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	<title>commercio Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>commercio Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il libero commercio fa bene a tutti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-libero-commercio-fa-bene-a-tutti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Sep 2023 16:48:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[commercio internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo in cambio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Nessuno ha mai visto un cane con un suo simile fare uno scambio deliberato e leale di un osso contro un altro osso. Nessuno ha mai visto un animale, coi suoi gesti o le sue grida naturali, far capire a un altro animale: &#8220;questo è mio, quello è tuo, io darei volentieri questo<br />
in cambio di quello”.<br />
Il celebre passaggio di Adam Smith ci ricorda che l’uomo è portato allo scambio con i propri simili. E, in effetti, “in una società incivilita egli ha bisogno in ogni momento della cooperazione e dell’assistenza di moltissima gente, mentre tutta la vita gli basta appena per assicurarsi l’amicizia di poche persone”. Il riferimento a “moltissima gente” è essenziale perché implica che lo scambio è tendenzialmente senza confini, mentre all’epoca gli Stati nazionali adottavano una politica mercantilista, per la quale il commercio era un gioco a somma zero. La scoperta degli illuministi scozzesi, Hume e Smith, consisteva proprio nella dimostrazione che il libero commercio tra le nazioni faceva stare meglio tutti, sia chi importava che chi esportava e colui il quale formulò con maggiore rigore questa teoria fu un seguace di Adam Smith, l’inglese David Ricardo, di cui lo scorso 11 settembre ricorreva il 200° anniversario della morte.</p>
<p>La disquisizione non è puramente teorica. Mentre negli anni 90 la comunità internazionale (e quella scientifica) aveva accettato questo principio, da un po’ di anni si assiste alle difficoltà della globalizzazione. Sempre più spesso i governi impongono restrizioni al commercio. Alla base ci sono motivi politici, come per le sanzioni nei confronti di Stati-canaglia o guerrafondai; il timore di trasferimento di tecnologie strategiche verso Paesi ostili (esportazioni europee e americane verso la Cina); la genuflessione verso lobby interne (il blocco dell’importazione di grano ucraino da parte della Polonia) o infine la reazione ai sussidi statali a favore di imprese esportatrici (ancora una volta l’Ue verso la Cina). Persino i provvedimenti più giustificabili comportano conseguenze negative per entrambe le parti.</p>
<p>Torniamo ai nostri filosofi ed economisti del XVIII e del XIX secolo. Ebbene, David Hume, filosofoscettico scozzese, aveva già demolito le credenze protezionistiche nei suoi saggi Of Commerce, Of theBalance of Trade e Of Jeaulosy of Trade. Scriveva infatti che “l’incremento delle ricchezze e del commercio di una qualunque nazione, piuttosto che causare un danno di solito favorisce i Paesi limitrofi nell’acquisto di ricchezze e di commerci” anche perché la libertà di scambio costituisce uno stimolo positivo e “un incoraggiamento” per l’economia degli Stati circostanti. “All’inizio la merce è importata dall’estero con nostro grande disappunto, perché pensiamo che essa ci privi della nostra moneta; in un secondo tempo le competenze stesse vengono gradualmente importate, a nostro evidente vantaggio”: il commercio come veicolo di diffusione della conoscenza. Se nel passato gli stranieri “non ci avessero istruito, noi ora<br />
saremmo dei barbari”. Adam Smith, suo caro amico, lo spiegò con grande semplicità: “Per mezzo di vetrate, concimazioni e serre riscaldate si possono coltivare in Scozia ottime uve, e con esse si può fare anche dell’ottimo vino, con una spesa quasi trenta volte più alta di quella con cui si può far arrivare da Paesi stranieri un vino almeno altrettanto buono”. D’altronde “è una regola di condotta di ogni prudente capofamiglia quella di non cercare mai di fabbricare a casa ciò che costerebbe più far da soli che comprare”.</p>
<p>Sulle spalle dei due giganti si piazza David Ricardo, politico, uomo d’affari, economista che sviluppò la teoria del vantaggio comparativo. Nei suoi Principles of Political Economy and Taxation, il ragionamento è sviluppato in modo semplice: anche quando un Paese è più<br />
efficiente di un altro in due produzioni, comunque gli conviene specializzarsi in una. Poniamo che il Portogallo produca 1 bottiglia di vino con 5 ore di lavoro e un chilo di pane con 10 ore. L’Inghilterra, invece, produce la stessa bottiglia in 3 ore e il chilo di pane in un’ora. Sembrerebbe che all’Inghilterra convenga fare tutto a casa. Invece, il costo del Portogallo<br />
per produrre il vino, sebbene più alto che in Albione, è più basso rispetto al pane. Per ogni bottiglia prodotta, il Portogallo dà via 1⁄2 chilo di pane, mentre all’Inghilterra basta 1/3 di chilo. Quindi il Portogallo ha un vantaggio comparativo nel produrre il vino, mentre l’Inghilterra lo ha nel produrre il pane. Se Londra e Lisbona scambiano vino e pane 1 a 1, il Portogallo convertirà le 10 ore che gli ci vogliono per produrre il pane per fare 2 bottiglie di vino. Anche l’Inghilterra ci guadagna, perché per importare due bottiglie di vino dal Portogallo in cambio di due chili di pane, ci dovrà mettere due ore di lavoro, mentre per fare una bottiglia di vino ne impiega tre e quindi, con lo scambio immaginato, convertirà le 3 ore per sfornare 3 chili di pane e alla fine si troverà con una bottiglia in più (ne importa due) e un chilo di pane in più (gliene avanza uno). Ecco qui la teoria dei vantaggi comparativi spiegata senza complesse formule matematiche. Il mondo è diventato sempre più complicato ma la lezione di questi tre giganti si è dimostrata una delle più solide della teoria economica: ricordiamocelo.</p>
<p>Affari &amp; Finanza</p>
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		<title>Attenti al commercio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/attenti-al-commercio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2022 17:16:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay, che riassume il principio secondo il quale il governo non deve intromettersi nell’attività economica di imprese [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea</h3>
<p>Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay, che riassume il principio secondo il quale il governo non deve intromettersi nell’attività economica di imprese ed individui. Il laissez-faire è diventato nel linguaggio corrente a il sinonimo del liberismo economico, ma il suo corollario è altrettanto importante perché senza far passare alle merci i confini geografici l’attività produttiva diventa zoppa.</p>
<p>Lunedì 31 ottobre si sono riuniti a Praga i ministri del commercio estero dell’Unione Europea alla presenza della collega americana Katherine Tai e in questo incontro sono venuti al pettine tre nodi fondamentali. Il primo e più pressante: come comportarsi con gli Stati-canaglia oltre ad infliggergli sanzioni sempre più pesanti?</p>
<p>Secondo quesito: cosa fare con i paesi alleati o comunque non ostili che adottano misure protezionistiche?<br />
Terzo dilemma: accettare sempre i soldi per investimenti da parte di chi gode di vantaggi ingiustificati in termini di sussidi o persegue fini politici?</p>
<p>La domanda iniziale parte da un presupposto: le sanzioni economiche sono dannose sia per chi le infligge che per chi le subisce. I sovranisti fanno oggi questa strabiliante scoperta per cercare di diminuire la pressione sulla Russia putiniana, ma che il commercio dia vantaggi ad entrambi le parti è noto da secoli, e lo hanno ben spiegato Hume, Smith e Ricardo. È importante capire cosa si vuole raggiungere con un embargo e gli obiettivi sono molteplici: condanna morale, infliggere danni allo Stato trasgressore più di quelli che si subiscono (e per ora questo aspetto funziona), scoraggiare ulteriori aggressioni. L’insegnamento è che non ci si deve rendere dipendenti per beni essenziali da paesi ostili o instabili.</p>
<p>La seconda questione aveva un punto concreto, gli incentivi alle vetture elettriche decise dall’amministrazione Biden con una misura altamente protezionistica secondo la quale i benefici sono diretti solo alle auto costruite su suolo americano (anche se con componenti straniere). La risposta giusta sono misure di rappresaglia? No: ci sono organismi internazionali come il Wto per risolvere queste controversie ed in ogni caso tenere le frontiere aperte è comunque un vantaggio anche se altri le chiudono. Insegnamento: bisogna spingere sui trattati di libero scambio (ad esempio, la vittoria di Lula – che non è certo un liberale- sembra di buon auspicio per l’entrata in vigore di quello Europa-Mercosur e bisogna evitare che sia la Francia ad opporsi) e inserire in essi clausole che proibiscano o sanzionino come in Europa gli aiuti di Stato.</p>
<p>Il terzo problema è rappresentato in questi giorni dalla querelle nata in Germania per la cessione del 24,9% di un’importante banchina del porto di Amburgo ad un’azienda pubblica cinese che sta facendo incetta di porti europei e dal travaglio della raffineria di Priolo vicino Siracusa.</p>
<p>L’impianto è di proprietà della società russa Lukoil, raffina il 20% del petrolio consumato in Italia e oggi importa solo quello russo (perché nessuna banca concedeva più credito e garanzie vista la proprietà) che a partire da inizio dicembre cadrà sotto l’embargo europeo. La raffineria rischia di chiudere con pesanti ricadute occupazionali. In Germania un simile problema con un impianto di proprietà della russa Rosneft è stato risolto con un commissariamento e congelamento delle quote della società moscovita. In Italia si vedrà.</p>
<p>Insegnamento: l’Europa deve necessariamente muoversi in modo coordinato per risolvere i problemi creati dagli investimenti russi e per evitare un domani di trovarsi immobilizzata da legami economici con una molto più economicamente potente Cina, soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle industrie strategiche. Attualmente la normativa Golden Power concede fin troppi poteri al governo per bloccare acquisizioni anche in settori non realmente strategici da parte di imprese nazionali, europee ed occidentali. Se si vuole prevenire la penetrazione economica da parte di paesi che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale diventa assolutamente necessario liberalizzare il mercato dei capitali quando tale rischio non c’è.</p>
<p>In conclusione, il commercio internazionale, la sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea: è bene se ne renda conto anche il governo italiano.</p>
<p><a href="https://www.repubblica.it/commenti/2022/11/09/news/mercato_regole_aspetto_fondamentale_politica_estera-373780971/"><em><strong>La Repubblica</strong></em></a></p>
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		<title>Pos(sibilità)</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/possibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jun 2022 07:57:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[pagamenti digitali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo in ritardo di otto anni. E già questo la dice lunga. Se anche fossimo stati puntuali, otto anni fa, ci saremmo trovati in ritardo rispetto alla realtà. Avendo traccheggiato, come puntualmente capita, s’è finito con il danneggiare gli interessi che, a chiacchiere, si diceva di volere tutelare. Comunque ci siamo: da domani chi non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo in ritardo di otto anni. E già questo la dice lunga. Se anche fossimo stati puntuali, otto anni fa, ci saremmo trovati in ritardo rispetto alla realtà. Avendo traccheggiato, come puntualmente capita, s’è finito con il danneggiare gli interessi che, a chiacchiere, si diceva di volere tutelare.</p>
<p>Comunque ci siamo: da domani chi non ha il Pos (Point of sale, la macchinetta per i pagamenti elettronici), chi non accetta o consente pagamenti con carte, pagherà una sanzione. Il Paese già paga il ritardo.</p>
<p>La prima leggenda fu relativa alla difesa dei “piccoli”, nell’assai errato presupposto siano non in grado o non interessati a gestire quel tipo di pagamenti. Peccato ci si paghi il taxi, in giro per il mondo civilizzato. Semmai i piccoli commercianti ne hanno ricavato un danno, per due ragioni:</p>
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li>quanti sono dotati di carte e non di frusciante comprano altrove, a tacere dell’on line, dove si paga solo con le carte;</li>
<li>l’accumulo del contante comporta un maggiore rischio di rapine, oltre ai costi, economici e di tempo, per andare fisicamente in banca a versare. A meno che non lo si eviti, nel qual caso si è nel campo dell’evasione fiscale. Ci arriviamo.</li>
</ol>
<p>La seconda leggenda sarebbe la scomodità, laddove è vero il contrario: un tempo, effettivamente, trovarsi in coda alla cassa ed avere davanti chi tirava fuori una carta per il pagamento significava perdere più tempo, ora, da anni, è vero l’opposto e il tempo te lo fa perdere chi tira fuori le banconote e prova a contare gli spiccioli.</p>
<p>Il che porta alla terza leggenda: quel sistema va bene per le grosse cifre e non per i micropagamenti. Laddove sono proprio i più piccoli a comportare le maggiori difficoltà di cambio. Ci siamo trovati tutti a frugare nelle tasche, consapevoli che non puoi offrire cento euro per pagarne 1.50.</p>
<p>Vai con la quarta: il costo, ovvero le commissioni. Di tutto si può discutere e per i micro si dovrebbe andare a zero, ma non è che i versamenti o le girate degli assegni siano gratis (prego osservare i tempi di accredito).</p>
<p>La quinta ha dell’assurdo: si deve andare incontro ai più anziani. Giustissimo, ma il modo migliore per non fare andare loro incontro ladri e scippatori è aiutarli a pagare tutto con la carta, che è del tutto inutile rubare.</p>
<p>Non sono fra quanti ritengono si debba cancellare il contante, bastando rendere più conveniente il pagamento digitale. Poi ciascuno sceglie come saldare i conti. Ma non come incassare. Da qui, appunto, l’obbligo. Teorico dal 2014 e la sanzione da domani. Il tempo perso è stato uno svantaggio competitivo, per il Paese, per i consumatori e per i venditori di beni e servizi.</p>
<p>I pagamenti digitali non sono solo una comodità, ma una opportunità di contrasto all’evasione fiscale. E, tanto per non essere ipocriti, è questo l’aspetto che ha più favorito il lobbismo del rinvio. Intanto, dal 2012 al 2021, senza sanzioni, le transazioni con carte hanno più che triplicato il loro valore (da 1.1 a 3.8 miliardi).</p>
<p>Nello stesso lasso di tempo i punti dotati di Pos sono passati da 1.5 a 4.2 milioni. Questo grazie alla falilità e convenienza. Se agganciassimo a questo sviluppo, che sarà sempre più forte, anche una opportunità fiscale, se utilizzassimo la contabilizzazione automatica e la non necessità di conservare quintali di carta, non controllabile, per rendere effettivo il sano conflitto d’interessi, talché pagare regolarmente, per il cliente, non sia solo una fissazione per la legalità, ma anche una vocazione alla propria utilità, avremmo sconfitto una parte notevole dell’evasione fiscale.</p>
<p>Tendenzialmente tutta quella legata al mercato regolare. E ci saremmo riusciti senza pagare il salato e sgradevole prezzo della militarizzazione nella vita quotidiana, senza dovere invocare le fiamme gialle, senza l’occhiuto controllo degli scontrini fuori dai bar. Etica civile e giustizia sociale, grazie allo strumento digitale. Bello e possibile.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-29-giugno-2022-2/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
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		<title>Perché l’Italia è l’anello debole</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-litalia-e-lanello-debole/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Panebianco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Mar 2022 08:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Poteri pubblici e aziende private per anni hanno alimentato l’interscambio con la Russia senza rendersi conto della vulnerabilità economica dell’Europa e dei rischi. Come ha fatto l’Europa a diventare così dipendente dalla Russia per l’energia e non soltanto? Come mai a coloro che, per conto di pubblici poteri e di imprese private, hanno alimentato per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Poteri pubblici e aziende private per anni hanno alimentato l’interscambio con la Russia senza rendersi conto della vulnerabilità economica dell’Europa e dei rischi.</h3>
<p>Come ha fatto l’Europa a diventare così dipendente dalla Russia per l’energia e non soltanto? Come mai a coloro che, per conto di pubblici poteri e di imprese private, hanno alimentato per anni e anni l’interscambio con la Russia, non è mai venuto il sospetto di avere infilato la testa nella bocca del leone?</p>
<p>C’è un problema che riguarda l’intera Europa e ci sono le specificità nazionali. Con riguardo alle quali possiamo dire che il caso italiano fa storia a sé. Come in altri momenti del passato, l’Italia si rivela l’anello debole della catena occidentale.</p>
<p>Consideriamo dapprima il problema generale. Perché la dipendenza europea dalla Russia? Si possono citare varie cause. Come la geografia: avere buoni rapporti con un vicino così ingombrante era rassicurante per l’Europa occidentale. Cosa c’era di meglio dei rapporti economici per rinforzare l’amicizia fra vicini? Poi c’era la convenienza: gli affari erano davvero buoni. Per il prezzo di petrolio e gas. E perché la Russia è un grande e appetibile mercato per le merci occidentali.</p>
<p>Gli affari sono affari, si dice, e pecunia non olet, i soldi non hanno odore. Ma non tutti gli affari sono uguali.</p>
<p>Che le cose potessero prendere una brutta piega era chiaro a diversi osservatori da molto tempo. Per lo meno dall’attacco alla Georgia del 2008. E ancor più platealmente dal momento della conquista della Crimea (2014) e l’avvio della secessione nel Donbass. Per la prima volta dopo la Seconda guerra mondiale una grande potenza violava la regola tacita secondo cui la pace in Europa richiede che i cambiamenti di confine siano sempre decisi consensualmente. Perché nessuno si preoccupò allora di fare i conti con la vulnerabilità economica dell’Europa?</p>
<p>È troppo facile dire che era solo una questione di interessi. Naturalmente, gli interessi contano, eccome. Però, vale la regola generale secondo cui gli interessi sono potentemente condizionati dal clima politico-culturale prevalente. Quel clima spinge gli interessi in una direzione o nell’altra, incentiva o disincentiva certi investimenti, favorisce l’ingresso in certi mercati, rende più difficoltoso l’ingresso in altri.</p>
<p>Si consideri l’illusione di cui spesso sono vittime le società aperte quando trattano con le autocrazie. È un’idea antica, presente in Occidente fin da quando Montesquieu nel Settecento scrisse che il commercio ingentilisce i costumi, quella secondo cui l’interscambio economico, e l’interdipendenza che ne risulta, può favorire la pace. Un’idea corretta. Ma che diventa sbagliata se viene estremizzata, se ci porta a pensare che sia sufficiente un’elevata interdipendenza economica perché i problemi politici e geopolitici scompaiano. L’errore consiste nel credere che i rapporti che le società aperte e democratiche intrattengono con una grande potenza autocratica abbiano gli stessi effetti di quelli che tali società intrattengono fra loro.</p>
<p>Da quella concezione errata discendono gli sbagli commessi dall’Occidente. Finita la Guerra fredda e ancora nella prima fase dell’era Putin, si pensò che la Russia non sarebbe mai più stata un pericolo. Se anche non fosse diventata una democrazia di stampo occidentale, la sua apertura al mondo ne avrebbe comunque garantito una definitiva normalizzazione. Era l’epoca in cui la Russia veniva inserita a pieno titolo nelle istituzioni che alimentano quei processi di crescita dell’interdipendenza economica e finanziaria impropriamente chiamati «globalizzazione».</p>
<p>Era l’epoca di Pratica di Mare (2002) e dell’accordo di collaborazione allora siglato fra la Nato e la Russia. La Russia era diventata un alleato dell’Occidente. E fu proprio per questo che l’allargamento della Nato ad Est non venne allora considerato né dagli occidentali né da Putin una minaccia alla sicurezza russa.</p>
<p>Che cosa avvenne poi? Avvenne che, un pezzo alla volta, Putin costruì un sistema autocratico personale. Ma in Occidente non suonò il campanello di allarme. Non si mise in conto che il consolidamento di un potere autocratico avrebbe presto o tardi influenzato le relazioni esterne della Russia. C’è un diretto collegamento fra quel consolidamento e l’adozione da parte di Putin di una postura internazionale sempre più aggressiva nei confronti dell’Occidente.</p>
<p>Ma per forza d’inerzia o per quieto vivere, e per effetto dell’illusione sopra evocata, gli occidentali non presero subito atto della nuova realtà. C’è voluta l’aggressione all’Ucraina per scoprire come stanno davvero le cose.</p>
<p>Fin qui il problema generale. C’è poi il caso speciale dell’Italia. Talmente speciale che la Russia ora ci tratta con particolare aggressività: l’attacco al ministro Guerini, l’esposto dell’ambasciatore russo contro La Stampa. Sembra proprio che la Russia si senta tradita dall’Italia più che da qualunque altro Paese europeo. Aiutano a capirlo le ambiguità e contorsioni attuali di una parte abbondante dell’Italia politica, documentate da Paolo Mieli (Corriere, 28 marzo).</p>
<p>Anche in questa occasione l’Italia si conferma come una democrazia difficile. Il che ne fa per l’appunto un anello debole nei tempi duri che ci attendono. L’Italia è da sempre attraversata da robuste correnti antioccidentali, di destra e di sinistra, afflitta da un antiamericanismo tenace e dotato di proprietà camaleontiche, cucinato in varie salse politiche. Ne consegue l’ostilità (minoritaria ma tutt’altro che irrilevante ) alla Nato, un sentimento «trasversale», presente a destra e a sinistra, nonché in settori consistenti del mondo cattolico. È il «di più» che abbiamo rispetto ad altri Paesi europei e che ha contribuito ad accentuare la nostra dipendenza (psicologica prima ancora che economica) dalla Russia e la nostra conseguente vulnerabilità. Senza contare che siamo anche il Paese più condizionato da un ecologismo estremo (no al nucleare, no alle trivellazioni, eccetera) che ha favorito, negli anni, la nostra dipendenza energetica dalla Federazione russa.</p>
<p>Per le cause generali dette e per ragioni più specificatamente italiane, dipendenza energetica a parte, si è sviluppata nel tempo un’ampia rete di interessi, sia economici che politici, che collega il nostro Paese alla Russia.</p>
<p>Ciò che accade sul piano politico (le ambiguità di una parte dei 5 Stelle e della Lega, il silenzio di Berlusconi) suggerisce l’esistenza di più ramificate connessioni.</p>
<p>Per lo più, le guerre hanno la proprietà di bruciare le posizioni ambigue. Se, contrariamente alle aspettative, tali posizioni non verranno davvero punite dagli elettori, vorrà dire che le correnti anti-occidentali saranno state in grado di resistere persino alla guerra. Vorrà dire che l’Italia non cesserà di essere un caso speciale. Le guerre hanno anche, in genere, un effetto «costituente», forgiano, nei vari Paesi, gli equilibri successivi. Anche in Italia (come in Germania) molti interessi economici dovranno comunque riposizionarsi.</p>
<p>Sul piano politico, sembra proprio che Enrico Letta e Giorgia Meloni, collocando immediatamente i loro partiti dalla parte dell’Occidente, si siano guadagnati i galloni, abbiano conquistato il diritto di essere i principali protagonisti/avversari della prossima stagione politica. In ogni caso, comunque si distribuiranno le parti, quali che saranno in futuro i nomi dei protagonisti, dei comprimari e delle comparse, la guerra ha generato una nuova divisione: fra chi vuole e chi non vuole togliere la testa dalla bocca del leone.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/22_marzo_28/perche-l-italia-l-anello-debole-577cd3b8-aec6-11ec-89b4-33ef6a8626b0.shtml?refresh_ce"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/perche-litalia-e-lanello-debole/">Perché l’Italia è l’anello debole</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Gli scambi Italia-Ucraina: legami spezzati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/gli-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 11:46:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Puntiamo non solo a riprendere ma ad ampliare i nostri scambi commerciali con l’Ucraina. Le dimensioni di tali interscambi sono importanti, come dimostrano i numeri raccolti in questa pagina, e sono di varia natura. Cresceranno e saranno ulteriormente diversificati. Né noi né gli ucraini lo faremo per “venirci incontro” o per “gratitudine”. Lo faremo per [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Puntiamo non solo a riprendere ma ad ampliare i nostri scambi commerciali con l’Ucraina. Le dimensioni di tali interscambi sono importanti, come dimostrano i numeri raccolti in questa pagina, e sono di varia natura. Cresceranno e saranno ulteriormente diversificati. Né noi né gli ucraini lo faremo per “venirci incontro” o per “gratitudine”. Lo faremo per convenienza, come conveniente è un mondo aperto, competitivo, specializzato. La criminale guerra scatenata da Putin ha rotto un mercato altrimenti profittevole. Ma lui perderà e il mercato ripartirà.</p>
<p>Non è senza significato che a farda mediatore ci sia anche un uomo d’affari, finanziere, con interessi enormi in giro per il mondo, dal profilo sfuggente, perché saranno i russi, se esclusi, a restare in eterna bancarotta. Questa fotografia dei rapporti commerciati fra Ita-lia e Ucraina è il punto da cui ripartire.</p>
<p>La scorsa settimana abbiamo approfondito la situazione relativa agli interscambi commerciali tra Italia e Russia, rapporto che è destinato a interrompersi a causa delle sanzioni imposte in seguito all’invasione dell’Ucraina. Tuttavia, la guerra voluta da Putin ha portato anche alla cessazione (si spera temporanea) degli scambi commerciali con la stessa Ucraina.</p>
<p>Secondo il Ministero degli Affari Esteri, nel 2021 il valore complessivo dell’interscambio tra i due Paesi era di circa 5,4 miliardi di euro. Le merci esportate verso l’Ucraina costituivano il 39,1% del valore complessivo, assicurando un fatturato di circa 2.112 milioni di euro. L’importazione di beni dall’Ucraina rappresentava invece il 60,9% dello scambio commerciale, per un valore di 3.286 milioni di euro.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-56430" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-650x467.jpg" alt="luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022" width="650" height="467" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-650x467.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-400x287.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-250x180.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-768x552.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-150x108.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022-800x575.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico2-30032022.jpg 1006w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Tra i beni più richiesti da Kiev figurano i macchinari e le apparecchiature industriali (22% di tutte le merci espor-tate), i prodotti chimici (9,2%), gli articoli di abbigliamento (7,2%), i prodotti alimentari (7,2%) e le apparecchiature per uso domestico (5,8%). Anche tabacco (4,9%), bevande (4,4%) e autoveicoli (4%) sono merci molto apprezzate.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-56427" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-650x360.jpg" alt="luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022" width="650" height="360" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-650x360.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-400x221.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-250x138.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-768x425.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-150x83.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022-800x443.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-ucraina-legami-spezzati-laragione-grafico1-30032022.jpg 1016w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Come spesso accade quando si guarda alle tipologie di prodotti esportati dall’Italia, anche in questo caso possiamo notare una netta prevalenza dei prodotti lavorati o semi-lavorati. L’Ucraina, invece, è nota per il gran numero di acciaierie presenti sul territorio e per gli sterminati campi di grano e mais.</p>
<p>Infatti, il 63% delle importazioni riguardano prodotti derivati dalla metallurgia mentre alimenti, bevande e prodotti agricoli costituiscono il19,5% del totale. Se interrompere i rapporti con la Russia è stata una scelta dolorosa ma necessaria, il legame commerciale con l’Ucraina è stato brutalmente spezzato dall’attacco russo.</p>
<p>Questo atto di prepotenza rischia di avere pesanti ripercussioni sulla nostra economia. Per un’industria come la nostra, che fa largo impiego di metalli, l’interruzione dell’approvvigionamento della materia prima rappresenta infatti una seria minaccia alla salute del già vulnerabile settore.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/pdfviewer/30-marzo-2022/"><strong>a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su <em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Gli scambi Italia-Russia: un sacrificio necessario</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scambi-italia-russia-sacrificio-necessario/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Ricolfi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Mar 2022 09:49:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[commercio]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché non commerciare Volentieri commerciamo con ogni parte del mondo. Per convenienza, naturalmente, ma anche convinti che i commerci incorporino competizioni che non di-ventano conflitti. Questi ultimi, invece, bloccano e distruggono i commerci. Volentieri abbiamo commerciato con la Russia. Lo facevamo anche quando era Unione Sovietica. Spesso si sono sollevate obiezioni sul non mantenere relazioni [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Perché non commerciare</strong></p>
<p>Volentieri commerciamo con ogni parte del mondo. Per convenienza, naturalmente, ma anche convinti che i commerci incorporino competizioni che non di-ventano conflitti. Questi ultimi, invece, bloccano e distruggono i commerci. Volentieri abbiamo commerciato con la Russia. Lo facevamo anche quando era Unione Sovietica. Spesso si sono sollevate obiezioni sul non mantenere relazioni produttive con Paesi che negano i diritti umani, quale certamente era l’Urss.</p>
<p>Obiezioni fondate, ma i commerci non sono fratellanza o condivisione. In particolare la globalizzazione, non a caso apertasi dopo il crollo sovietico, ha sottratto alla fame centinaia di milioni di umani. Risultato non trascurabile e certamente buono. Allora perché non continuare a commerciare con la Russia? Perché ci ha dichiarato guerra, muovendola a un Paese sovrano, a una democrazia e all’intero edificio del diritto internazionale. A questo punto i costi sono largamente secondari, perché quelli di una vittoria russa sarebbero enormemente superiori.</p>
<p>Dalla caduta della cortina di ferro in poi, la Russia è progressivamente diventata un <em>partner</em> commerciale molto importante per il nostro Paese. Tuttavia, in seguito alle recenti sanzioni, è verosimile che questo rapporto possa interrompersi, causando grosse perdite anche all’Italia.</p>
<p>Secondo il Ministero degli Affari Esteri, nel 2021 il valore dell’interscambio commerciale tra Italia e Russia ammontava a poco più di 21 miliardi di euro. I prodotti esportati dal nostro Paese hanno fruttato 7.696 milioni (pari al 35,5% del valore complessivo dell’interscambio), mentre l’importazione delle merci russe per un valore di 13.948 milioni di euro costituiva il 64,5% del valore dell’interscambio.</p>
<p>Tra i beni maggiormente esportati figurano macchinari e apparecchiature industriali (27,9%), abbigliamento (11,2%) e prodotti chimici (9,3%). Altri prodotti molto apprezzati da Mosca sono le apparecchiature per uso domestico (6%), i prodotti alimentari (5,5%) e gli articoli in pelle (4,9%).</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-56208" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-650x360.jpg" alt="luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022" width="650" height="360" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-650x360.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-400x222.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-250x139.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-768x426.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-150x83.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022-800x443.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico1-23032022.jpg 814w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>Come illustrato in uno dei grafici a fianco, gli interessi del mercato russo ricadono soprattutto sui nostri prodotti lavorati o semilavorati. Al contrario, l’Italia importa soprattutto materie prime e combustibili fossili. Le materie prime, tra le quali sono inclusi i prodotti estratti dalle miniere e il gas naturale, costituiscono infatti il 61% del totale dei prodotti importati. Un’altra porzione consistente (23%) è rappresentata dalle merci di derivazione metallurgica (acciaio, alluminio e altri metalli) e dai derivati del petrolio (9%).</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-56210" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-650x464.jpg" alt="luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022" width="650" height="464" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-650x464.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-400x286.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-250x179.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-768x548.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-150x107.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022-800x571.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/luca-ricolfi-scambi-italia-russia-laragione-grafico2-23032022.jpg 815w" sizes="auto, (max-width: 650px) 100vw, 650px" /></p>
<p>La rottura dei rapporti commerciali con un <em>partner</em> così importante, dunque, rappresenta un danno non indifferente per l’economia del nostro Paese. Tuttavia, la guerra in corso alle porte dell’Europa costituisce una minaccia molto più preoccupante.</p>
<p>In quest’ottica risulta quindi fondamentale compiere ogni sforzo possibile per mettere fine alle ostilità, anche sacrificando convenienti (o utili) relazioni commerciali.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/pdfviewer/23-marzo-2022/"><strong>a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su </strong><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/scambi-italia-russia-sacrificio-necessario/">Gli scambi Italia-Russia: un sacrificio necessario</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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