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	<title>Carlo Cottarelli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Carlo Cottarelli Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Carlo Cottarelli: La crescita e l&#8217;incognita dei tassi. Il futuro del debito in mano alla Bce</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2020 07:19:32 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Carlo Cottarelli]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<title>Carlo Cottarelli: Tagliamo la giungla fiscale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-cottarelli-tagliamo-la-giungla-fiscale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Oct 2020 07:25:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Cottarelli]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
		<category><![CDATA[La repubblica]]></category>
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		<title>Carlo Cottarelli: Se la politica non dà i numeri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-cottarelli-se-la-politica-non-da-i-numeri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2020 06:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Cottarelli]]></category>
		<category><![CDATA[La repubblica]]></category>
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		<item>
		<title>Carlo Cottarelli: Riforma scadente e risparmi bassi. È fatta per creare una nuova casta</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-cottarelli-riforma-scadente-e-risparmi-bassi-e-fatta-per-creare-una-nuova-casta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Sep 2020 06:21:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Cottarelli]]></category>
		<category><![CDATA[La Stampa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Voterò no al referendum sul taglio del numero dei parlamentari perché, nella sua evidente semplicità, è una riforma fatta male, senza una chiara motivazione, senza ben definiti e significativi vantaggi e con qualche probabile svantaggio. Ma, soprattutto, voterò no perché, approvando riforme della nostra Costituzione che non sono fondamentali, ma sono solo di facciata, si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Voterò no al referendum sul taglio del numero dei parlamentari perché, nella sua evidente semplicità, è una riforma fatta male, senza una chiara motivazione, senza ben definiti e significativi vantaggi e con qualche probabile svantaggio. Ma, soprattutto, voterò no perché, approvando riforme della nostra Costituzione che non sono fondamentali, ma sono solo di facciata, si alimenterebbe la convinzione che i problemi sociali ed economici della nostra Italia possono essere risolti con approcci superficiali e approssimativi. Un cattivo esempio per il futuro.</p>
<p>La riforma è semplice: un taglio secco dei parlamentari senza cambiare altro. Non si cambia la struttura bicamerale del nostro parlamento, non si cambia la legge elettorale, non si cambia niente del resto. Si è detto che altre cose potranno seguire. Ma per ora sono solo promesse. E perché allora tagliare il numero dei parlamentari lasciando il resto invariato?</p>
<p>Si dice: per ridurre i costi della politica. Il risparmio è modesto: 57 milioni l&#8217;anno, il famoso &#8220;costo di una tazzina di caffè all&#8217;anno&#8221; per italiano (assumendo che si possa trovare una tazzina di caffè a meno di un euro!). Non è questo un motivo sufficiente per non risparmiare, ma non si dia l&#8217;impressione, come è stato fatto da tanti sostenitori della riforma, che il taglio risolva i problemi delle finanze pubbliche italiane: il risparmio è equivalente allo 0,007 percento della spesa pubblica. Fra l&#8217;altro, prendendo il prestito &#8220;sanitario&#8221; del MES si risparmierebbe, per 10 anni dalle 7 alle 9 volte in più del risparmio dal taglio dei parlamentari. E poi, se lo scopo della riforma era ridurre il &#8220;costo della casta&#8221; allora non era meglio ridurre il costo per parlamentare (che è più elevato che negli altri principali paesi europei) invece di ridurre il numero dei parlamentari?</p>
<p>Si dice anche: abbiamo troppi parlamentari. Ne abbiamo certo tanti rispetto agli altri principali paesi europei. L&#8217;avevo sostenuto anche quando facevo il Commissario per la revisione della spesa. Ma qui occorre tener conto di un fatto: abbiamo due camere che fanno esattamente la stessa cosa. Se, nel fare confronti europei, teniamo conto di questo vincolo che non abbiamo voluto eliminare, allora il numero attuale di parlamentari appare ora solo di un centinaio sopra la norma, mentre col taglio proposto finiremmo per averne circa 230 sotto quanto appropriato in base ai confronti europei (trovate i dettagli di queste stime sul sito dell&#8217;Osservatorio sui conti pubblici italiani in una nota curata da Raffaela Palomba, Federica Paudice e dallo scrivente). La carenza sarebbe particolarmente forte per il Senato.</p>
<p>La conclusione è, quindi, che, se si voleva ridurre il numero dei parlamentari, il modo giusto di farlo era passare a un sistema monocamerale, il che avrebbe anche consentito una vera semplificazione nella approvazione delle leggi. Ma non si è voluto farlo. Si è voluto tenere un Senato con tutte le sue competenze ma con un numero di senatori che è troppo basso.</p>
<p>A fronte di questi mancati vantaggi (e anzi di fronte allo svantaggio di avere un Senato sottodimensionato) ci stanno i noti problemi di rappresentanza a livello territoriale, particolarmente rilevanti sempre per il Senato e per le regioni più piccole. Non mi dilungo su questi problemi perché altri lo hanno già fatto.</p>
<p>Ma non è solo una questione di numeri a convincermi a votare no. Mi sembra chiaro che un taglio dei parlamentari fatto in questo modo serva solo a uno scopo: quello di consentire a certe parti politiche di vantare di aver fatto qualcosa di apparentemente fondamentale quando, invece, si è fatto qualcosa di molto modesto, e, nel complesso, dannoso.</p>
<p>Non si dovrebbero spendere ingenti risorse politiche (oltre al referendum ci sono stati quattro voti parlamentari, con relative tensioni politiche) per riforme che non sono essenziali e che sono pure mal fatte per apparire semplici. È sbagliato farlo in generale e anche peggio quando ci sono tante riforme arenate che il Parlamento dovrebbe approvare in via prioritaria (si pensi soltanto alla riforma della giustizia civile). Qualcuno dirà: è vero ma ormai è troppo tardi per recuperare le risorse spese. Già, ma il sì al referendum incoraggerebbe nuovi tentativi dello stesso genere. Se al popolo italiano piace questo approccio, allora proseguiamo su questa strada. E la strada, lo ripeto, è quella di riforme di facciata, di ricette semplicistiche più che semplici, spinte da slogan di facile comprensione (aboliamo la casta, dopo aver abolito la povertà).</p>
<p>Se passa il sì, è il trionfo dell&#8217;apparenza sulla sostanza, dell&#8217;approssimazione sulla attenzione, delle cose fatte male su quelle fatte bene. E non si dica: ma almeno si fa qualcosa quando prima non si è fatto niente. Anche ora non si fa niente, ma si finge di aver fatto tutto. E si fornisce un alibi a chi, invece, dovrebbe fare riforme che sono davvero rilevanti per il nostro Paese. State tranquilli: se passa il sì, la nuova casta ci spiegherà come, loro sì, sono riusciti a sconfiggere la vecchia casta e a salvare l&#8217;Italia con riforme vitali. La vittoria del no manderebbe invece un chiaro segnale a chi ci governa: basta con l&#8217;apparenza, vogliano riforme davvero utili al Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Carlo Cottarelli</strong></p>
<p><strong>La Stampa, 14/06/2020</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Carlo Cottarelli: Più debito, ma c&#8217;è l&#8217;Europa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-cottarelli-piu-debito-ma-ce-leuropa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2020 06:35:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#BuonaPagina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La discussione in corso su come utilizzare le risorse del Recovery Fund assume un significato preciso solo se inserita in un quadro aggiornato di finanza pubblica per il biennio 2020-21, quadro che ancora manca. Cerchiamo di ricostruirlo. Vi anticipo la conclusione. Lo stato dei nostri conti pubblici è peggiore di quello previsto nel Documento di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La discussione in corso su come utilizzare le risorse del Recovery Fund assume un significato preciso solo se inserita in un quadro aggiornato di finanza pubblica per il biennio 2020-21, quadro che ancora manca.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Cerchiamo di ricostruirlo. Vi anticipo la conclusione. Lo stato dei nostri conti pubblici è peggiore di quello previsto nel Documento di Economia e Finanza (Del) dell&#8217;aprile scorso. Tuttavia, i finanziamenti dalle istituzioni europee per il biennio dovrebbero essere sufficienti a consentire il continuo finanziamento a tassi di interesse bassi del nostro debito pubblico.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Ciò detto, a fine 2021 il 27 per cento del debito pubblico italiano sarebbe detenuto da istituzioni europee. La nostra esposizione all&#8217;instabilità dei mercati finanziari non aumenterebbe per effetto della crisi in corso, ma aumenterebbe la nostra dipendenza dalle politiche seguite dalle istituzioni europee e, forse, dai relativi condizionamenti politici.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Addentriamoci ora nei dettagli numerici (per le stime sotto riportate si veda la nota &#8220;Il quadro di finanza pubblica per il 2020-21&#8221; di prossima pubblicazione sul sito dell&#8217;Osservatorio sui conti pubblici italiani). Un <em>caveat</em> però: quanto segue assume che non ci siano nuove brutte sorprese, compreso sul fronte Covid. Ne abbiamo già avute abbastanza negli ultimi mesi.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Il quadro macroeconomico presentato nel Def è ormai obsoleto. I dati Istat sul secondo trimestre sono coerenti con una caduta del Pil quest&#8217;anno di circa il 9,5 per cento (come nelle previsioni di inizio luglio della Banca d&#8217;Italia), contro 1&#8217;8 percento ipotizzato nel Def. Meno Pil significa meno entrate per lo Stato. Tenendo anche conto delle misure del decreto Agosto, il deficit pubblico quest&#8217;anno potrebbe eccedere i 210 miliardi (Tavola 1; nel Def erano 173), ossia oltre il 13 per cento del Pil. Lo Stato però emette titoli non solo per finanziare il nuovo deficit, ma anche per rimborsare i titoli che giungono a scadenza. La somma di deficit e titoli in scadenza (il fabbisogno lordo di finanziamento) è stimabile in circa 530 miliardi, una cifra molto alta. Fortunatamente, il 46 per cento di questi dovrebbe venire da fonti europee, soprattutto dalla Bce (attraverso gli acquisti di titoli effettuati dalla Banca d&#8217;Italia). È una cifra elevata e tale da rassicurare i mercati finanziari, come confermato da tassi di interesse sui Btp decennali attualmente intorno all&#8217;1 per cento.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Guardando in avanti, il governo dovrà decidere a settembre l&#8217;obiettivo di deficit pubblico per il 2021. Il Def prevedeva un calo del deficit dal 10,4 per cento del Pil nel 2020 al 5,7 per cento nel 2021.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Quest&#8217;ultimo valore sembra ormai superato dagli eventi (il maggior deficit nel 2020 e la maggiore caduta del Pil). Quale obiettivo è appropriato per il prossimo anno? Un approccio ragionevole potrebbe essere quello di mantenere almeno invariato, allo stesso livello del 2020, il sostegno dato all&#8217;economia dalla finanza pubblica, in proporzione alla caduta del Pil rispetto al suo tracciato pre Covid. Nel 2020, il deficit è aumentato, rispetto agli obiettivi pre Covid, di circa l&#8217;1 per cento per ogni punto di Pil reale perso. Seguendo lo stesso criterio (e tenendo conto dell&#8217;interazione tra politica di bilancio e andamento del Pil), un deficit del 7,6 per cento del Pil (sopra i 130 miliardi) sarebbe appropriato e coerente con una crescita del Pil del 6,3 per cento. Sommando al deficit i titoli in scadenza, il fabbisogno lordo di finanziamento sarebbe di 510 miliardi.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">A fronte di questo fabbisogno a quanto ammonteranno i finanziamenti europei? Il programma di acquisti di titoli di Stato già annunciato dalla Bce fino al giugno 2021 dovrebbe comportare nuovi acquisti per circa 100 miliardi, cui si aggiungerebbero, per l&#8217;intero anno, 50 miliardi per rinnovare i titoli in scadenza già detenuti dalla Bce. Quindi, anche senza un&#8217;estensione dei programmi di acquisto, la Bce dovrebbe acquistare titoli per 150 miliardi.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Nella seconda metà del 2021 dovrebbero essere disponibili i fondi del Ngeu (o Recovery Fund). Il governo ha annunciato che da questo programma dovrebbero arrivare 209 miliardi. Ma se la caduta del Pil italiano risulterà meno pesante di quella di altri stati (Francia, Spagna e Portogallo), come suggerito dai dati del primo semestre 2021, i finanziamenti potrebbero essere più contenuti. Inoltre, solo una parte dei fondi sarebbe erogato nel 2021. Si ipotizza qui che dal Recovery Fund arrivino nel 2021 60 miliardi, di cui 30 come trasferimenti a fondo perduto. Se si attivasse il Mes nel 2021 (ormai sembra tardi, almeno politicamente, per attivarlo nel 2020) arriverebbero altri 36 miliardi per un totale di finanziamenti dalle istituzioni europee di 246 miliardi. Questo equivarrebbe al 48 per cento del fabbisogno, in linea con la copertura da fonti europee del fabbisogno lordo prevista per il 2020.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Senza i finanziamenti del Mes la copertura scenderebbe al 41 per cento. Rigirando il discorso: un deficit pubblico intorno al 7,6 per cento del Pil nel 2021 (incluso la spesa finanziata con trasferimenti a fondo perduto dal Recovery Fund) sarebbe coerente con una quota di copertura con fondi europei del fabbisogno dello Stato simile a quella di quest&#8217;anno. Ciò, probabilmente, consentirebbe di mantenere condizioni di finanziamento a tassi bassi anche per il 2021. Le precedenti stime implicano che il rapporto debito pubblico/Pil aumenterebbe dal 134,8 per cento di fine 2019 al 160,4 per cento nel 2020, contro il 155,7 previsto dal Def.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Nel 2021, il debito pubblico scenderebbe al 154,9 per cento (152,7 per cento nel Def 2020), per effetto della ripresa consistente del Pil. La quota del debito pubblico italiano detenuta dalla Bce e dalle altre istituzioni europee (fondo Ngeu e Mes) salirebbe dal 17 per cento nel 2019 a oltre il 27 per cento nel 2021. Il finanziamento dai mercati finanziari sarebbe corrispondentemente contenuto: rispetto al Pil, il debito pubblico italiano detenuto dai mercati finanziari a fine 2021 sarebbe all&#8217;incirca uguale a quello detenuto a fine 2019 (intorno al 112 per cento), ben al di sotto del massimo raggiunto nel 2014 (quasi il 129 per cento del Pil). La dipendenza dai mercati finanziari, più volatili, non aumenterebbe per effetto della crisi Covid, ma aumenterebbe la dipendenza dalle fonti di finanziamento europee e, in particolare, dalla politica monetaria della Bce (che potrebbe in futuro dover ridurre la detenzione di titoli italiani per esigenze di politica monetaria, per esempio se l&#8217;inflazione aumentasse) e, in generale, dalle politiche di solidarietà a livello europeo.</span></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-41248" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/13-400x322.jpg" alt="" width="300" height="242" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/13-400x322.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/13-250x201.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/13-150x121.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/13.jpg 645w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">Carlo Cottarelli</span></strong></p>
<p><strong><span style="font-size: 14pt; font-family: 'times new roman', times, serif;">La Repubblica, 18/08/2020</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Carlo Cottarelli: Pioggia di bonus inutile senza una strategia. E il taglio delle tasse al Sud non convince</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 06:36:21 +0000</pubDate>
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		<title>Carlo Cottarelli: Interesse pubblico e calcoli politici</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jul 2020 06:30:08 +0000</pubDate>
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		<title>Carlo Cottarelli: Il tempo è scaduto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2020 06:59:52 +0000</pubDate>
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		<title>Carlo Cottarelli: L&#8217;ennesimo condono fiscale vero difetto del piano Colao</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/carlo-cottarelli-lennesimo-condono-fiscale-vero-difetto-del-piano-colao/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2020 06:04:10 +0000</pubDate>
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		<item>
		<title>Il virus della giustizia inefficiente</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-virus-della-giustizia-inefficiente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 09:28:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Migliorare l&#8217;efficienza del sistema giudiziario” è una delle raccomandazioni principali che l’Unione Europea ci ha dato anche quest’anno come parte del processo del “Semestre Europeo”, processo di grande importanza visto che ad esso sarà legata l’erogazione delle risorse del Recovery Plan. Ed è una raccomandazione fondamentale, non solo per la nostra società, ma per la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Migliorare l&#8217;efficienza del sistema giudiziario” è una delle raccomandazioni principali che l’Unione Europea ci ha dato anche quest’anno come parte del processo del “Semestre Europeo”, processo di grande importanza visto che ad esso sarà legata l’erogazione delle risorse del Recovery Plan. Ed è una raccomandazione fondamentale, non solo per la nostra società, ma per la nostra economia. Sì, perché un paese dove il sistema giudiziario è inefficiente, dove occorrono anni e anni per ottenere sentenze, non è un paese in cui vi può essere certezza del diritto. E dove non c’è certezza del diritto l’economia e società funzionano male.<br />
Il problema della lentezza della giustizia esiste per tutte le sue componenti, amministrativa, penale, civile. Ci limitiamo ad esaminare quest’ultima, ma anche nelle altre due aree i problemi sono seri. Nel civile, i dati dei confronti internazionali sono impietosi. I procedimenti civili, in media, durano in Italia quattro volte in più che in Germania e tre volte in più che in Spagna. Rispetto alla Francia siamo messi un po’ meglio: solo il doppio. Quanto danneggia questa indolenza l’economia italiana? Molto. Basterà ricordare che nei sondaggi degli investitori internazionali, la lentezza della giustizia civile è sempre citata ai primi posti tra i disincentivi all’investimento in Italia. Ridurre in modo drastico la durata dei processi è quindi fondamentale. E -attenzione- il solito refrain “ci vogliono più risorse” non funziona: la spesa italiana è in media con quella europea.<br />
Già, ma cosa fare? Il governo a gennaio ha presentato una legge di riforma della giustizia civile che ora attende la discussione parlamentare. Non ci sembra sufficiente, perché non affrontava in maniera abbastanza incisiva molti problemi. Le proposte si concentrano su modifiche chirurgiche quasi esclusivamente relative al codice di procedura civile senza una visione e riflessione più ampia del “servizio giustizia civile” e dell’impatto sull’economia e sull’organizzazione del lavoro nei tribunali. E allora, gli autori di questo articolo insieme a Mario Barbuto, ex presidente del tribunale di Torino, e a Leonardo D’Urso, esperto di risoluzione extragiudiziale delle controversie, hanno preparato un breve documento per fare una proposta alternativa, documento che viene oggi pubblicato su diversi siti compreso quello de La Stampa e sostenuto da vari istituti e fondazioni. Ve ne facciamo un riassunto.<br />
La principale idea dietro alla nostra proposta di riforma è che è fondamentale agire su due diversi piani. Il primo comprende il processo e l’organizzazione del lavoro, il secondo è quello degli incentivi.<br />
Partiamo dal primo. Il disegno di legge governativo è soprattutto focalizzato su cambiamenti -alcuni condivisibili, altri meno- nelle procedure seguite per gestire una causa. Ma due cose mancano. La prima riguarda il miglioramento nella gestione dei processi. Molti giudici non accettano l’idea che un tribunale sia un organizzazione complessa che produce un servizio, che la qualità includa la tempestività e che tale tempestività dipenda da come il lavoro è organizzato. Occorre allora sviluppare migliori capacità di gestione e organizzazione all’interno dei tribunali. Questo richiede non solo addestramento adeguato (obbligatori corsi di management per chi aspira a cariche direttive), ma anche riconoscere una larga autonomia al dirigente dell’ufficio nel creare una squadra che, all’interno del tribunale, gestisca il flusso dei processi al fine di garantirne una efficiente conduzione. La seconda omissione riguarda invece l’alleggerimento della macchina della giustizia stessa: all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, una quota elevata delle controversie civili non viene risolta in tribunale ma attraverso processi extragiudiziali. Questi esistono anche in Italia, ma vanno potenziati in diversi modi: ad esempio, affidando a notai ed avvocati molte procedure di volontaria giurisdizione o estendendo la mediazione civile e le procedure utilizzate dall’Arbitro Bancario e Finanziario e dai Corecom in altri settori del contenzioso.<br />
Passiamo agli incentivi. Al momento alcuni fruitori della giustizia civile hanno interesse a tirarla per le lunghe. Questi includono chi sa di essere in torto ma che, con ricorsi e altre procedure, cerca di ritardare la sentenza finale. Altri hanno invece un incentivo a far partire la macchina per un viaggio inutile. Ad esempio, chi inizia cause con il solo scopo di dar fastidio a qualcun altro, intasando le corti. Occorre agire per scoraggiare gli uni e gli altri accrescendo i costi per chi si comporta in modo inappropriato. In primis, aumentando considerevolmente il contributo unificato per gli attori in appello o cassazione che vedono respinto il loro ricorso (insomma ci si appella solo se si è veramente convinti delle proprie ragioni) e, per chi ha avuto torto due volte e insiste in Cassazione, anche aumentando considerevolmente il risarcimento delle spese processuali a favore della controparte.<br />
Poi ci sono i magistrati. Per questi ultimi il problema è l’assenza di stimoli a fare in modo che il processo si chiuda rapidamente. Se la velocità con cui sono conclusi i processi non è considerata un parametro rilevante nel valutare il comportamento di un giudice o di un presidente del tribunale, allora la tempestività non sarà mai percepita come un valore. Occorrono premi economici agli uffici (non ai singoli) che smaltiscono più velocemente l’arretrato (evitando l’astuzia di scegliersi solo i processi più semplici per far media) ed interventi specifici da parte del Ministero o del CSM nei confronti dei tribunali più lenti, sistema già utilizzato nel 2015 dal Ministro Orlando ma che dovrebbe essere rafforzato dotando di cogenza le raccomandazioni degli ispettori. Al presidente del tribunale o di sezione spetterebbe inoltre sorvegliare il rispetto della fissazione della prima udienza da parte dei giudici e i ritardi dovrebbero pesare sugli avanzamenti di carriera.<br />
Organizzativamente, una maggiore specializzazione, incrementando le competenze dei tribunali delle imprese e replicandone il modello, nonché l’estensione con gli opportuni adattamenti del rito del lavoro a tutti i giudizi di cognizione con giudice monocratico, porterebbero a maggior celerità e qualità delle decisioni. Infine, si deve drasticamente ridurre il numero di magistrati fuori ruolo per incarichi amministrativi e limitare la possibilità di attività extragiudiziarie. E’ opportuno che i togati lavorino nei palazzi di giustizia non nei ministeri.<br />
In conclusione, ridurre i tempi della giustizia è, insieme alla semplificazione burocratica, la più importante riforma che la nostra economia deve affrontare per rilanciarsi, una volta superata la fase immediata dell’emergenza economica. Tornare alla vecchia normalità non sarà sufficiente: non possiamo permetterci, dopo l’esperienza del primo ventennio del ventunesimo secolo, altri vent’anni di crisi tra crisi e crescita anemica. E ristabilire la certezza del diritto in Italia è essenziale per raggiungere una nuova e migliore normalità.</p>
<p>Carlo Cottarelli – Alessandro De Nicola</p>
<p><em>Pubblicato da La Stampa il 05.06.2020</em></p>
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