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	<title>di maio Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>di maio Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Fabrizio Roncone: Potere, poltrone e lusso. Alla fine il Palazzo ha sedotto il Movimento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2020 07:05:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[Casalino]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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		<title>A fari spenti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/a-fari-spenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Aug 2019 11:31:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[conte]]></category>
		<category><![CDATA[di maio]]></category>
		<category><![CDATA[parlamento]]></category>
		<category><![CDATA[salvini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è (solo) una questione di forma, ma di contenuto, non (solo) di immediatezza specifica, ma di futuro anche economico: la riforma costituzionale che cambia la composizione del Parlamento e le elezioni anticipate immediate sono incompatibili con la ragionevolezza e pericolosissime nella contabilità. La peggiore (per forma e sostanza) riforma costituzionale fin qui fatta, quella [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è (solo) una questione di forma, ma di contenuto, non (solo) di immediatezza specifica, ma di futuro anche economico: la riforma costituzionale che cambia la composizione del Parlamento e le elezioni anticipate immediate sono incompatibili con la ragionevolezza e pericolosissime nella contabilità.</p>
<p>La peggiore (per forma e sostanza) riforma costituzionale fin qui fatta, quella del Titolo quinto, fu approvata l’8 marzo del 2001 (porta la data del 12), immediatamente dopo il presidente Ciampi sciolse il Parlamento e le elezioni anticipate si tennero il 13 maggio, poi il referendum confermativo il 7 ottobre (entra in vigore il 18). La sequenza è quella che oggi vorrebbe Matteo Salvini. Il precedente c’è, dunque. A vincere le elezioni furono quanti si erano opposti a quella riforma.</p>
<p>Qui finiscono le analogie, per due motivi. Il primo è che quella (pessima) riforma non modificava la composizione del Parlamento, sicché che entrasse in vigore prima o dopo le elezioni non era decisivo, oggi, invece, è in ballo una riforma che attiene proprio a quanti e in che collegi vengono eletti, sicché vararla per poi ignorarla è di una singolarità che sconfina nell’oscenità. Il secondo motivo è che i parlamentari, nella misura minima di un quinto, entro tre mesi dalle riforme costituzionali, hanno la possibilità di convocare un referendum, cosa che allora si superò perché a chiederlo fu, immediatamente, una larghissima maggioranza, composta da quanti avevano approvato e disapprovato la riforma stessa. Oggi sarebbe un kamasutra perché: a. i parlamentari in carica chiamerebbero un referendum sulla composizione del Parlamento non di domani, ma di dopodomani; b. se non lo facessero con lo stesso metodo del 2001 verrebbero espropriati di una prerogativa costituzionale, visto che il nuovo Parlamento non sarà insediato entro  tre mesi; c. se il referendum cancellasse la riforma avremmo tutti perso tempo, ma se la confermasse vorrebbe dire che gli elettori vogliono un Parlamento diverso da quello che avrebbero appena eletto, talché sarebbe coerente tornare a votare.</p>
<p>Saranno pure formali, ma sono ostacoli che suggerirebbero meno baldanza incosciente. Il contenuto non è da meno perché, se si vara la riforma, ora con il consenso dei parlamentari Pd che si riconoscono nelle posizioni di Matteo Renzi, che circa la riuscita delle riforme costituzionali ha una certa esperienza, senza andare ad elezioni ciò vorrebbe dire la nascita di un governo con una diversa maggioranza, ovvero una convergenza fra M5S e Pd. Il nostro debito pubblico ha raggiunto 2.386 miliardi, nei primi sei mesi del 2019 (dati Banca d’Italia), nel mentre si discettava di diminuzione delle imposte, il gettito fiscale è cresciuto dell’1.2%, il che è avvenuto a economia ferma. Possiamo pascolare quanto vogliamo sui verdi campi della crisi tedesca, ma loro crescono e noi no, il che significa che giorno dopo giorno, inesorabilmente, la distanza fra noi e il resto dei Paesi europei cresce, a nostro sfavore. In queste condizioni: che razza di politica economica potrebbe fare un governo di quel tipo, nel mentre la Lega andrebbe strologando di flat inesistenti e che mai esisteranno? Si mettono a far tagli (il cielo non voglia ulteriore pressione fiscale) nel mentre quelli promettono assunzioni per tutti? Non ci credo manco se lo vedo.</p>
<p>E allora? Allora, se vogliono la riforma costituzionale esistono solo due strade: la prima consiste nel fatto che a esito dei travagli agostani la crisi rientra, con la promessa di riaprirla da lì al giorno appresso, sicché si vota comunque, ma nel 2020; la seconda è quella azzardata da Giuliano Ferrara, ovvero un monocolore contestellato con l’appoggio esterno di quel che resterebbe del Pd, ovvero realismo e cinismo togliattiani. La seconda non sono capaci, mentre per la prima sono capaci di tutto. In ogni caso tenere assieme riforma costituzionale ed elezioni immediate è una via alla Battisti-Mogol: a fari spenti.</p>
<p>Pubblicato da formiche.net</p>
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		<title>La crisi della politica? Tre casi lo dimostrano</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giustizia-tre-errori-con-rovinose-conseguenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Nordio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Nov 2018 10:21:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[bonafede]]></category>
		<category><![CDATA[di maio]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tre eventi, apparentemente senza rapporti, sono sintomatici della crisi non solo della politica, ma del modo di dibatterne i problemi.  1. Primo esempio. Il decreto sicurezza oggi, salvo sorprese, verrà approvato dalla Camera. Ebbene, in un lettera pubblicata dal Corriere due giorni fa, Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha scritto: «Assimilare sicurezza e immigrazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tre eventi, apparentemente senza rapporti, sono sintomatici della crisi non solo della politica, ma del modo di dibatterne i problemi.<strong> </strong></p>
<p><strong>1. </strong>Primo esempio. Il <strong>decreto sicurezza</strong> oggi, salvo sorprese, verrà approvato dalla Camera. Ebbene, in un lettera pubblicata dal Corriere due giorni fa, Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha scritto: «Assimilare sicurezza e immigrazione in un unico decreto non mi pare né utile, né giusto. Favorisce una percezione della migrazione e dei movimenti dei rifugiati come minacce alla sicurezza pubblica. Questo è profondamente fuorviante». Ebbene, in poche righe ci sono tre contraddizioni.</p>
<p><strong>La prima</strong>, che il <strong>concetto di rifugiati</strong> è un concetto giuridico, e si riferisce ai richiedenti asilo in quanto perseguitati «per razza, religione, cittadinanza, gruppo sociale o opinioni politiche». Ne sono comunque esclusi i migranti per ragioni economiche. Ebbene, la stragrande maggioranza dei nostri rifugiati non è affatto perseguitata: non lo sono i marocchini, gli algerini e i tunisini, e tanti altri provenienti da Paesi che non saranno modelli di rispetto dei diritti umani, ma che comunque non sono brutali dittature.</p>
<p><strong>La seconda contraddizione</strong> è che anche i Paesi persecutori siedono all’Onu, e quindi contribuiscono a nominare, direttamente o meno, proprio l’Alto Commissariato. Quell’Alto Commissariato che invoca la protezione di chi scappa da loro.</p>
<p><strong>La terza contraddizione</strong> è che probabilmente <strong>il binomio insicurezza-immigrazione</strong> non sarà percepito a Ginevra, sede dell’Alto Commissariato, dove non entrano migranti né regolari né irregolari, ma lo è in modo doloroso nelle nostre periferie, dove spaccio di droga, e cosiddetta microcriminalità sono appannaggio di organizzazioni che sfruttano gli immigrati. E non è affatto una percezione suscitata dalla «fuorviante assimilazione di sicurezza e immigrazione»: è una statistica che si trae dalle denunce e dal numero dei detenuti. Probabilmente Grandi non poteva dire altrimenti, visti i vincoli postigli dai suoi committenti. Ma le contraddizioni rimangono.</p>
<p><strong>2. </strong>Secondo esempio. Malgrado le critiche di ordine tecnico provenienti praticamente da tutte le parti, opposizioni, avvocati e anche magistrati, il Ministro della Giustizia persiste nel mantenere quella <strong>mostruosità illiberale</strong> della sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La risposta del Guardasigilli è di disarmante freschezza: fa parte del contratto di governo. Ora, a parte il fatto che l’accordo prevede soltanto che la prescrizione venga cambiata, non dice affatto che debba esserlo in modo così radicale, incostituzionale e irragionevole. Soprattutto in assenza di garanzie di contemporanea riforma del processo penale che altrimenti verrebbe snaturato.</p>
<p><strong>3. </strong>Terzo esempio. <strong>Il caso di papà Di Maio</strong>, che avrebbe violato le norme di assunzione di lavoratori, invitandoli poi al silenzio. In un paese normale questa storia non dovrebbe avere nessun riflesso politico nei confronti del figlio vicepremier. Durante la Prima Repubblica, le colpe dei padri non ricadevano sui figli, e viceversa. Pochi esempi, come quelli di Piero Piccioni e di Marco Donat Cattin confermano la regola: lì si trattava di sospettati di omicidio, droga e terrorismo: reati aggravati per il primo dalla pruderie degli anni Cinquanta, e per il secondo dalla voce che il padre Carlo avesse aiutato il rampollo nella fuga. Ora invece, di fronte a un caso di poco conto, si sta scatenando il putiferio. Perchè? Perchè lo stesso partito di Di Maio, a suo tempo, si servi di quest’arma impropria per attaccare gli avversari a cominciare da Renzi e da Maria Elena Boschi. I quali hanno reagito con signorilità compassionevole, ma hanno ricordato il linciaggio politico e umano &#8211; cui furono sottoposti per presunte colpe altrui. E cosa fanno ora i grillini? Invece di ammettere che a suo tempo furono profittatori forcaioli, e di manifestare il fermo proposito di astenersi nel futuro da simili sciacallaggi, si limitano a fare spallucce borbottando che qui si tratta di fatti diversi.</p>
<p><strong>Concludo. Cosa hanno in comune questi tre eventi?</strong> Una cosa assai evidente: che gravi e urgenti problemi politici non vengono affrontati con argomentazioni raziocinanti, ma con una sorta di emotività che sconfina negli slogan. L’appello a un generico solidarismo dell’Alto Commissario, l’impacciato rinvio all’impegno contrattuale del ministro, e un generico fare spallucce da parte dei colleghi di Di Maio. In definitiva, un approccio improprio alla politica che dimostra i condizionamenti e i limiti di chi la gestisce.</p>
<p>Carlo Nordio, Il Messaggero 28 novembre 2018</p>
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