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	<title>europa. ue Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>europa. ue Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Vicenda Aquarius: le responsabilità di Ong, Malta e Libia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Gervasoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2018 14:27:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa. ue]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A cosa serve l&#8217;Unione europea? A giudicare dalla vicenda Aquarius, ben poco. Almeno ufficialmente, perché poi, in maniera surrettizia e di nascosto, un&#8217;influenza della Commissione sul gesto spagnolo c&#8217;è certamente stata. Madrid non vi sarebbe però mai arrivata senza la netta presa di posizione del ministro dell&#8217;interno Salvini di chiudere i porti. Una decisione, oltre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A cosa serve l&#8217;Unione europea?</strong> A giudicare dalla vicenda Aquarius, ben poco. Almeno ufficialmente, perché poi, in maniera surrettizia e di nascosto, un&#8217;influenza della Commissione sul gesto spagnolo c&#8217;è certamente stata. Madrid non vi sarebbe però mai arrivata senza la netta presa di posizione del ministro dell&#8217;interno Salvini di chiudere i porti.</p>
<p><strong>Una decisione, oltre che giusta, legale e legittima</strong>; necessaria per far capire ai nostri partner e alla Commissione che l&#8217;Italia non intende più farsi carico in solitudine di ondate d&#8217;urto di questo tipo. Una decisione, poi, eminentemente politica: quanto di più politico per un governo della protezione delle frontiere e della salvaguardia dei cittadini, che l&#8217;esecutivo rappresenta?</p>
<p><strong>E non così clamorosa come molti</strong>, in più o meno buona fede, ritengono; esattamente un anno fa, il ministro dell&#8217;interno <strong>Minniti </strong>propose la chiusura dei porti, ma fu frenato dalle divisioni nel governo Gentiloni. Così come nel recente passato Francia, Spagna e diversi altri paesi hanno fatto ricorso a questa misura. Più lontano nel tempo, nel 1997, il <strong>governo Prodi</strong> non solo chiuse i porti dell&#8217;Adriatico meridionale ma istituì anche un blocco navale per fronteggiare l&#8217;immigrazione albanese.</p>
<p><strong>Ma il vincolo sui porti non potrà essere eterno</strong> e il gesto spagnolo, pur apprezzabile, non risolve nulla. Perché un&#8217;altra imbarcazione, questa volta con bandiera olandese, sembra voler imitare l&#8217;Aquarius, e altre ne arriveranno; e assisteremo alla stessa pièce. Che ha diversi protagonisti, nessuno uscito bene.</p>
<p><strong>I primi sono le Ong</strong>: a parte poche ispirate da reali obiettivi umanitari, la maggior parte di loro operano in misura non molto diversa dai pirati del Seicento, imponendosi agli Stati; le Ong fanno politica estera pur non essendo (almeno ufficialmente) legate ad alcun governo. E dispongono di ottimi uffici stampa. E evidente che il regolamento sulle loro attività varato dal precedente esecutivo non ha funzionato, se siamo ancora nella situazione dello scorso anno. Bisognerà modificarlo.</p>
<p><strong>Il secondo protagonista è il governo di Malta</strong> che, pur disponendo di generosi finanziamenti Ue, si è quasi sempre rifiutato di far attraccare le imbarcazioni transitanti nella acque di sua competenza: questa volta avrebbe potuto dimostrare l&#8217;intelligenza di un gesto politico, ma deve aver pensato di essere coperto, da chi e da cosa non sappiamo.</p>
<p><strong>Il terzo protagonista è la Libia</strong>, da cui gli sbarchi sono aumentati per via del Ramadan e delle liti sul carburante delle motovedette, certo. Ma sarebbe da ingenui non vedere la coincidenza della nascita del nuovo governo: a cui probabilmente i libici chiedono qualcosa di più o di diverso rispetto a quello precedente.</p>
<p><strong>Neanche un solido accordo con la Libia</strong> risolverebbe però durevolmente la questione: il vertice di Parigi è stato un flop e nessuno riesce davvero a controllare il territorio. Tanto più che le partenze sono cominciate pure dalla Tunisia e persino dall&#8217;Algeria (la vera polveriera dell&#8217;area nord africana). La principale protagonista però è la Ue. Silente nelle ore più calde dell&#8217;affare, se non per lavarsene le mani, è intervenuta ieri di nascosto facendo pressione su Madrid. Ma senza rivendicarlo, perché ciò vorrebbe dire che esistono regole da poter essere aggirate sottobanco.</p>
<p><strong>Se così è, bisognerà seriamente cambiare paradigma</strong>. Privare il più possibile la Ue della gestione (peraltro inconcludente) delle questioni migratorie e restituire pienamente la competenza agli stati, come suggerito qualche giorno fa dal cancelliere austriaco Kurz. Del resto è assurdo, ma del tutto interno alla logica giacobina dominante nella Ue, che medesime regole valgano per nazioni come l&#8217;Italia, la Grecia e la Spagna, immerse nel cuore del Mediterraneo, e per paesi come quelli baltici o la Polonia.</p>
<p><strong>Perché allora non chiudere la pagina infelice di Dublino</strong> e consentire a gruppi di stati della Ue di firmare tra loro dei trattati, secondo le esigenze più consone? Ma così si tocca il dogma della «integrazione»! Qualcuno dovrà finalmente capire però che senza riforme radicali a saltare non sarà solo il dogma: ma tutta la struttura istituzionale dell&#8217;Europa.</p>
<p>Marco Gervasoni, Il Messaggero 12 giugno 2018</p>
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		<title>Quell&#8217;europeismo passatista che rischia di rubarci il futuro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quelleuropeismo-passatista-che-rischia-di-rubarci-il-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 May 2017 15:30:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa. ue]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Europei si nacque. Europeisti si era. Antieurepisti o euroscettici lo si è diventati. Oramai la quasi totalità dei viventi è nata dopo la fine della seconda guerra mondiale, o mentre volgeva al termine. Per chi è nato da questa parte della cortina di ferro l’Europa era il suolo dei natali, ma anche l’antidoto a che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Europei si nacque. Europeisti si era. Antieurepisti o euroscettici lo si è diventati</strong>. Oramai la quasi totalità dei viventi è nata dopo la fine della seconda guerra mondiale, o mentre volgeva al termine.</p>
<p><strong>Per chi è nato da questa parte della cortina di ferro</strong> l’Europa era il suolo dei natali, ma anche l’antidoto a che i nazionalismi riproducessero le guerre, che avevano funestato l’intera prima metà del secolo scorso.</p>
<p>Non tutti gli europei, però, erano in questa condizione, perché dall’altra parte della cortina di ferro nascevano sudditi di un impero. Quello sovietico.</p>
<p><strong>Europeisti lo eravamo per normalità, molto anche per retorica, certo</strong>. Del resto, bastava non essere fascisti o comunisti per ritrovarsi in un ambito culturale in cui l’europeismo era pane di casa.</p>
<p><strong>Antieuropeisti lo si è diventati dopo avere goduto dei benefici dell’integrazione</strong>, quando i molti errori commessi e l’affermarsi dei vincoli parametrali hanno consentito di operare la più fantastica delle falsificazioni: i conti dissestati, la spesa pubblica improduttiva, il debito stellare, la connessa demoniaca pressione fiscale, non erano più conseguenza delle scelte che si erano fatte, del diffondersi dell’assistenzialismo, delle reclamate elemosine di Stato, dei contrasti al dispiegarsi del libero mercato e della tenace difesa delle rendite di posizione, ma erano tutte colpe dell’Europa.</p>
<p><strong>Ciliegiona sulla torta</strong>: la viltà delle classi dirigenti, politica e non solo, che anziché assumersi il compito di richiamare alla ragionevolezza e all’ordine hanno provato a scaricare il peso delle cose dovute su un’entità astratta e prevalente: ce lo chiede l’Europa.</p>
<p><strong>C’è del buono, in questo percorso degenerativo, che buono non è</strong>. Una delle cose buone è che dirsi europeisti non è più lo scontato e indistinguibile luogo comune, praticabile in qualche adunanza domenicale o in qualche rituale celebrazione scolastica. Dirsi europeisti è diventato un problema, un’affermazione che desta reazioni vivaci. Taluni credono sia quasi segno di follia. E io sono un europeista.</p>
<p><strong>Quello che si aggira per l’Europa</strong> non credo proprio sia il (solo) rifiuto dell’istituzione comune fin qui costruita, è uno spettro ben più minaccioso: il fantasma della memoria smarrita e corrotta. Il ricordo di un mondo largamente equivocato, che nel realismo delle esperienze individuali pretende di trovare la forza per superare l’eclatante irragionevolezza dei propri presupposti.</p>
<p><strong>L’antieuropeismo del “si stava meglio prima”</strong> non fa appello ad un’arcadia lontana o ai miti imperiali delle storie nazionali, ma ad un appena ieri adulterato dall’amnesia.</p>
<p>A sua volta alimentata dal fatto che quando quel tempo era presente (appena ieri) lo si viveva come normale, lo si abitava da nipoti di nonni che <strong>volevano dimenticare due guerre mondiali</strong> e figli di genitori che volevano lasciarsi per sempre alle spalle la miseria e spesso la fame della loro gioventù, lo si percorreva sentendosi, giustamente, liberi e sicuri, ma solo perché facevamo finta di non sapere, e molti ignoravano del tutto, che eravamo immersi fino al collo nei postumi non superati della seconda guerra mondiale.</p>
<p>La ricordavamo come immagini di film, invece erano i confini della nostra vita reale.</p>
<p><strong>Prima dell’Ue c’erano altre istituzioni europee</strong>, create con un percorso lungo, iniziato sessanta anni fa (il Trattato di Roma è stato firmato nel marzo del 1957).</p>
<p><strong>Prima dell’euro c’era il serpente monetario europeo (Sme)</strong>, da cui si poteva sì entrare e uscire, ma pagando prezzi consistenti, in termini di potere d’acquisto e ricchezza nazionale. Starne fuori a lungo esponeva a rischi micidiali, difatti rientravamo sempre.</p>
<p><strong>Molte cose che si crede, oggi, non esistessero prima dell’Ue esistevano di già</strong>, sebbene con forme diverse. Ma allora cos’ha e cos’è questo mitico “prima”, che molti ricordano come esperienza personale e come regno del benessere crescente?</p>
<p><strong> È il nostro mondo, la nostra Europa</strong>, ancora sfregiata e condizionata dalla seconda guerra mondiale. È il mondo in cui taluni sanno di essere liberi, ma sanno anche che la loro libertà ha dei limiti, mentre altri vivono sotto dittature illimitate.</p>
<p><strong>È il mondo della guerra fredda</strong>, con la Germania divisa in due, l’Italia a sovranità condizionata (sono i due paesi sconfitti, non a caso), percorso da un terrorismo ideologico finanziato dal nemico militare e politico del nostro mondo, l’impero sovietico, nelle sue varie e differenziate articolazioni.</p>
<p><strong>È il mondo in cui ci puntano addosso i missili nucleari</strong> e in cui noi decidiamo di far schierare missili nucleari che puntano dall’altra parte. Questo mondo, nella parte che noi abitavamo, ha raccolto le macerie della guerra e le ha messe al riparo dell’Alleanza atlantica, vale a dire sotto l’ombrello atomico statunitense.</p>
<p><strong>E sotto questa copertura militare</strong> ha fatto crescere le proprie economie come mai era accaduto in passato. Sotto quella protezione ha espanso il proprio stato sociale, conquistando la salute e il benessere, con la relativa speranza di vita, che i nostri avi neanche sognavano.</p>
<p><strong>Ma tutto questo proprio perché era un mondo lacerato</strong>, che per non cadere nella tentazione della guerra aveva dovuto considerare normale una pace che inglobava una sconfitta. Era chiaro a <strong>Winston Churchill</strong>, lo sapevano bene i governanti europei che della storia non avevano smarrito il bandolo, ma era stato dimenticato dai molti cittadini immersi in un presente senza passato. Anche perché quel passato era orribile.</p>
<p><strong>Il passato è passato?</strong> No, è il futuro che rischia di essere perduto se non si riprende a pensare al posto di urlare, a ragionare al posto di propagandare. Il libro più italocentrico che ho scritto è quello che ora si trova in libreria: <strong><em>Via l’Europa Viva</em></strong>. Perché privo di quell’ancoraggio, anche di quel vincolo, certo, il nostro è un Paese alla deriva, preda dei propri fantasmi, degradato.</p>
<p><strong>Ma questo non significa che l’Ue sia la nostra salvezza</strong>. Non basta. Serviamo noi. E qui all’Opinione abbiamo accudito e continueremo a far crescere quel che di meglio ha generato la cultura e la politica dell’Italia che non si commisera, ma cresce.</p>
<p>Davide Giacalone, supplemento <em>L’Opinione</em> aprile 2017</p>
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