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	<title>economia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 20 Jun 2025 10:13:54 +0000</lastBuildDate>
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	<title>economia Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Russia, spettro recessione. Se ad ammetterlo è il Cremlino, la crisi è nera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 10:13:54 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un regime in cui l’informazione è rigorosamente centralizzata e vagliata, se a riportare dati allarmanti sono persino i membri del Governo è indizio di un quadro ben più tetro delle aspettative. La crisi dell’economia di guerra russa, infatti, si acuisce al punto che non è più opportuno, per gli uomini di Putin, mentire platealmente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/russia-spettro-recessione-se-ad-ammetterlo-e-il-cremlino-la-crisi-e-nera/">Russia, spettro recessione. Se ad ammetterlo è il Cremlino, la crisi è nera</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un regime in cui l’informazione è rigorosamente centralizzata e vagliata, se a riportare dati allarmanti sono persino i membri del Governo è indizio di un quadro ben più tetro delle aspettative. La crisi dell’economia di guerra russa, infatti, si acuisce al punto che non è più opportuno, per gli uomini di Putin, mentire platealmente davanti all’evidenza di un Paese sempre più scosso e impoverito. Solo a inizio maggio, su queste pagine, analizzavamo la <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giu-il-petrolio-su-il-deficit-il-dissesto-delleconomia-di-guerra-russa/">crescita esponenziale del deficit di Mosca</a>, imputabile al crollo dei proventi erariali da idrocarburi, e la contestuale stagnazione dell’economia. A distanza di un mese e mezzo, la situazione appare così compromessa da indurre lo stesso Ministro dello sviluppo economico Maxim Reshetnikov ad ammettere candidamente e per la prima volta che <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/russia-ministro-dell-economia-paese-e-sull-orlo-recessione-AHQh3JKB">il Paese è sull’orlo della recessione</a>.</p>
<p>Una confessione, considerati i toni abitualmente trionfalistici della propaganda del Cremlino, che lascia intendere una crisi ben più profonda e conclamata di quanto traspaia e che rientra in un graduale ma eloquente cambio di narrazione di un esecutivo in evidente imbarazzo. D’altronde, è stato lo stesso Putin ad ammettere, non più tardi di due settimane fa, che <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2025/06/04/news/patata_scarsita_allarme_putin_prezzi_record_guerra-424647218/#:~:text=Ma%20adesso%20rischiano%20di%20rimanerne,di%20molti%20negozi%20e%20supermercati.)">in Russia scarseggiano persino le patate</a>, alimento base della dieta nazionale e soggetto a severi <a href="https://tg24.sky.it/economia/2025/05/29/economia-russa-oggi">rincari del 133%</a> su base annua. In uno scenario di penuria di generi alimentari, marcato da un’<a href="https://it.tradingeconomics.com/russia/inflation-cpi#:~:text=febbraio%20del%202018.-,Il%20tasso%20di%20inflazione%20in%20Russia%20%C3%A8%20sceso%20al%209,e%20le%20aspettative%20degli%20analisti.)">inflazione stabilmente superiore al 10%</a> e quindi tecnicamente definibile come galoppante, il Ministro Reshetnikov ha aperto alla possibilità concreta di decretare ufficialmente la recessione con la revisione delle stime di crescita attesa in agosto.</p>
<p>Principale imputato la Banca di Russia che, a detta del politico, avrebbe raffreddato l’economia oltre il necessario, insistendo nel mantenimento di tassi d’interesse estremamente elevati, dallo scorso ottobre stabili <a href="https://it.tradingeconomics.com/russia/interest-rate">intorno a un roboante 20%</a> e considerati lesivi degli investimenti. Una lettura strumentale, questa, utile a mistificare una realtà in cui, con tassi più contenuti, l’indice dei prezzi toccherebbe punte insostenibili per i già provati consumatori, costretti a sopportare <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_maggio_29/russia-economia-frenata-putin-1e754400-c468-4309-941b-6aefede10xlk.shtml?refresh_ce=&amp;intcmp=skytg24_foglia+articolo_interlink_text">rincari persino del 100% in pochi mesi</a> sugli ortaggi. Alle considerazioni del Ministro fanno il paio quelle di <a href="https://www.reuters.com/business/finance/russias-sberbank-warns-economy-overcooling-says-key-rate-below-15-would-spur-2025-06-18/">Alexander Vedyakhin, vicepresidente di Sberbank</a>, principale gruppo bancario del Paese, che ai microfoni di Reuters ha confermato lo spettro della decrescita, evitabile, a sua detta, solo tramite un taglio drastico dei tassi di interesse, di almeno 5 punti percentuali; un’eventualità alquanto implausibile e certamente non auspicabile, dati i sicuri effetti inflazionistici, per i cittadini che già vedono fortemente erosi i propri risparmi e il potere d’acquisto, anche su beni di prima necessità.</p>
<p>Nel frattempo, con buona pace del suddetto scaricabarile (di petrolio), prosegue il <a href="https://www.pravda.com.ua/eng/news/2025/04/30/7509844/">crollo dei proventi fiscali da combustibili fossili</a>, con un <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-06-04/russia-s-rainy-day-fund-lost-around-6-billion-in-may">calo annuo stimato da Mosca stessa al 24%</a> e su cui Putin non può più fare affidamento per sostenere la reale causa del dissesto: le spese militari. Giunte al rapporto record del <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-2024-piu-forte-aumento-spesa-militare-guerra-fredda-usa-all-india-ecco-chi-spende-piu-AH2PGTV#U15421335244IGD">7,1% del Pil, del 19% della spesa pubblica</a> e del <a href="https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/osw-commentary/2024-11-22/russias-budget-2025-war-above-all">43% del budget 2025</a>, che rappresenta il massimo mai toccato dai tempi dell’Urss, vengono ormai ampiamente finanziate con ricorso all’indebitamento. Così, con l’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-2024-piu-forte-aumento-spesa-militare-guerra-fredda-usa-all-india-ecco-chi-spende-piu-AH2PGTV#U15421335244IGD">esborso per lo sforzo bellico in aumento del 38%</a> nel 2024 sul 2023 e con le <a href="https://www.themoscowtimes.com/2025/05/01/russia-triples-2025-budget-deficit-forecast-to-17-of-gdp-a88939">stime del Cremlino sul deficit triplicate</a> rispetto a inizio anno, Mosca si vede sempre più costretta ad <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-06-04/russia-s-rainy-day-fund-lost-around-6-billion-in-may">attingere alle riserve del proprio Fondo sovrano</a>. La sua liquidità, infatti, nel solo mese di maggio, si è contratta di 6 miliardi di euro, pari al 14%, registrando un -68% dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina. Parafrasando Ennio Flaiano, insomma, la situazione in Russia è grave, e anche seria.</p>
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		<title>Trump e il debito fuori controllo: è sul deficit che si gioca la partita elettorale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-e-il-debito-fuori-controllo-e-sul-deficit-che-si-gioca-la-partita-elettorale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 10:33:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Non mi preoccupo per il debito: è abbastanza grande da badare a se stesso”. Una memorabile battuta del Presidente Reagan, che oggi si rivela una profetica intuizione. Il debito pubblico degli Stati Uniti, infatti, si attesta ormai al 127% del Pil, con deficit pari a un quarto dell’intero Pil mondiale. Sono i valori monstre di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Non mi preoccupo per il debito: è abbastanza grande da badare a se stesso”. Una memorabile battuta del Presidente Reagan, che oggi si rivela una profetica intuizione.</p>
<p>Il debito pubblico degli Stati Uniti, infatti, si attesta ormai al <a href="https://www.reuters.com/world/us/republicans-advance-trumps-tax-cut-plan-after-all-night-debate-2025-05-14/?utm_source=chatgpt.com">127% del Pil</a>, con <a href="https://www.corriere.it/economia/aziende/25_maggio_10/la-globalizzazione-e-morta-e-il-deficit-usa-e-mostruoso-e-trump-vuole-salvarsi-con-una-criptovaluta-7a311f56-affd-4a8d-9ee9-999294facxlk.shtml?refresh_ce">deficit pari a un quarto dell’intero Pil mondiale</a>. Sono i valori <em>monstre</em> di un apparato “insostenibile”, per citare alla lettera il <a href="https://www.nber.org/papers/w33751">nuovo studio del National Bureau of Economic Research</a>. Il prestigioso think tank lancia un monito sulla gravità di un dissesto divenuto strutturale e ingestibile, con prospettive future a dir poco allarmanti, che vedono il debito impennare ben oltre il 150% del Pil nei prossimi trent’anni.</p>
<p>Il bilancio federale è fuori controllo e le casse languono. Lo certifica anche <a href="https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/2025/05/10/gli-usa-raggiungeranno-il-tetto-del-debito-ad-agosto_5db8e7cd-95d0-4aa8-aa39-ca733c9d5f92.html">il Dipartimento del Tesoro</a>, che prevede di rimanere a secco di liquidità per saldare i conti del Paese entro agosto, chiamando il Congresso ad agire in tempo per scongiurare il default. Il debito di Washington, in sostanza, ha raggiunto il punto di criticità, oltre il quale si autoalimenta, rende pressoché inarrestabile la propria crescita e vanifica i tentativi di spending review che si susseguono. A dispetto dei piani di contenimento del pubblico impiego attuati dal Doge di Elon Musk, infatti, le voci di spesa che maggiormente contribuiscono allo squilibrio sono di natura non discrezionale e, per tale ragione, difficili da abbattere: la previdenza sociale, i sussidi ai disoccupati e ai tanti veterani di guerra e i programmi di assistenza sanitaria, che <a href="https://esgnews.it/focus/opinioni/la-situazione-fiscale-negli-usa-e-davvero-cosi-preoccupante/">contribuiscono allo stock di spesa per il 66%</a>. Non da ultimi, come accennato, gli interessi sul debito stesso, che impattano per il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/debito-pubblico-usa-chi-ferma-il-treno-199391">13% del totale</a> e lo dotano di gambe proprie su cui correre. Una quota, quest’ultima, seconda solo alla previdenza sociale (21%) e al piano di assistenza sanitaria Medicare (13,3), ma che supera di mezzo punto percentuale persino la spesa in difesa (12,5%).</p>
<p>Alle implicazioni economiche si sommano le conseguenze geopolitiche. Gli Stati Uniti, infatti, sono il Paese del G20 con il maggiore livello di indebitamento netto nei confronti dell’estero, pari all’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/investitori-fuga-debito-usa-ecco-perche-non-e-ancora-allarme-AHbdcBO?refresh_ce">80% circa del Pil</a>. Nel caso del debito pubblico, la quota detenuta da soggetti stranieri, pubblici e privati, si attesta a <a href="https://www.exportusa.us/detentori-debito-pubblico-americano.php">un imponente 30,2%</a>, di cui il 13% è detenuto dal Giappone e il 9% dalla Cina, seguiti dall’Unione Europea. Un’esposizione, questa, che assume valenza ben più critica nell’attuale contesto di tensioni commerciali imposte da Trump al mondo intero e che vede negli attori citati i più colpiti.</p>
<p>È così, dall’urgenza di fare cassa, che ha preso corpo la convinzione di poter ricorrere ai dazi anche come strumento di gettito per percepire &#8220;migliaia e migliaia di miliardi di dollari per ridurre le nostre tasse e ripagare il nostro debito nazionale”, <a href="https://www.bbc.com/news/articles/c209x48ndjpo">come sostenuto dallo stesso Trump</a> durante il discorso del “Liberation Day” dello scorso 2 aprile. Non sono dello stesso avviso gli analisti, concordi nello stimare che gli effetti negativi su consumi e crescita superino abbondantemente le entrate fiscali record registrate lo scorso mese, grazie agli introiti delle tariffe doganali. Nonostante i <a href="https://www.wsj.com/livecoverage/stock-market-today-tariffs-trade-war-05-12-2025/card/u-s-collected-a-record-16-3-billion-in-customs-duties-in-april-xgzJO1QrMJMzGev81FAH?utm_source=chatgpt.com">16 miliardi di dollari raccolti</a> nel solo mese di aprile, infatti, il deficit ha registrato un <a href="https://www.investopedia.com/tariff-revenue-is-surging-but-not-enough-to-plug-federal-deficit-11733812?utm_source=chatgpt.com">significativo incremento del 23%</a> su base annua. Un gettito, quello ricavato dai dazi, destinato comunque a crollare già nel mese di maggio, a fronte di riduzioni, pause e accordi commerciali indetti dalla Casa Bianca, a testimonianza dell’insostenibilità del modello.</p>
<p>Il Presidente Reagan sapeva bene che “non si riduce il deficit aumentando le imposte”. Le tariffe doganali, dopo tutto, non sono altro che tasse e, tra i loro effetti più deprimenti, vi è anche l’applicazione della più odiosa tra le tasse occulte su imprese e cittadini: l’inflazione. Per Trump, a corto di alternative, mettere mano al leviatanico bilancio federale, con manovre di spending review lacrime e sangue, sarebbe sicura causa di alienazione delle simpatie di milioni di cittadini americani. Con un orizzonte elettorale di cortissimo respiro, marcato dalle midterm distanti solo un anno e mezzo, lo scenario più plausibile vede il debito di Washington saltare la cura dimagrante e proseguire, inesorabile, la propria disastrosa marcia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/trump-e-il-debito-fuori-controllo-e-sul-deficit-che-si-gioca-la-partita-elettorale/">Trump e il debito fuori controllo: è sul deficit che si gioca la partita elettorale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Sale il cuneo fiscale, scende il potere d’acquisto. Per la ripresa, occorre invertire la rotta.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 May 2025 10:42:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[cuneo fiscale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tornano a contrarsi i redditi reali delle famiglie italiane. Nonostante un avvio positivo, infatti, preoccupano le nuove rilevazioni dell’OCSE, che certifica la riduzione dello 0,6% del nostro potere d’acquisto nell’ultimo trimestre del 2024. Un dato che vede l’Italia penultima nell’area, con la sola Australia a riportare un calo più significativo (-1,8%), contro una media in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sale-il-cuneo-fiscale-scende-il-potere-dacquisto-per-la-ripresa-occorre-invertire-la-rotta/">Sale il cuneo fiscale, scende il potere d’acquisto. Per la ripresa, occorre invertire la rotta.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tornano a contrarsi i redditi reali delle famiglie italiane. Nonostante un avvio positivo, infatti, preoccupano le nuove rilevazioni dell’OCSE, che certifica la <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/05/13/news/ocse_reddito_italia_germania-424184983/">riduzione dello 0,6%</a> del nostro potere d’acquisto nell’ultimo trimestre del 2024. Un dato che vede l’Italia penultima nell’area, con la sola Australia a riportare un calo più significativo (-1,8%), contro una media in modesto rialzo dello 0,5%. Circoscrivendo l’analisi al G7, invece, il nostro Paese è fanalino di coda, seguito dalla Germania, nuovo grande malato d’Europa, che registra una contrazione simile (-0,5%). Un passo indietro a cui concorrono certamente più fattori: l’inflazione, la diminuzione del reddito netto da proprietà, l&#8217;aumento dei contributi sociali e, <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/marcegaglia-il-costo-dell-energia-ammazza-imprese-AHozIsg">come denunciato dal Presidente di Confindustria Emanuele Orsini</a>, il costo dell’energia, per la quale gli italiani pagano <a href="https://www.truenumbers.it/costo-energia-italia-pia-cara-europa/">le bollette più care d’Europa</a> per distacco.</p>
<p>Tuttavia, il nodo cronico e strutturale rimane quello dei salari: “inadeguati”, per riprendere la <a href="https://www.repubblica.it/politica/2025/04/30/news/mattarella_monito_morti_lavoro_stipendi-424156796/">definizione del Presidente Mattarella</a>, e che aumentano nettamente meno dei prezzi. Al contrario, le retribuzioni reali degli italiani, adeguate al carovita, <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/24_maggio_09/in-italia-si-guadagna-meno-che-nel-1990-e-l-unico-paese-ue-dove-i-salari-reali-sono-scesi-il-grafico-741356f1-2bd7-46de-b0af-1717f28c6xlk.shtml">non crescono ormai da trentacinque anni</a>: un fatto che non ha equali in Europa e per il quale registriamo anche la <a href="https://www.fanpage.it/politica/perche-litalia-e-lunico-paese-del-g20-in-cui-i-salari-sono-diminuiti-cosi-tanto/">contrazione più elevata tra i Paesi del G20</a> nel periodo tra il 2008 e il 2024, in cui il crollo riportato è dell’8,7%. Pesa certamente la <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/produttivita-italia-unione-europea-grafici">produttività</a>, che si attesta ben al di sotto della media europea e che non cresce in modo significativo da almeno vent’anni. Tuttavia, determinante risulta il cuneo fiscale, con il <a href="https://www.repubblica.it/economia/2025/04/30/news/ocse_italia_alari_netti_cuneo_fiscale-424158096/">peso delle tasse sugli stipendi</a> salito al 47,1%, di 1,61 punti dal 2023, come rilevato dal nuovo rapporto “Taxing Wages” dell’OCSE: un onere ben più gravoso della media europea, pari al 34,9%, che continua a erodere i nostri salari netti e li relega al ventitreesimo posto su trentotto nell’area di riferimento, superati ormai da quelli spagnoli e prossimi persino a quelli di Polonia e Turchia.</p>
<p>È dunque nella morsa del fisco il nodo da sciogliere. Con metà salario che se ne va in tasse, non stupisce che l’Italia resti saldamente ancorata alla cerchia dei Paesi con il più alto cuneo fiscale sul lavoro dipendente, quarta dietro a Belgio, Germania e Francia; Paesi in cui si percepiscono, però, <a href="https://www.fanpage.it/politica/litalia-ha-gli-stipendi-reali-piu-bassi-di-tutti-i-grandi-paesi-ue-la-classifica/">stipendi nettamente superiori a quelli italiani</a>. Il tutto, a dispetto del fatto che il <a href="https://www.orizzontescuola.it/italia-al-top-per-tassazione-degli-stipendi-cuneo-fiscale-al-471-la-scuola-tra-il-basso-potere-dacquisto-dei-salari-e-la-scarsa-attrattiva-allinsegnamento/#:~:text=Il%20rapporto%20OCSE%202025%20conferma,percentuali%20rispetto%20all%27anno%20precedente">costo del lavoro</a>, nel nostro Paese, risulta inferiore rispetto a quello di molte altre economie avanzate. Anche in questo contesto, il tema è quello l’inefficienza del sistema fiscale, misurata dal rendimento in busta paga di ogni euro speso in costo del lavoro: è tra le più basse nell’OCSE, con soli 68 centesimi che finiscono effettivamente nelle tasche dei lavoratori, contro gli 86 centesimi della media dell’area.</p>
<p>Senza un consistente allentamento della pressione fiscale, risulta complicato intravedere spiragli di crescita e invertire la rotta della stagflazione. Agli occhi degli italiani, infatti, l’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/l-inflazione-percepita-si-avvicina-10percento-italiano-due-ha-ridotto-consumi-AHukabX">inflazione percepita</a> ha toccato la quota da capogiro del 10%. Il divario sostanziale con quella reale, al 2% ad aprile, è spiegato dall’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/l-inflazione-percepita-si-avvicina-10percento-italiano-due-ha-ridotto-consumi-AHukabX">indagine di Noto Sondaggi</a> secondo cui il 61% dei nostri connazionali considera insufficiente il proprio stipendio. Sebbene più lentamente che in passato, infatti, i prezzi continuano pur sempre a crescere. Di contro, sugli stipendi reali, i <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/databrowser/view/earn_nt_net__custom_14001303/bookmark/map?lang=en&amp;bookmarkId=0d713f8b-fa03-427c-8e00-9afd0c520d63">rilievi Eurostat</a> non lasciano scampo a interpretazioni: i nostri sono i più modesti tra quelli di tutti i grandi Paesi europei.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sale-il-cuneo-fiscale-scende-il-potere-dacquisto-per-la-ripresa-occorre-invertire-la-rotta/">Sale il cuneo fiscale, scende il potere d’acquisto. Per la ripresa, occorre invertire la rotta.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Giù il petrolio, su il deficit: il dissesto dell’economia di guerra russa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giu-il-petrolio-su-il-deficit-il-dissesto-delleconomia-di-guerra-russa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 10:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[geopolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con un investimento che ha recentemente toccato la quota del 6,3% del Pil, la spesa militare russa è ormai tornata ai livelli record della Guerra Fredda. Un esborso obbligato per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina, ma la cui sostenibilità, giunti al quarto anno di conflitto, si scontra con una congiuntura in vistoso affanno, che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giu-il-petrolio-su-il-deficit-il-dissesto-delleconomia-di-guerra-russa/">Giù il petrolio, su il deficit: il dissesto dell’economia di guerra russa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con un investimento che ha recentemente toccato la quota del <a href="https://www.reuters.com/markets/europe/russia-raises-2025-deficit-forecast-threefold-due-low-oil-price-risks-2025-04-30/">6,3% del Pil</a>, la spesa militare russa è ormai tornata ai livelli record della Guerra Fredda. Un esborso obbligato per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina, ma la cui sostenibilità, giunti al quarto anno di conflitto, si scontra con una congiuntura in vistoso affanno, che presenta ormai i connotati propri di un&#8217;economia di guerra.</p>
<p>Non bastano più gli idrocarburi a togliere le castagne dal fuoco a Mosca; al contrario, è proprio il costo del petrolio a inchiodare i conti pubblici russi. Il Ministero delle Finanze, infatti, si è visto costretto a ritoccare sensibilmente a ribasso le stime del costo del barile, sceso bruscamente dai 70 ai 56 dollari. Tanto è bastato a prevedere un allarmante aumento del deficit di bilancio, cresciuto in breve tempo dallo 0,5% all’1,7% del Pil, eccedendo anche le stime che lo calcolavano all’1,5%. È la conseguenza diretta del crollo delle entrate fiscali da idrocarburi, che solo a marzo hanno registrato un <a href="https://www.pravda.com.ua/eng/news/2025/04/30/7509844/">sonoro -17%</a> su base annua e che, stando alle previsioni, si contrarranno del 24% nel 2025. Una testimonianza, certamente, dell’efficacia del price cap imposto sul greggio russo dall&#8217;Occidente, ma anche di quanto l’economia del Paese sia ancora di stampo “fisiocratico”, asservita alle fluttuazioni del mercato dell’energia per incapacità di differenziare a sufficienza nei settori <em>non-oil</em>.</p>
<p>Ad aggravare il dissesto dei conti vi sono poi i dati sul rallentamento della crescita. Infatti, uno <a href="https://www.economist.com/finance-and-economics/2025/04/27/vladimir-putins-money-machine-is-sputtering">studio di Goldman Sachs</a> stima che, dal robusto 5% rilevato a fine 2024, questa si sia pressoché azzerata nei primi mesi del 2025. Sono gli effetti della guerra commerciale in atto tra Trump e il resto del mondo, che ha risparmiato Mosca nell’applicazione diretta di dazi, ma che non la rende immune dagli esiti di larga scala sui commerci globali e sulla domanda di carburante.</p>
<p>Ciononostante, dal Cremlino non trapela alcuna intenzione di contenere le commesse militari. Al contrario, dal dicastero delle Finanze giunge chiara l’intenzione di tirare dritto, con un aumento della spesa pubblica di oltre 9 miliardi di euro, a scapito di cittadini e imprese che sono già chiamati a sostenere una pressione fiscale più elevata, alla luce del recente rincaro delle imposte sui redditi delle persone fisiche e sui profitti delle aziende. Tasse, queste, che vedono gli economisti concordi nel prevedere ulteriori aumenti nei mesi a venire, al fine di scongiurare dissesti di bilancio ancor più severi.</p>
<p>Nel frattempo, <a href="https://www.reuters.com/markets/europe/russian-economy-slows-sharply-with-more-turmoil-horizon-2025-04-08/">l’inflazione galoppa oltre il 10%</a> e la crescita della produzione industriale è crollata dal 2% allo 0,2%. A deprimere ulteriormente gli investimenti, ad aprile i tassi di interesse della banca centrale hanno raggiunto il 21%: il dato più alto riportato dai primi anni 2000.</p>
<p>A completare il quadro di “bellicizzazione” dell&#8217;economia nazionale, ci sarebbe la volontà, <a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2025/05/04/news/il_petrolio_va_giu_e_putin_sinventa_loro_alla_patria_in_salsa_russa-19101355/">esplicitamente dichiarata dal viceministro delle Finanze Chebeskov</a>, che “entro il 2030 il 40% dei risparmi dei russi diventi a lungo termine”, leggasi titoli del debito pubblico russo, in quanto unici strumenti di investimento di tale genere rimasti nel Paese: di fatto, una nazionalizzazione silenziosa del risparmio come ultima frontiera di finanziamento di uno sforzo bellico sempre più estenuante, che si somma alla fuga di capitali, al collasso del commercio estero e all’embargo tecnologico. In un contesto di stimata stagflazione, appare evidente come la crescita sostenuta degli anni precedenti, trainata dalla cavalcata dell&#8217;industria bellica, mostri ora i segni di cedimento e il vero volto di ogni economia di guerra, in cui il costo degli armamenti è sopportato da una popolazione sempre più provata e impoverita.</p>
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		<title>Dazi temporanei, danni permanenti: la scure di Trump sul PIL globale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-temporanei-danni-permanenti-la-scure-di-trump-sul-pil-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2025 11:44:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dazi]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poco più di cento giorni, segnati da minacce, ritorsioni e tentativi di sabotaggio delle relazioni internazionali. Tanto è bastato all&#8217;amministrazione Trump per sconvolgere il già precario equilibrio dei commerci globali. Poco importa che le paventate politiche tariffarie, a fronte della levata di scudi dei mercati, siano già sottoposte a revisioni e ripensamenti, in un diètro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Poco più di cento giorni, segnati da minacce, ritorsioni e tentativi di sabotaggio delle relazioni internazionali. Tanto è bastato all&#8217;amministrazione Trump per sconvolgere il già precario equilibrio dei commerci globali. Poco importa che le paventate politiche tariffarie, a fronte della levata di scudi dei mercati, siano già sottoposte a revisioni e ripensamenti, in un <em>diètro frónt</em> presidenziale che ha del tragicomico. Dazi temporanei, danni permanenti. È questo <a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/il-fmi-taglia-previsioni-crescita-globale-il-2025-28percento/AHKPDcQ">il rilievo del Fondo Monetario Internazionale</a>, che nel suo periodico aggiornamento sulla congiuntura macroeconomica lancia un chiaro segnale d’allarme: in uno scenario di profonda incertezza, la crescita globale rallenta, e lo fa più del previsto. Il nuovo dato per il 2025 è del +2,8%, in netto calo rispetto al +3,3% stimato appena tre mesi fa, all’insediamento di Trump. Ritoccate a ribasso anche le stime per il 2026, con la crescita ora prevista al 3%, anziché al 3,3%. Senza mezzi termini, infatti, la causa della brusca frenata viene imputata al rigurgito di protezionismo di Washington. L’organizzazione internazionale, in sostanza, certifica che la politica dei “dazi intelligenti” e dai paventati nobili intenti è una mera illusione, destinata inevitabilmente a prolungare e aggravare l’attuale fase di stagnazione.</p>
<p>Il rapporto, aggiornato al 4 aprile, tiene conto dei dazi annunciati dal tycoon a inizio mese, ma non della <a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_09.04.2025_19.34_67910679">pausa di 90 giorni</a> decretata il 9 aprile. Tuttavia, il FMI si dice certo che la tregua nella guerra commerciale con il resto del mondo non abbia intaccato le previsioni, per via della contestuale escalation nel conflitto tra Washington e Pechino. Tanto è bastato, infatti, a rivedere a ribasso complessivamente dello 0,8% le stime della crescita globale rispetto ai rilievi dello scorso gennaio. Un dato limpido, nella sua severità, che dimostra in modo incontrovertibile quanto rapidamente le frizioni commerciali possano erodere fiducia e investimenti.</p>
<p>Pensati con l’utopico scopo di proteggere la decantata “sovranità industriale” americana e riportare la manifattura delocalizzata sul suolo statunitense, l’unico effetto realmente sortito dai dazi è una compressione dell’economia che colpisce anzitutto gli Stati Uniti stessi. La stima del FMI per la crescita del PIL americano nel 2025 è infatti scesa al +1,8%, gravemente al di sotto del +2,7% previsto in precedenza e di oltre un punto in meno rispetto al 2024. Aleggia anche lo spettro della recessione, con l’impennata dal 25% al 40% delle probabilità che gli USA vi entrino.</p>
<p>Inevitabilmente, anche la Cina rallenta: la nuova previsione si attesta al +4% per il 2025 e il 2026, mezzo punto in meno rispetto alle precedenti attese. Un dato che testimonia come il conflitto abbia già sortito effetti sistemici e trasversali. La rigidità delle catene globali del valore e l’incertezza regolatoria, infatti, generano un effetto domino che penalizza non solo gli scambi internazionali, ma anche la produttività complessiva. Parimenti, le stime risultano a ribasso anche per l’Unione Europea, sebbene l’imposizione di dazi più “gentili”, per citare l’inquilino della Casa Bianca, sortisca un effetto più contenuto sul rallentamento della nostra economia, che si prevede crescerà di un asfittico 0,8% quest’anno e di un flebile 1,2% nel 2026, contro le precedenti stime che vedevano il PIL aumentare dello 0,2% in più. Una tendenza, tuttavia, che certifica la condizione ormai cronica di stagnazione del continente, <a href="https://tradingeconomics.com/euro-area/full-year-gdp-growth">incapace di crescere oltre l’1.8% addirittura dal 2017</a>, se si esclude il rimbalzo post-pandemia delle annate 2021 e 2022.</p>
<p>Il 25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia dal nazifascismo, segna anche la ricorrenza di un seminale <a href="https://www.lastampa.it/esteri/2025/04/05/news/reagan_dazi_discorso-15090514/">discorso radiofonico del Presidente Reagan</a>, che già nel 1987 lanciava un monito contro chi si illude di poter “innalzare la bandiera americana in difesa dei nostri mercati”. Ieri come oggi, il rallentamento sincronizzato delle maggiori economie mondiali mette a nudo la miopia delle politiche protezionistiche: pratiche a somma negativa, in cui a perdere sono tutti gli attori in campo. Nessuno escluso.</p>
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		<title>Occupazione, non c’è niente da festeggiare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/occupazione-non-ce-niente-da-festeggiare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2025 13:29:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I nuovi dati divulgati da Eurostat certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-eurostat-news/w/ddn-20250415-1">nuovi dati divulgati da Eurostat</a> certificano il record del tasso di occupazione in UE dal 2009, anno di inizio della serie storica. Un segnale apparentemente positivo per l’economia del continente ma causato, in realtà, da dinamiche tutt’altro che incoraggianti. A ben guardare, infatti, per molti membri dell’Unione vi è ben poco da festeggiare. Tra questi, l’Italia è certamente capofila, per via di problemi strutturali che divengono sempre più profondi. Le rilevazioni, infatti, confermano il triste e ormai cronico primato negativo del nostro Paese, saldamente fanalino di coda continentale. Pur riportando una crescita su base annua dello 0,8%, l’occupazione italiana, che nel 2024 si è attestata al 67,1%, mantiene un divario sostanziale con la media europea, salita abbondantemente sopra il 75%. A farle compagnia, tra gli ultimi della classe, solo Grecia e Romania. Il nostro Paese rimane maglia nera anche in tema di lavoro femminile, risultando occupate meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni.</p>
<p>Non stupisce dunque che Bankitalia dipinga un quadro cupo per il futuro del Paese, temendo un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/bankitalia-il-pil-crollera-del-9-entro-il-2050-senza-una-maggiore-partecipazione-al-mondo-del-lavoro-202504151707405673?refresh_cens">crollo del 9% del Pil italiano</a> da qui al 2050, esattamente a causa della scarsa partecipazione al mercato del lavoro di donne e giovani, altra categoria in cui l’Italia incarna l’anello debole d’Europa. A gennaio 2025, infatti, risultava <a href="https://www.eunews.it/2025/03/04/disoccupazione-ue-stabile-italia-piu-alta/">disoccupato il 18,7% dei nostri ragazzi</a> tra i 15 e i 24 anni, contro una media UE del 14,6%. Per fornire una misura decisamente più concreta del fenomeno, nel 2024 i nostri under 35 hanno <a href="https://www.linkiesta.it/2025/01/lavoro-giovani-italiani/">perso quasi 160mila occupati</a>. In un Paese in cui vivono quasi 200 anziani ogni 100 ragazzi, è un dato che suggella il dramma del nostro inverno demografico. Di contro, infatti, gli occupati over 50 sono cresciuti di 378mila unità: di nuovo, un segnale apparentemente positivo, dietro cui si celano tuttavia l’invecchiamento della popolazione e la più lunga permanenza dei lavoratori sul mercato, dovuta all’aumento dell’età pensionabile.</p>
<p>La sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico, già sotto la pressione di un allarmante rapporto di 1,4 lavoratori per pensionato, è ulteriormente provata dal crollo verticale della natalità. Nel 2024, infatti, l’Italia ha registrato un <a href="https://www.milanofinanza.it/news/crollo-delle-nascite-nuovo-minimo-storico-per-l-italia-nel-2024-quasi-10-mila-culle-in-meno-202503311137297384?refresh_cens">nuovo minimo storico di nascite</a>, con quasi 10.000 bebè in meno su base annua e un rapporto di 1,18 bambini per donna: in questo caso, solo Spagna e Malta fanno peggio di noi. A corollario, le <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/calo-demografico-italia-2024">rilevazioni divulgate lo scorso mese dall’ISTAT</a> certificano anche la riduzione della popolazione residente in Italia per il decimo anno consecutivo, con un calo di 37mila unità nel solo 2024.</p>
<p>La mancanza di lavoratori, soprattutto giovani, ha ripercussioni notevoli anche sulla <a href="https://pagellapolitica.it/articoli/produttivita-italia-unione-europea-grafici">produttività italiana</a>, in costante calo e il cui indice nel 2023 si attestava al valore di 101, ben al di sotto della media europea di 106. Il nodo più drammatico, tuttavia, rimane quello dei salari reali, che nel nostro Paese <a href="https://www.fanpage.it/politica/perche-litalia-e-lunico-paese-del-g20-in-cui-i-salari-sono-diminuiti-cosi-tanto/">non crescono da oltre trent’anni</a>. Al contrario, dal 2008 al 2024, hanno riportato una riduzione drastica, di circa l’8,7%: più che in tutti gli altri Paesi del G20, conferendo all’Italia anche il primato di <a href="https://www.corriere.it/economia/lavoro/24_maggio_09/in-italia-si-guadagna-meno-che-nel-1990-e-l-unico-paese-ue-dove-i-salari-reali-sono-scesi-il-grafico-741356f1-2bd7-46de-b0af-1717f28c6xlk.shtml">unico Paese dell’UE in cui si sono persino contratti</a>. Non va certamente meglio in termini di salari nominali, ove la <a href="https://it.euronews.com/business/2024/12/24/classifica-dei-guadagni-medi-in-europa-quali-sono-i-paesi-che-pagano-di-piu">nostra retribuzione media corretta</a> è di circa 32mila euro l’anno: di 5mila euro inferiore alla media europea, pari a circa 37mila. Una tragedia che, in una spirale recessiva, deprime ulteriormente la natalità e incentiva la fuga di giovani italiani all’estero, alla ricerca di retribuzioni più idonee, causando un ulteriore invecchiamento della popolazione.</p>
<p>In definitiva, come spesso accade, la decontestualizzazione di un dato è funzionale soltanto alla sua strumentalizzazione. Il rischio palpabile è che certi toni trionfalistici forniscano un alibi al rinvio di quelle riforme strutturali che non possiamo più permetterci di rimandare.</p>
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		<title>Banche e interessi dei cittadini</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/banche-e-interessi-dei-cittadini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Sep 2024 12:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[#banche]]></category>
		<category><![CDATA[cittadini]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><iframe title="" src="https://www.youtube.com/embed/rM4-BTXTirA" width="914" height="514" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<title>L’Impero vacilla, il debito cresce e noi discutiamo solo di questioni di genere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limpero-vacilla-il-debito-cresce-e-noi-discutiamo-solo-di-questioni-di-genere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Aug 2024 18:09:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due letture estive, due squarci di verità, un’amara constatazione. La prima lettura è “La caduta degli imperi“ di Peter Heater e John Rapley, rispettivamente storico ed economista britannici: un denso saggio che si sforza di insegnare ad un Occidente declinante la lezione che è possibile trarre dalla caduta dell’Impero romano. A differenza di quanto sostenuto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Due letture estive, due squarci di verità, un’amara constatazione.<br />
La prima lettura è “La caduta degli imperi“ di Peter Heater e John Rapley, rispettivamente storico ed economista britannici: un denso saggio che si sforza di insegnare ad un Occidente declinante la lezione che è possibile trarre dalla caduta dell’Impero romano. A differenza di quanto sostenuto dal grande Edward Gibbon alla fine del Settecento, e ripetuto oggi da una moltitudine di piccoli sovranisti di qua e di là dall’Atlantico, Roma non perse la propria dimensione imperiale a causa delle invasioni barbariche. Le perse a causa di un eccesso di sviluppo che, privo di controllo, finì per avvantaggiare le confederazioni barbariche confinanti e di un sistematico conflitto con l’Impero persiano, che la dissanguò. La bassa crescita e gli alti debiti imballarono la macchina amministrativa imperiale, fino a fonderne il motore. La storia, sostengono gli autori, si ripete con la Cina al posto della Persia, con la crescita impetuosa, grazie alla globalizzazione, di aree geopolitiche un tempo considerate terzo mondo e con debiti pubblici crescenti che i governi occidentali usano “più per aumentare o mantenere gli attuali livelli di vita che per consentire prosperità futura”. “Il tardo Impero romano reagì all’erosione della sua base fiscale innalzando le aliquote per quel che rimaneva. I leader dell’Occidente moderno, invece, hanno potuto ricorrere ad una soluzione diversa, una delle invenzioni miracolose del mondo moderno: il debito. Nulla più che un modo abile di menare il can per l’aia”, scrivono Heater e Rapley.</p>
<p>La seconda lettura è un saggio del filosofo coreano Byung-Chul Han, “Infocrazia”: una critica spietata alla società del web; un’analisi lucida e drammatica sull’influenza dei social nel dibattito pubblico e nei processi decisionali. I fatti non contano più nulla, e se anche contassero nessuno sarebbe più in grado di vederli né di analizzarli. A contare sono solo le emozioni. “Si impongono non gli argomenti migliori, bensì le informazioni dotate di maggiore potenziale d’eccitazione”, scrive Han. La verità è diventata un concetto astratto, irrilevante, ma concretamente malleabile. “La comunicazione digitale &#8211; osserva Han &#8211; provoca un’inversione del flusso delle informazioni, che ha effetti distruttivi sul processo democratico. Le informazioni si diffondono senza passare dallo spazio pubblico. Esse vengono prodotte in spazi privati e inviate a spazi privati. Così la rete non costituisce una sfera pubblica. I social media rafforzano questa comunicazione senza comunità. Nessuna sfera politica pubblica è costruita a partire da influencer e follower.… Senza la presenza dell’altro la mia opinione non è discorsiva né rappresentativa, bensì autistica, dottrinaria e dogmatica”. Inutile dire che i leader politici, italiani, i più in generale occidentali, si sono serenamente adattati a questa nuova realtà calandosi inopinatamente nei panni degli influencer.</p>
<p>Ne discende una una constatazione piuttosto amara. Il debito pubblico italiano ha sfiorato a giugno i 3000 miliardi, le curve demografiche preludono ad una crisi dello Stato sociale, l’Europa ci chiede di elaborare un piano di rientro dal debito le cui clausole di salvaguardia impongono una riduzione dell’1% all’anno. Alcuni di questi nodi verranno al pettine già in settembre, ma abbiamo trascorso l’estate parlando di questioni di genere e di fascismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2024/08/20/news/due_letture_estive_due_squarci_di_verita_unamara_constatazione-16720368/"><em><strong>HuffingtonPost</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>#laFLEalMassimo – Ragioni e limiti del Protezionismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-ragioni-e-limiti-del-protezionismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Apr 2024 10:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2024]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[protezionismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=78736</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-ragioni-e-limiti-del-protezionismo/">#laFLEalMassimo – Ragioni e limiti del Protezionismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>ContAbilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2024 18:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di debito sia un atto di libertà. Ora non si lasci intendere che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si faccia molta attenzione a giocare con i conti, altrimenti ci si ritrova come il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a sostenere che il debito è una droga che rende schiavi, dopo che per anni il suo partito ha lasciato intendere che drogarsi di debito sia un atto di libertà. Ora non si lasci intendere che gli obbiettivi di crescita 2024, fissati nella legge di bilancio, sono difficilmente raggiungibili a causa delle guerre, perché non lo erano già quando sono stati scritti e far finta che non sia così porta male. L’abilità nel tenere i conti – in questo caso pubblici – consiste nella capacità di conciliare il possibile con il necessario. Se si usa l’abilità per lasciare intendere cose diverse dal reale poi si resta prigionieri del proprio stesso inganno, come capita con il debito.</p>
<p>La legge di bilancio è stata varata il 30 dicembre scorso. Nei venti giorni successivi, a parte l’anno, non è cambiato niente. Le guerre in corso sono le stesse, esattamente nella condizione che già descrivevamo. Basterà prendere i numeri de “La Ragione” e scoprire che già da novembre scrivevano dei terroristi yemeniti Houthi e dei loro attentati alla libera navigazione commerciale, eseguiti grazie a quattrini e armi forniti dall’Iran. La novità è la reazione occidentale, ma non è quella che cambia le carte dell’economia. Semmai, a proposito, è interessante vedere quanti – giustamente – si dolgono dei problemi a Bab el-Mandeb, ovvero le non casuali Porte del Lamento, ma molti di loro hanno passato anni a maledire la globalizzazione e l’arrivo di merci e semilavorati da Est. Avevano torto, si guardano dal dirlo – e passi – ma rinunciano anche a pensarci.</p>
<p>Quel 30 dicembre, inoltre, erano già conclamati la crisi tedesca e il loro bordeggiare la recessione. Crisi innescata dall’incepparsi di un modello energetico, ma anche da altre vulnerabilità. Eppure quanti oggi dicono che cresciamo meno perché la Germania tira di meno sono gli stessi che per anni hanno seminato veleno sui tedeschi e strillato che il loro governo non avrebbe dovuto aiutare le imprese. Forse la nostra convenienza era altra. Non è la prima volta che la Germania è il malato d’Europa e non sarà la prima volta che si riprenderà, ma sarebbe bello che non ci fosse una moltitudine pronta a dire una cosa e il suo contrario.</p>
<p>Infine, il 30 dicembre i tassi erano già saliti (pur rimanendo inferiori a quelli statunitensi o inglesi) e già si sapeva che il loro calo sarebbe stato possibile una volta assicuratisi che l’inflazione non uscisse fuori controllo, come era capitato. C’è da aggiungere che legare così direttamente il calo del debito e il quadrare dei conti al calo – futuro – dei tassi d’interesse è come dire di non avere alcun controllo dei propri conti, sperando che maree e correnti portino in qualche insenatura e non in mare aperto.</p>
<p>Sapevamo tutto, tanto che noi, sulla base dei dati che andavamo leggendo, potevamo qui scrivere: l’1,2% di crescita, nel 2024, non è realistico. Sicché i conti vanno aggiustati in modo che la conseguenza non sia una crescita – anziché la prevista diminuzione – del peso percentuale del debito sul Prodotto interno lordo.</p>
<p>Ora il ministro dell’Economia va a Davos e dice: «Se scoppia una guerra al mese sarà difficile» raggiungere quell’obiettivo. Nessuno può negargli l’abilità nel parlare politicamente dei conti, ma la contabilità sanno tenerla anche gli altri e se le acque continuano a essere calme è perché non c’è ragione di dubitare della copertura difensiva europea e perché Meloni e von der Leyen appaiono come coppia affiatata e dotata di futuro. Ma, ancora una volta: questo è l’opposto di quel che vuole una parte della maggioranza di governo, specie nel partito di Giorgetti.</p>
<p>Farebbero bene a trovare il tempo di occuparsene e risolvere, senza tirare in ballo le guerre. Anche per evitare che finisca come il ‘fine vita’, ove la pietà per la sofferenza non è riuscita a superare la voluttà d’usare il tema per colpire l’avversario interno. Al partito, naturalmente.</p>
<p>La Ragione</p>
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