<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Einaudi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<atom:link href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/einaudi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/einaudi/</link>
	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Mon, 24 Mar 2025 09:31:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>

<image>
	<url>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>Einaudi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/einaudi/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Luigi Einaudi teorizzò gli Stati Uniti d’Europa 44 anni prima del Manifesto di Ventotene (che senza il suo magistero non sarebbe nato), eppure…</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/luigi-einaudi-teorizzo-gli-stati-uniti-deuropa-44-anni-prima-del-manifesto-di-ventotene-che-senza-il-suo-magistero-non-sarebbe-nato-eppure/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Mar 2025 09:31:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti d'europa]]></category>
		<category><![CDATA[ventotene]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=83038</guid>

					<description><![CDATA[<p>Diceva il professor Lorenzo Infantino, compianto gigante della filosofia liberale, che “senza il magistero di Luigi Einaudi non ci sarebbe stato il Manifesto di Ventotene”. Vero. Come è vero che senza il pensiero e l’azione di Luigi Einaudi non sarebbe presumibilmente nata neanche la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che nel 1951 rappresentò il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/luigi-einaudi-teorizzo-gli-stati-uniti-deuropa-44-anni-prima-del-manifesto-di-ventotene-che-senza-il-suo-magistero-non-sarebbe-nato-eppure/">Luigi Einaudi teorizzò gli Stati Uniti d’Europa 44 anni prima del Manifesto di Ventotene (che senza il suo magistero non sarebbe nato), eppure…</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Diceva il professor Lorenzo Infantino, compianto gigante della filosofia liberale, che “senza il magistero di Luigi Einaudi non ci sarebbe stato il Manifesto di Ventotene”. Vero. Come è vero che senza il pensiero e l’azione di Luigi Einaudi non sarebbe presumibilmente nata neanche la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che nel 1951 rappresentò il nocciolo duro attorno a cui prese corpo l’Unione europea.</p>
<p>Eppure, quando, come in questi giorni, si dibatte sui padri fondatori dell’Europa unita a nessuno viene in mente di citare il nome di Einaudi. Si cita la coppia scoppiata Altiero Spinelli-Ernesto Rossi, o Alcide De Gasperi, o Robert Schumann, o Konrad Adenauer… Tutti tranne Luigi Einaudi. Il cui nome, come ha osservato lo stesso Infantino durante un convegno organizzato lo scorso marzo alla Camera dei deputati dalla Fondazione Luigi Einaudi, non figura neanche sul sito dell’Unione europea, “dove si può trovare una lista di <em>pionieri</em>, su alcuni dei quali ci sarebbe molto da dire”.</p>
<p>Bizzarra dannazione, considerando che Luigi Einaudi vaticinò la nascita della “federazione europea” in un articolo pubblicato sulla Stampa di Torino nel lontano agosto 1897, 44 anni prima della diffusione del Manifesto di Ventotene. Tesi poi ripresa e sviluppata in due lettere pubblicate con lo pseudonimo di Junius dal Corriere della Sera alla fine degli anni Dieci del Novecento: una critica durissima alla Società delle nazioni voluta dal presidente americano Woodrow Wilson, accusata di velleitarismo perché fondata sull’integrità delle singole sovranità nazionali; un atto d’amore incondizionato nei confronti degli “Stati Uniti d’Europa” costruiti su base federalista.</p>
<p>Luigi Einaudi lungimirante? Di più: profetico. Ad esempio, a proposito della Difesa comune: “La federazione europea sarebbe un nome vano, si ridurrebbe ad una inutile e dannosa società delle nazioni se non disponesse di una forza propria, atta a difendere il territorio federale contro le aggressioni esterne e ad impedire le guerre tra gli Stati aderenti”, mise nero su bianco Einaudi ben prima che, nel 1954, la Comunità europea di difesa venisse affossata dalla Francia di de Gaulle.</p>
<p>Scrive Luigi Einaudi nel 1954: “Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza…. Solo l’unione può farli durare. Il problema non è tra l’indipendenza e l’unione; è tra l’essere uniti o scomparire”. L’Europa, dunque, non come alternativa alle identità nazionali, ma come presupposto alla loro sopravvivenza. Perché, prosegue lo scritto einaudiano, “il tempo propizio per l’unione è soltanto quello durante il quale dureranno nell’Europa occidentale i medesimi ideali di libertà. Siamo sicuri che i fattori avversi… non acquistino inopinatamente forza sufficiente a impedire l’unione, facendo cadere gli uni nell’orbita nordamericana e gli altri in quella russa?”. Ecco, a settant’anni di distanza, è indiscutibilmente questo lo scenario attuale.</p>
<p>Nel 1945, Luigi Einaudi elogiò quel “gruppo di giovani, temprati dalla dura scuola della galera e del confino nelle isole, il quale è deliberato a mettere il problema della federazione in testa a tutti quelli i quali debbono essere discussi nel nostro paese”. Si riferiva, ovviamente, ai giovani che diedero vita al Manifesto di Ventotene. Opera che mai avrebbe visto la luce se i suoi autori non fossero stati ispirati dalla lettura di alcuni libri sul federalismo inglese suggeriti dal medesimo Einaudi. “Una rivelazione“, ammise Altiero Spinelli. Una rivelazione analoga fu per Jean Monnet la lettura delle opere einaudiane. Fu da quei testi, e dal continuo confronto con il loro autore, che prese il via la costruzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, cui Einaudi contribuì fattivamente dalla presidenza della Repubblica.</p>
<p>Luigi Einaudi, dunque, non fu <em>solo</em> il “Presidente della ricostruzione” ,dell’Italia nel dopoguerra, fu anche l’uomo a cui più di altri si deve la costruzione dell’Unione europea. Peccato che, inspiegabilmente, siano in pochi a ricordarlo.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/22/news/su_ventotene_e_dintorni_serve_un_federazione_europea_firmato_einaudi_anno_1897-18741265/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/luigi-einaudi-teorizzo-gli-stati-uniti-deuropa-44-anni-prima-del-manifesto-di-ventotene-che-senza-il-suo-magistero-non-sarebbe-nato-eppure/">Luigi Einaudi teorizzò gli Stati Uniti d’Europa 44 anni prima del Manifesto di Ventotene (che senza il suo magistero non sarebbe nato), eppure…</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La lezione di Einaudi ignorata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-di-einaudi-ignorata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Dec 2024 16:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=82215</guid>

					<description><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-di-einaudi-ignorata/">La lezione di Einaudi ignorata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La via intermedia. Davvero non ci sono alternative? O si sceglie la strada dell’anarco-capitalismo alla Milei, il presidente argentino («abbattiamo lo Stato») o si sceglie lo statalismo, la presenza ingombrante e spesso soffocante dello Stato nella vita economica e sociale? Una via intermedia ci sarebbe. Si chiama liberalismo economico (una cosa che in Italia viene per lo più definita «liberismo»): consiste nel liberare l’economia dai troppi lacci e lacciuoli che la frenano, affermare e difendere il principio di concorrenza tramite una azione dello Stato che elimini o riduca le troppe rendite monopolistiche, fare in modo che lo Stato si concentri sulla produzione di quei beni pubblici (sanità, istruzione, difesa, eccetera&#8230;) che non possono essere forniti dal mercato. È la via che indicò Luigi Einaudi (di cui nel 2024 si sono celebrati i centocinquanta anni dalla nascita).</p>
<p>In tanti hanno osservato la contraddizione. L’entusiastica accoglienza di Javier Milei da parte di Giorgia Meloni ad Atreju a metà dicembre è in conflitto con la tradizione politico-culturale da cui lei proviene e a cui fa riferimento il suo partito: di là un liberalismo economico spinto agli estremi (l’anarco-capitalismo), di qua uno statalismo che al liberalismo economico, anche in forme più moderate, è tendenzialmente ostile.</p>
<p>Per un bilancio sulla attuale manovra economica del governo e, più in generale, sulle sue scelte di politica economica da quando si è insediato, conviene evitare il più possibile di ascoltare le voci apertamente partigiane: come è ovvio, i fan del governo dicono un gran bene di tale politica, mentre i nemici del governo ne dicono un gran male. Per definizione e a prescindere. Meglio affidarsi al giudizio degli specialisti (sulla manovra in corso, Francesco Giavazzi, Corriere del 28 dicembre).</p>
<p>Ciò che però può forse permettersi di dire un non specialista è che, in ogni caso, giunti a metà legislatura, non si è vista, da parte del governo, quella frustata che sarebbe stata necessaria in una economia abituata da decenni a una condizione di bassa crescita.<br />
La frustata di cui la nostra economia avrebbe bisogno consiste in un’opera di sburocratizzazione, di potatura di norme e regolamenti che frenano l’iniziativa individuale. Il contrario dello statalismo che tutto regolamenta e controlla.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sia chiaro, lo statalismo non è una malattia di cui soffra solo la destra. Riguarda anche la sinistra. Anzi, riguarda un intero Paese larghe parti del quale accettano di buon grado di subire i lacci e lacciuoli imposti dallo Stato e che frenano la libertà di iniziativa dei singoli ricevendo, come contropartita, la protezione statale.</p>
<p>Lo ha recentemente assai ben documentato un economista, Nicola Rossi (Un miracolo non fa il santo, Istituto Bruno Leoni libri): la storia economica e sociale dell’Italia dal 1861 ad oggi mostra che solo nel quindicennio seguente la fine della Seconda guerra mondiale, ci siano state condizioni davvero favorevoli all’iniziativa individuale. Ne derivò quel miracolo economico che rappresenta, nell’intera storia del Paese, un momento eccezionale, una deviazione dalla norma. Un periodo, l’unico, in cui era dominante la cultura della crescita, in cui l’iniziativa privata era valorizzata e che consentì all’Italia un grande balzo economico. Dopo di che, il Paese rientrò nella normalità, ossia abbracciò di nuovo quella forma di statalismo ostile alla concorrenza che penalizza, rendendole la vita assai difficile, l’iniziativa individuale. Con la conseguenza di ripristinare quel regime di bassa crescita che per quasi tutta la storia unitaria del Paese gli ha impedito di tenere il passo con gli altri, più dinamici, Paesi europei.</p>
<p>Un governo stabile avrebbe la possibilità di impegnarsi per imporre una seconda (dopo il miracolo economico degli anni Cinquanta/primi anni Sessanta) deviazione della norma, dalla regola italiana secondo cui, a causa dell’ingombrante presenza dello Stato, viene penalizzata l’iniziativa individuale e frenata la crescita economica. Ma giunti a metà della legislatura si constata che nell’azione del governo è mancata fino ad ora la frustata che servirebbe per invertire la direzione di marcia. Questo spiega perché, nonostante le aspettative che si erano create, i fondi del Pnrr potrebbero risultare per l’Italia un’occasione sprecata. Mancando un habitat favorevole alla crescita, quell’ingente iniezione di denaro difficilmente può contribuire a rimettere in moto l’imballata macchina dello sviluppo economico.<br />
Naturalmente ciascuno (vale per tutti noi) è figlio della sua storia e quella storia lo (ci) condiziona.<br />
Gli applausi a Milei non possono cancellare la lontananza culturale della destra di Meloni dal liberalismo economico. Anzi, per essere precisi, non basta parlare di lontananza. La destra di cui Meloni è leader ha una lunga storia di ostilità nei confronti del liberalismo economico. Come del resto la sinistra nelle sue principali espressioni. Non è un caso che quando la destra cerca di darsi un pedigree culturale, fra i «padri nobili» di riferimento non include mai o quasi mai pensatori liberali.</p>
<p>Però questo è un bel problema per Giorgia Meloni. Se vuole che la sua destra abbia un futuro, se vuole che il suo governo vinca le prossime elezioni politiche, se vuole davvero consolidare una destra conservatrice nel Paese, allora deve riuscire a dare all’economia italiana la «frustata» di cui si detto, deve dare al Paese una autentica prospettiva di sviluppo. Il che significa trovare una qualche combinazione funzionante di conservatorismo sociale (richiesto dai suoi elettori) e di liberalismo economico nel senso detto. Comunque lo si definisca, naturalmente. Non sono le etichette a contare, ma la sostanza.</p>
<p>Si può concludere con una battuta maliziosa. Tra le tante accuse che l’opposizione lancia contro il governo manca quella di essere «liberista». Perché, ovviamente, per le ragioni dette, non lo è affatto. Se mai un giorno sentiremo un esponente dell’opposizione usare quel termine per contestare l’esecutivo, forse potremo dire: sta a vedere che il governo ha finalmente imboccato la strada giusta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_dicembre_29/la-lezione-di-einaudi-ignorata-d6296f10-461a-4026-bb2e-6948d5217xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera </strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-di-einaudi-ignorata/">La lezione di Einaudi ignorata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Linguaggi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linguaggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Dec 2024 13:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=82185</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linguaggi/">Linguaggi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="914" height="514" src="https://www.youtube.com/embed/yNwJccbkBLc" title="" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen="" class=""></iframe></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linguaggi/">Linguaggi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Senza Einaudi l’Europa non sarebbe nata</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/senza-einaudi-leuropa-non-sarebbe-nata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 17:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anno einaudiano]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=79858</guid>

					<description><![CDATA[<p>Si è tenuta questa sera, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, la presentazione del libro “Luigi Einaudi lo scultore dell’Europa”, del professor Angelo Santagostino (Marco Serra Tarantola Editore). Insieme all’autore hanno discusso della figura dell’illustre statista piemontese, il professore Lorenzo Infantino e il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini. Una biografia selettiva [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/senza-einaudi-leuropa-non-sarebbe-nata/">Senza Einaudi l’Europa non sarebbe nata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuta questa sera, presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi, la presentazione del libro “Luigi Einaudi lo scultore dell’Europa”, del professor Angelo Santagostino (Marco Serra Tarantola Editore). Insieme all’autore hanno discusso della figura dell’illustre statista piemontese, il professore Lorenzo Infantino e il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini.</p>
<p>Una biografia selettiva e innovativa, che parte dagli ultimi giorni dello statista. Il primo capitolo parla della morte dando conto delle ultime parole pronunciate alla moglie, Ida Pellegrini, con cui condivise la vita, “Fammi ancora un sorriso”. Di lui la moglie era solita dire: “Quando un ombra lo sfiora per me il mondo crolla”.</p>
<p>Dagli studi e dai documenti del professor Santagostino emerge che Einaudi non fu solo un teorico, ma un uomo d’azione, protagonista molto attivo, anche e soprattutto, nella costruzione dell’Europa unita. Einaudi influì in modo profondo sulle idee di Jean Monnet che fu il regista, dietro Schuman, del Trattato che portò, nel 1951, alla nascita della Comunità economica del carbone e dell’acciaio (CECA). L’idea era mettere in comune gli elementi indispensabili per fare la guerra. Obiettivo chiaro: evitare che Francia e Germania continuassero a combattersi militarmente come avevano fatto negli ultimi secoli. Funzionò. Se non ci fosse stato il primo e deciso passo verso la messa in comune di carbone e acciaio, secondo “logiche di mercato”, come fortemente voluto da Einaudi, difficilmente la Comunità economica europea (CEE), avrebbe potuto vedere le luce.</p>
<p>Su questo si sono trovati d’accordo sia il professor Infantino, che nel suo intervento ha raccontato i rapporti tra il pensiero di Einaudi e quello della scuola economica austriaca, e l’autore del libro.</p>
<p>Introducendo il dibattuto il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini, ha rimarcato il fatto che il libro di Santagostino, pur essendo documentato come un saggio accademico, sia scritto in maniera chiara e semplice. Per farsi capire. “Questo libro – ha detto Cangini – è scritto con spirito einaudiano. In ognuna delle molteplici e autorevoli funzioni che ricoprì, il presidente Einaudi svolse una funzione pedagogica facendo il possibile, riuscendoci, per consentire a ogni singolo cittadino che entrasse in contatto con le sue idee, e i suoi scritti, di elevarsi culturalmente. In questo Einaudi e Monnet, che voleva che l’Europa nascesse «all’insaputa dei popoli», divergono profondamente”.</p>
<p>Inutile dire che il metodo einaudiano era quello giusto. Se ancora oggi un sentimento di comune appartenenza europea non si è del tutto sviluppato, è stato proprio perché i popoli sono stati scarsamente coinvolti nel processo unitario.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-79859" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-400x300.jpg" alt="" width="395" height="296" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-400x300.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-650x488.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-250x188.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-768x576.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-1536x1152.jpg 1536w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-150x113.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-800x600.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa-1200x900.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2024/06/einaudi-scultore-europa.jpg 1600w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/senza-einaudi-leuropa-non-sarebbe-nata/">Senza Einaudi l’Europa non sarebbe nata</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>All’Italia serve un Piano Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/allitalia-serve-un-piano-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nino Arrigo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Apr 2024 13:07:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conti pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[Mattei]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=78713</guid>

					<description><![CDATA[<p>La sensazione è che il Documento di economia e finanza 2024 (Def), “snello e asciutto”, abbia avuto un unico significativo effetto: lasciare con la penna a mezz’aria i tanti che si preparavano a versare fiumi di inchiostro su questa o quella cifra di questa o quella tabella. La realtà è che non c’era e non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/allitalia-serve-un-piano-einaudi/">All’Italia serve un Piano Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La sensazione è che il Documento di economia e finanza 2024 (Def), “snello e asciutto”, abbia avuto un unico significativo effetto: lasciare con la penna a mezz’aria i tanti che si preparavano a versare fiumi di inchiostro su questa o quella cifra di questa o quella tabella. La realtà è che non c’era e non c’è molto da dire o da scrivere. Passeremo per la procedura di deficit eccessivo prima di saperne di più, grazie all’Eurostat, sul trattamento contabile dei bonus edilizi (e dei connessi crediti di imposta in essere o incagliati). Dalla Commissione europea ci arriverà, in piena canicola, qualche indicazione circa la traiettoria futura del rapporto debito/prodotto e il 20 settembre dovremo presentare il Piano fiscale-strutturale di medio termine di cui alle nuove regole europee.</p>
<p>Francamente, in queste condizioni sarebbe stato più che irragionevole, privo di senso, lanciarsi in elaborazioni programmatiche destinate comunque a lasciare il tempo che trovano. Del resto, non è escluso che anche altri paesi membri decidano di seguire la linea “snella e asciutta”, a conferma del fatto che un Def come lo abbiamo conosciuto in passato era in realtà francamente difficile da immaginare nell’anno di grazia 2024. Talchè, se di “incomprensibile” c’è qualcosa in tutto questo, lo è l’indignazione visibilmente artificiosa di alcuni commentatori.</p>
<p>Detto questo, coloro che rimangono svegli domandandosi cosa abbia mai in serbo il governo possono tranquillizzarsi. La strada – se non vogliamo finire nel fosso – è tracciata. Ed è una strada fatta da dosi massicce di prudenza, realismo e disciplina. Per un verso le prospettive di crescita sono quelle che sono, e cioè non entusiasmanti. Un tasso di crescita reale non lontano dall’1 per cento nel prossimo quadriennio non è granché, alla luce dei programmi di spesa pubblica in essere. Più che altro segnala come l’impatto dei programmi di spesa pubblica (tanto in conto corrente quanto in conto capitale) sia largamente inferiore a quanto spesso vagheggiato da tanti. Il vero problema sarà mantenere quei tassi di crescita – sia pure contenuti – dopo il 2027, e cioè quando si sarà esaurito l’impatto di breve periodo dei programmi di spesa pubblica e dovrà emergere – ammesso che esista – l’impatto di quella stessa spesa pubblica sulla evoluzione del prodotto potenziale. E’ lecito dubitare che effetti significativi in questo senso possano derivare dalle riforme più o meno in atto. Di conseguenza, passato il triennio di grazia che le nuove regole europee ci offrono (un triennio che non potrà non essere comunque segnato da un ritorno a significativi avanzi primari), qualunque esecutivo che non voglia portare il paese nel fosso dovrà garantire uno sforzo fiscale consistente al fine di rassicurare i detentori del nostro debito. L’esperienza del Superbonus chiarisce, senza possibilità di equivoci, che la tentazione di portare il paese nel fosso non è assente in larghi strati della classe dirigente di questo paese, ma è lecito (anche se forse vano) sperare che si impari dagli errori.</p>
<p>E’ quella tracciata l’unica possibilità? Certamente no. Così come si è immaginato un Piano Mattei, forse sarebbe il caso di riscoprire – a centocinquant’anni dalla sua nascita – un Piano Einaudi. Rigore nella gestione delle finanze pubbliche e progressivo arretramento del settore pubblico nei comparti diversi da quelli in grado di sostenere il dinamismo dell’economia. Una fiscalità disegnata in termini di efficienza più che per finalità redistributive (da perseguire, invece, per il tramite di una diversa composizione della spesa pubblica). Abbandono della risibile idea per cui sarebbe il bilancio pubblico la fonte della crescita e ampia libertà di movimento, all’interno delle regole di mercato, per il settore privato. Promozione, a tutti i livelli e in tutte le sedi, dell’impresa e del suo valore sociale.</p>
<p>E’ una strada che si può non condividere e che, anzi, si può legittimamente avversare. Ma se lo si fa, non ci si stracci poi le vesti se la realtà ci costringe a percorrere il sentiero della cosiddetta austerità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/04/11/news/perche-oltre-al-piano-mattei-al-paese-serve-un-piano-einaudi-6426117/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/allitalia-serve-un-piano-einaudi/">All’Italia serve un Piano Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il liberalismo morale di Luigi Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-liberalismo-morale-di-luigi-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Bitetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 15:16:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=78567</guid>

					<description><![CDATA[<p>Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi. Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-liberalismo-morale-di-luigi-einaudi/">Il liberalismo morale di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi.</p>
<p>Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad esser un professore sia quando ebbe la guida del Ministero del Bilancio, sia quando divenne Governatore della Banca d’Italia e, infine, quando divenne, lui monarchico, Presidente della neonata Repubblica.</p>
<p>In ciascuna di queste attività, così come prima nell’insegnamento e nella continua opera di divulgazione che condusse da pubblicista, mantenne sempre fede al suo orientamento liberale in politica e liberista in economia.</p>
<p>Ed è proprio il suo liberismo che vorrei proporre in questo abbozzo di ricordo.</p>
<p>Certo, Einaudi era un accademico, un professore, come si è detto, che però volle sempre contribuire a chiarire, a spiegare, a render comprensibili anche le leggi dell’economia all’opinione pubblica più vasta, evitando il linguaggio iniziatico proprio dei mandarini, grazie anche ad una prosa mai paludata, sempre fresca e tersa.</p>
<p>Einaudi non fu un economista sistematico: resterà sempre troppo forte in lui, anglofilo dichiarato come lo fu prima di lui il Conte di Cavour, l’ascendente esercitato dall’empirismo inglese e scozzese, e quindi la continua attenzione agli insegnamenti che venivano impartiti, prima di tutto a lui ed al suo pensiero, da quella che Bobbio descrisse come la “lezione dei fatti” (1).<br />
Einaudi partiva sempre da un esempio concreto, prendeva a proprio riferimento non l’astratto – e quindi: inesistente – homo oeconomicus, ma l’imprenditore, l’agricoltore, lo speculatore, l’operaio, per esporre il problema concreto e fornire a questo una risposta altrettanto concreta.</p>
<p>Se Einaudi non fu sistematico, il concretismo, l’empirismo lo vaccinarono dall’ideologismo, ovvero, e nonostante le semplificazioni, rifiutò sempre di esser dipinto come un liberista tetragono, pronto ad applicare sempre e solo la ricetta liberistica a qualsiasi problema fosse chiamato ad affrontare.</p>
<p>Quell’immagine liberista fu, non a caso, definita dallo stesso Einaudi, in una risposta al deputato socialista Calosso, un “fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra” (2), respingendo, assieme al fantoccio, la stessa tesi, summa liberistica, secondo cui i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finirebbero per fare l’interesse proprio e quello generale, definendo tale summa come una autentica “invenzione degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori”.</p>
<p>Perché, per Einaudi, nessuno che abbia mai letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti, Adam Smith, potrebbe mai ammettere che si possa applicare tale fantoccio liberista allo stesso Smith. Nella Ricchezza delle nazioni, infatti, lo scozzese iniziatore della stessa scienza economica, scrisse chiaramente che “la difesa è più importante della ricchezza” assoggettando quindi i cittadini ad imposte per perseguire il bene comune, per poi scrivere parole di fuoco contro i proprietari terrieri assenteisti.</p>
<p>Allontanato da sé il fantoccio liberista, Einaudi chiarirà a più riprese l’essenza della sua posizione economica. Troppo spazio richiederebbe qui l’affrontare la querelle che vide contrapposto lo stesso Einaudi all’altro grande pensatore liberale, Benedetto Croce, sul tema dei rapporti tra il liberalismo politico ed il liberalismo economico. Sia detto di passata: querelle che in realtà fu per molti aspetti più apparente che reale.</p>
<p>Dicevo: non a caso Einaudi, nello scansare il fantoccio costruito dai suoi avversari, si richiama ad Adam Smith.<br />
Dallo scozzese, infatti, Einaudi non ereditò solo il chiaro empirismo, ma ancora prima il fondamento morale, prima che economico, della sua impostazione anche economica.</p>
<p>Tanto Smith quanto Einaudi, infatti, furono, prima che economisti, dei moralisti, ovvero degli studiosi della morale umana. Sarebbe impossibile pienamente comprendere La Ricchezza delle Nazioni senza aver letta e metabolizzata la Teoria dei Sentimenti Morali dello scozzese, così come è riduttivo tentare di qualificare il pensiero economico einaudiano senza partire dal fondamento morale della sua personale interpretazione del liberalismo tout court e del liberalismo economico.</p>
<p>Già nel corso del primo dopoguerra, e siamo nel 1920, Einaudi si premurerà di respingere le invocazioni di coloro i quali, dopo il flagello del conflitto mondiale e i timori del biennio rosso, anelavano “l’uniformità, il comando, l’idea unica a cui tutti obbediscano, il Napoleone”(3), in conformità ad un apparente bisogno dell’animo umano, il quale “rifugge dai contrasti, dalle lotte di uomini, di partiti, di idee, e desidera la tranquillità, la concordia, la unità degli spiriti, anche se ottenuta col ferro e col sangue”(4).</p>
<p>A tali invocazioni Einaudi rispondeva fermamente, tanto da voler abbozzare un “inno, irruente ed avvincente … alla discordia, alla lotta, alla disunione degli spiriti”. Perché, si chiede Einaudi, si dovrebbe mai volere che lo stato abbia un proprio ideale di vita a cui “debba napoleonicamente costringere gli uomini ad uniformarsi… perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni?”.</p>
<p>Nel rispondere a queste domande retoriche Einaudi fa ricorso al tema classico del conflittualismo liberale, il tema che sessant’anni prima era stato magnificamente esposto nel volume On Liberty di John Stuart Mill. Ed anche qui il richiamo non è affatto casuale: nel 1925, e siamo nel pieno della temperie fascista, Einaudi scriverà una breve ma intensa prefazione alla edizione di On Liberty edita da Piero Gobetti, descrivendo il libro del filosofo ed economista inglese come “il libro di testo di una verità fondamentale: l’importanza suprema per l’uomo e per la società di una grande varietà di tipi e di caratteri e di una piena libertà data alla natura umana di espandersi in innumerevoli e contrastanti direzioni”.</p>
<p>Questa sintesi einaudiana fa il paio con il principio milliano (5) “la verità può diventare norma di azione solo quando ad ognuno sia lasciata amplissima libertà di contraddirla e di confutarla. È doveroso non costringere un’opinione al silenzio, perché questa opinione potrebbe essere vera. Le opinioni erronee contengono sovente un germe di verità. Le verità non contraddette finiscono per essere ricevute dalla comune degli uomini come articoli di fede (…) la verità, divenuta dogma, non esercita più efficacia miglioratrice sul carattere e sulla condotta degli uomini”.</p>
<p>Violando queste massime liberali perché protettive del conflitto di idee e di opinioni, prevale l’aspirazione all’unità, all’impero di uno solo: vana chimera, per dirla con Einaudi, l’aspirazione di chi abbia “un’idea, di chi persegue un ideale di vita e vorrebbe che gli altri, che tutti avessero la stessa idea ed anelassero verso il medesimo ideale” (6).</p>
<p>Così, però, ammonisce l’economista piemontese, non deve essere: “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”. Da queste premesse, che sono come si è visto premesse di indole etica e morale, deriva la vera obiezione di Einaudi contro i sostenitori dei regimi collettivisti, o pianificatori, o protezionisti.</p>
<p>Al liberalismo, infatti, ripugna un assetto collettivista in quanto in un simile assetto, affinché possa funzionare, non può esistere libertà dello spirito, libertà del pensiero, in quanto quei regimi economici – se si escludono i modelli comunitari volontari tipici, ad esempio, dei vecchi conventi, o dei tentativi degli Owen, dei Cabet, dei Fourier di creare società comunistiche – devono necessariamente fare affidamento ad una struttura gerarchica della società, in cui il rapporto tra uomo e uomo non può essere rapporto improntato al principio di libertà bensì al suo opposto, al principio di dipendenza.</p>
<p>Ed allora, ecco che il parallelo di Einaudi, che poi è l’alternativa tra i due modelli, è rappresentato dalla necessaria ed intima relazione intercorrente tra le istituzioni sociali ed economiche rispetto all’ambizione dell’uomo.</p>
<p>L’uomo moralmente libero, e così la società composta da uomini siffatti e che condividano il sentimento di profonda dignità della persona, non potrà che creare, o tentare di creare, istituzioni economiche simili a sé stesso (7).</p>
<p>In una società dove tutto è dello stato, dove non esiste proprietà privata salvo quella di pochi beni personali, dove la produzione sia organizzata collettivamente, per mezzo di piani programmati centralmente, quali individui avranno maggior facilità di emergere? Non saranno certo i migliori, ammonisce Einaudi, bensì i “procaccianti”, coloro i quali fanno premiare l’intrigo al posto dell’emulazione.</p>
<p>E sarà sempre su queste basi morali ed etiche che Einaudi rifiuterà la nuova economia di Walter Rathenau, ritenendo il tipo di economia proposto dal tedesco come assolutamente inconciliabile con l’idea di stato liberale (8).<br />
Il vero contrasto, infatti, non è tra anarchia ed organizzazione, niente affatto. Il vero discrimine corre tra l’obbligo di adottare un dato metodo di organizzazione, da un lato, e la libertà di scegliere tra parecchi metodi concorrenti, di sostituire l’uno all’altro, di usarne contemporaneamente parecchi o molti.</p>
<p>Il primo metodo è proprio di coloro i quali abbian saggiato il frutto dell’autorità, del comando, mentre il secondo metodo è quello delle persone cui la scienza e l’esperienza abbiano fatto persuase che l’unica, “la vera garanzia della verità è la possibiltà della sua contraddizione, che la principale molla di progresso sociale e materiale è la possibilità di cercare di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle ‘superiori autorità’” (9).</p>
<p>La storia dell’uomo aveva quindi dimostrato la lotta, ed alla fine: la supremazia, di quell’ideale di stato il quale si vuole astenere dall’imporre “agli uomini una foggia di vita. Con le guerre di religione, gli uomini vollero che non ci fosse una unità religiosa imposta dallo stato. Con le guerre di Luigi XIV, di Napoleone, e con quella ora terminata [la Prima Guerra Mondiale, N.dA.] gli uomini combatterono contro l’idea dello stato il quale impone una forma di vita politica, di vita economica, di vita intellettuale. Vinse, e non a caso, quella aggregazione di forze militari, presso cui lo stato è concepito come l’ente il quale assicura l’impero della legge (…) all’ombra del quale gli uomini possono sviluppare le loro qualità più diverse, possono lottare fra di loro, per il trionfo degli ideali più diversi. Lo stato limite, lo stato il quale impone limiti alla violenza fisica, al predominio di un uomo sugli altri, di una classe sulle altre, il quale cerca di dare agli uomini le opportunità più uniformemente distribuite per partire verso mete diversissime o lontanissime le une dalle altre. L’impero della legge come condizione per l’anarchia degli spiriti”(10).</p>
<p>Einaudi, si è detto, non fu un sistematico, non fu un dottrinario. Ma fu coerente. La sua coerenza vedeva perfettamente che per assicurare il pieno sviluppo della personalità umana l’intervento dello stato era non solo opportuno ma necessario. Se infatti lo stabilire i fini e gli obiettivi di una società è opera che spetta ai politici o ai filosofi, il ruolo degli economisti diviene quello di indicare via via i mezzi migliori per il raggiungimento di tali obiettivi. Ma in questo il liberismo non opera come un principio economico, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico (11): è una soluzione concreta che gli economisti daranno a quel problema loro affidato per meglio comprendere quale sia lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine stabilito dal politico o dal filosofo.</p>
<p>E questi strumenti saranno quelli idonei a condurre la “lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, ai divieti di impianti di nuovi stabilimenti concorrenti, ai brevetti a catena micidiali per gli inventori veri, ai prezzi alti garantiti dallo stato” (12). Ed ancora, saranno necessarie, sempre, le leggi di protezione dei più deboli come le leggi di protezione ed assistenza degli invalidi al lavoro, degli anziani, il divieto di lavoro minorile, l’accesso alla istruzione scolastica per i capaci e meritevoli privi di mezzi, il riconoscimento non solo della libertà sindacale ma della pluralità dei sindacati e del loro ruolo nel pareggiare la forza contrattuale degli imprenditori, ovvero quella stessa libertà (liberale) che aveva fatto alzare la testa agli operai del biellese che Einaudi aveva seguiti e di cui raccontò, ammirato, la dignità delle loro conquiste, elogiando non il socialismo autoritario bensì il socialismo sentimento.</p>
<p>Insomma, per il liberale, e in questo senso: per il liberista, l’intervento dello stato – l’impero della legge – sempre sarà necessario ogni qualvolta non si riesca diversamente a garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, senza privilegi di nascita, nella corsa della vita. La corsa, ed il suo esito, dipenderà poi dai talenti di ciascuno – l’anarchia degli spiriti.</p>
<p>Ed all’economista, in ogni caso, spetterà sempre l’ingrato compito di ricordare al politico che vicino alle Oche del Campidoglio, simbolo del successo e della popolarità, si trova la Rupe Tarpea, dove si rischia di finire se non si rispettano le regole ed i principi della buona economia. Perché, dopo tutto, gli economisti piuttosto che esser divisi in fantocci dovrebbero esser divisi, come ricordava Maffeo Pantaleoni, in sole due schiere: da una parte coloro i quali conoscono la scienza economica e, dall’altra parte, coloro i quali non la conoscono.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4875-l-impero-della-legge-e-l-anarchia-degli-spiriti-il-liberismo-morale-di-luigi-einaudi"><em><strong>Strade Online</strong></em></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 10pt;">(1) N. Bobbio, Profilo ideologico del novecento, Milano, 1990, 105.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(2) L. Einaudi, Corriere della Sera, 22 agosto 1948, ora ne Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Torino, 1956, 7-11.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(3) L. Einaudi, Verso la città divina, in Rivista di Milano, 20 aprile 1920. 285-287, ora in L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Bari 1954, 32-36.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(4) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(5) J.S. Mill, La libertà (1860), ed. Piero Gobetti, 1925, 3-6.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(6) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(7) L. Einaudi, Il nuovo liberalismo, in La Città Libera, 15 febbraio 1945, 3-6.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(8) L. Einaudi, in La Riforma Sociale, sett.-ott. 1918, 453-458 e passim.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(9) L. Einaudi, ult. loc. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(10) L. Einaudi, Verso la città divina, op. cit.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(11) L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, in La Riforma Sociale, marzo-aprile 1931.</span><br />
<span style="font-size: 10pt;">(12) L. Einaudi, Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Partito liberale italiano, 1943.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-liberalismo-morale-di-luigi-einaudi/">Il liberalismo morale di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’eredità einaudiana che pochi rivendicano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leredita-einaudiana-che-pochi-rivendicano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefano Folli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2024 18:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=78492</guid>

					<description><![CDATA[<p>Alla vigilia dei 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi è persino stucchevole misurare la distanza tra lo statista piemontese, grande economista nonché primo presidente eletto della Repubblica, e l’attuale classe politica. Senza distinzioni di schieramento, s’intende. Salvo le solite rare eccezioni, l’eredità einaudiana si è dispersa. Qualcuno ne prende un pezzo alla bisogna, come un frutto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leredita-einaudiana-che-pochi-rivendicano/">L’eredità einaudiana che pochi rivendicano</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Alla vigilia dei 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi è persino stucchevole misurare la distanza tra lo statista piemontese, grande economista nonché primo presidente eletto della Repubblica, e l’attuale classe politica. Senza distinzioni di schieramento, s’intende. Salvo le solite rare eccezioni, l’eredità einaudiana si è dispersa. Qualcuno ne prende un pezzo alla bisogna, come un frutto dall’albero. Ma il gesto assomiglia sempre più all’omaggio che il vizio rende alla virtù. Eppure nessuno più di Einaudi avrebbe le caratteristiche per incarnare un modello di riferimento sul piano etico prima ancora che politico.</p>
<p>C’è una sinistra che afferma di voler dialogare e confrontarsi con una “destra europea”, finalmente guarita dalle sue tare. E chi meglio di Einaudi da indicare come traguardo? Ma chissà se si desidera davvero questo: una destra normale e autorevole, in luogo di un mosaico disordinato contro cui è facile sollevare la polemica quotidiana, quasi sempre ripetitiva nelle modalità e negli argomenti. D’altro canto, c’è una destra che almeno in qualche sua componente dichiara di volersi ispirare alle forze moderate del mondo occidentale, così da rendere l’alternanza al governo del paese un meccanismo ben oliato e privo di spigoli. Ma di nuovo: è proprio così? Nessuno a destra, salvo la minoranza liberale che è un’altra storia, ha mai avuto la tentazione di adottare Einaudi come emblema. Tutti preferiscono nuotare in un piccolo stagno fatto di populismo, parole d’ordine contro in”poteri forti”, difesa delle corporazioni, chiusure provinciali. All’economista del tempo che fu si riserva nelle occasioni speciali una generosa dose di retorica: “L’alfiere delle libertà” e via alle variazioni sul tema. Difficile dire se Einaudi avrebbe gradito queste esercitazioni, lui che della retorica era il nemico numero uno.</p>
<p>Pragmatico e minimalista, era un uomo che credeva in modo rigoroso nelle istituzioni senza essere (o forse proprio per questo) un uomo politico in senso stretto. Ma era guidato da un’idea straordinaria della moralità nella cosa pubblica e al tempo stesso, una volta salito al Quirinale, seppe come difendere tutte le sue prerogative quale presidente della Repubblica. In questo campo, almeno, la sua lezione non è andata del tutto perduta: alcuni suoi successori in tempi recenti, da Ciampi a Mattarella, l’hanno raccolta e reinterpretata, adeguandola ai tempi mutati. Resta il fatto viceversa che il banchiere umanista dice poco o nulla al mondo politico e parlamentare. Certo, una dichiarazione non si nega a nessuno nelle date canoniche, ma poi tutto finisce lì. Del resto, Einaudi era il simbolo con De Gasperi di un’Italia che si risollevava dalla guerra e guardava avanti con ottimismo. L’Italia di oggi fatica a scrollarsi di oggi l’immagine di un declino inesorabile che non è certo cominciato adesso, ma ci condiziona da anni. Con pochi momenti in controtendenza.</p>
<p>Vedremo. Senza dubbio i più sinceri nel ricordo di questo “liberista” che credeva nel ruolo dello Stato, purché non fuoriuscisse dagli argini; che odiava lo spreco del denaro pubblico e giudicava la vessazione fiscale a danno dei contribuenti un fallimento del governo, i più sinceri — dicevamo — saranno i membri della Fondazione Einaudi, saranno alcuni studenti della Bocconi e della Luiss, sarà “Libro Aperto” di Antonio Patuelli. Eppure questo conservatore in economia che era stato un collaboratore di Gobetti, in un sorprendete miscuglio di slanci giovanili quasi sovversivi e di rigore negli studi, ha rappresentato come pochi il senso della rinascita italiana. Un uomo del tardo Risorgimento che avrebbe qualcosa da insegnare oggi a chi ha smarrito la memoria storica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/commenti/2024/03/21/news/il_punto_del_22_marzo_2024-422354071/"><em><strong>La Repubblica</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/leredita-einaudiana-che-pochi-rivendicano/">L’eredità einaudiana che pochi rivendicano</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La libertà è una sola</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-una-sola/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 17:30:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=77667</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-una-sola/">La libertà è una sola</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.</p>
<p>ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».</p>
<p>Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.</p>
<p>Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/01/17/news/la_liberta_e_una_sola-14000179/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-una-sola/">La libertà è una sola</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Settant&#8217;anni fa Einaudi veniva eletto Presidente della Repubblica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/settantanni-fa-einaudi-veniva-eletto-presidente-della-repubblica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 May 2018 07:23:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Avvenimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Avvenimenti Vari]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=12562</guid>

					<description><![CDATA[<p>Settant&#8217;anni fa Luigi Einaudi veniva eletto Presidente della Repubblica. L&#8217;editoriale di Sara Garino su bdtorino.eu Per quanto concerne la Politica italiana del secondo dopoguerra, l’anno 2018 si configura davvero come denso di ricorrenze. Celebrato il settantennio dall’entrata in vigore della Costituzione e rammentate le gloriose elezioni del 1948 che, giustappunto settant’anni or sono, videro il [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/settantanni-fa-einaudi-veniva-eletto-presidente-della-repubblica/">Settant&#8217;anni fa Einaudi veniva eletto Presidente della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Settant&#8217;anni fa Luigi Einaudi veniva eletto Presidente della Repubblica. L&#8217;editoriale di Sara Garino su <a href="http://www.bdtorino.eu/sito/articolo.php?id=28755">bdtorino.eu</a></em></p>
<p>Per quanto concerne la Politica italiana del secondo dopoguerra, l’anno 2018 si configura davvero come denso di ricorrenze. Celebrato il settantennio dall’entrata in vigore della Costituzione e rammentate le gloriose elezioni del 1948 che, giustappunto settant’anni or sono, videro il netto prevalere della D.C. sul blocco delle Sinistre, ricorrono in questi giorni le sette decadi dall’elezione di <strong>Luigi Einaudi</strong> quale secondo Presidente della Repubblica.</p>
<p>Le votazioni si svolsero infatti nelle giornate del <strong>10 e 11 Maggio 1948</strong>.</p>
<p>L’illustre liberale piemontese, già Deputato dell’Assemblea Costituente nonché Vicepresidente del Consiglio, Ministro del Bilancio e Governatore della Banca d’Italia in carica, venne eletto al quarto scrutinio, ottenendo la maggioranza assoluta dei consensi. La sua candidatura fu promossa da <strong>Alcide De Gasperi</strong>, una volta constatata la sostanziale impossibilità di far eleggere al Quirinale il repubblicano Carlo Sforza, all’epoca Ministro degli Esteri, inviso all’ala della Democrazia Cristiana capeggiata da Giuseppe Dossetti.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi.jpg"><img decoding="async" class="alignnone wp-image-12586 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi.jpg" alt="" width="828" height="315" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi.jpg 828w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-250x95.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-400x152.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-768x292.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-650x247.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-150x57.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-800x304.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-300x114.jpg 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-24x9.jpg 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-36x14.jpg 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2018/05/einaudi-de-gasperi-48x18.jpg 48w" sizes="(max-width: 828px) 100vw, 828px" /></a></p>
<h2>L&#8217;eredità di Einaudi presidente</h2>
<p>Quale munifica eredità culturale e di valori ha comportato la decennale permanenza di Einaudi all’interno delle Istituzioni, prima del Regno e successivamente della neonata Repubblica?</p>
<p>Su tutto, vanno rammentati l&#8217;indefesso impegno e l&#8217;operosa responsabilità sempre profusi nel perseguimento del <strong>bene collettivo</strong>, sulla scorta tanto delle proprie convinzioni e dei “<em>sentimenti suoi paesani”</em> quanto del doveroso rispetto verso l&#8217; “<em>opinione, chiaritasi dominante, sulle altre</em>” espressa di volta in volta dalla volontà dei cittadini.</p>
<p>Tale concetto (forse oggi un po’ obnubilato dall’attuale classe dirigente politica…) venne subitamente sottolineato da Einaudi, proprio nell&#8217;ambito del<strong> giuramento</strong> che prestò in data <strong>mercoledì 12 Maggio 1948</strong>. Egli rimarcò infatti come, pur essendosi <em>ab origine </em>espresso in favore della Monarchia, il suo contributo “<em>al nuovo regime repubblicano voluto dal popolo</em>” fosse stato, responsabilmente, “<em>qualcosa di più di una mera adesione</em>”, poiché accresciuto dall’evidenza di un passaggio istituzionale “<em>meraviglioso per la maniera legale, pacifica del suo avveramento</em>” e capace di fornire al mondo “<em>la prova che il nostro Paese era ormai maturo per la democrazia</em>”.</p>
<p>Per Einaudi infatti, <strong>la Politica</strong> non assurgeva solo a coscienzioso esercizio del potere, col viatico di argomentazioni rigorose e presentate in modo convincente. Essa significava altresì lasciarsi talvolta convincere dai pareri altrui, provando “<em>la gioia di essere costretti […] a confessare a se stessi di avere, in tutto od in parte, torto e ad accedere […] alla opinione di uomini più saggi di noi</em>”.</p>
<p>Trattasi di un’umiltà genuina e laboriosa, mutuata dal ligio<strong> encomio dell’impegno e della fatica</strong>, precipui di quella alacre e fruttifera terra piemontese in cui Einaudi sempre dimostrò di essere saldamente radicato.</p>
<p>Perché &#8211; sostenne ancora nell’ambito del suo discorso d’insediamento &#8211; se è compito della Costituzione “<em>garantire a tutti, qualunque siano i casi fortuiti della nascita, la maggiore uguaglianza possibile nei punti di partenza</em>”, risulta tuttavia <strong>onere del singolo</strong> dare concreto e fattivo slancio all’espressione dei propri aneliti personali, spendendosi <em>in primis </em>per perseguire un’autorealizzazione (economica e umana) la quale, alla fine, vada a beneficio della collettività tutta.</p>
<h2>Einaudi contro lo statalismo</h2>
<p>In questo senso, <strong>il liberale Einaudi</strong> aborrì sempre l’imbelle neghittosità degli spiriti pigri, nonché l’inerzia di un apparato statale eccessivamente burocratizzato e dedito a pratiche di sterile assistenzialismo.</p>
<p>All’uopo, nell’ambito di un articolo redatto per <strong>il <em>Corriere della Sera </em>nel Maggio 1961</strong>, Einaudi significò come la beneficienza cieca sia cosa ben distinta da una buona e oculata amministrazione. Infatti “<em>non si compiono opere di bene, non si incoraggiano le scienze e le arti, se prima qualcuno non ha creato i profitti, i redditi netti. […] Si può, temporaneamente, […] usurpare la fama di mecenati o di politici socialmente illuminati; ma la nemesi è sicura. Col falso, col disavanzo, con le perdite non si costruisce l’avvenire e si distrugge la fatica del passato</em>”.</p>
<p>Argomento, quest’ultimo, tristemente attuale oggidì, a fronte di uno stantio e liso <strong>malgoverno</strong> che spesso, per pura volizione elettorale, preferisce regalare al cittadino un pesce in luogo d’insegnargli produttivamente a pescare. Inseminando così nel suo animo l’indolenza, condita con l’erronea convinzione che lo Stato debba, sempre e comunque, supplire a eventuali manchevolezze dei singoli.</p>
<p>Per contro, Einaudi additò sempre positivamente l’insegnamento della Marchesa Adele Alfieri di Sostegno (1857-1937), epigona delle famiglie<strong> Alfieri e Cavour</strong>, la quale si distinse per l’esigente scrupolosità con cui gestiva i propri dipendenti. Conscia – secondo il Presidente – di come “<em>operando diversamente si incoraggiano i poltroni e gli inetti e si persuadono i buoni a diventare pessimi</em>”, in sfregio della produttiva efficienza dimostrata dal buon padre di famiglia.</p>
<h2>Conoscere per deliberare</h2>
<p>In Politica come nella vita occorre avere <strong>previdente progettualità</strong>. Tanto i <em>desiderata </em>dei singoli quanto le istanze collettive ed elettorali necessitano dunque di visione programmatica: quest’ultima imperniata, giustappunto, sulla rigorosa e analitica <em>consecutio temporum </em>del prima conoscere, poi discutere e infine deliberare.</p>
<p>A nulla vale infatti il trascinante fervore dei propositi se esso non viene guidato da un coriaceo (perché ragionato) filo conduttore. Nella sua opera <em><strong>Le prediche inutili</strong> </em>(1959) Einaudi scrisse infatti che “<em>non conosce chi cerca, bensì colui che sa cercare</em>”… Donde l’affilata e costante invettiva contro gli scatoloni vuoti della demagogia e del qualunquismo, ove “<em>la maggior parte delle parole adoperate sono sovratutto notabili per la mancanza di contenuto</em>”.</p>
<p>Eppure svilisce constatare come, in specie oggi, questo fatto spieghi probabilmente la ragione del loro successo, “<em>essendo legittimo il sospetto che le parole più divulgate siano state consaputamente o inavvertitamente scelte appunto perché […] adattabili a qualsiasi azione il politico deliberi poscia intraprendere</em>” una volta raggiunto il potere.</p>
<p>Insomma, l’apologia della <strong>banderuola</strong>, del programma per tutte le stagioni (e per tutti quelli che intendano sottoscriverlo), dell’inconsistenza totale. All’uopo, quanto sarebbero oggi utili e applicabili le <em>Prediche inutili</em>?</p>
<p>Se osservate, quanto striderebbero con il bieco protagonismo di un confronto politico che, quasi sempre, non è sana contrapposizione dialettica ma ridicolo <em>vaudeville</em>? Esattamente come nella Scienza, anche la società e il progresso si alimentano sulla base di<strong> lotte e differenze</strong>. Senza variazioni e gradienti l’Universo andrebbe incontro alla morte termica: in termini di temperatura infatti, lo zero assoluto è sinonimo di stasi e assenza del divenire. Così, una collettività ove non si coltivino <strong>liberismo economico e liberalismo etico-civile</strong> è d’ufficio destinata all’arido immobilismo, alla stanca secchezza degli spiriti, alla vieppiù celere erosione delle passate ricchezze, senza che queste possano venir integrate dal frutto di nuove opere.</p>
<p>Qui s’inserisce altresì la denuncia einaudiana di uno <strong>Stato burocraticamente elefantiaco</strong> che, in luogo di farsi promotore e sostenitore di proposte e aspirazioni personali, assurge quasi a loro patrigno, sovente prodigo d’infingardi artifizi, funzionali solo a molestarle, incepparle e scoraggiarle.</p>
<p>Del resto, <strong>come scrisse Einaudi</strong> nel seppur diverso contesto di un articolo comparso sul <em>Corriere della Sera </em>il 5 Maggio 1921 (in occasione del centenario dalla dipartita di Napoleone Bonaparte), “<em>all’uomo prodigioso non mancarono le forze; doveva necessariamente venir meno la cooperazione altrui</em>”… Nel caso di specie, quella dello Stato: spesso prevaricante nell’esercizio delle proprie funzioni e, conseguentemente, dimentico del suo ruolo di guida discreta e non invasiva, autorevole ma non autoritaria, coadiuvante il cittadino senza però cadere nell’assistenzialismo a fondo perduto.</p>
<p>Dunque, così come il Corso “<em>fu un grande generale perché fu un grande maneggiatore di uomini, suscitatore di energie</em>” e abile, nello schema dei suoi calcoli strategici e tattici, a “<em>far vibrare tutte le forze umane dell’ambizione, del valore […] del sacrificio</em>”, allo stesso modo gli amministratori dovrebbero saper profittevolmente stimolare nei cittadini quel desiderio di crescita, di miglioramento e di nuovi traguardi che, nei secoli, tanto aiutarono il progresso (sia materiale sia umano) del Paese, specie nel secondo dopoguerra.</p>
<h2>Gli insegnamenti che rimangono</h2>
<p><strong>Del magistero di Luigi Einaudi</strong> abbiamo dunque inteso sottolineare questo aspetto di sprone, questo nobile e continuo stimolo nel ricercare le maggiori risorse insite all’interno di noi stessi, meritorie d’essere espresse in seno a uno Stato che, davvero, sia liberale e meritocratico, oltre che trascinatore.</p>
<p>Esattamente come un marinaio tranita dell’antica Grecia il quale, vogando con più intensità e fatica rispetto ai rematori degli ordini inferiori, porta proporzionalmente profitto tanto a se stesso (in termini di maggior compenso economico) quanto alla velocità di spostamento dell’intera ciurma.</p>
<p><strong>I dotti insegnamenti</strong> del Presidente Einaudi verranno mai interiorizzati appieno dal decadente siparietto dell’italica Politica? Com’egli scrisse in un saggio di Economia datato 1950, le gemme sapienziali sparse nei secoli dai dirigenti italiani non furono né poche né di poco pregio. Mancò chi le raccogliesse in una collana splendente, nondimeno “<em>l’ufficio delle sparse gemme della scienza non è forse quello di stimolare sempre nuove indagini e nuove conquiste</em>”?</p>
<p>E l’“<em>opera di ogni generazione non è quella di servire da terriccio fecondo per l’opera delle generazioni future e così di seguito all’infinito</em>”? All’infinito, seguendo ciascuno la propria Stella polare.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/settantanni-fa-einaudi-veniva-eletto-presidente-della-repubblica/">Settant&#8217;anni fa Einaudi veniva eletto Presidente della Repubblica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Se essere liberali  è di nuovo fuori moda</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-essere-liberali-e-di-nuovo-fuori-moda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2016 11:07:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[liberale]]></category>
		<category><![CDATA[liberisti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=6739</guid>

					<description><![CDATA[<p>[:it]Pierluigi Battista osserva sul Corriere della Sera che, qualche anno fa, tutti si dicevano liberali, mentre oggi liberale è ridiventato una parolaccia[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-essere-liberali-e-di-nuovo-fuori-moda/">Se essere liberali  è di nuovo fuori moda</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph"><em>Pierluigi Battista osserva sul Corriere della Sera che, qualche anno fa, tutti si dicevano liberali, mentre oggi &#8220;liberale&#8221; è ridiventato una parolaccia. </em></p>
<p class="chapter-paragraph">Ecco la strada maestra per i quattro gatti della <strong>cultura liberale, liberista e libertaria</strong>: smetterla di lamentarsi, e invece studiare, pubblicare libri, fondare case editrici di grande qualità come Liberilibri o Rubettino, rimettersi a pensare attorno a centri intellettuali come l’«Istituto Bruno Leoni». Non gridare sempre alle apocalittiche emarginazioni che fanno soffrire la minoranza a cui piace tanto sentirsi minoranza di pochi ottimati, denunciare perennemente, reiteratamente, stucchevolmente, la torva egemonia della «cultura di sinistra», sempre recriminando, piagnucolando, evitando le armi della battaglia e del sano conflitto.</p>
<p class="chapter-paragraph">Per esempio, per cominciare, curare e presentare al pubblico italiano un libro prezioso, un classico della cultura liberale come L’uomo contro lo Stato di Herbert Spencer, il nemico di ogni «superstizione politica», con un’introduzione di Alberto Mingardi. Oppure raccogliere il meglio del pensiero liberale e liberista, per farne un’antologia come quella curata da <strong>Nicola Porro</strong> nel suo <em>La diseguaglianza fa bene. Manuale di sopravvivenza per un liberista</em> pubblicato da La nave di Teseo. Ecco le perle sconosciute di <strong>Ludwig von Mises</strong> e di Ayn Rand, le profezie di <strong>Friedrich von Hayek</strong>, <em>le prediche inutili</em> di <strong>Luigi Einaudi</strong>, i testi della battaglia liberista di <strong>Sergio Ricossa</strong> e di <strong>Antonio Martino</strong>: diffonderle, farle conoscere, smetterla con la lamentazione autoconsolatoria.</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">È vero,<strong> l’insegnamento di Einaudi</strong> sulla libertà della scuola e sull’ingiustizia di un Fisco oppressivo e asfissiante è pressoché ignorato. La nostra editoria pigra e conformista ci ha messo decenni prima di accorgersi della Società aperta e i suoi nemici di <strong>Popper</strong> o delle Origini del totalitarismo (ma per fortuna c’erano case editrici coraggiose come Comunità o Armando). Lo statalismo dirigista è diventato il nuovo credo delle politiche economiche (altro che «neo-liberismo», quando lo Stato è padrone di oltre metà dell’economia) e il centrodestra italiano ha sostituito la «rivoluzione liberale» con l’ammirazione ipnotica per l’autoritarismo di Putin.</p>
<p class="chapter-paragraph">Qualche anno fa tutti si dicevano liberali, oggi <strong>liberale</strong> è ridiventato una parolaccia. Ma bisogna insistere, come questi libri di Mingardi e Porro, e non indulgere alla solita litania autoindulgente di una cultura che forse merita la condizione minoritaria in cui è stata ricacciata, per demeriti propri e non per l’arroganza altrui. Libri e non le solite proteste.</p>
<p class="chapter-paragraph"><strong>Pierluigi Battista</strong>, <em>Il Corriere della Sera</em> 26 settembre 2016</p>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-essere-liberali-e-di-nuovo-fuori-moda/">Se essere liberali  è di nuovo fuori moda</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
