<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>capitalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<atom:link href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/capitalismo/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/capitalismo/</link>
	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Mon, 05 May 2025 08:09:24 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.1.3</generator>

<image>
	<url>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2019/06/cropped-logo-tondo-cerchio-bianco-32x32.png</url>
	<title>capitalismo Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
	<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tag/capitalismo/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Sì global, quello che Bergoglio non capì del capitalismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-global-quello-che-bergoglio-non-capi-del-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 May 2025 08:09:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[globalizzazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=83710</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nel giorno della sua morte, il Wall Street Journal ha così formulato l’epitaffio di Papa Francesco: “Si batteva per i poveri, favorendo idee che li mantenessero poveri”. C’è del vero. Il libero arbitrio e il principio della responsabilità individuale sono alla base dell’etica capitalista, che ha fatalmente condotto alla globalizzazione dei mercati. Ma capitalismo e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-global-quello-che-bergoglio-non-capi-del-capitalismo/">Sì global, quello che Bergoglio non capì del capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel giorno della sua morte, il Wall Street Journal ha così formulato l’epitaffio di Papa Francesco: “Si batteva per i poveri, favorendo idee che li mantenessero poveri”. C’è del vero. Il libero arbitrio e il principio della responsabilità individuale sono alla base dell’etica capitalista, che ha fatalmente condotto alla globalizzazione dei mercati. Ma capitalismo e globalizzazione sono state le bestie nere del Papa.</p>
<p>“Questa economia uccide”, ha scritto Francesco nel suo primo documento programmatico, la Evangelii Gaudium. “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. […] L’esclusione economica e sociale è una negazione totale della fraternità umana e un grave attentato ai diritti umani e all’ambiente”, ha aggiunto. Nell’enciclica sociale Fratelli tutti, pubblicata nel 2020, in piena pandemia, papa Francesco ha preso di mira il pensiero Liberale: “Il dogma neoliberale è povero, ripetitivo e inefficace… Il mercato da solo non risolve tutto, anche se a volte vogliono farci credere a questo dogma di fede neoliberale”. Nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, del 2013, ha affermato: “Non possiamo più confidare nelle forze cieche e nella mano invisibile del mercato. La crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica”. In un incontro del 2024 con giovani economisti ad Assisi, ha dichiarato: “Il mondo dell’economia ha bisogno di un cambiamento”. Nel messaggio al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2024, Francesco la mise così: “Com’è possibile che in un mondo globalizzato ci siano ancora persone che muoiono di fame, sfruttate, escluse, private dell’istruzione e dell’assistenza sanitaria di base?”. La globalizzazione, dunque non come cura ma come causa ai mali del mondo.</p>
<p>I dati, però, mal si conciliano con i giudizi papali. Così, alla rinfusa.</p>
<p>Secondo la Banca Mondiale, la povertà estrema è passata dall&#8217;85% nel 1800 al 9% odierno. La mortalità infantile è scesa dal 44% nel 1800 al 4%. Milioni di persone, in particolare in Asia orientale e nell’Africa subsahariana, hanno beneficiato della crescita economica legata all’apertura dei mercati globali. La Cina, che ha abbracciato gradualmente forme di economia di mercato pur mantenendo un sistema politico autoritario, ha tolto dalla povertà oltre 800 milioni di persone negli ultimi 40 anni. Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, l’aspettativa di vita è aumentata ovunque: a livello globale, si è passati da circa 52 anni nel 1960 a oltre 72 anni nel 2020. Anche l’alfabetizzazione ha visto un netto miglioramento: nel 1950 solo il 56% degli adulti sapeva leggere e scrivere; oggi, il tasso globale ha superato l’86% (Unesco, 2023). La mortalità infantile è crollata. Secondo l’Unicef, il numero di bambini morti prima dei 5 anni si è ridotto da 12,5 milioni nel 1990 a 5 milioni nel 2021. Secondo la Fao, la percentuale di persone denutrite nel mondo è scesa dal 19% negli Anni ’90 a circa il 9,2% nel 2022, nonostante l’aumento della popolazione globale. Secondo la Banca Mondiale, il Pil globale pro capite è più che raddoppiato dal 1990 ad oggi.</p>
<p>L’integrazione commerciale ha favorito la crescita economica nei Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, il Vietnam ha visto un aumento del Pil pro capite di oltre 8 volte dal 1990 al 2020 grazie alle esportazioni e agli investimenti internazionali. I vaccini contro malattie come il morbillo, la poliomielite e l’epatite B hanno salvato milioni di vite grazie a partenariati pubblico-privati e finanziamenti internazionali (GAVI, OMS). I decessi per malaria sono diminuiti del 47% tra il 2000 e il 2015 (WHO), in parte grazie alla cooperazione internazionale e alla disponibilità di farmaci a basso costo. Il lavoro minorile è diminuito del 38% dal 2000 a oggi (ILO, 2022).  La frequenza scolastica globale nella scuola primaria è salita dal 75% nel 1990 ad oltre il 90% oggi (Unesco). La percentuale della popolazione mondiale con accesso all’elettricità è salita dal 71% nel 1990 al 91% nel 2021 (Banca Mondiale). Secondo l’Oms, tra il 2000 e il 2020 oltre 2,6 miliardi di persone hanno avuto accesso a fonti sicure di acqua potabile grazie ad investimenti infrastrutturali e alla cooperazione internazionale. Il numero di persone con accesso a servizi igienico-sanitari adeguati è cresciuto di oltre 1,8 miliardi tra il 2000 e il 2020. Dai dati Unesco, risulta che il tasso globale di istruzione femminile nella scuola primaria è oggi quasi pari a quello maschile, con un rapporto di 0,97. Nei Paesi a basso reddito, la partecipazione delle donne alla forza lavoro è salita dal 32% nel 1990 al 45% nel 2020. La mortalità materna globale è calata del 38% tra il 2000 e il 2017 (OMS) grazie all’accesso a cure sanitarie moderne. Secondo l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) dell’Onu, dal 1990 al 2021 oltre 130 Paesi hanno registrato miglioramenti continui. Paesi come Bangladesh, Etiopia e Ghana hanno compiuto progressi notevoli grazie alla crescita economica e alla liberalizzazione del commercio. Secondo l’Indice di Libertà Economica della Heritage Foundation, i Paesi con maggiore apertura al libero mercato hanno un reddito medio pro capite oltre sette volte superiore rispetto a quelli non liberi.</p>
<p>Insomma, il capitalismo e la globalizzazione hanno radicalmente migliorato la qualità della vita degli “ultimi” cari papa Francesco nelle “periferie” del mondo da lui più volte evocate. Si può discutere, naturalmente, degli effetti che la globalizzazione ha sortito nei paesi cosiddetti ricchi. Effetti perlopiù devastanti. Ma non erano questi l’oggetto della “cura” del Papa “terzomondista”.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/05/03/news/si_global_quello_che_bergoglio_non_capi_del_capitalismo-19093999/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-global-quello-che-bergoglio-non-capi-del-capitalismo/">Sì global, quello che Bergoglio non capì del capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il Demente collettivo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-demente-collettivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 15:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[israele]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[stati uniti]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=75918</guid>

					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”. Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-demente-collettivo/">Il Demente collettivo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”. Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente anche sul New York Times da un analista, David Leonhardt, di parte liberal. Devono aver intuito, con qualche vent’anni di ritardo, che i neoconservatori non avevano tutti i torti. Il risultato del ripudio della loro dottrina sul nuovo secolo americano, e del leading from behind che ha prevalso sia con Obama sia con Trump, è sotto i nostri occhi: la più cruenta guerra europea dopo la Seconda guerra mondiale, l’aggressività della Cina nell’Indo-Pacifico, il nazionalismo indiano, la drammatica radicalizzazione del conflitto tra Israele e Hamas in linea con Hezbollah e la Teheran dei mullah, con il bel recente fatto delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina e di un numero di ammazzati, civili indifesi, giovani che ballavano, vecchi e bambini, e rapiti, che in rapporto alla popolazione israeliana, per tacere del resto e della memoria, è come se il terrorismo islamico a Parigi avesse fatto quattro, cinquemila morti.</p>
<p>Il Demente Collettivo è convinto che la colpa sia degli americani, dei neoliberisti, del capitalismo, della globalizzazione dei mercati, del passato coloniale europeo, dell’imperialismo americano cosiddetto (che non è mai esistito), della guerra in Iraq o in Afghanistan, della risposta all’11 settembre che ora ritorna in forme nuove, e naturalmente del sionismo, dei governi israeliani, dell’occupazione e dell’estremismo parolaio dei sostenitori della colonizzazione in Cisgiordania, la colpa è di tutto e di tutti tranne che dell’occidente che ha rinunciato alla logica unica possibile, quella di riscrivere nel segno della democrazia e della libertà, del nation building contro il dilagare degli stati canaglia, la mappa mondiale. E ci stavamo anche per far fottere la Nato, se non ci avesse pensato Putin, ma a quale costo si sa, a ridarle vita. Gli accordi di Dayton che misero fine al carnaio dei Balcani, l’eliminazione di Saddam e dei talebani, il contenimento a est delle ambizioni neoimperiali della Russia, la resistenza alle ambizioni nucleari del mostruoso regime degli ayatollah, l’isolamento esistenziale della caserma mortifera di Kim Jong Un, la guerra asimmetrica al terrorismo urbano nell’Europa occidentale: le poche cose buone furono fatte come espansione e eco di una stagione di reattività occidentale che abbiamo voluto spegnere nell’ovatta di presunte convenienze di pace, per incrementare la multipolarità ritenuta necessaria in un mondo ora disceso nel caos più completo.</p>
<p>L’Iran ora fa asse con Mosca e la Corea, mentre il retroterra africano del medio oriente, dove l’assadismo è stato premiato dalla resa di Obama e dagli sparacchiamenti ineffettuali del Trumpshow, è in una situazione disperata.</p>
<p>Litighiamo su patti monetari e immigrazione mentre la guerra è letteralmente alle nostre porte in dimensioni mai viste prima, e le quinte colonne del nemico progrediscono a ogni elezione per svuotare la democrazia con le sue stesse armi. Al centro di questo bel capolavoro sta dunque la rinuncia. La rinuncia a isolare e abbattere la quasi cinquantennale teocrazia di Teheran, direttamente implicata nei disegni di destabilizzazione più pericolosi dell’epoca, e noi qui a obiettare sulle mani pulite di Bin Salman, un ceffo regale che esprime comunque un paese che ha contratto da decenni l’ambiguo patto del denaro e delle riserve petrolifere con l’occidente, quello che Lyndon Johnson avrebbe chiamato un figlio di puttana sì, ma il nostro figlio di puttana. Moralismo, antiamericanismo, sussiego vecchia Europa, antisemitismo nella forma dell’antisionismo, odio e boicottaggio per Israele, mitizzazione della sua destra osservante e fanatica, sono le componenti decisive della ritirata, che apre il grande vuoto riempito dalla baldanza della guerra e del terrore, dell’assassinio e del martirio delle democrazie. Finché Ali Khamenei, la sua polizia morale che fa strage di donne e di civiltà, i suoi servizi che tessono la tela fino alla propaggine di Hamas, con l’ausilio dei dollari qatarioti, finché questi saranno al potere, speranza non c’è. Almeno lo si sappia, nel giorno in cui giustamente ci si ritrova per manifestare solidarietà e amore a un popolo che si batte per esistere e che gli aguzzini hanno aggredito con spavalderia e inaudita certezza del successo a cinquant’anni dalla guerra del Kippur.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/10/10/news/finche-i-khamenei-saranno-al-potere-speranza-non-c-e-si-sappia-5763310/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-demente-collettivo/">Il Demente collettivo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elogio del capitalismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elogio-del-capitalismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rainer Zitelmann]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Sep 2023 16:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.fondazioneluigieinaudi.it/?p=75659</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’intellettuale americano Noam Chomsky, uno dei maggiori critici del capitalismo, ha scritto che «la vera concentrazione di potere sta nelle mani dell’un per cento più ricco» della popolazione: «Ottengono quello che vogliono, perché in pratica gestiscono tutto loro». Secondo un sondaggio internazionale compiuto in 34 paesi da Ipsos MORI, i cui risultati sono stati illustrati nel [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elogio-del-capitalismo/">Elogio del capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’intellettuale americano Noam Chomsky, uno dei maggiori critici del capitalismo, ha scritto che «la vera concentrazione di potere sta nelle mani dell’un per cento più ricco» della popolazione: «Ottengono quello che vogliono, perché in pratica gestiscono tutto loro». Secondo un sondaggio internazionale compiuto in 34 paesi da Ipsos MORI, i cui risultati sono stati illustrati nel mio libro Elogio del capitalismo, la maggior parte delle persone ritiene che i ricchi, all’interno di un sistema capitalista, detengono il potere.</p>
<p>Vorrei controbattere a questa percezione con tre argomenti. Primo: i ricchi esercitano effettivamente un potere di natura politica, ma non del tipo che viene rappresentato dai media, dai film hollywoodiani e da alcuni intellettuali anticapitalisti. Secondo: il fatto che i ricchi concorrano nel definire l’agenda politica, ad esempio attraverso pratiche lobbistiche, non è solo legittimo in una democrazia pluralistica, ma è anche importante. Inoltre, quelle leggi che attirano l’attenzione dei ricchi, spesso arrecano benefici anche i membri più poveri della società (ad esempio, tagli fiscali e deregolamentazione). Terzo: chiunque pensi che i ricchi esercitino troppa influenza sulla politica, dovrebbe essere a favore di meno intervento pubblico, ovvero più capitalismo. Dopotutto, più lo Stato interviene nell’economia (mediante investimenti, sussidi e regolamentazioni), più influenza può essere esercitata dai lobbisti.</p>
<p>Gli Stati Uniti sono generalmente considerati un paese in cui i ricchi esercitano un’influenza particolarmente rilevante sugli sviluppi politici. Nonostante ciò, non è solo il denaro lo strumento atto a comprare il potere politico, altrimenti Donald Trump non avrebbe mai vinto la candidatura repubblicana per le elezioni presidenziali del 2016. Avrebbe invece vinto Jeb Bush, che aveva raccolto molte più donazioni. Perfino Benjamin I. Page e Martin Giles, due scienziati politici e fra i più importanti sostenitori della tesi secondo cui la politica degli Stati Uniti sia trainata dai ricchi, hanno riconosciuto che «la maggior parte dei grandi donatori e la maggior parte dei think-tank, così come il vertice del partito repubblicano supportavano altri candidati». Inoltre: «Le posizioni di Trump andavano direttamente contro le opinioni dei donatori e degli americani ricchi».</p>
<p>Oltretutto, se i soldi determinassero i risultati politici, Trump non avrebbe vinto le elezioni del 2016. Secondo la Commissione elettorale federale, Hilary Clinton, il Partito Democratico e i comitati che la sostenevano, hanno raccolto più di 1,2 miliardi di dollari per l’intero ciclo elettorale. Trump e i suoi alleati ne hanno raccolti seicento milioni. E se solo i soldi potessero comprare il potere politico, neanche Joe Biden avrebbe potuto diventare presidente. Invece, la Casa Bianca sarebbe stata affidata al ricco imprenditore Michael Bloomberg, che ai tempi della sua candidatura per i democratici era l’ottavo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio stimato di 61,9 miliardi di dollari. Molto probabilmente, nessuno ha mai speso più soldi di lui, e in così poco tempo, per una campagna elettorale, ovvero 1 miliardo di dollari in neanche tre mesi.</p>
<p>Lo scienziato politico americano Larry M. Bartels ha analizzato l’effetto delle spese elettorali dei singoli candidati in 16 elezioni presidenziali degli Stati Uniti, dal 1952 al 2012. Per Bartels, solo in due elezioni, cioè quelle vinte da Richard Nixon nel 1968 e da George W. Bush nel 2000, i candidati repubblicani hanno riportato la vittoria grazie al maggior denaro speso.</p>
<p>Cosa dire poi del fatto che la maggior parte dei membri del Congresso statunitense sia composto da persone facoltose? Martin Gilens, che in generale critica l’influenza dei ricchi sulla politica degli Stati Uniti, ha ammesso che non c’è nessuna prova che collega la ricchezza personale con le decisioni politiche dei membri del Congresso.</p>
<p>Molte persone associano il concetto di “capitalismo” con quello di “corruzione”. La visione secondo la quale la corruzione sia particolarmente diffusa nei paesi capitalisti è sbagliata; ciò è stato confermato confrontando l’Indice di percezione della corruzione (CPI) di Transparency International con l’Indice della libertà economica. I paesi con i livelli di corruzione più bassi sono gli stessi paesi che hanno i livelli di libertà economica più alti. E più i governi intervengono nella vita economica, più opportunità ci saranno per corrompere politici o dipendenti pubblici. Quindi, chiunque voglia limitare l’influenza immorale o criminale dei cittadini ricchi sulla politica, dovrebbe essere a favore di una limitazione del ruolo dello Stato.</p>
<p><a href="https://www.linkiesta.it/2023/08/interferenza-stato-lobby-economia/"><strong><em>Linkiesta.it</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/elogio-del-capitalismo/">Elogio del capitalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il paradosso dei pianificatori e delle buone intenzioni spiegate da Ricossa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-paradosso-dei-pianificatori-e-delle-buone-intenzioni-spiegate-da-ricossa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Aug 2017 17:32:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[adam smith]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[liberismo]]></category>
		<category><![CDATA[sergio ricossa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=10456</guid>

					<description><![CDATA[<p>Bando alle buone intenzioni. Esse non sono sufficienti per procurare il bene sociale, e non sono nemmeno necessarie. Voglio dire che, in frequenti circostanze, il bene sociale è un effetto non intenzionale della condotta di individui che badano soltanto al proprio interesse egoistico. È un paradosso che i pianificatori rifiutano, convinti come sono che la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-paradosso-dei-pianificatori-e-delle-buone-intenzioni-spiegate-da-ricossa/">Il paradosso dei pianificatori e delle buone intenzioni spiegate da Ricossa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bando alle buone intenzioni</strong>. Esse non sono sufficienti per procurare il bene sociale, e non sono nemmeno necessarie. Voglio dire che, in frequenti circostanze, il bene sociale è un effetto non intenzionale della condotta di individui che badano soltanto al proprio interesse egoistico.</p>
<p><strong>È un paradosso che i pianificatori rifiutano</strong>, convinti come sono che la storia ubbidisca ai loro comandi, e che i comandi non siano mai sbagliati.</p>
<p><strong>Nulla di più falso</strong>: i pianificatori, come tutti gli uomini, non sono infallibili, possono sbagliare i loro comandi e, soprattutto, si sbagliano sull&#8217;ubbidienza della storia.</p>
<p><strong>Tommaso d&#8217;Aquino</strong> ammise che perfino i peccatori, peccando, in certi casi facevano il bene senza cercarlo. Più tardi, all&#8217;inizio del Settecento, <strong>Bernard de Mandeville</strong>, nella &#8220;scandalosa&#8221; <em>Favola delle api</em>, portò vari esempi di come (per usare la sua formula) i &#8220;vizi privati si trasformano in virtù pubbliche&#8221;, specialmente nelle società vaste e aperte.</p>
<p>Mandeville è semisconosciuto e misconosciuto quale filosofo. In realtà egli (di famiglia di origine francese, poi emigrata in Olanda e in Inghilterra) non era un filosofo, ma un medico, specialista in malattie nervose e alquanto bizzarro lui medesimo. Pochi presero sul serio la sua filosofia dilettantesca.</p>
<p><strong>Adam Smith</strong>, però, attinse parecchio da Mandeville e diede a quella filosofia paradossale una forma più sistematica, che gli permise di spiegare il funzionamento dell&#8217;economia di mercato e di porre le basi del liberismo moderno. &#8220;Non e dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che noi attendiamo il nostro pranzo, ma dalla loro considerazione all&#8217;interesse proprio&#8221;: le parole di Smith risuonano dal 1776 e sono la chiave del capitalismo.</p>
<p><strong>A noi consumatori non interessa che il macellaio, il birraio o il fornaio ci amino</strong>; ci interessa che ci servano bene, e oro ci servono bene se la concorrenza di mercato li obbliga a servirci bene per guadagnare un profitto. Il profitto è il voto che noi diamo ai nostri fornitori o i nostri clienti danno a noi. Sia chiaro che il sistema funziona solamente in un mercato di libera e leale concorrenza.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone wp-image-10518 size-full" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1.png" alt="" width="1200" height="300" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1.png 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-250x63.png 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-400x100.png 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-768x192.png 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-650x163.png 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-150x38.png 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-800x200.png 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-300x75.png 300w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-24x6.png 24w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-36x9.png 36w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2017/08/blog-1-1-48x12.png 48w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></p>
<p>Vi sono tanti tipi di capitalismo, alcuni moralmente indifendibili. E io non li difendo, <strong>ma difendo il capitalismo come l’hanno inteso Smith, Mises, Luigi Einaudi, come lo intende Hayek</strong>: non un capitalismo perfetto, ché la perfezione non è di questo mondo, ma un capitalismo che le libertà economiche e politiche possono migliorare ogni giorno.</p>
<p>Pur con tutte le sue imperfezioni, <strong>l&#8217;era del capitalismo è la prima nella storia ad avere eliminato la miseria di massa</strong>.</p>
<p>C’è riuscita non perché aveva intenzioni migliori delle epoche precedenti, ma perché ha lasciato perdere le chiacchiere dei filantropi e dei benpensanti per applicare invece il progresso tecno-logico, organizzativo e merceologico. C&#8217;è riuscita nonostante l&#8217;opposizione dei socialisti e dei comunisti e di tanti altri sedicenti benefattori dell&#8217;umanità.</p>
<p><strong>Il mio aneddoto preferito a questo proposito è quello di San Martino</strong>, il soldato romano che divide a metà il suo mantello col povero infreddolito incontrato lungo la strada. Non nego la nobiltà di quel gesto cristiano, che dovremmo ripetere in analoghe circostanze.</p>
<p>Tuttavia non è cosi che abbiamo cancellato la povertà di massa.</p>
<p><strong>L&#8217;abbiamo cancellata quando l&#8217;industria tessile capitalistica</strong>, alla ricerca del profitto e premuta dalla concorrenza, ha applicato il progresso tecnologico per gettare sul mercato milioni e milioni di mantelli a basso costo e tutti interi: un costo cosi basso che milioni e milioni di ex poveri sono riusciti a proteggersi dall&#8217;inverno. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Sergio Ricossa</strong>, intervento conferenza organizzata dal CIDAS a Torino il 23 aprile 1991</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-paradosso-dei-pianificatori-e-delle-buone-intenzioni-spiegate-da-ricossa/">Il paradosso dei pianificatori e delle buone intenzioni spiegate da Ricossa</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il capitalismo? Un’invenzione dei cistercensi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-capitalismo-uninvenzione-dei-cistercensi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jun 2017 10:55:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=9944</guid>

					<description><![CDATA[<p>[:it]Secondo Michael Novak nei monasteri cistercensi ci furono i primi esperimenti di organizzazione del lavoro e dei mezzi per produrre ricchezza[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-capitalismo-uninvenzione-dei-cistercensi/">Il capitalismo? Un’invenzione dei cistercensi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La recensione di oggi è dedicata a un <strong>grande cattolico liberale, Michael Nowak</strong>. Scomparso da pochi mesi. Forse l’intellettuale cattolico che più ha combattuto con le armi della ragione il fenomeno socialista, quando questo sembrava inarrestabile.</p>
<p>Ci ha spiegato prima di molti come <strong>la cristianità abbia creato il capitalismo</strong>.</p>
<p>Il luogo comune e soprattutto la straordinaria forza di <strong>Max Weber</strong> – col suo libro <em>L’etica protestante e lo spirito del capitalismo</em>, 1905 – ha universalmente stabilito che <strong>l’origine del capitalismo sia da ricercare nelle città protestanti</strong>, nel calvinismo e così via.</p>
<p>In un bello scritto che potete trovare in un sito dell’Istituto Acton (https://acton.org/pub/religion-liberty/volume-10-number-3/how-christianity-created-capitalism) <strong>Novak cerca di smontare questa tesi</strong>. E lo fa ricordando molti storici che raccontano una storia dell’Alto medioevo molto diversa da come ci è stata restituita.</p>
<p><strong>Lo storico Randall Collins – scrive Novak</strong> – sostiene che «furono le chiese, le parrocchie più di qualsiasi altro ente a porre in essere quelle che Weber definì come precondizione per la nascita del capitalismo: il rispetto della legge e una burocrazia che risolva in modo tradizionale le controversie; una forza lavoro specializzata e mobile; la forza nel tempo delle istituzioni che sola permette un orizzonte temporale agli investimenti insieme all’accumulazione del capitale; il gusto per la scoperta, l’impresa, la creazione di ricchezza e per le nuove sfide».</p>
<p>Tutto ciò sostiene Novak, sulla scorta degli studi degli storici, si sarebbe espresso grazie alle articolazioni medievali della Chiesa.</p>
<p><strong>Novak individua nei monasteri dei cistercensi</strong> i primi esperimenti di organizzazione autonoma e moderna del lavoro e dei mezzi necessari per produrre ricchezza, di azienda insomma.</p>
<p><strong>E persino al celibato religioso</strong> viene assegnato una sorta di influenza sulla nascita del capitalismo.</p>
<p><strong>Scrive Novak</strong>: «La nuova e diffusa enfasi sul celibato ha portato alla chiara e netta separazione tra l’ufficio e il personale e nella Chiesa ha rotto i tradizionali legami tra famiglia e proprietà che sono stati sublimati dal sistema feudale e dalla sua caratteristica di incroci familiari per motivi di affari. Il celibato ha inoltre fornito all’Europa una classe di persone straordinariamente preparata, motivata, colta, specializzata e decisamente mobile per l’epoca».</p>
<p><strong>Insomma Novak in un breve articolo</strong>, scritto esattamente sette anni fa, ci ricorda come la nostra tradizione cristiana, ben prima di quella protestante, abbia posto le precondizioni per lo sviluppo del capitalismo, che nacque sostanzialmente dopo 700 anni in Inghilterra, grazie a scoperte e innovazioni tecnologiche che poterono svilupparsi anche grazie al lavoro fatto dalla Chiesa in quelli che vengono comunemente definiti, secoli bui.</p>
<p>Nicola Porro, <em>Il Giornale</em> 25 giugno 2017</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-capitalismo-uninvenzione-dei-cistercensi/">Il capitalismo? Un’invenzione dei cistercensi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Contrordine, la globalizzazione dimezza la povertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrordine-la-globalizzazione-dimezza-la-poverta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 09:21:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[aspettativa media di vita]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Cina crescita economica]]></category>
		<category><![CDATA[il capitalismo e la povertà]]></category>
		<category><![CDATA[povertà nel mondo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=7053</guid>

					<description><![CDATA[<p>[:it]Pier Luigi Del Viscovo osserva come il capitalismo sia un sistema imperfetto ma ha benefici. Gli Stati più ricchi devono però fare ancora molto[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrordine-la-globalizzazione-dimezza-la-poverta/">Contrordine, la globalizzazione dimezza la povertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pier Luigi Del Viscovo osserva come il capitalismo sia un sistema imperfetto ma ha benefici. Gli Stati più ricchi devono però fare ancora molto</em></p>
<p>Il <strong>capitalismo</strong> è un sistema economico imperfetto, che tanti ritengono incapace di un&#8217;equa distribuzione della ricchezza. Il malumore sta crescendo soprattutto in questo inizio secolo, in cui le economie europee sono stressate dalla concorrenza di altre aree del pianeta, più affamate e dunque più aggressive, e dal peso di un welfare non più sostenibile, se non altro per ragioni demografiche (molti pensionati e molto a lungo in rapporto agli occupati).</p>
<p>In effetti, motivi di aggiustamento ce ne sono, a cominciare dal gap salariale tra i vertici delle grandi multinazionali e il meno pagato dei suoi addetti, diventato abnorme negli ultimi vent&#8217;anni. Ma quando si tenta un giudizio è opportuno cominciare a guardare i fatti più importanti.</p>
<p>Il capitalismo ha sconfitto quasi del tutto la povertà. Nel <strong>1820</strong> il mondo ospitava un miliardo e 82 milioni di anime, di cui appena il 5,6%, 61 milioni, era sopra la soglia di povertà estrema. Da allora la situazione è andata sempre migliorando. Alle soglie della Grande guerra, quasi il 18% dei 1.750 milioni di abitanti era uscito dalla povertà estrema. Nel <strong>1970</strong> eravamo al 28%. Cos&#8217;era accaduto in quei 150 anni? Le macchine industriali, che costavano «un capitale», avevano portato la specializzazione del lavoro e l&#8217;aumento della produttività, ossia ogni lavoratore produceva più ricchezza che, per quanto distribuita in maniera discutibile, portava comunque a un innalzamento delle condizioni di vita, alias minore mortalità infantile e allungamento della vita media: il miliardo o poco più del 1820 era più che triplicato nel 1970 a 3,7 miliardi di abitanti. Oggi l&#8217;<strong>aspettativa di vita media</strong> nel mondo è di 71 anni, era appena 33 nel 1900.</p>
<p>In più, se fino al 1970 al crescere della popolazione mondiale aumentava anche il numero dei poveri in valore assoluto, da quell&#8217;anno <strong>il numero di poveri</strong> ha preso a diminuire, da 2,2 miliardi ai 706 milioni di oggi, meno del 10% della popolazione, pur se questa è quasi raddoppiata nel periodo, da 3,7 a 7,35 miliardi. In 45 anni quasi 1,5 miliardi di persone sono uscite dalla povertà. Com&#8217;è stato possibile? Con qualche approssimazione, la fine del colonialismo politico-militare seguito alla seconda guerra mondiale ha dato spazio al colonialismo economico delle grandi multinazionali, che hanno industrializzato le aree del mondo ancora arretrate, trasformandole in Paesi in via di sviluppo e poi nelle attuali economie emergenti. Col trasferimento delle produzioni e delle merci attraverso i continenti iniziava la globalizzazione.</p>
<p>Il solo dato della <strong>Cina</strong> è impressionante: nel 1980 l&#8217;88% viveva in estrema povertà, mentre nel 2010 era solo l&#8217;11%. Viva la globalizzazione, allora? Be&#8217;, non tutti sottoscriverebbero. Avere spostato le manifatture a oriente s&#8217;è sentito da queste parti, anche se nel frattempo molti posti di lavoro sono stati creati nei servizi. Però, adesso che la tecnologia consente di rispondere al telefono o di formulare una diagnosi su una Tac da migliaia di chilometri, anche il terziario è sotto attacco.</p>
<p>Di fronte a questo scenario, l&#8217;<strong>Occidente</strong> sembra dare due risposte. Una, che circola molto nella vecchia Europa, indica che non c&#8217;è soluzione, dunque dovremmo rassegnarci a diminuire il nostro standard di vita perché gli asiatici e poi gli africani prenderanno i nostri lavori. Nel frattempo, viene rivalutata l&#8217;economia di Stato, per distribuire in varie forme reddito (poco e stagnante) e debito (tanto e in crescita). Eppure, un&#8217;altra strada c&#8217;è. La stanno percorrendo i cugini del nuovo mondo.</p>
<p>Uno studio del Boston Consulting Group mostra come nel decennio 2004-2014 la <strong>competitività manifatturiera</strong> dei principali paesi sia cambiata profondamente. Fatto 100 l&#8217;indice di competitività manifatturiera degli Usa, nel decennio la Cina ha perso 9 punti, pur restando con 96 di indice ancora più competitiva degli Stati Uniti. La Germania, secondo grande esportatore mondiale, ha perso 4 punti portando l&#8217;indice a 121, ma peggio hanno fatto l&#8217;Italia (+10 a 123 di indice) e la Francia (+10 a 124 di indice). Fattori quali i tassi di cambio e il costo dell&#8217;energia (l&#8217;Italia è in cima con 22,2 cent/kwora su una media di 11,4) hanno giocato, ma su ogni altra cosa hanno pesato il costo e la produttività del lavoro.</p>
<p>In conclusione, il <strong>capitalismo industriale</strong> ha prima (quasi) eliminato la povertà e poi ha prodotto la globalizzazione. I cittadini dei paesi ricchi hanno una chance: riprendere la marcia verso attività e occupazioni sempre nuove e migliorare di continuo l&#8217;efficienza del sistema socio-economico, coniugando creatività e tecnologia. Oppure possono godersi il loro benessere, ancora per qualche tempo, alla maniera della cicala, appesantendo via via le strutture che governano l&#8217;economia, puntando dritto verso il baratro della miseria. Che sarà pure lontana, ma prima o poi ci arriviamo.</p>
<p><strong><span class="field-item even">Pier Luigi Del Viscovo, </span></strong><span class="field-item even"><em>Il Giornale</em> 12 ottobre 2016</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/contrordine-la-globalizzazione-dimezza-la-poverta/">Contrordine, la globalizzazione dimezza la povertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quelli che&#8230; è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quelli-che-e-sempre-colpa-del-liberalismo-anche-se-in-italia-neppure-esiste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2016 12:02:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://35.159.32.14/?p=6195</guid>

					<description><![CDATA[<p>[:it]Dario Antiseri sfida il luogo comune che ogni male della società sia frutto dell'avidità e del cinismo capitalistico e cita Luigi Einaudi.[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quelli-che-e-sempre-colpa-del-liberalismo-anche-se-in-italia-neppure-esiste/">Quelli che&#8230; è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dario Antiseri sfida il luogo comune, a destra e sinistra, che ogni male della società sia frutto dell&#8217;avidità e del cinismo capitalistico e cita Luigi Einaudi.</em></p>
<p>Una opinione sempre più diffusa e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali di cui soffre la nostra società scaturiscano da un&#8217;unica e facilmente identificabile causa: la concezione liberale della società. Senza mezzi termini si continua di fatto a ripetere che il <strong>liberalismo</strong> significhi «assenza di Stato», uno sregolato <em>laissez faire-laissez passer</em>, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati.</p>
<p>Di fronte ad un sistema finanziario slegato dall&#8217;economia reale, a banchieri corrotti e irresponsabili che mandano sul lastrico folle di risparmiatori, quando non generano addirittura crisi per interi Stati; davanti ad una disoccupazione che avvelena la vita di larghi strati della popolazione, soprattutto giovanile; di fronte ad ingiustizie semplicemente spaventose generate da privilegi goduti da bande di cortigiani genuflessi davanti al padrone di turno; di fronte ad imprenditori che impastano affari con la malavita e ad una criminalità organizzata che manovra fiumi di denaro; di fronte a queste e ad altre «ferite» della società, sul banco degli imputati l&#8217;aggressore ha sempre e comunque un unico volto: quello della <strong>concezione liberale</strong> della società. E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così, oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società ingiusta, crudele e corrotta zampillano da un sistematico calpestamento dei principi liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato?</p>
<p>Wilhelm Röpke, uno dei principali esponenti contemporanei del pensiero liberale, muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Nel ricordo di Ludwig Erhard, allora Cancelliere della Germania Occidentale: «<strong>Wilhelm Röpke</strong> è un grande testimone della verità. I miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli influenzato la mia concezione e la mia condotta». E furono esattamente le idee della Scuola di Friburgo alla base della strabiliante rinascita della Germania Occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ancora Erhard, qualche anno prima, nel 1961: «Se esiste una teoria in grado di interpretare in modo corretto i segni del tempo e di offrire un nuovo slancio simultaneamente ad un&#8217;economia di concorrenza e a un&#8217;economia sociale, questa è la teoria proposta da coloro che vengono chiamati neoliberali o ordoliberali. Essi hanno posto con sempre maggiore intensità l&#8217;accento sugli aspetti politici e sociali della politica economica affrancandola da un approccio troppo meccanicistico e pianificatore».</p>
<p>E tutt&#8217;altro che una assenza dello Stato caratterizza la proposta dei sostenitori dell&#8217;Economia sociale di mercato. La loro è una concezione di uno Stato forte, fortissimo, istituito a presidio di regole per la libertà: «Quel che noi cerchiamo di creare &#8211; affermano Walter Eucken e <strong>Franz Böhm</strong> nel primo numero di Ordo (1948) è un ordine economico e sociale che garantisca al medesimo tempo il buon funzionamento dell&#8217;attività economica e condizioni di vita decenti e umane. Noi siamo a favore dell&#8217;economia di concorrenza perché è essa che permette il conseguimento di questo scopo. E si può anche dire che tale scopo non può essere ottenuto che con questo mezzo». Non affatto ciechi di fronte alle minacce del potere economico privato sul funzionamento del mercato concorrenziale né sul fatto che le tendenze anticoncorrenziali sono più forti nella sfera pubblica che in quella privata, né sui torbidi maneggi tra pubblico e privato, gli «Ordoliberali» della scuola di Friburgo, distanti dalla credenza in un&#8217;armonia spontanea prodotta dalla «mano invisibile», hanno sostenuto l&#8217;idea che il sistema economico deve funzionare in conformità con una «costituzione economica» posta in essere dallo Stato.</p>
<p>Scrive <strong>Walter Eucken</strong> nei suoi Fondamenti di economia politica (1940): «Il sistema economico deve essere pensato e deliberatamente costruito. Le questioni riguardanti la politica economica, la politica commerciale, il credito, la protezione contro i monopoli, la politica fiscale, il diritto societario o il diritto fallimentare, costituiscono i differenti aspetti di un solo grande problema, che è quello di sapere come bisogna stabilire le regole dell&#8217;economia, presa come un tutto a livello nazionale ed internazionale». Dunque, per gli Ordoliberali il ruolo dello Stato nell&#8217;economia sociale di mercato non è affatto quello di uno sregolato laissez-faire, è bensì quello di uno «Stato forte» adeguatamente attrezzato contro l&#8217;assalto dei monopolisti e dei cacciatori di rendite. Eucken: «Lo Stato deve agire sulle forme dell&#8217;economia, ma non deve essere esso stesso a dirigere i processi economici . Pertanto, sì alla pianificazione delle forme, no alla pianificazione del controllo del processo economico».</p>
<p>«Non fa d&#8217;uopo confutare ancora una volta la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare ». Questo scrive <strong>Luigi Einaudi</strong> in una delle sue <em>Prediche inutili</em> (dal titolo: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo). E prosegue: «Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell&#8217;assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire: superata l&#8217;idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista».</p>
<p>Contro <strong>Croce</strong>, per il quale il liberalismo «non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo o col liberismo economico della libera concorrenza», Einaudi giudica del tutto inconsistente simile posizione in quanto una società senza economia di mercato sarebbe oppressa da «una forza unica dicasi burocrazia comunista od oligarchia capitalistica capace di sovrapporsi alle altre forze sociali», con la conseguenza «di uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini». Così Einaudi nel suo contrasto con Croce (in B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e Liberalismo, 1957). È un fatto sotto gli occhi di tutti che ipertrofia dello Stato ed i monopoli sono storicamente nemici della libertà. Monopolismo e collettivismo ambedue sono fatali alla libertà. Per questo, tra i principali compiti dello Stato liberale vi è una lotta ai monopoli, a cominciare dal monopolio dell&#8217;istruzione. Solo all&#8217;interno di precisi limiti, cioè delle regole dello Stato di diritto, economia di mercato e libera concorrenza possono funzionare da fattori di progresso. Lo Stato di diritto equivale all&#8217;«impero della legge», e l&#8217;impero della legge è condizione per l&#8217;anarchia degli spiriti. Il cittadino deve obbedienza alla legge legge che deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio da nessun uomo, sia esso il primo dello Stato».</p>
<p>Uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla legge; e, dalla prospettiva sociale, uguaglianza delle opportunità sulla base del principio che «in una società sana l&#8217;uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita» un minimo che sia «non un punto di arrivo, ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini» (Lezioni di politica sociale, 1944). Netta appare, quindi, la differenza tra la concezione liberale dello Stato e la concezione socialista dello Stato, nonostante che l&#8217;una e l&#8217;altra siano animate dallo stesso ideale di elevamento materiale e morale dei cittadini. «<strong>L&#8217;uomo liberale</strong> vuole porre norme osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possano liberamente operare, laddove <strong>l&#8217;uomo socialista</strong> vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all&#8217;opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori suddetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell&#8217;operare economico, il socialista indica o ordina le maniere dell&#8217;operare» (Liberalismo e socialismo in Prediche inutili). E ancora: «<strong>Liberale</strong> è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d&#8217;accordo cogli altri; <strong>socialista</strong> è colui che vuole imporre il perfezionamento colla forza, che lo esclude, se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferito, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi». Il liberale discute per deliberare, prende le sue decisioni dopo la più ampia discussione; ma questo non fa colui che presume di essere in possesso della verità assoluta: «Il tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via; ma la via conduce il paese al disastro».</p>
<p><strong>Dario Antiseri</strong>, <em>Il Giornale</em> del 4 settembre 2016</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quelli-che-e-sempre-colpa-del-liberalismo-anche-se-in-italia-neppure-esiste/">Quelli che&#8230; è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
