ricorrere ad una soluzione diversa, una delle invenzioni miracolose del mondo moderno: il debito. Nulla più che un modo abile di menare il can per l’aia”, scrivono Heater e Rapley.</p>
<p>La seconda lettura è un saggio del filosofo coreano Byung-Chul Han, “Infocrazia”: una critica spietata alla società del web; un’analisi lucida e drammatica sull’influenza dei social nel dibattito pubblico e nei processi decisionali. I fatti non contano più nulla, e se anche contassero nessuno sarebbe più in grado di vederli né di analizzarli. A contare sono solo le emozioni. “Si impongono non gli argomenti migliori, bensì le informazioni dotate di maggiore potenziale d’eccitazione”, scrive Han. La verità è diventata un concetto astratto, irrilevante, ma concretamente malleabile. “La comunicazione digitale &#8211; osserva Han &#8211; provoca un’inversione del flusso delle informazioni, che ha effetti distruttivi sul processo democratico. Le informazioni si diffondono senza passare dallo spazio pubblico. Esse vengono prodotte in spazi privati e inviate a spazi privati. Così la rete non costituisce una sfera pubblica. I social media rafforzano questa comunicazione senza comunità. Nessuna sfera politica pubblica è costruita a partire da influencer e follower.… Senza la presenza dell’altro la mia opinione non è discorsiva né rappresentativa, bensì autistica, dottrinaria e dogmatica”. Inutile dire che i leader politici, italiani, i più in generale occidentali, si sono serenamente adattati a questa nuova realtà calandosi inopinatamente nei panni degli influencer.</p>
<p>Ne discende una una constatazione piuttosto amara. Il debito pubblico italiano ha sfiorato a giugno i 3000 miliardi, le curve demografiche preludono ad una crisi dello Stato sociale, l’Europa ci chiede di elaborare un piano di rientro dal debito le cui clausole di salvaguardia impongono una riduzione dell’1% all’anno. Alcuni di questi nodi verranno al pettine già in settembre, ma abbiamo trascorso l’estate parlando di questioni di genere e di fascismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2024/08/20/news/due_letture_estive_due_squarci_di_verita_unamara_constatazione-16720368/"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limpero-vacilla-il-debito-cresce-e-noi-discutiamo-solo-di-questioni-di-genere/">L’Impero vacilla, il debito cresce e noi discutiamo solo di questioni di genere</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>L’Europa indifesa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leuropa-indifesa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jul 2024 16:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le dimissioni di Biden riaprono una partita che sembrava ormai conclusa. Forse Trump vincerà ugualmente le elezioni di novembre ma, per lo meno, i democratici si sono rimessi nella condizione di poter combattere. La democrazia americana conferma la sua vitalità ma come europei dobbiamo chiederci perché questa sfida elettorale sia per noi così importante, quale sia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le dimissioni di Biden riaprono una partita che sembrava ormai conclusa. Forse Trump vincerà ugualmente le elezioni di novembre ma, per lo meno, i democratici si sono rimessi nella condizione di poter combattere. La democrazia americana conferma la sua vitalità ma come europei dobbiamo chiederci perché questa sfida elettorale sia per noi così importante, quale sia la differenza fra questa e tutte le elezioni presidenziali che l’hanno preceduta dopo la Seconda guerra mondiale. La differenza è che, se vincesse Trump, l’America potrebbe prendere il largo, abbandonare l’Europa al suo destino. Si determinerebbe una frattura all’interno della comunità delle democrazie occidentali. Con riflessi su tutto: con il rischio, per esempio, di un inasprimento delle misure protezioniste. E con un fortissimo impatto sul delicatissimo settore della sicurezza e della difesa. Proprio in un momento in cui il vecchio continente è di nuovo coinvolto in un conflitto armato. Dalla Seconda guerra mondiale gli europei si sono fatti proteggere dagli americani. Ciascuno aveva la sua brava convenienza: gli europei potevano investire risorse in welfare senza dirottarne troppe sulla difesa, gli americani si avvantaggiavano dell’accettazione europea della loro leadership. Tutto potrebbe cambiare se Trump vincesse.</p>
<p>Perché la sicurezza europea, una priorità di tutte le Amministrazioni dal ’45 in poi, non lo è per Trump e seguaci. Non è un caso che i filo-russi d’Europa siano suoi amici. Ucraina, rapporti europei con la Russia, difesa europea: su ognuno di questi temi i nostri governi dovrebbero rivedere da cima a fondo le loro agende politiche.</p>
<p>È possibile che con Trump l’Ucraina debba accettare un cessate il fuoco che lascerebbe a Putin i territori conquistati, gli consentirebbe di dichiararsi vincitore, prendere fiato e prepararsi per nuove avventure militari. I filo-putiniani di destra e di sinistra, rafforzati dalla vittoria di Trump, invocherebbero, in nome della «pace», l’appeasement fra Europa e Russia, ossia (come si diceva ai tempi della Guerra fredda) la «finlandizzazione» dell’Europa. Gran parte degli europei (ma non le tante aziende che vorrebbero ricominciare a fare affari con la Russia), plausibilmente, non sarebbe disposta a seguire gli amici di Putin su questa strada. Ma dovrebbe fare i conti con le nuove priorità dell’Amministrazione americana. A cominciare dalla richiesta, anzi l’ordine, di accrescere immediatamente le spese militari in ambito Nato (altro che aspettare qualche anno, come vorrebbe il nostro governo, per portare tale spesa al 2 per cento del Pil).<br />
L’Europa verrebbe messa sotto pressione. Dovrebbe porsi il problema di dare vita alla famosa «gamba europea» della Nato di cui si è tanto parlato quando parlarne non costava politicamente nulla. Sarebbe plausibilmente l’inizio in Europa di uno psico-dramma collettivo, di un conflitto lacerante che ridisegnerebbe alleanze, amicizie e inimicizie. Dopo tante chiacchiere, per lo più noiose, sulla difesa europea si dovrebbe passare ai fatti. Spiegando agli europei che, nelle nuove condizioni, si tratterà di spostare (e immediatamente) risorse dal welfare al warfare, dal burro ai cannoni.</p>
<p>Gli europeisti, i quali fino ad oggi hanno potuto invocare la difesa europea senza suscitare scandalo, verrebbero allora dipinti come guerrafondai dai putinian-pacifisti di destra e di sinistra, da Orbán a Melénchon, passando per tutti gli altri. Con esiti paradossali. Nonostante la Brexit e la tradizionale nomea di «euroscetticismo», la Gran Bretagna diventerebbe il punto di riferimento per tutti quelli che non vogliono una Europa indifesa, in pasto ai lupi. La Gran Bretagna, guidata da un laburista, diventerebbe, plausibilmente, oltre che la guida morale, anche la forza trainante nel tentativo sia di sostenere l’Ucraina sia di creare la suddetta gamba europea. Mentre la Francia, l’altro Paese europeo che, insieme alla Gran Bretagna, non si è mai sognato di «mettere i fiori nei suoi cannoni», sarebbe lacerata tra l’esigenza di contribuire alla difesa europea e il richiamo della foresta, la volontà di una parte significativa dei francesi di non rinunciare al poco che resta dell’antica Grandeur e quindi alla piena indipendenza militare.</p>
<p>C’è anche da aspettarsi smottamenti nella maggioranza che al Parlamento di Strasburgo ha appena votato per Ursula von der Leyen. Tra i verdi ma anche tra i socialisti.</p>
<p>Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi per le democrazie sorte dalla sconfitta della Seconda guerra mondiale, Germania e Italia. Vale anche per l’Italia ciò che tempo fa scrisse uno storico tedesco, Michael Stürmer, a proposito del suo Paese: si tratta di democrazie che, anche per reazione al nazismo e al fascismo, hanno sostituito il commercio alla spada, hanno creduto, forti della protezione americana, di non aver bisogno di provvedere alla propria sicurezza costruendo, sia pure all’ombra della Nato, un solido e efficiente apparato di difesa militare. Una tendenza che si è rafforzata con la fine della Guerra fredda. Le classi dirigenti e le opinioni pubbliche tedesche e italiane hanno finito per credere che al mondo ci fossero solo amici con cui fare affari, nessun nemico (salvo qualche terrorista) da cui guardarsi.<br />
Si tratta di una visione del mondo che in Italia e in Germania ha forgiato mentalità, ha alimentato un diffuso sentimento anti-militarista, ha reso l’opinione pubblica insensibile alle esigenze della sicurezza. Ed è diventata una componente delle rispettive identità nazionali. Per questo apparve clamoroso l’annuncio tedesco, subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina, di un piano di riarmo. Mentre non stupisce che quella decisione non abbia fino ad oggi prodotto grandi risultati.</p>
<p>In Italia, in caso di vittoria di Trump, ci si può aspettare l’esplosione di un inedito conflitto. Con molti passaggi di fronte, da quello europeo all’antieuropeo (pro o contro la difesa europea) e viceversa. Occorrerebbe anche capire, dato il peso che le sue scelte hanno in Italia, come si posizionerebbe la Chiesa cattolica in quel conflitto. Se vince Trump ci attende uno psico-dramma. Meglio prepararsi.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_luglio_22/elezioni-usa-e-un-europa-indifesa-f9606170-42bb-4f1d-88ea-2f0c0f2dfxlk.shtml"><strong><em>Corriere della Sera</em></strong></a></p>
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		<title>Errore istituzionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/errore-istituzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jul 2024 12:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[giorgia meloni]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/wVGDfNdRBVg" width="914" height="514" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>I tre chiodi che crocifiggono l’Italia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-tre-chiodi-che-crocifiggono-litalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 16:07:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si annuncia una legislatura europea particolarmente delicato. Si spera di svolta, c’è chi dice fatale, comunque decisiva. Si imporranno scelte strategiche sulla competitività, sulle politiche agricole, sulla transizione digitale, e dunque sui mercati del lavoro, sulla guerra in Ucraina, sul grado di Difesa comune, sul rapporto con la Cina. E, non ultimo, sulla forma stessa [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si annuncia una legislatura europea particolarmente delicato. Si spera di svolta, c’è chi dice fatale, comunque decisiva. Si imporranno scelte strategiche sulla competitività, sulle politiche agricole, sulla transizione digitale, e dunque sui mercati del lavoro, sulla guerra in Ucraina, sul grado di Difesa comune, sul rapporto con la Cina. E, non ultimo, sulla forma stessa delle Istituzioni europee. Scelte che si ripercuoteranno sull’Italia e sulla vita di ciascuno di noi. Ovvio che l’Italia, e di conseguenza chi ne ha la responsabilità di governo, abbia tutto l’interesse a partecipare al gruppo di testa, con una funzione riconosciuta e nelle condizioni politiche ed istituzionali migliori per indirizzare al massimo le scelte strategiche della prossima Commissione e del Parlamento europeo.</p>
<p>C’è però un problema, anzi, ce ne sono tre. Il primo, il principale, è che nessuno Stato membro si presenta a Bruxelles con il capo del governo orientato a sedersi al tavolo di Ursula von der Leyen che il suo vice proclama di voler rovesciare. Siamo solo noi. E siamo, agli occhi del mondo, sempre i soliti. I soliti italiani, perennemente instabili e tendenzialmente inaffidabili. Condizione che di certo non rafforzerà il nostro potere contrattuale in Europa, che probabilmente ci esporrà agli umori di mercati e investitori internazionali e che ragionevolmente incoraggerà più pressanti atti ostili da parte russa e cinese.<br />
Situazione pericolosamente simile si paventa, e potrebbe presto prospettarsi, anche attorno al tavolo dell’Alleanza Atlantica. In tempi di guerra e con un nuovo ordine geopolitico da costruire. È, dunque, evidente e chiaro che il sistematico controcanto del vicepresidente del Consiglio Italiano sull’Europa e sull’Ucraina rappresenta un problema serio, serissimo per il presidente del Consiglio, per l’Italia e per ciascuno di noi.</p>
<p>Il secondo problema, cioè le macroscopica rigidità di Giorgia Meloni rispetto all’establishment e alle dinamiche politiche europee, se non ci fosse il primo probabilmente non sussisterebbe. È infatti logico pensare che se non fossero presenti a destra “nemici” come Matteo Salvini e i suoi omologhi europei, il leader politico e la donna di Stato Giorgia Meloni avrebbero accelerato d’un bel po’ l’inesorabile marcia verso il Partito popolare europeo…</p>
<p>Il terzo problema è semplice da descrivere, ma difficile da risolvere: l’eventuale alternativa a questo problematico governo presenterebbe le stesse, identiche problematicità.<br />
Tre problemi, tre chiodi che inchiodano l’Italia sulla solita, vecchia e traballante croce.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2024/07/08/news/ce_un_solo_stato_europeo_in_cui_la_premier_dice_una_cosa_e_il_suo_vice_lopposto_indovinate_quale-16401599/?ref=HHTP-BH-I16301641-P1-S1-T1"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
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		<title>Senza Einaudi l’Europa non sarebbe nata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/senza-einaudi-leuropa-non-sarebbe-nata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 17:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anno einaudiano]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è tenuta questa sera, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, la presentazione del libro “Luigi Einaudi lo scultore dell’Europa”, del professor Angelo Santagostino (Marco Serra Tarantola Editore). Insieme all’autore hanno discusso della figura dell’illustre statista piemontese, il professore Lorenzo Infantino e il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini. Una biografia selettiva [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuta questa sera, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, la presentazione del libro “Luigi Einaudi lo scultore dell’Europa”, del professor Angelo Santagostino (Marco Serra Tarantola Editore). Insieme all’autore hanno discusso della figura dell’illustre statista piemontese, il professore Lorenzo Infantino e il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini.</p>
<p>Una biografia selettiva e innovativa, che parte dagli ultimi giorni dello statista. Il primo capitolo parla della morte dando conto delle ultime parole pronunciate alla moglie, Ida Pellegrini, con cui condivise la vita, “Fammi ancora un sorriso”. Di lui la moglie era solita dire: “Quando un ombra lo sfiora per me il mondo crolla”.</p>
<p>Dagli studi e dai documenti del professor Santagostino emerge che Einaudi non fu solo un teorico, ma un uomo d’azione, protagonista molto attivo, anche e soprattutto, nella costruzione dell’Europa unita. Einaudi influì in modo profondo sulle idee di Jean Monnet che fu il regista, dietro Schuman, del Trattato che portò, nel 1951, alla nascita della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA). L’idea era mettere in comune gli elementi indispensabili per fare la guerra. Obiettivo chiaro: evitare che Francia e Germania continuassero a combattersi militarmente come avevano fatto negli ultimi secoli. Funzionò. Se non ci fosse stato il primo e deciso passo verso la messa in comune di carbone e acciaio, secondo “logiche di mercato”, come fortemente voluto da Einaudi, difficilmente la Comunità economica europea (CEE), avrebbe potuto vedere le luce.</p>
<p>Su questo si sono trovati d’accordo sia il professor Infantino, che nel suo intervento ha raccontato i rapporti tra il pensiero di Einaudi e quello della scuola economica austriaca, e l’autore del libro.</p>
<p>Introducendo il dibattuto il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini, ha rimarcato il fatto che il libro di Santagostino, pur essendo documentato come un saggio accademico, sia scritto in maniera chiara e semplice. Per farsi capire. “Questo libro – ha detto Cangini – è scritto con spirito einaudiano. In ognuna delle molteplici e autorevoli funzioni che ricoprì, il presidente Einaudi svolse una funzione pedagogica facendo il possibile, riuscendoci, per consentire a ogni singolo cittadino che entrasse in contatto con le sue idee, e i suoi scritti, di elevarsi culturalmente. In questo Einaudi e Monnet, che voleva che l’Europa nascesse «all’insaputa dei popoli», divergono profondamente”.</p>
<p>Inutile dire che il metodo einaudiano era quello giusto. Se ancora oggi un sentimento di comune appartenenza europea non si è del tutto sviluppato, è stato proprio perché i popoli sono stati scarsamente coinvolti nel processo unitario.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-79859" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-400x300.jpg" alt="" width="395" height="296" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-400x300.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-650x488.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-250x188.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-768x576.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-1536x1152.jpg 1536w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-150x113.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-800x600.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-1200x900.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa.jpg 1600w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></p>
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		<title>Come smascherare i populisti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 15:41:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[populisti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel caso in cui la prossima Commissione Ue sia invece espressione di un risultato alle urne che ribalti ciò che le istituzioni europee hanno posto in essere, sulla spinta della maggioranza che portò Ursula von der Leyen a presiedere la Commissione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle campagne elettorali, tuttavia, le convinzioni ideali da sole non bastano per vincere. Per riuscirci, bisogna sempre partire da un’interpretazione analitica di che cosa pensino oggi gli elettori, in modo da evitare di forzare su temi che sono invece proprio quelli su cui populisti e antieuropeisti sono oggi più forti. Di conseguenza bisogna porsi una serie di domande che abbiano risposte però non basate sull’intuizione o sulla speranza, ma su numeri reali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna capire bene cioè chi siano davvero oggi gli antieuropeisti e chi no, quanti abbiano cambiato idea nel recente passato e come vengono considerati dagli elettori. Si deve aver la misura precisa di quanto pesi ancora l’accusa populista alla Ue di aver spalancato le porte o aver comunque subito passivamente arrivi eccessivi di profughi. Nonché se davvero vasta parte dell’elettorato consideri un successo la risposta europea al Covid, la posizione assunta nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina, la pioggia di norme europee in materia di transizione green: cioè esattamente ciò che gli europeisti considerano invece passi in avanti molto rilevanti, che annunciano e disegnano un futuro ancor più federalista e integrato dell’Unione, non certo il ritorno a crescenti sfere di sovranità nazionale.</p>
<p>Una risposta alla necessità di dati analitici su tutti questi complessi interrogativi viene da un utilissimo lavoro di ricerca svolto dall’European Council on Foreign Relations sulla base di sondaggi analoghi condotti in 12 paesi membri dell’Unione, pari a un elettorato superiore ai tre quarti di quello potenzialmente chiamato alle urne tra due mesi. Se ne possono trarre molte indicazioni di grande importanza, per chi corre alle elezioni. Partiamo dal punto politico di fondo, che ha dominato sui media europei negli ultimi mesi: l’avanzata che tutti attendono molto consistente del populismo antieuropeista dei partiti di estrema destra. In nove paesi Ue, Austria, Belgio, Cechia, Francia, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia e Slovacchia, la somma dei populismi antieuropeisti di destra potrebbe essere prima forza alle urne. Mentre in Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia, potrebbe comunque rappresentare la seconda o la terza forza nazionale. Se andasse come tutti questi diversi partiti sperano, la maggioranza al Parlamento europeo potrebbe cambiare di segno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questi ragionamenti non sembrano trovare troppo conforto nei numeri. In realtà, nel variegato mondo dei due diversi gruppi europei cui appartengono Salvini e Meloni, in questi anni sono avvenute molte cose. C’è chi si è molto deradicalizzato e chi invece ha seguito la strada opposta, ma l’effetto è quello di rendere più diviso e incoerente il loro rapporto, che dovrebbe essere invece graniticamente unitario per provare a ottenere un ribaltone in Europa. Se guardiamo i numeri, solo in cinque paesi – Francia, Germania, Austria, Svezia e Olanda – oltre la maggioranza di chi vota i partiti della destra populista dichiara ancor oggi di aspettarsi che i loro leader siano pronti a uscire dall’eurozona o dalla Ue, opinione condivisa anche da chi invece vota per partiti europeisti anche se con un’interessante eccezione, la Francia in cui solo il 38 per cento di chi non vota a destra pensa davvero che Le Pen e Zemmour sarebbero davvero capaci di tanto (tradotto: il tentativo moderatista di Mme Le Pen per far dimenticare il padre granitica espressione di Vichy, affidando il partito al giovanissimo leader glamour Bardella, sembra proprio funzionare).  In Ungheria, Spagna, Portogallo e Romania chi vota per gli amici di Orbán non si aspetta minimamente alcuna uscita dal consesso europeo, del resto molto prodigo di aiuti alle economie di quei paesi.</p>
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<p>Questi dati ci dicono una prima cosa: la strategia di puntare tutta la campagna elettorale contro la destra che vuole il tracollo delle istituzioni europee e una Brexit moltiplicata per ventisette non smuoverebbe un granché, in elettorati che hanno assistito in molti casi a una vera e propria strategia di deradicalizzazione delle destre. L’esempio più eclatante è proprio l’Italia: solo il 15 per cento di chi vota Salvini e Meloni si aspetta da loro uscite dall’Europa o dall’euro, e in tutto il resto dell’elettorato solo il 18 per cento li considera pronti a imboccare una Italexit.  Meloni come presidente del Consiglio è riuscita ad apparire molto più europeista di quanto sia riuscito alla Le Pen, che per quanto abbia smorzato i toni sull’Ucraina, in Francia deve continuare ad accusare Macron di tutto il male possibile. In Polonia e Olanda continua ad avere un senso far campagna frontale contro la minaccia all’Europa portata dai leader della destra nazional-sovranista, perché nell’elettorato non di destra il timore di ben oltre il 60 per cento dei cittadini è esattamente che Kaczynski e Wilders sarebbero invece pronti eccome a scontri aspri con Bruxelles fino all’uscita dalla Ue. In Italia, i numeri dicono che è un’arma spuntata (tradotto: Salvini con la sua banda di minibot e nostalgici della lira ha perso il treno). Ma in Germania, Austria e Svezia, se gli europeisti facessero una campagna contro le destre improntata solo al rischio che esse potrebbero arrecare all’esistenza stessa dell’Europa, il pericolo di autogol sarebbe comunque elevato: perché nelle opinioni pubbliche di quei paesi il dissenso sulle posizioni assunte in questi anni dall’Europa è molto forte, a prescindere dalle simpatie rivolte alla destra.</p>
<p>Se ci spostiamo all’importanza del tema immigrazione nella campagna elettorale, anche su questo emergono sorprese. Alla domanda “che cosa ha più mutato il tuo giudizio sul futuro, negli ultimi dieci anni di politiche europee?”, solo in Germania, Austria, Olanda e Svezia la risposta “l’immigrazione” è oggi in testa a tutte le altre, e comunque con percentuali intorno o poco superiori al 20 per cento delle risposte.  Persino in Francia e Olanda, dove pure il no all’immigrazione è lo storico cavallo di battaglia delle destre sovraniste, le politiche green europee vengono prima dell’immigrazione come fonte di preoccupazione degli elettori. Un’altra clamorosa sconfitta di Salvini viene dal fatto che, in Italia, a rispondere che i troppi sbarchi di profughi consentiti dall’Europa con poca solidarietà all’Italia sono il primo fattore di preoccupazione è solo il 9 per cento degli elettori, rispetto al 33 per cento che considera troppo debole l’Europa di fronte alle crisi economiche esogene, e al 19 per cento di chi non ha gradito il ruolo europeo nella lotta al Covid e nel sostegno all’economia italiana per la ripresa (che pure è stato molto generoso). La controprova è che in Italia, come in Grecia, Ungheria, Portogallo, Romania e Spagna, gli elettori si dicano oggi più preoccupati dalla tendenza dei propri connazionali a espatriare, che dagli arrivi dei profughi. Tutto ciò non significherà che i leader delle destre smetteranno di accusare i leader delle forze europeiste di lavorare senza ammetterlo per la sostituzione etnica delle popolazioni europee: ma certo non è più il tema su cui si vincono o perdono le elezioni europee. Su questo sembrano invece riscontrare un qualche successo diversi leader o capi di governo del fronte europeista, che in questi anni hanno finito per proporre, sostenere o approvare norme ispirate a maggior chiusura delle frontiere (ultimo caso eclatante, la legge Macron in materia di migranti. che in molti punti riecheggia la destra).</p>
<p>Veniamo infine ai punti deboli degli europeisti. Che, osservando i dati demoscopici, coincidono pressoché esattamente con le scelte che a loro giudizio rappresentano invece le svolte più innovative e di successo nell’azione europea.  Cioè le misure istituzionali seguite al Covid e a sostegno della ripresa economica post Covid, quelle assunte di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, e quelle volte alla transizione green. In realtà oggi gli elettorati non ne sembrano affatto convinti. Se si osserva l’integrale delle risposte date nei 12 paesi UE coperti dalla ricerca, solo nel caso del Covid il 50 per cento dell’elettorato pensa che la risposta europea sia stata positiva, a fronte di un 41 per cento che pensa l’opposto e di un 9 per cento che non risponde. Sulla transizione ambientale, la percezione pubblica crescente nell’ultimo anno è che gli obiettivi accelerati di riduzione delle emissioni scelti dalla Commissione uscente avranno effetti economici e sociali largamente non calcolati, che ricadranno sulle spalle di moltissime piccole imprese e dei ceti popolari meno abbienti: solo il 25 per cento degli elettori dei 12 paesi sondati esprime un giudizio favorevole, a fronte di un 61 per cento contrario e di un 14 per cento che non risponde. Giudizio contrario del tutto analogo, lo stesso 61 per cento, alle misure di  sostegno alla ripresa economica post Covid e soprattutto vastissima delusione per il picco dei prezzi energetici: si somma l’impressione nei paesi nordici che nel post Covid si sia troppo largheggiato verso i paesi latini come l’Italia, mentre per energia e inflazione il fallimento europeo di misure standard ha deluso i più, nel vedere che solo i paesi virtuosi potevano stanziare enormi cifre a favore di imprese e cittadini. Non c’è da stupirsi troppo che, alla domanda “preferisci una forte riduzione delle emissioni a costo anche di alzare il costo della bolletta energetica, oppure misure di  contenimento delle bollette di cittadini e imprese, a costo anche di ammorbidire gli obiettivi di riduzione delle emissioni?”, solo in due paesi su 12, Svezia e Portogallo, a scegliere la prima ipotesi siano più di quelli che preferiscono invece la seconda.</p>
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<p>Con prevalenze clamorose, come nel caso austriaco – 44 per cento di sì alla seconda ipotesi e 26 per cento alla prima – olandese – 44 per cento per la seconda e 22 per cento per la prima – con Polonia, Romania e Grecia in cui gli elettorati sono favorevoli alla seconda ipotesi tra il 45 per cento e il 49 per cento, e in Germania dove la seconda ipotesi raggiunge il 50 per cento rispetto a un mero 21 per cento favorevole al taglio rapido delle emissioni anche se a maggior prezzo. Perfino in Francia che pure ha il nucleare, i contrari alla prima ipotesi ottengono il 40 per cento. Mentre in Italia i contrari all’accelerazione europea sono il 37 per cento, rispetto al 25 per cento di favorevoli (tutto ciò che manca nella somma di favorevoli e contrari rispetto al 100 per cento del campione va alla risposta “non so, non m’interessa”).</p>
<p>Infine anche sull’Ucraina, oggi il giudizio che emerge nei sondaggi dei 12 paesi è di un 49 per cento insoddisfatto della posizione europea, a fronte di un 38 per cento favorevole e 13 per cento che non si esprime. Ma c’è una frattura molto forte, che divide due fronti opposti anche se convergenti nell’insoddisfazione verso la posizione europea sull’Ucraina aggredita e straziata da Putin. Ci sono paesi come Polonia e Svezia e sorprendentemente il Portogallo (più ovviamente i Paesi baltici, non compresi nel campione testato con sondaggi), in cui la critica all’Europa sull’Ucraina è motivata dalla necessità di garantire un supporto militare maggiore a Kyiv. E altri paesi come Austria, Grecia, Romania e Ungheria in cui la critica alla Ue è motivata da una ragione opposta: cioè la prevalenza di preferenze per una trattativa immediata con Putin abbandonando la pretesa di tornare all’unità sovrana e indipendente dell’Ucraina restituita ai suoi confini violati in armi dai russi. Anche in Germania, Francia, Olanda e Spagna l’opinione pubblica è divisa a metà tra le due opzioni. Nell’ultimo semestre, in Europa la stima popolare verso Zelensky è scesa significativamente, ed è cresciuta verticalmente la protesta verso la sospensione di quote e dazi precedentemente adottati nei confronti dei prodotti agricoli e cerealicoli dell’Ucraina.</p>
<p>Conclusioni, in sintesi estrema. Primo: le forze e i leader europeisti farebbero bene a non cadere vittime della propria retorica sui successi e sulle svolte realizzate negli ultimi anni. In particolare temi come il Green Deal vanno declinati non come la grandezza di visione di un’Europa che, col solo 7-8 per cento delle emissioni globali, vuole affermarsi come prima della classe. e fabbrica dei nuovi standard mondiali che il resto del mondo non riconosce, ma al contrario come prova di saggezza e disponibilità piena a prendere alla lettera la finestra temporale del 2026, prevista come occasione per rivedere realisticamente molti degli obiettivi che più oggi allarmano le imprese e i cittadini europei a basso reddito.</p>
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<p>Secondo: evitare toni roboanti sull’Ucraina, piuttosto spiegare alle vaste opinioni pubbliche del mainstream, contrarie a ogni eventuale escalation che investa l’Europa, che solo continuando con la fermezza di chi sin qui ha sostenuto la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina si può opporre una diga efficace contro ogni pretesa di Putin di minacciare e attaccare direttamente membri della Nato e della Ue.</p>
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<p>Terzo: mentre mobilitarsi innanzitutto contro la destra populista e sovranista ha un senso profondo nei paesi in cui la maggioranza dell’opinione pubblica resta profondamente convinta che quelle destre siano un pericolo grave, come in Germania, Polonia, Spagna e Olanda, ne ha molto meno in paesi dove, tra tentate deradicalizzazioni dei partiti di destra e forti delusioni di governi di altro segno, il mainstream popolare oggi non individua più le destre nazionali come un pericolo assoluto. L’Italia ricade esattamente in questo gruppo di paesi.</p>
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<p>Quarto: bisogna che gli europeisti sappiano mobilitare il proprio elettorato potenziale, oggi scoraggiato, anche su temi nazionali. Vale per la Polonia in cui il liberale Tusk ha battuto le destre ma non riesce a governare perché Corte suprema, presidenza della Repubblica e sistema giudiziario restano nelle mani della destra sconfitta. Ma vale anche in Italia, dove la lotta interna all’attuale maggioranza di destra sembra aver fatto iniziare, sia pur lentamente, la parabola discendente anche del consenso di massa riposto nel premier Meloni.</p>
<p>Ultima cosa: serve tutto questo, ma naturalmente la cosa peggiore è che gli europeisti si dividano in lotte personali del tutto incomprensibili ai loro elettori potenziali, come avviene purtroppo in Italia da un anno a questa parte.</p>
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<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/04/08/news/populismi-da-smascherare-con-vista-europee-6415139/"><em><strong>Il Foglio </strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/">Come smascherare i populisti</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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