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	<title>clinton Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>clinton Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Liberali italiani alla prova del Trump</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liberali-italiani-alla-prova-del-trump/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 16:47:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Quattro liberali discutono dei due candidati americani. Parlano l’economista Alesina, l’avvocato De Nicola, il direttore Ostellino e lo storico Orsina[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>l confronto televisivo tra <strong>Donald Trump</strong> e <strong>Hillary Clinton</strong>, la coppia di candidati alla Casa Bianca più impopolare della storia degli Stati Uniti, ha forse chiarito le idee all’elettorato americano. Per i liberali duri e puri, orfani di <strong>Ronald Reagan</strong> e a cui di questi tempi non dispiacerebbe neppure la terza via di <strong>Bill Clinton</strong>, la decisione è ancora più complicata. Visto dall’Italia, poi, dove la rappresentanza politica liberale è quanto mai frastagliata (per non dire eterea), quel confronto americano può causare invidie ma anche fornire spunti ideali per un domani possibilmente più radioso.</p>
<p>Abbiamo chiesto ad alcuni opinionisti italiani di rifletterci su. Meglio Hillary o The Donald? “Penso che Trump non sia adatto a fare il presidente degli Stati Uniti, ha idee protezionistiche pericolose, non ha mai espresso politiche credibili, ma solo slogan populisti – dice <strong>Alberto Alesina</strong>, economista a Harvard e visiting professor alla Bocconi – Dall’altro lato la Clinton continuerà a fare ciò che è stato fatto finora, anzi, propone di aumentare le tasse e la spesa pubblica. Se vince non sarebbe una catastrofe immediata, ma non farà molto per risolvere i due grandi problemi del paese: un debito pubblico enorme e il rallentamento della crescita”. Alesina, che in passato ha appoggiato Mitt Romney contro Barack Obama, dice che questa volta “manca un candidato liberal sui diritti civili ma conservatore e pro market in economia, a causa della crisi del Partito repubblicano”. ’È più o meno lo stesso scenario che si trova di fronte l’elettorato italiano? “In <strong>Italia</strong>, per un liberale l’unico sbocco è attualmente nell’area centrista della sinistra, un po’ come accade negli Stati Uniti, dato che i repubblicani sono nelle mani di estremisti religiosi e populisti”.</p>
<p>Di fronte all’alternativa Trump-Clinton, <strong>Alessandro De Nicola</strong>, presidente dell’Adam Smith Society, preferisce il candidato libertario: “Se fossi americano voterei per Gary Johnson. È un candidato leggerino e un po’ matto ma bisogna evitare l’elezione di Trump, sarebbe la rovina degli Stati Uniti e un grave colpo alla stabilità mondiale”. Perché non votare per Hillary allora? “La Clinton è un Nixon in gonnella con politiche più deleterie di Nixon, ma è un male rimediabile. Spero che venga eletta con un mandato debole, così che il paese rinsavisca e tra quattro anni non riproponga i candidati peggiori di sempre”. Per un liberale è la stessa crisi di coscienza che si presenta in Italia? “Renzi, con tutti i suoi difetti, è meno peggio della Clinton: mentre la prima sposta l’asse dei democratici verso sinistra, lui sposta il partito lievemente verso l’area liberale e centrista. In un ballottaggio con Grillo o Salvini non avrei dubbi: voterei per Renzi”.</p>
<p><strong>Piero Ostellino</strong>, editorialista del <em>Giornale</em>, si è fatto un’altra idea. “Trump viene delegittimato perché populista, ma la sua immagine è distorta da una stampa schierata con la Clinton. Trump in realtà rappresenta una posizione diffusa nel mondo occidentale, su temi che riguardano la gente comune”. Il magnate americano quindi incarna una frattura reale tra popolo e élite che viene oscurata dai media: “Le élite sono tutte con la Clinton, mentre Trump nella sua rozzezza rappresenta l’opinione pubblica americana meglio di un prodotto artificiale della cultura di sinistra, che è tanto vicina agli intellettuali quanto lontana dall’uomo comune”. Per l’ex direttore del <em>Corriere della Sera</em> non ci sarà l’Apocalisse se dovesse vincere il candidato repubblicano: “Perché non c’è stata una mutazione genetica dell’elettorato, gli americani sono gli stessi e l’America resterebbe la guida dell’occidente”.</p>
<p>Anche per <strong>Giovanni Orsina</strong>, storico all’Università Luiss, l’irruzione di The Donald è il segnale di sommovimenti più profondi: “Il confronto Trump-Clinton è una riproduzione perfetta del conflitto che stanno vivendo tutte le democrazie. È in corso una ribellione delle masse contro un establishment che non è più capace di dire nulla sull’attualità e sul futuro. L’élite deve guidare e dirigere, ma qui non dirige più nessuno. Anche il Santo padre dice ‘Chi sono io per giudicare?’. Si vede il giudicare come un’accusa a qualcuno, ma il giudizio deriva da un senso del bene e del male”. E mentre nessuno giudica, Trump fa una campagna elettorale tutta basata su giudizi netti. “Trump dice che i valori americani devono essere salvaguardati dagli immigrati, c’è il bene e il male. Ortega y Gasset nel 1930 descriveva a cosa avrebbe portato la crisi delle élite: ‘Fra poco si udrà un grido in tutto il pianeta, come l’ululato di innumerevoli mastini, fino alle stelle, chiedendo qualcuno che comandi’”.</p>
<p>Insomma, il fenomeno Trump non è passeggero. “Se milioni di persone votano per qualcuno non è uno scherzo. Trump affronta problemi seri con una ricetta seria: l’America first, la chiusura. Da liberali possiamo dire che non è la ricetta giusta, ma dobbiamo cercare di capire per quale motivo il partito di Reagan è finito in mano a lui”.</p>
<p><strong>Luciano Capone</strong>, <em>Il Foglio</em> 28 settembre 2016</p>
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		<title>Costretti a tifare per Hillary</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/costretti-a-tifare-per-hillary/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2016 15:20:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[clinton]]></category>
		<category><![CDATA[panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]In un editoriale del 2 agosto sul Corriere della sera, Angelo Panebianco spiega perché si è "costretti" a tifare Clinton[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Chi l’avrebbe mai detto? Ad eccezione dei simpatizzanti dei movimentiautoritari o comunque illiberali detti impropriamente populisti ( per lo più amici della Russia di Vladimir Putin) , in Europa siamo costretti , senza particolari differenze fra destra e sinistra, a tifare per l’establishment, per la casta , per la «terribile» Wall Street affamatrice dei popoli, per il big business, insomma per <strong>Hillary Clinton</strong>. Tenuto conto dei fortissimi sentimenti antiestablishment che percorrono l’Occidente, America inclusa, Clinton è sfavorita. Deve rincorrere Donald Trump sperando di farcela per una manciata di voti. La prima donna candidata alla Presidenza, certo, ma anche il volto più rappresentativo dell’odiato establishment. Le sue , comprensibilissime, contorsioni ( fare le più ampie concessioni, nel programma, al radicalismo sociale di Sanders, scegliere un vice-presidente che parli sia agli ispanici che all’elettorato moderato) segnalano la sua debolezza. Platealmente messa a nudo, all’inizio della Convention democratica di pochi giorni fa , dai fischi che alcuni sostenitori (o ex sostenitori) di Sanders gli hanno riservato per il suo appoggio a Clinton. Niente di strano, in realtà. Gli elettori di Sanders sono altrettanto isolazionisti e protezionisti di quelli del candidato repubblicano . Molti di loro, forse- o così dicono i sondaggi- voteranno per Clinton (turandosi il naso)..</p>
</div>
<div class="chapter clearfix">
<p class="chapter-paragraph">Almeno se la «missione», quasi disperata, della Convention, la quale consisteva nel tentativo di umanizzare un po’ agli occhi degli americani l’antipatica Hillary (soprattutto grazie ai discorsi dei coniugi Obama e di Bill Clinton), avrà avuto successo.</p>
<div class="teads-inread sm-screen"> La partita che si sta giocando è stata perfettamente riassunta da<strong> Trump</strong>: «americanismo» contro «globalismo». Significa, niente meno, che ciò che è in gioco in queste elezioni è la (declinante ma ancora vitale) Pax Americana , di cui la cosiddetta globalizzazione è figlia, quell’egemonia mondiale che, dopo il 1945, si è incarnata in un insieme, complesso ed elaborato, di istituzioni internazionali, e che per settant’anni ha assicurato al mondo occidentale pace, prosperità, democrazia. All’Europa ma anche agli Stati Uniti: se è vero, come è vero, ciò che ricordava anni fa un grande scienziato politico, Samuel Huntington, ossia che il benessere e la stabilità democratica dell’America hanno uno stretto rapporto con quella egemonia.</div>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se la Presidenza Obama ha rappresentato il tentativo di un compromesso fra il tradizionale ruolo egemonico degli Stati Uniti e le correnti isolazioniste, di nuovo in crescita in quel Paese nel mondo post-guerra fredda, Trump segnala che l’argine sta crollando: «americanismo» significa, almeno in linea di principio, una America che si chiude in se stessa, che manda al macero sia il sistema internazionale di libero scambio sia le alleanze militari da essa costruite dopo la <strong>Seconda guerra mondiale</strong>. Per effetto del protezionismo economico e dell’isolazionismo politico rivendicati da Trump e dai suoi sostenitori. «Americanismo» significa anche che se gli interessi americani venissero minacciati, Trump non rinuncerebbe a colpire i suoi nemici ma ciò avverrebbe in un quadro diverso da quello del passato: niente più Pax Americana (o «Impero americano», come l’hanno sempre chiamata i suoi nemici). Ci sarebbe ancora una grande potenza militare ed economica, non ci sarebbe più un ordine internazionale sostenuto e guidato da quella potenza. L’America di Trump punterebbe a un accordo con Putin. È facile capire che si tratterebbe di un accordo sulla pelle dell’Europa.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Non è detto, naturalmente, che in caso di vittoria del candidato repubblicano queste cose si realizzino tutte e presto. Ma la direzione di marcia sarebbe quella. Ciò potrebbe non dispiacere a coloro che, qui in Europa, hanno sempre avversato gli Stati Uniti. Spaventerebbe invece quelli che pensano che la Pax Americana sia l’unico argine disponibile, per quanto fragile, a tutela della pace nonché un’assicurazione contro la possibilità che anche in Europa si diffondano di nuovo le tirannie.</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">Se vincerà Clinton, il quadro cambierà sensibilmente. Anche lei dovrebbe fare concessioni allo «spirito del tempo»: le spinte protezioniste e isolazioniste così diffuse in questa fase in America. Ma Clinton è tuttavia figlia di un’altra tradizione (tipicamente democratica) che ha sempre difeso il ruolo dell’America come <strong>«nazione indispensabile»</strong>, che non abdicherebbe mai alla leadership. In questo senso Clinton è anche diversa da Obama. La sua politica estera, presumibilmente, sarebbe più assertiva, più presente e attiva nelle crisi internazionali di quella del Presidente uscente. Sarebbe anche, contro Trump, una politica di amicizia con l’Europa e ostile alla Russia (le accuse di Clinton a Putin per le mail democratiche rubate la dicono lunga, in caso di vittoria democratica, sui futuri rapporti russo-americani).</p>
</div>
<div class="chapter">
<p class="chapter-paragraph">C’è chi pensa che la fine della egemonia americana sia inevitabile. Forse è vero. Forse non lo è. E forse lo è ma con tempi più lunghi o più corti a seconda delle scelte dei futuri Presidenti. C’è molta involontaria ironia nell’atteggiamento di quegli europei i quali, credendo che l’unica cosa che conta in politica sia la distinzione fra sinistra e destra, dopo avere criticato per tutta la vita la leadership mondiale degli Stati Uniti, oggi tifano apertamente per il mantenimento di quella leadership, ossia per Clinton contro Trump. Raccontando a se stessi di avere fatto una scelta di sinistra. <strong>Non è una scelta di sinistra</strong>. È solo la scelta giusta.</p>
</div>
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