<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>enzo palumbo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<atom:link href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/enzo-palumbo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/enzo-palumbo/</link>
	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 Sep 2020 10:19:36 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1</generator>

<image>
	<url>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>enzo palumbo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/enzo-palumbo/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>I falsi argomenti del “si” bastano per votare “NO”! Ma ci vuole anche un po’ di storia costituzionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-falsi-argomenti-del-si-bastano-per-votare-no-ma-ci-vuole-anche-un-po-di-storia-costituzionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2020 20:51:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[enzo palumbo]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
		<category><![CDATA[referendum costituzionale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=41794</guid>

					<description><![CDATA[<p>Chi ha promosso e votato la riduzione dei parlamentari e ora, al netto dei pentimenti via via crescenti, ancora sostiene il SI, motiva le sue convinzioni con tre argomenti. La prima motivazione, per la verità la meno nobile (anche per la sceneggiata populista e piuttosto volgare del taglio delle. “poltrone”) è quella di un presunto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-falsi-argomenti-del-si-bastano-per-votare-no-ma-ci-vuole-anche-un-po-di-storia-costituzionale/">I falsi argomenti del “si” bastano per votare “NO”! Ma ci vuole anche un po’ di storia costituzionale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha promosso e votato la riduzione dei parlamentari e ora, al netto dei pentimenti via via crescenti, ancora sostiene il SI, motiva le sue convinzioni con tre argomenti.</p>
<p>La prima motivazione, per la verità la meno nobile (anche per la sceneggiata populista e piuttosto volgare del taglio delle. “poltrone”) è quella di un presunto risparmio che secondo i sostenitori del “taglio dei parlamentari” ammonterebbe a 90 milioni l’anno, e quindi quasi mezzo miliardo per l’intera legislatura; di questa favola ha già fatto sommaria giustizia Carlo Cottarelli, dimostrando che il risparmio, dedotte le imposte comunque restituite allo Stato, si ridurrebbe a circa 57 milioni l’anno, pari allo 0,007% della spesa pubblica, quasi un euro per italiano, che potrebbe così teoricamente pagarsi un caffè in più ogni anno, forse qualche centesimo in più se si escludono i neonati ai quali il caffè farebbe male.</p>
<p>La seconda motivazione, più seria ma altrettanto infondata – sul cui scivoloso specchio ha provato ad arrampicarsi anche qualche eminente personalità, nello stupore di quasi tutta la comunità scientifica– è quello secondo cui quello italiano sarebbe oggi in Europa il parlamento col migliore rapporto di rappresentatività rispetto alla popolazione, quando invece gli uffici studi di Camera e Senato (dossier 71-06 del 2019 e 280 del 2020) hanno evidenziato che nella graduatoria dei paesi UE, l’Italia si colloca al 24° posto su 28, e domani ne diventerà il fanalino di coda.</p>
<p>La terza motivazione è che un minore numero di parlamentari renderebbe più efficiente il lavoro di deputati e senatori e migliorerebbe la qualità del lavoro legislativo e del controllo sull’attività di governo, e viene sostenuta con affermazioni tanto stentoree quanto prive della benché minima dimostrazione concreta, una vera e propria petizione di principio.</p>
<p>Essendomi occupato più volte delle prime due motivazioni, tanto palesemente false che da sole basterebbero per indurre a votare NO al referendum, proverò ora a occuparmi anche della terza, e per farlo utilizzerò qualche riferimento storico e qualche numero, allo scopo di rinfrescare la memoria a chi mostra di averla perduta, e di far conoscere qualcosa in più a chi non s’è mai preoccupato di studiare un po’ prima di parlare e trinciare giudizi.</p>
<p>Fatto sta che sino a ora nessuno si è chiesto il come e il perché si sia giunti alla determinazione del numero attuale dei parlamentari, che la Costituente aveva stabilito in numero variabile (1 deputato ogni 80.000 cittadini, 1 senatore ogni 200.000), e che poi con legge costituzionale n. 2 del 1963, in vista delle elezioni di quell’anno, stabilì nel numero fisso di 630 per i deputati e di 315 per i senatori.</p>
<p>Nella prima Legislatura, quella eletta nel 1948, la Camera risultò composta da 573 deputati, e nella Legislatura successiva il numerò lievitò a 580, e in quella eletta nel 1958 a 596, mentre alla vigilia delle elezioni del 1963, sulla base del censimento del 1961 che aveva censito una popolazione di 50.623.569 cittadini, si sapeva che, applicando i parametri stabiliti dalla Costituente, i deputati sarebbero comunque diventati 634 per cui la riforma del 1963 non fece altro che prenderne atto, anzi riducendo un po’ quel numero.</p>
<p>Ed è qui appena il caso di osservare che, essendo la popolazione italiana già oggi di 60.483.973 (cfr. dossier 280-2020 Ufficio Studi Senato, pag. 48), alla scadenza naturale di questa Legislatura nel 2023, dopo il censimento del prossimo anno, se fosse ancora vigente quel parametro originario (un deputato ogni 80.000) la Camera ne avrebbe oggi almeno 756, se non di più.</p>
<p>La riforma riguardò quindi essenzialmente il Senato, che vide la sua durata ridotta da sei a cinque anni, come per la Camera, mentre, quanto alla sua composizione, il parametro fissato dai Costituenti aveva portato il Senato della prima Legislatura (1948-1953) a essere composto da appena 237 componenti elettivi e da circa 113 membri di diritto, nominati in forza della III disposizione transitoria della Costituzione; e fu solo con l’apporto dei senatori di diritto che in quella Legislatura si poté assicurare  la funzionalità della seconda Camera.</p>
<p>La questione cominciò a complicarsi a partire dalla seconda Legislatura (1953-1958), quando, venuta a cessare quella transitoria integrazione, il Senato si trovò a operare con soli 243 membri elettivi (oltre 8 a vita), e si pose subito il problema della difficoltà di operare con numeri così ristretti, che rendevano problematica la partecipazione dei senatori ai lavori delle 11 commissioni permanenti di allora</p>
<p>E fu da qui che nacque l’esigenza di implementare adeguatamente il numero dei componenti elettivi, una discussione politica che si trascinò per tutta la seconda e la terza legislatura, sino all’approvazione di quella che sarebbe stata la legge costituzionale n. 2-1963, il cui testo unificato era stato frutto dell’iniziativa legislativa del Governo e del sen. Luigi Sturzo, poi deceduto nel corso dei lavori, e che per la verità avrebbe voluto una riforma ancora più ampia.</p>
<p>Di questa esigenza si fecero portatori tutti i gruppi parlamentari, dai comunisti sino agli ex fascisti, consapevoli che con quei numeri il Senato non avrebbe potuto assolvere compiutamente ai compiti di seconda Camera Legislativa della Repubblica, con poteri e compiti assolutamente eguali a quelli dell’altra Camera.</p>
<p>Se ne può trovare una traccia evidente nella discussione che si svolse nell’Aula del Senato il 16 gennaio 1962, quando venne approvato in prima deliberazione il testo unificato esitato dalla Commissione Speciale incaricata della questione (presieduta da due senatori a vita, prima Enrico De Nicola e poi Giuseppe Paratore)  che proponeva la riforma degli articoli 57, 59 e 60 della Costituzione, proprio quelli che sono stati ora modificati <em>in minus</em> dalle Camere di questa Legislatura e che gli italiani saranno chiamati a bocciare o confermare il 20 e 21 settembre.</p>
<p>L’esigenza dell’aumento, condivisa da tutti i gruppi, venne allora evidenziata nell’unico intervento fatto in discussione generale dal socialista sen. Barbareschi, il quale ebbe a dichiarare che “<em>i</em><em>l lavoro nostro si svolge specialmente nelle Commissioni, ed è indubbio che con 230 senatori</em> (in effetti, all’inizio della III Legislatura i senatori eletti erano 243 + 8 a vita n. d. a.)<em>, la formazione di 11 commissioni comporta una tale riduzione del numero dei componenti di ciascuna di esse, che ben pochi colleghi possono essere presenti alle varie deliberazioni man mano adottate dalle commissioni stesse, mentre in generale il lavoro che vi si svolge diviene faticoso e spesso faticosissimo&#8230; Dunque il compito degli attuali componenti delle Commissioni si rivela difficile e quasi</em>”</p>
<p>E il ministro di Grazia e Giustizia Gonnella, intervenuto dopo il relatore, ebbe a manifestare la sua condivisione circa “<em>l’opportunità di aumentare il numero dei senatori per le ragioni funzionali che sono state ampiamente illustrate e che sono a conoscenza degli onorevoli senatori</em>”.</p>
<p>Nell’occasione, la proposta inizialmente esitata era stata quella di calibrare il rapporto parlamentari/popolazione in modo che i deputati, confermando quello di uno ogni 80.000 (o frazione superiore a 40.000), non fossero comunque più di 600, e i senatori, nel nuovo rapporto di uno ogni 180.000 (o frazione superiore a 90.000), non fossero comunque più di 300.</p>
<p>La Camera non condivise tale impostazione e, tenuto conto che i deputati eletti nelle successive elezioni sarebbero stati comunque più di 630, optò per la scelta di questo numero fisso per la Camera e di 315 per il Senato, in termini poi confermati nelle seconde deliberazioni di entrambe le Camere.</p>
<p>È interessante in proposito, anche ai fini del dibattito di oggi, quanto ebbe a dichiarare nella seduta del 21 settembre 1962 (proprio il giorno conclusivo del prossimo referendum) il Ministro di Grazia e Giustizia di allora, Giacinto Bosco, dicendosi “<em>sempre convinto che un’Assemblea legislativa dell’importanza della nostra, da un momento all’altro, cioè dal passaggio dalla 1<sup>a</sup> alla 2<sup>a</sup> Legislatura, fosse privata di 107 </em>(in effetti erano stati all’inizio 113, n. d. a.)<em> suoi componenti, mentre restavano immutate le alte funzioni dell’Assemblea stessa</em>”, e infine tributando un doveroso omaggio alla “<em>tenace, appassionata opera &#8230;.. del Presidente De Nicola, che fin dal 1951 istituì una Commissione di studio per l’integrazione del Senato, del Presidente Merzagora, che in questa come nella precedente Legislatura si è adoperato efficacemente per la risoluzione del problema, del Presidente Paratore, che ci ha sempre autorevolmente sorretto con i suoi saggi consigli, e che è riuscito a superare tutti i contrasti politici &#8230;  facendo anzi confluire sull’attuale testo i consensi unanimi dei Gruppi parlamentari</em>”.</p>
<p>E poi proseguì: “<em>Ma l’albo d’onore di questa riforma non sarebbe completo se non ricordassi, &#8230; , anche il senatore Sturzo, il cui nome è presente in quest’Aula non soltanto sul frontespizio del disegno di legge, ma soprattutto nei nostri cuori; e se non ricordassi altresì l’onorevole Alcide De Gasperi che, durante i suoi lunghi anni di Governo non mancò mai di incoraggiare ed assecondare gli studi per l’integrazione del Senato</em>”.</p>
<p>E quando la riforma giunse all’esame della Camera per la seconda deliberazione, tutti gli oratori intervenuti ebbero cura di rammentare qual era stato e qual era lo scopo principale della riforma, quello cioè di assicurare la funzionalità del Senato, che l’esperienza (tanto per intenderci, il metodo sperimentale tanto caro a qualche sostenitore della riforma di oggi) aveva dimostrato essere messa a rischio proprio dalla sua ridotta composizione.</p>
<p>Chi volesse approfondire la questione, ne potrebbe trovare traccia negli interventi in Aula dell’on.  Tozzi Condivi, quando, nella sua relazione del 04 agosto 1962, affermò che “<em>L’aumento doveva essere portato a un limite tale da rendere l’Assemblea di Palazzo Madama in condizioni di poter svolgere il pesante lavoro</em>”, e nel successivo intervento del 07 agosto affermò che “<em>Ci siamo trovati dinanzi a una necessità, la cui considerazione aveva animato tanto il disegno di legge quanto la proposta Sturzo, quella che il Senato potesse funzionare</em>”, insistendo sul fatto che la riforma “<em>aumenta il numero dei senatori a 315 per consentire alla Camera alta di funzionare agevolmente</em>”.</p>
<p>Toccò poi al Ministro Bosco, di concludere la discussione di quella seduta, affermando tra l’altro che “<em>tutte le norme regolamentari che fatalmente devono riferirsi al numero dei componenti, partono dal presupposto di un numero di senatori superiore a 300</em>… <em>e il disegno di legge soddisfa anzitutto l’esigenza dell’integrazione del Senato, elevando il numero dei senatori elettivi da 247 a 315, cioè un numero fisso pari alla metà di quello dei deputati &#8230; poiché i risultati del censimento della popolazione dell’ottobre 1961 hanno già elevato a 630 il numero dei deputati per la prossima Legislatura </em>”.</p>
<p>Penso di avere sufficientemente dimostrato che i numeri attuali di deputati e senatori non sono nati dalla fantasia dei legislatori di allora o dalla loro volontà di aumentare le opportunità elettorali della politica, ma da reali esigenze di funzionalità, che oggi, semmai, sono ancora maggiori, per via della bulimia dovuta alle infinite leggi-provvedimento di oggi, fatte di decine di migliaia di articoli e commi, cui le nuove tecnologie digitali possono apportare un rilevante supporto tecnico, giammai d’intelligenza e di capacità politica.</p>
<p>Penso che chi ha avuto la pazienza di leggere questa nota sin qui, potrà agevolmente paragonare la statura istituzionale e la credibilità politica dei riformatori di allora e di quelli di oggi, e trarne magari occasione di qualche riflessione che induca a fidarsi più di “quelli di prima”, tanto per parafrasare un’espressione oggi in voga, indirizzando un garbato, ma fermo, “NO, grazie”, agli attuali supponenti riformatori che ci propinano le loro false motivazioni come nuove leggende metropolitane.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-falsi-argomenti-del-si-bastano-per-votare-no-ma-ci-vuole-anche-un-po-di-storia-costituzionale/">I falsi argomenti del “si” bastano per votare “NO”! Ma ci vuole anche un po’ di storia costituzionale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quel che capita quando i 5 stelle rincorrono Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-che-capita-quando-i-5-stelle-rincorrono-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2020 18:55:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[enzo palumbo]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[m5s]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=41460</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quando qualcuno ricorre a citazioni antiche per adattarle alla situazione del momento, provando a utilizzarle a sostegno delle proprie convinzioni, corre di solito due rischi: il primo, generico, perché prescinde dal contesto politico in cui quelle parole furono pronunziate, mentre il secondo è più specifico, perché di solito si ferma alla citazione senza andare a [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-che-capita-quando-i-5-stelle-rincorrono-einaudi/">Quel che capita quando i 5 stelle rincorrono Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Quando qualcuno ricorre a citazioni antiche per adattarle alla situazione del momento, provando a utilizzarle a sostegno delle proprie convinzioni, corre di solito due rischi: il primo, generico, perché prescinde dal contesto politico in cui quelle parole furono pronunziate, mentre il secondo è più specifico, perché di solito si ferma alla citazione senza andare a leggere fino in fondo ciò che in quell’antica occasione fu effettivamente detto e fatto.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Penso che il ministro on. Federico D’Incà, li abbia corsi entrambi allorché, su Repubblica del 22 agosto, si è limitato a ricordare che il resoconto sommario della II<sup>a </sup>Sottocommissione della Costituente del 18 settembre 1946 attribuisce a Luigi Einaudi, che aveva osservato che “<i>quanto più è grande il numero dei componenti un’Assemblea, tanto più essa diventa incapace di attendere all’opera legislativa che le è demandata</i>”; che, ovviamente, è principio assolutamente condivisibile in via di principio.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Parto da qui per evidenziare che se il ministro avesse letto quel resoconto sino alla fine, avrebbe potuto constatare che al termine della discussione, col voto favorevole proprio di Luigi Einaudi (ma anche di altri eminenti costituenti come Calamandrei, Codacci Pisanelli, Leone, Lussu, Mortati, Perassi, Vanoni, solo per citarne alcuni), venne approvata la proposta di eleggere un deputato ogni 100.000 abitanti, che è poi il rapporto sostanzialmente corrispondente a quello ancora vigente, visto che l’attuale numero di 630 deputati, rapportato a circa 60.483.973 abitanti odierni, comporta l’elezione di un deputato per ogni 96.006 abitanti.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Com’è noto, quel rapporto fu poi modificato dalla stessa Commissione e infine approvato dall’Aula, col consenso di Einaudi, in ragione di un deputato ogni 80.000 abitanti e di un senatore ogni 200.000, e ciò sino alla legge costituzionale n. 2-1963 che avrebbe infine introdotto il rispettivo numero fisso di 630 e 315, senza di che, stando ai costituenti (e quindi anche a Einaudi) i deputati di oggi sarebbero stati 756 e i senatori 302,</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">C’è poi il rischio generico, quello di prescindere dal contesto del tempo, che vedeva un’Assemblea eletta con un sistema proporzionale più che puro, in cui anche partiti che avevano raggiunto un risultato, che oggi si direbbe di prefisso telefonico (0,09, 0,22, 0,31,0,44, solo per dirne alcuni), erano riusciti a portare in Aula la giusta rappresentanza di esigue minoranze del Paese, e in cui il plenum della stessa Costituente, nella seduta del 23 settembre 1947, avrebbe coerentemente approvato uno specifico ordine del giorno, presentato dall’on. Giolitti, che testualmente recitava “<i>L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei Deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale</i>”.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Un ordine del giorno puntualmente rispettato dalla stessa Assemblea – in sede, ahinoi, solo legislativa e non costituente – con l’approvazione delle leggi 6-1948 per la Camera e 29-1948 per il Senato, che più proporzionali di com’erano non potevano essere, e che, in versioni appena modificate, hanno consentito al Paese, proporzionalmente rappresentato anche da minoranze piccole ma politicamente rilevanti, di crescere civilmente ed economicamente nella c. d. prima Repubblica, sino ai suoi, purtroppo infausti, esiti finali e all’introduzione di diverse specie di normative più o meno maggioritarie.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Sta di fatto che la riduzione dei parlamentari che sarà oggetto del prossimo referendum costituzionale “oppositivo” (e non “confermativo”, come impropriamente si usa dire) s’inserisce per l’appunto in un contesto elettorale sostanzialmente maggioritario, per via dell’attuale meccanismo di voto obbligatoriamente congiunto tra collegi uninominali e circoscrizioni, che finirà inevitabilmente per offrire alla più forte delle minoranze elettorali l’assoluto predominio del prossimo Parlamento in termini addirittura amplificati per via del minor numero di seggi disponibili, consentendo a chi avrà la ventura di prendere un voto in più di ottenere una maggioranza qualificata in entrambe le Camere (267 deputati sul plenum di 400, 137 senatori sul plenum di 205-206), potendo così modificare anche l’assetto ordinamentale del Paese e i suoi equilibri costituzionali senza neppure il fastidio di sottoporre le modifiche al responso popolare.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Per sostenere il SI, il ministro D’Incà ha poi finito per dare anche i numeri, provando a confermare l’equivoco che sta avvelenando tutta questa discussione, e così sommando gli attuali componenti delle nostre due Camere e raffrontandoli con quelli delle sole prime Camere degli altri paesi europei; un metodo “grossolano”, il cui utilizzo è comprensibile nella polemica politica, ma è assolutamente ingiustificabile quando viene sostenuto in sede scientifica da qualche isolato docente universitario.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Quando invece, dovrebbe essere evidente che, vista l’assoluta diversità di funzione e di formazione delle seconde Camere degli altri paesi, il rapporto va fatto solo tra le rispettive Camere basse, con la nostra Camera che, quanto a rappresentatività (deputati/popolazione) si colloca già oggi al 24° posto tra quelle dell’UE, e domani sarà ultima. </span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Chi volesse saperne qualcosa in più può consultare in proposito i dossier predisposti dal Servizio Studi del Senato n, 71-06 del 2019 e 280 del 2020, nei quali si può leggere testualmente che “<i>Non appare possibile procedere a un raffronto analogo a quello per le Camere basse in quanto in gran parte dei casi i componenti delle Camere alte non sono eletti direttamente dai cittadini e rappresentano istanze di altro tipo (ad esempio, espressione di istanze territoriali, oppure sono nominati su proposta del Governo o con elezioni di secondo grado, ecc.)</i>”.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E, se poi si vogliono proprio sommare i numeri delle nostre due Camere, allora bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di sommare anche quelli di entrambe le Camere degli altri paesi non federali, col che il risultato non cambierebbe di granché.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">In tale ipotesi, in Inghilterra (con 1426 parlamentari tra Deputati e Lords) il rapporto sarebbe di un parlamentare ogni 45.935 abitanti, in Spagna (con 616 tra Deputati e Senatori) sarebbe di uno ogni 75.746 abitanti, e in Francia (con 925 tra Deputati e Senatori) sarebbe di uno ogni 72.672 abitanti.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;"><a name="_GoBack"></a> <span style="color: #000000;">Così procedendo, in Italia, coi 945 parlamentari di oggi, si ha un rapporto di uno ogni 64.004 abitanti, più o meno in linea cogli altri grandi paesi, mentre coi 600 di domani il rapporto sarebbe di un parlamentare ogni 100.806 abitanti, facendoci conquistare ancora una volta il fanalino di coda della rappresentatività.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E tutto ciò senza considerare che andrebbero scorporati dal dato italiano i deputati e i senatori (oggi, rispettivamente, 12 e 6, dopo la riforma 8 e 4) che vengono eletti nei collegi esteri in rappresentanza di quasi cinque milioni di cittadini colà residenti.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il che mi fa concludere che, se oggi Einaudi potesse esprimersi nell’attuale contesto politico, troverebbe certo il modo di argomentare, come fa da tempo la Fondazione che porta il suo nome, il suo sonoro NO a una riforma costituzionale che riduce la rappresentatività delle nostre istituzioni parlamentari con la risibile scusa del risparmio di un caffè l’anno per ogni italiano.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">E qui, se non fossimo in sede referendaria, e quindi in procinto di valutare solo ciò che il Parlamento ha già approvato, si potrebbe anche aprire il discorso sul nostro bicameralismo paritario, per il quale potrebbe tornare utile anche l’insegnamento di Luigi Einaudi, che, nei lavori della Costituente, immaginava una seconda Camera rappresentativa delle Regioni, ma anche delle professionalità esistenti nel Paese.</span></p>
<p align="justify"><span style="color: #000000; font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ma questo, ovviamente, è un altro discorso, che il NO al referendum potrebbe propiziare a partire dal 21 settembre.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-che-capita-quando-i-5-stelle-rincorrono-einaudi/">Quel che capita quando i 5 stelle rincorrono Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tutte le ragioni per votare &#8220;NO&#8221; contro una riforma sbagliata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutte-le-ragioni-per-votare-no-contro-una-riforma-sbagliata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Enzo Palumbo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2020 16:38:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[enzo palumbo]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020]]></category>
		<category><![CDATA[referendum 2020 articolo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=41362</guid>

					<description><![CDATA[<p>A rischio equilibri costituzionali e rappresentanza dei cittadini Ci siamo, e alla fine “tanto tuonò che piovve”: il Presidente della Repubblica, su proposta del Governo, ha firmato il 16 luglio il DPR che indice il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari per domenica 20 e lunedì 21 settembre, in concomitanza con le elezioni regionali (Campania, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutte-le-ragioni-per-votare-no-contro-una-riforma-sbagliata/">Tutte le ragioni per votare &#8220;NO&#8221; contro una riforma sbagliata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="p1"><em>A rischio equilibri costituzionali e rappresentanza dei cittadini</em></p>
<p class="p1"><span class="s1">C</span>i siamo, e alla fine “tanto tuonò che piovve”: il Presidente della Repubblica, su proposta del Governo, ha firmato il 16 luglio il DPR che indice il referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari per domenica 20 e lunedì 21 settembre, in concomitanza con le elezioni regionali (Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Veneto, Valle d’Aosta) e con quelle amministrative in numerose città, oltre che coll’elezione suppletiva di due senatori. È utile perciò compiere una riflessione complessiva e animata dal necessario spirito critico nei confronti di questa iniziativa che sta destando crescenti preoccupazioni sulla sua validità e sui riflessi che potrebbe comportare nella fisiologia delle istituzioni repubblicane. La riforma sottoposta a referendum mortifica il Parlamento e priva ingiustamente i cittadini di rappresentanza. A me sembra che ci siano forti ragioni per opporsi a questo taglio lineare dei parlamentari, e ho provato a spiegarle in più occasioni, anche su questo periodico (<a href="https://www.ilparlamento.eu/riduzione-dei-parlamentari-unapessima-riforma-unanalisi-di-enzo-palumbo">https://www.ilparlamento.eu/riduzione-dei-parlamentari-unapessima-riforma-unanalisi-di-enzo-palumbo</a>, <a href="https://www.ilparlamento.eu/rivista-il-parlamento/">https://www.ilparlamento.eu/rivista-il-parlamento/</a>). La disistima che molti cittadini, spesso con buone ragioni, nutrono verso una parte non piccola degli attuali parlamentari (non eletti dal popolo, ma, di fatto, nominati dai rispettivi partiti) non può essere un buon argomento per penalizzare la rappresentanza democratica delle persone e dei territori e, in definitiva, la stessa capacità rappresentativa del Parlamento e la funzione che esso è chiamato a svolgere nell’equilibrio tra i poteri dello Stato, già sin troppo mortificato nella pratica degli ultimi anni, e ancor più, degli ultimi mesi. Risulterà pregiudicato, specie al Senato, anche l’equilibrio tra la rappresentanza delle Regioni, che l’attuale testo dell’art. 57 ancora assicura, allorché, fatti salvi due senatori per il Molise e uno per la Valle d’Aosta, stabilisce che nessun’altra regione possa avere un numero di senatori inferiore a sette, mentre col nuovo testo il numero minimo diventerebbe tre, e quindi Basilicata e Umbria, passando da sette a tre, subirebbero una riduzione di rappresentatività del 57,1%, mentre il Trentino Alto Adige perderebbe un solo senatore (da sette a sei) con una riduzione di appena il 14,3%; lo strabismo costituzionale è palese. Per non dire della rappresentanza degli italiani all’estero, che rischia di passare da 12 a 6 eletti alla Camera e da 6 a 4 al Senato, per cui, negli enormi collegi esteri, risulterebbe impossibile la conoscibilità dei candidati, che pure è elemento indefettibile di ogni elezione democratica, come sancito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1-2014. Se questa riforma sarà approvata dai cittadini, in combinato disposto con le prevaricazioni che il Governo quotidianamente consuma nei confronti del Parlamento, la strada per la sua emarginazione sarà aperta più di quanto già non sia, e qualcuno si affretterà a mettere in pista la prossima riforma, quella dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, in modo da completare il percorso verso la democrazia “eterodiretta” da chi potrà disporre dei grandi mezzi di comunicazione e delle macchine, spesso diffusori di odio, dei social network. Si finirà allora per votare una volta ogni cinque anni, affidando il potere a un uomo solo (cioè, a una sola cricca di persone), e la strada verso una “demokratura” di tipo russo, ungherese, turco o kazako risulterà spianata. Per altro, la riduzione del numero dei parlamentari non è, per ciò stesso, una sforbiciata agli incapaci o ai fannulloni, anzi è prevedibile che siano proprio questi a salvarsi, proprio perché non danno alcun fastidio a chi dirige gli attuali partiti (o pseudo – partiti) e ha quindi il potere di rinominarli; si completerà allora il percorso che ci ha visti passare dall’ingiustamente vituperata partitocrazia della prima Repubblica &#8211; che al confronto coll’oggi brilla di luce propria &#8211; alla leadercrazia della seconda, e poi, via via peggiorando, all’oclocrazia (potere delle masse) di oggi e alla kakistocrazia (potere ai peggiori) di domani. Si può ritenere, insomma, che questa pseudo riforma non sia altro che un attacco diretto contro il Parlamento, e tenda a fare passare nell’opinione pubblica il messaggio che del Parlamento si possa fare a meno senza gran danno. Su questa china, una volta portata a compimento la riduzione di un terzo si potrebbe poi porsi obiettivi più avanzati: un taglio della metà dei Parlamentari o anche di più. Al limite si potrebbe andare oltre, come aveva ipotizzato in passato chi pensava che bastasse fare votare in Parlamento solo i capigruppo.</p>
<p class="p1">Ed è appena il caso di ricordare, solo per memoria essendo la situazione di oggi ben diversa da allora, che Benito Mussolini iniziò e proseguì la sua marcia autoritaria, prima con la legge maggioritaria Acerbo del 1923, e poi con la legge del 1928 che ridusse i deputati da 535 proprio a 400, facendoli eleggere (si fa per dire) in un Collegio Unico Nazionale su una lista precostituita di altrettanti candidati, previamente selezionati dagli organismi di regime, e votati in blocco dagli elettori cui era concessa la sola facoltà di esprimersi con un “sì” o un “no”, per altro difficilmente esercitabile nelle condizioni di allora. Insomma un fac-simile delle liste rigide di oggi, con la sostanziale differenza che, nel nostro apparente pluralismo, c’è anche la pratica impossibilità, per chi è fuori dal Parlamento, anche solo di comparire sulla scheda elettorale, tali e tanti sono gli ostacoli che vi si frappongono, a partire dall’atomizzazione dei finanziamenti privati, che ormai sono appannaggio di chi manovra i social network e può così accedere al fundraising, per passare alle decine di migliaia di firme da raccogliere in poche settimane, di fatto privilegiando i gruppi già presenti in Parlamento, che ne sono esentati; le alte soglie di accesso che si prefigurano faranno il resto, per cui le liste più grosse finiranno per dividersi anche i seggi spettanti a chi non li ha votati.</p>
<p class="p1">Rispetto allo scorso ottobre, quando la riduzione dei parlamentari è stata approvata in seconda lettura, la situazione, sotto il profilo politico ma anche istituzionale, si è semmai aggravata, perché allora c’era almeno la prospettiva di una nuova legge elettorale che attenuasse gli effetti rappresentativi della riforma, accompagnandola con alcune modifiche regolamentari necessarie per adeguare il funzionamento delle Camere alla loro nuova composizione. Quanto alla nuova legge elettorale, allo stato non se ne vede traccia, per cui c’è il rischio che permanga quella attuale, basata su collegi uninominali maggioritari di coalizione e sul voto congiunto per la parte formalmente proporzionale, il che consentirà alla più numerosa delle minoranze di potersi scegliere, oltre ai parlamentari, anche gli organi apicali delle istituzioni repubblicane, travolgendo surrettiziamente l’equilibrio tra i poteri dello Stato disegnato dai Costituenti. E quanto alle modifiche regolamentari, si pensi ai quorum richiesti per la formazione dei Gruppi e per numerose attività nelle Commissioni e nell’Aula, ma anche alla composizione di numerosi organismi interni (Uffici di Presidenza, Giunte e Comitati), per i quali occorrerà sciogliere il dilemma se sacrificare i gruppi minori, escludendoli, ovvero sovrarappresentarli.</p>
<p class="p1">Ma non è solo la normativa elettorale o regolamentare a venire in discussione, perché ci sarebbero anche da introdurre ulteriori modifiche costituzionali. Si pensi all’elezione del Presidente della Repubblica, e al peso che assumeranno i 58 delegati regionali previsto dall’art. 83 Cost. (3 per ogni regione, 1 per la valle d’Aosta), in termini assolutamente irragionevoli rispetto ai ridotti numeri delle prossime Camere (600), salvo a non dovere introdurre un’altra modifica costituzionale che riduca a due i rappresentanti dei Consigli regionali, e però, dovendosi comunque assicurare la rappresentanza delle minoranze, che avrebbe il grave inconveniente di sottorappresentare, in tale ipotesi, le maggioranze consiliari. E si pensi anche al fatto che sarà praticamente impossibile rispettare la norma del terzo comma dell’art. 72 Cost., per il quale le Commissioni permanenti (che possono anche legiferare in luogo delle Aule) devono avere una composizione proporzionale a quella dei gruppi parlamentari, il che comporterebbe ancora una volta la sovrarappresentazione dei gruppi minori, salvo che non si ritenga, paradossalmente, di implementare la composizione delle Commissioni per garantire la proporzionalità rispetto ai gruppi. Così stando oggi le cose, sembra che finalmente qualcuno se ne sia accorto e che un barlume di raziocinio abbia cominciato a brillare anche nelle fila del Partito Democratico, che, dopo averla per ben tre volte avversata, si è da ultimo convinto a sostenere la riforma per favorire la nascita del governo, senza evidentemente rendersi conto che barattare alcune norme costituzionali con una fetta di potere esecutivo ha costituito un vero e proprio delitto politico che, nel breve termine, pagheranno i cittadini rimasti privi di rappresentanza, ma che, alla lunga, pagheranno anche quelli che se ne sono resi malvolentieri complici, e che ora, cominciando a preoccuparsi, giudicano pericolosa questa riforma senza una nuova legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%, apparentemente destinata a mitigarne gli effetti, e si sono ridotti a implorarne l’approvazione “almeno in un ramo del Parlamento”, presumibilmente quello più facile (la Camera), quasi che ciò possa garantire il passaggio anche nell’altro (il Senato).</p>
<p class="p1">Si immagina, procedendo così, che gli alleati più piccoli, quelli che nei sondaggi sono oggi sotto soglia, ma che in Senato sono determinanti (Italia Viva e LEU), possano contribuire col loro voto al proprio suicidio politico. Vedremo presto se questa tardiva resipiscenza avrà qualche effetto sulla posizione che il PD, assumerà in vista del referendum, anche se le premesse di questi giorni non sono incoraggianti.  Ciò che è poi accaduto non è certo di buon auspicio, se pensiamo alla scelta della maggioranza di governo di accorpare la votazione referendaria, destinata a incidere sulla carta fondamentale della Repubblica, alle elezioni per regioni e comuni, che sono destinate solo a scegliere presidenti e consiglieri regionali e amministratori locali. Stando alla legge 27-2020, che ha prorogato sino a 240 giorni decorrenti dall’ordinanza ammissiva del 23 gennaio, pronunziata dall’Ufficio Centrale presso la Cassazione, il DPR d’indizione poteva essere emesso sino al 19 settembre, e il referendum si sarebbe potuto in tal caso tenere in una domenica compresa tra i successivi 50 e 70 giorni, e quindi in una delle tre domeniche dell’8, 15 o 22 novembre. E tuttavia, nonostante l’emergenza sanitaria in corso sino al 31 luglio e ora prorogata sino al 15 ottobre, che avrebbe dovuto sconsigliare qualsiasi concentramento di elettori in tutta Italia, l’ineffabile governo Conte 2 ha fatto prima approvare da un accondiscendente Parlamento un inedito election day comprensivo del referendum, e ha poi proposto al Presidente della Repubblica di indirlo per domenica 20 e lunedì 21 settembre, insieme alle elezioni regionali, amministrative e suppletive senatoriali. Ora, l’election day elettorale (salva restando la contraddizione intrinseca colla permanenza dell’emergenza sanitaria) non crea particolari problemi, costituzionali o politici, che invece ci sono per il referendum costituzionale, che anche nel DPR d’indizione, viene impropriamente definito come “confermativo”, quando invece la Costituzione non lo definisce in alcun modo, facendo tuttavia intendere che esso è essenzialmente “oppositivo”, come per altro risulta dalla volontà dei 71 senatori che l’hanno promosso al dichiarato scopo di impedirne l’immediata entrata in vigore.</p>
<p class="p1">Nel silenzio dei media, che hanno prestato scarsa attenzione al conflitto di attribuzione sollevato dai promotori dinanzi alla Corte Costituzionale, e quindi senza che l’opinione pubblica ne sia informata e se ne renda conto, si sta creando un pericoloso precedente che nessuno dei governi del passato, pure di opposta colorazione politica, aveva mai osato introdurre in materia, avendo sempre evitato di mescolare in un’unica tornata votazioni così intrinsecamente eterogenee. Proverò a enumerare qui alcune criticità, senza pretesa di esaurirle.</p>
<p class="p1">1. Il dibattito politico sarà assolutamente asimmetrico, in termini inversamente proporzionali all’importanza del voto: la riforma costituzionale, che riguarda l’impianto rappresentativo della nostra democrazia, finirà per essere oscurata rispetto al dibattito politico per presidenti di regione e sindaci; nelle zone dove si voterà per regionali e amministrative, si parlerà solo di queste e non del referendum, e nel resto d’Italia l’attenzione sarà concentrata sullo svolgimento, sulle aspettative e sulle conseguenze politiche delle elezioni regionali e amministrative;</p>
<p class="p1">2. l’asimmetria, oltre che politica, sarà anche territoriale, perché la partecipazione al voto in alcune zone (quelle dove si vota anche per presidenti e sindaci) sarà maggiore e in altre minore (quelle dove si vota solo per il referendum), e ciò renderà asimmetrico anche il risultato dei territori, che invece, per il referendum costituzionale, deve svolgersi in un unico collegio nazionale con partecipazione territoriale potenzialmente omogenea;</p>
<p class="p1">3. l’eterogeneità delle materie ha sempre suggerito all’attento legislatore del passato di tenere ben distinto qualsiasi tipo di elezione rappresentativa, e quindi anche politica, rispetto a ogni votazione referendaria, abrogativa e costituzionale; mai, nelle tre precedenti occasioni (2001, 2006, 2016), il referendum è stato abbinato ad altre scadenze elettorali; per non dire che per i referendum abrogativi è addirittura legislativamente prevista (art. 31 L. 352-1970) l’impossibilità di svolgerli nello stesso anno o in prossimità di elezioni politiche;</p>
<p class="p1">4. quanto al referendum costituzionale, la legge 352-1970, che reca norme di attuazione dell’art. 138 Cost., fissa una rigida tempistica, che vede interagire l’Ufficio Centrale presso la Cassazione, il Governo e il Presidente della Repubblica, in termini che prescindono da concomitanti scadenze elettorali; sta di fatto che in questo caso, facendosi scudo del Covid-19, questa tempistica è stata sconvolta, e il DPR del 28 gennaio 2020, con cui era stato tempestivamente (e forse anche troppo) indetto il referendum per il successivo 29 marzo, è stato revocato col DPR del 5 marzo, senza neppure fissare una nuova data, e in tal modo violando il chiaro disposto dell’art. 15, comma 3, della L. 352-1970, che consente il differimento (ma non la revoca <em>tout court</em>) di un referendum già indetto nel solo caso di abbinamento con un diverso referendum su  altra  riforma costituzionale che sia stata nel frat- tempo approvata; sta di fatto che il comma 3 dell’art. 15 non risulta in alcun modo modificato dall’art. 81 del DL 17.03.2020 n. 18, che ha invece modificato soltanto il primo comma, portando da 60 a 240 giorni il termine entro il quale emanare il DPR d’indizione;</p>
<p class="p1">5. la stessa legge 352-1970, sempre all’art. 15, ma al comma 2, stabilisce che per il referendum costituzionale si debba votare soltanto in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno dal Decreto d’indizione, e tuttavia in questo improprio <em>election day</em>, con la scusa del distanziamento sociale, è previsto che si voti anche il lunedì, senza che il disattento legislatore emergenziale si sia preoccupato di derogare alla legge 352-1970, che è in materia è considerata la “legge madre” attuativa dell’isti- tuto referendario; e così, invece di andare in deroga al comma 2 dell’art. 15, con la legge 59-2020, che ha convertito il DL 26-2020, vi è stato inserito l’art. 1-bis, il cui primo comma ha derogato all’art. 1, comma 399, della L. 147-2013 (stabilendo che si debba votare anche il lunedì), e il cui comma 3 ha modificato l’art. 7 del DL 98- 2011 (stabilendo che il principio di concentrazione delle scadenze elettorali si applica anche al prossimo referendum costituzionale).</p>
<p>In tal modo si sono conseguiti due paradossali risultati: quello di affermare un principio che per il referendum in passato non era mai esistito, e al con- tempo quello di contraddirlo, applicandolo a questo solo caso, e quindi degradandolo a mera eccezione, valido per una sola volta: una scelta davvero encomiabile!</p>
<p>E che in materia sia sempre stato vi- gente l’opposto principio dell’assoluta separatezza tra referendum ed elezioni di qualunque livello, risulta in particolare confermato proprio dal testo ori- ginario dell’art. 7 del DL 98-2011, che al comma 1 ha sempre previsto l’accorpamento tra elezioni amministra- tive, regionali e politiche, al comma 2 anche con le elezioni europee, e al comma 2-bis l’accorpamento in unica tornata tra più referendum abrogativi, mentre l’eventuale concentrazione dei referendum costituzionali è sempre stata disposta dall’art. 15, comma 3, della L. 352-1970.</p>
<p>Mi sembra di potere concludere che le criticità politiche, territoriali e normative sono assolutamente evidenti, e resta solo da vedere come e quando si possa contrastare il tentativo, tanto grossolano quanto immotivato, di “clandestinizzare” il referendum, nascondendolo tra le pieghe della competizione politica per i presidenti regionali e per i sindaci, e così instillando nell’opinione pubblica il messaggio subliminale che il taglio dei parlamentari sia cosa tanto secondaria quanto scontata, in modo che i cittadini non si rendano nemmeno conto del <em>vulnus </em>che si sta consumando ai loro danni, con l’unica fragile (e stupida) motivazione di un risparmio risibile per le casse dello Stato.</p>
<p>È doveroso quindi esprimere l’auspicio che, in uno Stato di diritto quale dovrebbe ancora essere il nostro, qualche magistratura, ordinaria o costituzionale, opportunamente sollecitata da chi ha ancora a cuore il rispetto delle regole – quelle scritte della Costituzione e delle leggi, e quelle non scritte ma egualmente pregnanti della prassi politica – voglia intervenire per mettere ordine in questo guazzabuglio, nel quale siamo precipitati per l’insipienza di chi ha accettato di sacrificare sull’al- tare del governo la propria contrarietà, secondando la vulgata populista di chi a sua volta prova a intestarsi un risultato da sventolare dinanzi alla sua presunta <em>costituency </em>elettorale. Non sono bastati, evidentemente, il fallimento della conclamata “lotta alla povertà” e dopo che le sentenze dei giudici dell’autodichia stanno ammainando la bandiera dei vitalizi sulla base di consolidati principi di diritto ignorati dai demagoghi in servizio permanente ef- fettivo, per indurre a comportamenti più ragionevoli.</p>
<p>Lo spettacolo al quale stiamo assistendo vede un partito politico, il Movi- mento 5Stelle, intento a segare il ramo dell’albero sul quale sta seduta la nostra democrazia parlamentare, e tanti altri comprimari (chi più, chi meno) che, per convinzione,  per  interesse o solo per pavidità, hanno fornito in Parlamento i loro voti per completare l’opera, mentre ora manifestano, con poco coraggio un pentimento decisa- mente tardivo e/o si rifugiano nell’ignavia del disinteresse, fingendo che la questione neppure esista.</p>
<p>Al momento in cui chi scrive sta ulti- mando questo testo non è ancora noto l’esito dei giudizi di ammissibilità dei due conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato dinanzi alla Corte Costituzionale proposti contro l’election day dal Comitato Promotore del referendum (conflitto n. 7-2020) e dal sen. De Falco (conflitto n. 9-2020), e dell’altro conflitto proposto dalla Regione Basilicata (conflitto n. 8-2020) sia contro l’election day, sia contro la drastica riduzione dei senatori spettanti alla regione. E tuttavia, sinché siamo in tempo, e quale che sia l’esito del contenzioso costituzionale, il 20  e 21 settembre, o quando sarà, impegniamoci a fermare questa pericolosa deriva sbarrando NO sulla scheda referendaria, anche per fare intendere che, comunque vada, c’è un’area di opinione pubblica che non è per nulla disposta a subire senza reazione vere e proprie sciocchezze costituzionali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Pubblicato dalla rivista  <em>Il Parlamento ieri, oggi e domani</em></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tutte-le-ragioni-per-votare-no-contro-una-riforma-sbagliata/">Tutte le ragioni per votare &#8220;NO&#8221; contro una riforma sbagliata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma: lezione di Enzo Palumbo sul tema &#8220;Ma la nostra, è una Costituzione Liberale?&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo-2019-roma-lezione-di-enzo-palumbo-sul-tema-ma-la-nostra-e-una-costituzione-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Mar 2019 21:28:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attività 2019]]></category>
		<category><![CDATA[enzo palumbo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=18967</guid>

					<description><![CDATA[<p>Lezione di Enzo Palumbo promossa nell&#8217;ambito della Scuola di Liberalismo 2019 in programma dal 28 febbraio al 16 maggio 2019. Registrazione video di &#8220;Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; La nostra, è una Costituzione liberale?&#8221;, registrato a Roma giovedì 21 marzo 2019 alle 15:00. L&#8217;evento è stato organizzato da Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo-2019-roma-lezione-di-enzo-palumbo-sul-tema-ma-la-nostra-e-una-costituzione-liberale/">Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma: lezione di Enzo Palumbo sul tema &#8220;Ma la nostra, è una Costituzione Liberale?&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span id="sommario_cut">Lezione di Enzo Palumbo promossa nell&#8217;ambito della Scuola di Liberalismo 2019 in programma dal 28 febbraio al 16 maggio 2019.</span></p>
<p><span id="more-18967"></span></p>
<p>Registrazione video di &#8220;Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; La nostra, è una Costituzione liberale?&#8221;, registrato a Roma giovedì 21 marzo 2019 alle 15:00.</p>
<p>L&#8217;evento è stato organizzato da Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia.</p>
<p>Sono intervenuti: Delia Mangiaracina (coordinatore del Dipartimento Ricerca della Fondazione Luigi Einaudi), Enzo Palumbo (componente del Comitato Giuridico della Fondazione Luigi Einaudi).</p>
<p>Tra gli argomenti discussi:<span id="sommario_all"> Cattolicesimo, Comunismo, Costituente, Costituzione, Cultura, Dc, Einaudi, Europa, Italia, La Malfa, Laicita&#8217;, Lavoro, Liberalismo, Parlamento, Partiti, Pci, Pli, Politica, Pri, Psi, Repubblica, Scuola, Socialismo, Storia, Unione Europea.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/yvMIehnNdLQ?rel=0" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"><span data-mce-type="bookmark" style="display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;" class="mce_SELRES_start">﻿</span></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <a href="https://www.radioradicale.it/scheda/568860/scuola-di-liberalismo-2019-la-nostra-e-una-costituzione-liberale">RadioRadicale.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scuola-di-liberalismo-2019-roma-lezione-di-enzo-palumbo-sul-tema-ma-la-nostra-e-una-costituzione-liberale/">Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma: lezione di Enzo Palumbo sul tema &#8220;Ma la nostra, è una Costituzione Liberale?&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Lezione del Senatore Enzo Palumbo alla Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lezione-del-senatore-enzo-palumbo-alla-scuola-di-liberalismo-2019-roma/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2019 12:56:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
		<category><![CDATA[enzo palumbo]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di liberalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=18858</guid>

					<description><![CDATA[<p>Giorno 21 Marzo 2019 dalle ore 15:00, presso il Centro Studi Americani a Roma, si terrà la lezione sul tema &#8220;Ma la nostra, è una Costituzione Liberale?&#8221; a cura del Senatore Enzo Palumbo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lezione-del-senatore-enzo-palumbo-alla-scuola-di-liberalismo-2019-roma/">Lezione del Senatore Enzo Palumbo alla Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Giorno 21 Marzo 2019 dalle ore 15:00, presso il Centro Studi Americani a Roma, si terrà la lezione sul tema &#8220;Ma la nostra, è una Costituzione Liberale?&#8221; a cura del Senatore Enzo Palumbo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lezione-del-senatore-enzo-palumbo-alla-scuola-di-liberalismo-2019-roma/">Lezione del Senatore Enzo Palumbo alla Scuola di Liberalismo 2019 &#8211; Roma</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
