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	<title>Craxi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Craxi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Un San Valentino che fece epoca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Renato Brunetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Feb 2024 17:20:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
		<category><![CDATA[prima repubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era il 4 agosto 1983, primo governo Craxi, esecutivo che durò 1093 giorni e che terminò il primo agosto 1986. Perché le date sono importanti? Perché il decreto sulla scala mobile, il 14 febbraio 1984, si colloca proprio all&#8217;interno del primo governo a guida socialista. Sono andato a guardare attraverso Google per controllare i ricordi: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/un-san-valentino-che-fece-epoca/">Un San Valentino che fece epoca</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Era il 4 agosto 1983, primo governo Craxi, esecutivo che durò 1093 giorni e che terminò il primo agosto 1986. Perché le date sono importanti? Perché il decreto sulla scala mobile, il 14 febbraio 1984, si colloca proprio all&#8217;interno del primo governo a guida socialista. Sono andato a guardare attraverso Google per controllare i ricordi: Spadolini era alla Difesa, Visentini alle Finanze, Goria al Tesoro, Andreotti agli Esteri, Renato Altissimo all&#8217;Industria e Gianni De Michelis era al Ministero del Lavoro. Il passato si fa nitido, presente come certe immagini dell&#8217;infanzia: ero in vacanza in quei giorni a Malta, fui chiamato al telefono e Gianni De Michelis mi disse «Vieni, torna, anzi, scrivimi subito un po&#8217; di programma». E il tema era secondo lui decisivo, una sorta di pietra d&#8217;angolo per l&#8217;idea di Italia che avevamo noi socialisti, e pietra d&#8217;inciampo per i comunisti: il tema insomma era quello della politica dei redditi, che era certo un argomento sin da allora dibattuto non solo accademicamente, ma era un tema di valenza, in quei tempi, cruciale e soprattutto divisiva.</p>
<p>La politica dei redditi in quegli anni veniva malamente e banalmente interpretata come politica di controllo e blocco dei salari, ai fini di disinflazione. L&#8217;intuizione alla quale io lavoravo il mio punto di riferimento teorico era Niklas Kaldor era di far diventare la politica dei redditi politica di sviluppo (quale distribuzione ottimale dei redditi per massimizzare la crescita) e non semplicemente politica di controllo dei salari. De Michelis aveva perfettamente compreso la novità di questa prospettiva. Intanto la realtà, insistentemente, ci provocava: dinamica dei prezzi a due cifre, crisi petrolifera, instabilità politica, terrorismo, anni di piombo, scorte&#8230; (&#8230;)</p>
<div id="adv-video-article">
<div id="divVideoStepAdTop" class="divVideoStep">Non era facile bloccare la scala mobile, cancellare la scala mobile, manipolare la scala mobile. Ci aveva provato il ministro Enzo Scotti l&#8217;anno precedente, con scarsi risultati. Non era facile perché era una impresa contro intuitiva e assai impolitica: come dare meno soldi ai lavoratori, senza metterteli contro, per difendere i salari reali, contrastando l&#8217;illusione monetaria. Dall&#8217;altra parte il populismo alla Berlinguer: serio, strutturato, ma populismo, del tipo: «La scala mobile non si tocca!».</div>
</div>
<p>Eppure l&#8217;interpretazione che con Gianni abbiamo dato a quella stagione è stata proprio questa: non solo freezing (congelamento), blocco relativo dei salari e blocco (sempre relativo) dei prezzi, come facevano malamente e con esiti fallimentari su tutta la linea in altre parti di Europa. Quello che cercammo fu un accordo complessivo di politica dello sviluppo: come fare più crescita, più occupazione e meno inflazione. Più massa salariale, più salario reale. Dalla parte dei lavoratori. (&#8230;)</p>
<p>Arrivò dunque il 14 febbraio, ma nessuno aveva pensato che il cronoprogramma dell&#8217;accordo avrebbe avuto la sua scadenza proprio il giorno di San Valentino. (&#8230;) Mi ricorderò sempre la redazione di questo accordo (alla base del decreto), un documentone alto una spanna. A Palazzo Chigi non c&#8217;erano ancora i computer, si andava di piano in piano, chi scriveva le prime dieci, le seconde dieci, le terze dieci, le quarte dieci pagine, su e giù per controllare e poi mettere tutto insieme, perché poi bisognava mandare per motociclista il testo concordato a tutte le parti sociali, (datori di lavoro e lavoratori) per la firma. Ci fu consenso, tranne la Cgil comunista. Inizialmente furono bloccati nel decreto originario tutti e quattro i trimestri a 2 punti (non più di 2 scatti per trimestre era la dicitura esatta); poi bastò come detto bloccarne semplicemente due di trimestri, nelle reiterazioni del decreto, poiché la manovra d&#8217;anticipo aveva in sé la capacità di raffreddare i trimestri successivi (il terzo e il quarto, che non avrebbero avuto bisogno di blocco perché l&#8217;inflazione da salari veniva già ridotta). Fu un grande risultato che cambiò la storia di questo nostro Paese. Insomma, la predeterminazione di Modigliani e di Tarantelli funzionò. Mai teoria ricevette così palese e piena applicazione di successo, smontando nei fatti la propaganda degli avversari.</p>
<p>Si andò al referendum abrogativo voluto dal PCI, e qui il finale: spiegare ai lavoratori e chiedere il loro voto, parlando loro di illusione monetaria, quasi una follia. Non è stata cosa facile, né per un giovane professore come il sottoscritto, né per i ben più attrezzati di lui uomini del sindacato non comunista che si batterono nelle fabbriche e nelle piazze.</p>
<p>Il risultato fu 54,3% a 45,7%, un risultato straordinario, antipopulista ante litteram. Il quesito di fatto era: «Volete o non volete 400.000 lire in busta paga tutte e subito?» Il 54,3% del popolo italiano andò a votare il 77,9% degli aventi diritto disse di no, che non voleva circa 380-400.000 lire, per un miracolo di saggezza e maturità. Perché probabilmente aveva capito, non tanto l&#8217;illusione monetaria del giovane professor Brunetta, ma il senso di quella manovra e di quella strategia antipopulista, controcorrente, contropelo, che allora percosse il Partito comunista e il sindacato comunista, mentre tutte le altre forze politiche e sociali stavano dalla parte della ragione. Il nemico dei salari era l&#8217;inflazione a due cifre. E la scala mobile, con l&#8217;inflazione a due cifre, da cosa buona diventava cosa cattiva. I lavoratori e gli italiani lo capirono bene. Ecco, questo è il ricordo che ho io e, devo dire, è il ricordo di un Gianni che vedeva più lontano di tutti noi. Come ho detto anche prima, approfittando pure di qualche contributo tecnico-accademico che qualcuno gli portava, alla fine riusciva nell&#8217;impossibile. Da una parte sola, dalla parte dei lavoratori, come avrebbe detto Giacomo Brodolini, suo predecessore al Ministero del Lavoro, e padre dello Statuto dei lavoratori, socialista come noi. Su questo accordo fu determinante alla fine Bettino Craxi che, nella riunione del Consiglio dei ministri del 13 febbraio cercò l&#8217;alleanza con Visentini, che fece di buon grado lo scambio sulla parte fiscale, equo canone e altro. Perché il senso dell&#8217;accordo stava in uno scambio fiscale e non di compensazione di quelle 400.000 lire virtuali in meno con una serie di vantaggi per i lavoratori per «compensare» concretamente (blocco dell&#8217;equo canone, soprattutto) la populista illusione monetaria, cavalcata dal PCI e dalla CGIL comunista. Visentini capì, Spadolini no. La situazione si stava mettendo male e Spadolini pensando che l&#8217;accordo non si sarebbe fatto, uscì dal Consiglio dei ministri per andare a telefonare a «la Repubblica», dando il titolo di prima pagina, Accordo fallito. Solo che mentre lui usciva per telefonare a Scalfari, Craxi chiudeva finalmente con Bruno Visentini, e d&#8217;accordo con Gianni De Michelis, si passò al punto seguente dell&#8217;ordine del giorno di quel Consiglio dei ministri notturno. Tornò Spadolini, capì che il punto in discussione non c&#8217;era più, ma si era il punto successivo. Si fece spiegare, «no, guarda, l&#8217;accordo è passato» gli disse De Michelis, e lui «oddio!».</p>
<p>Ritornò fuori per dare il contrordine a «la Repubblica», a Scalfari. Almeno questo fu il racconto che mi fece Gianni di quel Consiglio dei ministri per tanti versi drammatico ma anche salvifico. E a pranzo dal «Bolognese», il giorno dopo, ancora morti di sonno e di fatica, ci ridemmo affettuosamente su, con lessi misti e uno straordinario Sassicaia. Ecco, questo è il ricordo di chi aveva vissuto quella stagione straordinaria, con uomini straordinari. Poi la scala mobile fu cambiata, fu cancellata, e la storia ci portò ad altre prove terribili. Però quella rimane nella mia vita come forse la stagione più importante, vissuta assieme a tanti ragazzi, a tanti giovani che adesso giovani non sono più e fu una delle storie più belle che spesso ricordo. E mi piace pensare che il capitano preveggente di quella avventura, il nostro Gianni, sarebbe contento di essere ritratto nel vivo di quella battaglia, avendo accanto il suo Renato. L&#8217;inflazione fu domata, i salari reali difesi, il Partito comunista battuto. L&#8217;Italia era momentaneamente salva, ma sempre in un mare di guai.</p>
<p><a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/notte-scala-mobile-2283638.html"><em><strong>Il Giornale</strong></em></a></p>
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		<title>Quella sera, al Raphael, iniziò l’inverno della politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quella-sera-al-raphael-inizio-linverno-della-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Josi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Apr 2023 17:03:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Craxi]]></category>
		<category><![CDATA[PSI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In piena Tangentopoli, l’Italia si ribellò a una classe politica. Il 30 aprile 1993, il primo a pagare il conto della piazza fu il segretario del Psi. «Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio». L’assalto delle “monetine” raccontato, per la prima volta, da chi era accanto al suo leader &#160; La [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quella-sera-al-raphael-inizio-linverno-della-politica/">Quella sera, al Raphael, iniziò l’inverno della politica</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">In piena Tangentopoli, l’Italia si ribellò a una classe politica. Il 30 aprile 1993, il primo a pagare il conto della piazza fu il segretario del Psi. «Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio». L’assalto delle “monetine” raccontato, per la prima volta, da chi era accanto al suo leader</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>La storia, quando decide di farsi, mica ti avverte. E spesso, manco te ne accorgi; soprattutto se ci sei dentro. Così è stato per quel 30 aprile del 1993: la sera delle “monetine al Raphaël”. Per anni, ben 30, ho letto racconti e testimonianze di quell’evento. Alcune precise e attente – tra tutte 30 aprile 1993 di Filippo Facci – e altre decisamente liriche e romanzate o semplicemente cialtrone. Come faccio a sostenerlo? Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio; seduto alla sinistra di Craxi. Perché? Ero il segretario dei Giovani Socialisti; avevo 26 anni e oggi sono, probabilmente, il più giovane fossile vivente della “Prima Repubblica”.</p>
<p>Andiamo per ordine. Cosa stava accadendo? L’Italia, dimentica degli anni Settanta, quelli di piombo, voleva cancellare gli anni Ottanta, quelli dell’edonismo reaganiano, per ribellarsi a una classe politica che, si sosteneva, avesse impoverito e distrutto il Paese. In realtà, l’Italia era uscita da una drammatica crisi economica, passando, col Governo Craxi, dal 17° al 5° posto nel mondo. Aveva abbattuto l’inflazione a due cifre obbligando il futuro del suo esecutivo al successo del referendum sulla Scala mobile. Ma, si sostiene, il debito lievitò. In realtà, il Paese aveva in corpo tre metastasi: il terrorismo, l’inflazione e il debito. Si decise di aggredire le prime due confidando sul fatto che l’Italia, a differenza per esempio degli Usa, aveva il 90 per cento del proprio debito contratto con i suoi cittadini (padroni negli anni Ottanta, per il 70 per cento, delle loro case).</p>
<p>Ma torniamo all’insurrezione della “società civile”. Quest’ondata rivoluzionaria, in verità, non esplodeva solo in Italia, ma in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Portogallo, Grecia; insomma, alla fine della Guerra Fredda venivano mandate a casa intere classi dirigenti con una modalità che il libro di Daniel Soulez Larivière chiamerà il «Circo mediatico giudiziario» (in Russia, per esempio, la si spiegava così: “Lo sai che differenza c’è tra un politico e una mosca? Nessuna, si ammazzano entrambi con un giornale”). Il clima non era dei migliori. Gianfranco Funari, nel 1992, su Italia Uno, faceva spot dal tono “Vai avanti Di Pietro!” – poi verrà con me ad Hammamet, ricredutosi su quella stagione, per incontrare Craxi – e ancora, negli anni successivi il più diffuso settimanale del tempo, TV Sorrisi e Canzoni, usciva con la copertina dedicata all’idolatria del magistrato di Montenero di Bisaccia (11 luglio 1992: Di Pietro facci sognare; 12 febbraio 1994: Di Pietro Bis). Silvio Berlusconi, editore del settimanale, intervistato in quei giorni sulle accuse rivolte a Craxi, se la cavò con un diplomatico «Ci saranno i processi», frase alla quale Craxi rispose, puntando il ditone verso il televisore di fronte a noi: «E i prossimi saranno i tuoi!» (in realtà gli voleva molto bene, ma non serviva Nostradamus per capire che sarebbe andata a finire proprio così).</p>
<p>Tangentopoli nasce per fatti consumatisi tra l’89 e il ’92 (dall’amnistia che aveva cancellato tutti i precedenti reati di finanziamento verificatisi prima del crollo del muro di Berlino fino alla caduta della “Prima Repubblica”). Con questo artificio, il finanziamento veniva definito lecito o illecito a seconda dell’epoca e nella stessa epoca a seconda dei partiti: oltre 4mila arresti, 42 suicidi, 25mila avvisi di garanzia, 1.069 parlamentari e uomini politici coinvolti. Questa è stata Tangentopoli. Non una guerra. Ma nemmeno una bella pace. Per questo Craxi, unico dei leader della politica italiana, andò a fissare alcuni concetti nel luogo deputato: alla Camera. In realtà lo fece in più appuntamenti tra il ’92 e quel ’93. Disse cose laceranti per i partiti che «hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale».</p>
<p>Attenzione non è il “tutti colpevoli, nessun colpevole”. No, è il tutti colpevoli e basta. Incassò un silenzio assordante. Sarebbe bastato che si fosse alzato uno dei presenti per fare, che so, una pernacchietta. Niente. Tutto costa, anche organizzare il proprio funerale, figuriamoci costruire e gestire un movimento politico. Il finanziamento illecito è drammaticamente sempre esistito. Per questo, in politica, chi è senza peccato s’informi dal proprio cassiere. O faccia leggi per scongiurare questo ricatto. E così, trent’anni dopo, ci ritroviamo tra contenziosi per scontrini, leader politici consulenti di sceicchi e combattive brigate per la difesa dell’indennità non riversata al partito. Ma se vi rileggete o ascoltate gli interventi di Craxi e poi li confrontate con quelli dei leader che sono seguiti, il sentimento più naturale da cui sarete pervasi è lo sconforto. Craxi, va riconosciuto, era assai odiato. Sarà per quella “x” sparata in mezzo al cognome, sarà per l’altezza e “quel suo guardarti<br />
dall’alto in basso” (ma se era più di un metro e novanta che avrebbe dovuto fare? Accucciarsi?), sarà per quella vocazione a decidere in un Paese notoriamente indeciso a tutto, ma così era.</p>
<p>E c’è una parte di quelle sue denunce, dentro il Parlamento, che produsse mutismi ancora più rumorosi (o per chi è suggestionabile, inquietanti). Leggete qui cosa dirà, sempre in Parlamento, nel 1993, sui fatti più clamorosi di quei mesi: «Chi sono i criminali che hanno messo le bombe di fronte ai monumenti d’arte, basiliche, luoghi storici e che probabilmente tenteranno di metterne ancora? Chi sono gli assassini che hanno provocato stragi di cittadini innocenti e di servitori dello Stato? (…) C’è una strategia, una tempistica, degli obiettivi che vengono perseguiti con una violenta determinazione. Ritengo che, non da oggi, agisca nella crisi italiana una “mano invisibile”, che punta a esasperare tutti i fattori di rottura e per ottenere questo scopo non esita a ricorrere al classico metodo criminale del terrorismo. Terrorismo mercenario e professionista, non terrorismo ideologico».</p>
<p>Ma di che parlava quest’uomo, tutt’altro che suggestionabile, già presidente del Consiglio e incaricato per l’Onu per le politiche del debito? Il clima rimosso e mai esplorato di trent’anni fa annotava decine di strani furti in case di parlamentari, ministri e leader politici. Il 3 gennaio del 1990 venivano rubate al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, le pistole di ordinanza dalla sua auto. Seguiranno sue denunce alla Commissioni stragi il 9 gennaio del 1991 («Vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno») e una sua circolare, “Riservata”, ai Prefetti, datata 16marzo 1992 in merito a un piano per «destabilizzare l’Italia ». È incredibile che di quegli anni, per esempio, sia stato dimenticato il blackout di Palazzo Chigi seguito, immediatamente dopo, alle bombe di via Palestro a Milano e San Giorgio al Velabro a Roma nella notte tra martedì 27 luglio e mercoledì 28. Il Palazzo del Governo non venne isolato per un guasto della centralina interna, ma per un blackout indotto dall’esterno.</p>
<p>Torniamo alla vigilia di quel 30 aprile. Si votava l’autorizzazione a processare. Craxi e noi sapevamo che saremmo stati sconfitti (io ero seduto sulle tribune della Camera, alle sue spalle, non essendo parlamentare). Ma la votazione andò diversamente. I miracoli sono una cosa seria, e non si scomodano certo per vicende così mondane. Accadde solamente che diverse forze politiche, che avrebbero voluto gridare allo scandalo, votarono nel segreto dell’urna per salvare Craxi in aula. E poi scannarlo in piazza. E così andò. Siamo al 30 aprile. Con Craxi dividevamo un ufficio in via Boezio (il partito, come l’intera classe politica, si stava “onestizzando” e quindi non c’era più spazio in via del Corso per lui, e il sottoscritto, nella sede del Psi). L’ufficio verrà soprannominato dalla stampa “il covo di via Boezio” in ragione dei segretissimi dossier lì contenuti: per la maggior parte le cartelline dei miei articoli ritagliati (in verità molto ordinati). Si trovava nel palazzo accanto allo stabile in cui vivevano l’ex presidente Francesco Cossiga e l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, in via Quirino Visconti; sotto di noi, uno dei primi centri massaggi dalle prospettive equivoche (una volta, fuori Roma, vidi la notizia sul Televideo: «S’incendia l’ufficio di Craxi», ma in realtà, fortunatamente, era il centro massaggi, probabilmente in ragione dell’escandescenza di qualche focoso cliente). Quella mattina Serenella Carloni, la storica segretaria di Bettino, mi aveva confermato che lui non si sarebbe affacciato da noi.</p>
<p>Craxi decise quel giorno di non lasciare l’albergo. Viveva al Raphaël, di proprietà del suo fraterno amico, Spartaco Vannoni, ex comunista, mancato qualche anno prima. La sua stanza era un monolocale in cui tutto sembrava arredato con la cura dello studio di Geppetto nella balena di Collodi: libri, cimeli garibaldini, carte, quotidiani, riviste e poi ancora libri (e se cercavate gli anni Ottanta trovavate quelli del secolo precedente). Arredamento: ordinario disordinato. Il Raphaël si affaccia su Largo Febo; Febo, probabilmente, sta per Apollo, dio adottato da Augusto come difensore delle tecniche, scienze, bellezza e della luce. E qui il mito diventa strabico: Largo Febo è stretto e buio. Si trova a pochi metri da PiazzaNavona, ma non la vede (un po’ come stare al Louvre, a qualche metro dalla Gioconda, e avere la vista sui bagni). A spanne misurerà, a vantarsi, 200 metri quadri. Per ospitare coloro che giurano, in una sorta di proiezione isterica collettiva, di essersi ritrovati quella sera in quel luogo, a urlare o semplicemente a guardare, sarebbe servita una piazza un poco più grande di piazza Tienanmen. La facciata dell’albergo è la quinta scenica di questo teatrino e il nome rimanda, forse, a Raffaello che ha affrescato l’arco della cappella Chigi a Santa Maria della Pace alle sue spalle.</p>
<p>Intanto il tormentone, quotidiano, della mia risposta alla prima telefonata di Craxi: «Cosa bolle in pentola?» «Noi», quel giorno suonava meno ironico. La stampa strillava allo scandalo e alcuni quotidiani erano usciti in formato manganello etico (il giornale che, ripiegato più volte, offriva per tutta la lunghezza la scritta “Vergogna!” a caratteri cubitali, maiuscoli e in grassetto). L’unico appuntamento della giornata era l’intervista in diretta, in prima serata, con Giuliano Ferrara (presso gli studi di Canale 5). Di ora in ora, le forze dell’ordine modificavano il loro assetto con alternanza di corpi e mezzi; all’interno del Raphael molti i poliziotti; quelli in borghese si riconoscevano dal tintinnio delle manette appese alla cintura. Perché le manette? Per l’intera giornata feci la spola tra via Boezio e il Raphaël per incontrare quegli amici e collaboratori ancora storditi dall’imprevista notizia del giorno prima; in realtà ero furibondo per non essere riuscito ad armare un manipolo sufficiente a reagire a quel clima (il mio spirito cristiano si ferma a porgere la seconda guancia; oltre si può reagire).</p>
<p>Mi muovevo con lamia “moto blu”: un Peugeot Metropolis di terza mano, appunto blu, privo di diversi elementi funzionali e decorativi, così da renderlo, almeno fino al 1997, resistente al furto. Il rumore di quelle ore si era apparecchiato attraverso numerose giornate di silenzi; silenzi a pranzo, silenzi a cena. Non c’era nessuno, perché lui non voleva più vedere nessuno e perché molti avevano paura a farsi vedere con lui. Meno male che qualcuno veniva a trovarci nelle nostre case e nei nostri uffici. Solo che avveniva quando noi non c’eravamo. Craxi, la sua famiglia e il sottoscritto ricevemmo in quel periodo, in quelle abitazioni, 11 perquisizioni vestite da furti. Forse era per toglierci qualcosa, forse era permettercelo. Ma almeno ci tenevano vivi regalandoci un po’ di attenzione. Il Pds aveva deciso di organizzare a Piazza Navona, per il pomeriggio inoltrato, la manifestazione del suo popolo, così da urlare la sua indignazione e poi farla confluire nella piazzetta alle spalle. Per l’intera mattinata, le agenzie, radio e telegiornali avevano soffiato sul clima di rivolta nel Paese: fax, proteste, mancavano le processioni, ma il Paese “civile” stava reagendo (Gianfranco Fini, per esempio, annunciò iniziative esemplari e il Secolo d’Italia pubblicò il numero del Quirinale, così che i cittadini «potessero far pervenire alla Presidenza della Repubblica il loro sdegno»). A Roma si dice che «l’inventore della forca ci morì impiccato», conseguenza del «c’è sempre un puro più puro che ti epura», ma la predestinazione di zona era incline alla tipologia di spettacolo: Mastro Titta, il boia di Roma, esercitava la sua apprezzata professione qualche via più a nord, mentre poco più a sud fu arso vivo Giordano Bruno e un po’ più a sud ovest fu squartato Cola di Rienzo.</p>
<p>Insomma, quando Craxi, in Tunisia, mi ripeteva «in fondo, nella lotta politica, morire nel proprio letto è un privilegio», penso focalizzasse questi esercizi della creatività umana. Verso le otto della sera mi avverte che sta per scendere. Mi allontano dal poliziotto che mi marcava<br />
per invitarmi a suggerire a Craxi un’uscita sul retro (decisamente allarmati per il disastro tattico che aveva consentito il crearsi di quell’assembramento di fronte all’albergo). Sceso nella hall, tutto si consumò velocemente. Craxi rivolse delle premurose scuse agli ospiti dello hotel, involontari spettatori di quel disordine, e quando il poliziotto mi pregò con gli occhi di anticipare la proposta di dipartita tattica, fu facile anticiparlo: «Glielo dica lei». Non credo che Craxi abbia nemmeno ascoltato l’invito. Continuò a marciare verso la porta principale e, controllato che ci fossimo tutti, sibilò: «Andiamo!». “Tutti” eravamo tre: Nicola Mansi, il fido “orso biondo”, la gigantesca ombra, autista e guardia del corpo, di Craxi; Umberto Cicconi, suo fotografo, una faccia da Hollywood pronta a farsi esplodere per Craxi, e il sottoscritto. E quindi andammo incontro all’onda. E la sera diventò giorno di flash. E non fu un disegno mediatico. Infatti, il giorno dopo nessun quotidiano racconterà quel fatto in prima pagina e quelle immagini, ripetute all’inverosimile, saranno il frutto della casuale presenza di una troupe (idem per quei pochi scatti fotografici rimasti).</p>
<p>L’auto blindata, una Thema, un cassone inguidabile e impacciato, veniva battuta da caschi e da ogni tipo di oggetto disponibile alla calca umana che usava la macchina come un tamburo. Nonostante la palese assurdità dell’accerchiamento &#8211; in quella stagione di bombe e attentati &#8211; non celebrai il rito scaramantico che si compiva a ogni entrata in auto: girare la mezzaluna interna alla carrozzeria blindata per infilare la canna della mia Colt Calibro 38. Avevo 26 anni, appunto, ma giravo armato – con regolare licenza – dopo la terza visita alla mia abitazione<br />
nella quale mi era stato lasciato un proiettile sulla scrivania; io da quel giorno ricambiai i sopralluoghi indesiderati preparando una selezione<br />
di carte che volevo i miei interlocutori approfondissero, insieme a un bicchiere d’acqua e un cioccolatino. Lassativo. Sul lunotto di quell’auto guardavamo intanto i volti stravolti da una ferocia e da un’eccitazione invasata. Capivamo che si stava consumando un rito espiatorio: il problema è che il capro eravamo noi. Quindi, in quella sera illuminata a forca, la macchina avanzò lentamente; sia Umberto che il sottoscritto eravamo stati feriti da qualche oggetto, ma l’imperativo che Craxi ripeteva, controllato e senza tradire emozione, era: sorridete. Non era un gesto provocatorio, ma l’ultima arma che ti rimane quando sei circondato dai fumi dell’irrazionale: ridergli addosso. L’inverno della politica stava sfumando, lasciando spazio alla primavera dell’antipolitica. Ovvero, la politica di qualcun altro.</p>
<p><strong><em>Oggi</em></strong></p>
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