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	<title>brexit Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 08 Jul 2022 09:13:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>brexit Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Boris il russo fra Russia e caduta</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/boris-il-russo-fra-russia-e-caduta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 09:13:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Boris Johnson]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Simpatie e contraddizioni di Jhonson Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono dire molte cose, ma “russofobo” proprio no. Il bisnonno paterno, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Simpatie e contraddizioni di Jhonson</h3>
<p>Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono dire molte cose, ma “russofobo” proprio no. Il bisnonno paterno, di cognome faceva Kemal. Ali Kemal, ministro dell’impero ottomano.</p>
<p>Fu suo figlio, il nonno di Boris, a cambiare il cognome di una famiglia imparentata con la nobiltà tedesca ed inglese, usando quello di Johnson. Lui, Boris, è americano, nato a New York. In queste ore il suo governo vacilla, ma nel suo dna e nelle sue contraddizioni c’è un pezzo importante di storia europea.</p>
<p>Esageratamente simpatico, anche nel suo essere bugiardo. Qualcuno lo ricorderà a Roma, in occasione di un vertice, nel mentre elenca i sette colli capitolini, ma non riesce a ricordarne uno. Davanti a lui il nostro presidente della Repubblica e quello del Consiglio, che non è non sappiamo aiutarlo, è che non sarebbero arrivati a sei. Perché Johnson ha una cultura classica a prova di bomba, capace di recitare in greco (antico) e latino. Laureato a Oxford, in lettere classiche. Ma quando lo prendono a fare il giornalista, al The Times, redige un pezzo su scavi archeologici, inventando citazioni e attribuendole a casaccio, allo scopo di rendere più accattivante l’articolo. Licenziato. Riesce a farsi assumere altrove.</p>
<p>Il padre di Boris è stato a lungo parlamentare europeo conservatore. Super europeista, al punto di essere uno degli animatori del “Club del Coccodrillo”, dal nome del ristorante dove s’incontravano. Su quella posizione si trova anche il figlio, fin quando non crede il vento tiri per Brexit.</p>
<p>A esito del referendum, per dire, il padre ha cambiato cittadinanza, per restare europeo. Boris aveva cambiato posizione, per restare in vetta. E qui si apre la contraddizione politica, che prescinde totalmente dai rimproveri d’incoerenza o altre facezie non commestibili: cavalca alla grande Brexit, la usa anche per far fuori Theresa May e prenderle il posto, mentre ora è uno dei più determinati e netti interpreti della linea anti Putin, però lo stesso Putin aveva dato una mano eccome, a Brexit.</p>
<p>Si era pronunciato a favore dell’elezione di Obama, ma all’arrivo del virus prende la posizione di Trump e Bolsonaro: chi se ne frega, è un’influenza. Un negazionista. Ma mentre quei due restano appiccicati a quel che dissero, Boris realizza che è una cretinata e cambia: chiusure e vaccinazioni. E Uk è in testa alla partenza (noi sorpassiamo in corsa), un buon successo. Così lo scapigliato viene ammirato da gente che la pensa all’opposto. Poi lo beccano a far festini. Lui ammette, ma con l’aria di dire: che sarà mai.</p>
<p>Salva la ghirba dalla sfiducia interna al partito conservatore, ma perde ministri. Vince le elezioni politiche (anche grazie ai labouristi, che si fanno guidare da un antisemita socialista della prima metà del secolo scorso) e perde tutto il resto. Procedendo con la Brexit ideologica rischia di sfasciare l’intero Regno Unito.</p>
<p>E ora s’appresta al capolinea, sfiduciato dai suoi. Il tutto senza mai smarrire ironia e una piacioneria così smodata da essere a sua volta piacevole. Ed è questo il punto: Boris ha capito e interiorizzato la politica al debutto di questo secolo, vivendola come palestra di trasformismo e protagonismo. Ma all’appuntamento con la storia si presenta puntuale: Putin deve perdere. Ed è a quel punto che ti dici: magari tutti i populisti trasformisti fossero così.</p>
<p><strong><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/mercoledi-6-luglio-2022-2/"><em>La Ragione</em></a></strong></p>
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		<title>Rappresentanza e decisionalità, tre casi europei</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/rappresentanza-e-decisionalita-tre-casi-europei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Gervasoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Dec 2018 16:40:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Bisogna tornare ai lontani tempi del 1956, e alla crisi di Suez, per ritrovare analogo impasse di due tra le principali potenze del continente europeo, il Regno Unito e la Francia. Solo che la crisi, esiziale al sistema politico francese di allora, originò dalla politica estera: francesi e inglesi all’interno se la godevano alla grande, nel pieno della espansione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Bisogna tornare ai lontani tempi del 1956</strong>, e alla crisi di Suez, per ritrovare analogo impasse di due tra le principali potenze del continente europeo, il Regno Unito e la Francia. Solo che la crisi, esiziale al sistema politico francese di allora, originò dalla politica estera: francesi e inglesi all’interno se la godevano alla grande, nel pieno della espansione economica. Oggi invece la crisi è il prodotto del rancore, della rabbia e della proteste, tutte legittime, di inglesi e francesi. Allora era una crisi interna alla élite politica, oggi essa parte dal popolo: e le élite politiche non sembrano in grado di risolverla. Sono ovviamente due casi molto diversi.</p>
<p>Nel decidere di posticipare il voto sull’accordo della Brexit, <strong>Theresa May</strong>, umiliandosi, ha mostrato non solo la propria incapacità di leadership: ha dispiegato tutta la crisi del parlamento inglese, che delle istituzioni rappresentative d’oltremanica è il centro almeno dal XVII secolo. Ed è crisi anche dei due partiti che, dal 1945, organizzano il funzionamento della democrazia: i <strong>conservatori</strong>, ormai quasi spappolati, ma anche i <strong>laburisti</strong>, in cui una consistente quota di contrari alla Brexit convive con la linea ambigua del segretario Corbyn. La paralisi del partito di maggioranza produce quella del partito di opposizione, che a sua volta incide sul primo.</p>
<p><strong>Apparentemente del tutto diversa la situazione in Francia</strong>. Lì i vecchi partiti sono quasi spariti; ma quello nuovo di governo, la République en Marche, è un contenitore vuoto, del tutto assente nel Paese. E anche il presidente è, o dovrebbe essere, del tutto nuovo: li sistema però è rimasto quello della Quinta repubblica che, se ha l’indicibile vantaggio di assicurare la decisionalità, delude sempre in fatto di rappresentanza. Nel caso inglese il divario tra élite politiche e popolo è evidente nel fatto che la classe dirigente è tendenzialmente pro europea mentre la maggioranza del popolo ha votato per l’uscita. Nel caso francese invece il divario tra élite e popolo è accentuato da <strong>Macron</strong>, che si è illuso di poter sfruttare tutto l’ultra decisionistico sistema, senza dialogare con quella parte del Paese che non lo aveva scelto, o lo aveva preferito solo come male minore.</p>
<p>Entrambi, <strong>May e Macron</strong>, hanno peccato per assenza di coraggio. La prima non ha avuto la forza di intraprendere una strada chiara, quella della Brexit dura o quella, opposta, dell’ammissione dell’impossibilità di uscire dall’Europa. Mentre Macron ha mancato di coraggio nel non fuoriuscire dalla sua ristretta base sociologica e geografica. E non sembra che le misure annunciate nell’elocuzione televisiva di ieri possano fare molto. Certo, poi i due casi sono accomunati anche da un altro elemento; la Ue. Mentre il Regno Unito si è scontrato contro la sua struttura, estremamente resistente e pervasiva, i problemi della Francia, cominciati non con Macron ma con <strong>Mitterrand</strong>, derivano dall’impossibilità di reggere i parametri rigidi di ispirazione tedesca che essa ha deciso di accettare. Se volesse completamente risolvere la crisi francese, per paradosso, Macron dovrebbe annunciare l’uscita del Paese dall’Eurozona.</p>
<p>E noi, che fino a qualche giorno fa venivamo additati come i pestilenziali, i reietti, come se negli altri Paesi andasse tutto bene? C’è una parola tedesca, intraducibile, <strong><em>Schaudenfreude</em></strong>, cioè godere della disgrazie altrui. Ci può stare, se ci ricordiamo soprattutto le gentili parole di Macron, Le Maire e via dicendo. Ma sarebbe un atteggiamento sbagliato e poco produttivo.</p>
<p>Il nostro problema non sta nel divario tra élite e popolo, meno ampio da noi che nel Regno Unito e in Francia. Anche se non crediamo, come ha detto <strong>Di Maio</strong> ieri, che da noi il popolo abbia preso il potere; anche perché, pure nei regimi rivoluzionari, sono sempre le élite a comandare (anzi, nei regimi rivoluzionari molto di più). Semmai il problema sta nel rinnovamento delle élite, un processo a cui il 4 marzo ha dato una spinta, ma che richiede tempo e dedizione. Se abbiamo un pieno di rappresentanza, scontiamo però un <strong>vuoto di decisionalità</strong>. E non solo perché la Repubblica parlamentare italiana è stata costruita nel 1948 per non decidere. Lo scarso tasso di decisionalità è frutto di due progetti di nuova rappresentanza del popolo con obiettivi poco convergenti tra loro, quello della Lega e quello dei 5 Stelle, e anche con connotazioni geografiche diverse, più accentuato uno al Nord, più diffuso l’altro nel Sud. E anche noi, naturalmente, come Macron e come May, siamo frenati dalla gabbia d’acciaio europea. Che, prediligendo la tecnocrazia e la burocrazia sulla politica, è responsabile del deperimento della classe politica e della penuria di leader. Ma se non abbiamo più i Churchill, i De Gasperi, i De Gaulle, le Thatcher e i Craxi, dovremo comunque trovare un modo per risolvere la crisi della rappresentanza. Altrimenti sarà, e per davvero, a rischio la democrazia.</p>
<p>Marco Gervasoni, Il Messaggero 11 dicembre 2018</p>
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		<title>Euro forte e pentolame</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/euro-forte-e-pentolame/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Aug 2017 16:34:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Iniziano a vedersi gli effetti della Brexit: la Bank of England ha lasciato i tassi invariati allo 0,25 per cento con decisione di 6 favorevoli e due contrari forse per cautela sulla conseguenze dei negoziati sulla Brexit che stanno sempre più complicandosi (per saperne di più clicca qui) L&#8217;euro, al contrario, rafforza il suo valore. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Iniziano a vedersi gli effetti della <strong>Brexit</strong>: la Bank of England ha lasciato i tassi invariati allo 0,25 per cento con decisione di 6 favorevoli e due contrari forse per cautela sulla conseguenze dei negoziati sulla Brexit che stanno sempre più complicandosi (per saperne di più <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-08-03/bank-of-england-tassi-invariati-ma-giu-stime-crescita-pesa-l-effetto-brexit-131253.shtml?uuid=AEd7VI8B">clicca qui</a>)</p>
<p>L&#8217;<strong>euro</strong>, al contrario, rafforza il suo valore. Perché? E soprattutto è un bene o un male?</p>
<p><strong>Davide Giacalone</strong> ne parla dai microfoni di RTL. <a href="http://www.rtl.it/redazione/l-opinione-di-davide-giacalone/supereuro/">Guarda (e ascolta) il video</a></p>
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		<item>
		<title>La lezione dei mercati ai gufi della politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lezione-dei-mercati-ai-gufi-della-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicola Porro]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Nov 2016 16:14:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni americane]]></category>
		<category><![CDATA[nicola porro]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Ci possono essere degli scollamenti dalla realtà, ma nel lungo i mercati raccontano semplicemente il rapporto tra domanda e dunque fiducia in un bene e offerta.[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I media e gli «osservatori», come si dice quando si ha paura di fare nomi e cognomi, ci hanno spiegato che con la <strong>Brexit</strong> sarebbero stati guai per la Gran Bretagna. Ci hanno detto che gli Stati Uniti sarebbero crollati con <strong>Trump</strong>. Hanno scritto (a partire dal Centro studi Confindustria) che l&#8217;Italia senza sì al referendum costituzionale cadrà nel panico.</p>
<p>Non potendo (anche se ci hanno provato) dare un giudizio solo morale a questi eventi (populismo, razzismo, conservatorismo costituzionale) ci si è aggrappati all&#8217;economia. Tutti quelli per bene sanno cosa sarebbe successo sui fantomatici mercati se i cittadini non avessero votato come da loro inteso e così ricapitolato: remain in Uk, Clinton in Usa e Sì in Italia.</p>
<p>Grazie al cielo, i mercati, l&#8217;economia non è fatta da quattro gatti che decidono per tutti. Ma come ci hanno spiegato i grandi economisti austriaci l&#8217;andamento dei prezzi (quelli delle azioni in Borsa, quello delle valute e quello dei titoli obbligazionari come i Btp) è determinato dall&#8217;incrocio di aspirazioni, scommesse umori di milioni di individui.</p>
<p>Grazie alle macchine (i software automatici che comprano e vendono in Borsa) nel breve periodo ci possono essere degli scollamenti dalla realtà, ma nel lungo<strong> i mercati</strong> raccontano semplicemente il rapporto tra domanda e dunque fiducia in un bene e offerta.</p>
<blockquote><p>Ci possono essere degli scollamenti dalla realtà, ma nel lungo i mercati raccontano semplicemente il rapporto tra domanda e offerta</p></blockquote>
<p>La conclusione è che i tre eventi supposti rivoluzionari di cui abbiamo parlato lo sono solo in parte. Hanno una portata dirompente per l&#8217;establishment, ma tutto sommato contenuta per la maggioranza degli individui. In politica tutto ciò si chiama democrazia. In economia si chiama mercato. Tirarlo per la felpa, sostenendo che la vittoria di Trump avrebbe fatto crollare le Borse non aveva senso, era un&#8217;altra arma impropria da campagna elettorale.</p>
<p>D&#8217;altronde i mercati sono imprevedibili. Se così non fosse questi fenomenali analisti e osservatori così sicuri di <strong>crolli o della crescita delle Borse</strong> in funzione di un risultato elettorale, avrebbero un mestiere molto remunerativo da intraprendere: fare gli speculatori. Invece ne azzeccano poche in politica e nessuna in finanza.</p>
<p>Per la prima volta da 90 anni in America sono tutti repubblicani, alla Casa Bianca, al Senato e alla Camera. Ciò dovrebbe portare strade in discesa per le massicce riduzioni fiscali, che ai singoli e dunque ai mercati piacciono. Trump vuole aiutare auto (maldestramente e infatti i sindacati sono con lui) e cambiare le regole sulle banche (non si sa bene come) e smetterla di corteggiare la <strong>Silicon Valley</strong> che paga poche tasse e non crea milioni di posti di lavoro. Su queste direttrici si muovono le Borse americane.</p>
<p>Ma smettiamola di fare i sondaggisti, tra le intenzioni, buone o cattive, e le azioni, c&#8217;è la politica. Dire oggi dove sarà domani il Dow Jones o il Treasury americano è roba complessa, soprattutto in un momento di tale cambiamento politico ed istituzionale. Più difficile comunque di prevedere la sconfitta di Hillary.</p>
<p><strong>Nicola Porro</strong>,<em> Il Giornale</em> 12 novembre 2016</p>
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		<item>
		<title>Non è la Thatcher. Perché Theresa May è ancora lontanissima dalla Lady di ferro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/non-e-la-thatcher-perche-theresa-may-e-ancora-lontanissima-dalla-lady-di-ferro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Santucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 31 Aug 2016 06:39:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[may]]></category>
		<category><![CDATA[Thatcher]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Le trattative sulla Brexit, le nomine, lo stile. Nonostante le apparenze, il basso profilo tenuto dal primo ministro britannico in questi mesi è tutto il contrario di quello che avrebbe fatto la Lady[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Le trattative sulla Brexit, le nomine, lo stile. Nonostante le apparenze, il basso profilo tenuto dal primo ministro britannico in questi mesi è tutto il contrario di quello che avrebbe fatto la Lady</em></p>
<p><strong>A circa due mesi dal suo arrivo</strong> come primo ministro a Downing Street, Theresa May – complice anche la chiusura estiva del sempre tumultuoso Parlamento britannico – non è riuscita ancora a uscire dall’ombra ingombrante di <strong>Margaret Thatcher</strong>. Entrambe donne, entrambe subentrate alla guida del Partito conservatore un po’ a sorpresa ed entrambe chiamate a una difficoltosa prova di equilibrismo. Quando nel 1979 la Thatcher fu chiamata dall’elettorato a governare il “malato d’Europa” dell’epoca, fin dai primi giorni, riuscì catalizzare la pubblica opinione e a occupare le prime pagine tutti gli organi di informazione britannici e non. C’era da salvare, all’epoca, un paese in ginocchio, bloccato regolarmente dagli scioperi selvaggi indetti dai potentissimi sindacati vicini ai laburisti e stremato da una inflazione galoppante. <strong>I rimedi della Thatcher</strong>, pur brutali e nel breve periodo decisamente impopolari, riuscirono, però, a garantirle ben undici anni di premiership con altre due tappe elettorali vinte agevolmente.</p>
<p>Per quanto molti commentatori l’abbiano paragonata alla Lady di ferro, oggi, Theresa May appare molto <strong>diversa dalla Thatcher</strong>, per cultura e per personalità. Vero è che, pure stavolta, e quasi fatalmente come nel ‘79, il Regno Unito si sta ripresentando come “<strong>il malato</strong>” in grado di destabilizzare i fragili equilibri comunitari e di mettere in discussione il significato stesso dell’istituzione europea. L’aver chiamato proprio la May a gestire il negoziato che porterà, presumibilmente in tempi non brevissimi, il Regno Unito fuori dall’Europa rappresenta già un segnale di cosa non farà e di chi non sarà il nuovo primo ministro.</p>
<p>I summit europei con a latere i consueti show antieuro della Lady rimarranno, con grande probabilità, solo dei ricordi di quei meravigliosi anni ’80. Al contrario, il governo britannico sta tenendo un profilo decisamente basso – ormai da circa sessanta giorni – e di questa strategia sono arrivati riscontri sia con la decisione di far predisporre ai ministri del neogoverno una <strong>road map</strong> da concordare assieme ai commissari di Bruxelles sia con il niet della May alla proposta di tenere in Parlamento un dibattito formale, decisamente poco conveniente sotto il punto di vista mediatico. Non c’è da dubitare che, viceversa, una Thatcher non solo si sarebbe presentata di corsa a Westminster ma avrebbe creato le condizioni per una discussione destinata a permanere per settimane sui media.</p>
<p>In che modo, poi, procederà il negoziato di secessione dall’Europa non è ancora chiaro. La scelta di affidare all’antieuropeista per eccellenza <strong>Boris Johnson</strong> il ministero degli Esteri la dice lunga su come la May abbia deciso non solo di ribaltare la consuetudine dell’èra thatcheriana – che prevedeva il <strong>binomio “euroscettico” al 10 di Downing Street e “filoeuropeista” al Foreign Office</strong> –, ma anche di voler gestire in prima persona tutte le complesse fasi di un procedimento sull attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona.</p>
<p>E’ curioso, infine, sottolineare come anche il destino stia giocando un ruolo cruciale su questi convulsi mesi post Brexit. Il massiccio stop ai flussi migratori, secondo numerosi analisti economici, agevolerà, in particolar modo, proprio quelle categorie operaie che per un decennio avevano mal digerito il thatcherismo e gli effetti dei suoi interventi economici. La <strong>politica migratoria</strong> “aperta” degli anni ruggenti di <strong>Tony Blair</strong>, infatti, aveva determinato un netto calo dei salari del settore della manodopera locale a causa della concorrenza al ribasso di quella straniera. La <strong>Brexit</strong>, insomma, con qualche anno di ritardo, è destinata ad arricchire le tasche dei vecchi nemici dei conservatori. Se la May, grazie a questa strana legge del contrappasso, potrà anche contare sul consenso del <strong>mondo operaio</strong>, vorrà dire che l’èra Thatcher non solo è ben lungi dal tornare in auge ma è destinata a rimanere una felice parentesi nei nostri libri di storia. D&#8217;altronde in una <strong>nazione di pragmatici</strong> votare con una mano al portafogli non è mai passato di moda.</p>
<p>Da <em>Il Foglio</em> del 01 settembre 2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Dietro la Brexit c’è la rivincita scozzese</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dietro-la-brexit-ce-la-rivincita-scozzese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simone Santucci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jun 2016 12:02:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[cameron]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[scozia]]></category>
		<category><![CDATA[ue]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Ora la Scozia che sognava di rimanere in Europa, al riparo dalle ritorsioni di Londra, se ne ritrova fuori, conscia che di ciò che aveva promesso Cameron non otterrà nulla[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dietro-la-brexit-ce-la-rivincita-scozzese/">Dietro la Brexit c’è la rivincita scozzese</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il temuto tracollo finanziario delle borse mondiali all’indomani del referendum britannico non inganni: <strong>non sarà</strong>, con ogni probabilità, l<strong>‘Europa la più colpita da questa scellerata scelta</strong>. Gli economisti vanno di moda, si sa. Se in meno di ventiquattro ore si sono <strong>sprecati fiumi d’inchiostro</strong> nello spiegare le conseguenze macroeconomiche e monetarie di questo voto in pochi hanno cercato di analizzare lo <em>status quo</em> da <strong>un punto di vista prettamente politico</strong>, oseremmo dire storicistico. <strong>Proviamoci dunque</strong>.</p>
<p>Il dato sulla <strong>distribuzione demografica</strong> del voto, su cui molti analisti si sono soffermati, era piuttosto scontato. I<strong>giovani</strong> britannici, i <strong>primi veri figli della globalizzazione mondiale</strong>, non avrebbero mai potuto votare contro la loro Europa. <strong>Una Europa sensibilmente diversa</strong> dalla nostra, meno opprimente, più lontana, più permissiva e liberale in termini di concessioni economiche. Insomma, una Europa migliore di quella che oggi può scorgere un giovane francese o un giovane italiano.</p>
<p>Ma la vera – mezza – sorpresa è il <strong>dato territoriale</strong>, preoccupante in tutta la sua forbice. La Scozia, dopo le elezioni generali e locali che avevano decretato <strong>un trionfo degli indipendentisti</strong> dello Scottish National Party, <strong>è sempre più europea</strong>, più fedifraga e <strong>più lontana dalla sorellastra Inghilterra</strong>. E più che i numeri in sé <strong>bisogna capire il significato che sta dietro a queste percentuali</strong>. Solo due anni fa gli scozzesi hanno deciso, più per paura che per l’intima convinzione, di <strong>rimanere nel Regno Unito</strong>. Il tutto mentre l’Europa minacciava l’isolamento e Cameron prometteva, a destra e a manca, più indipendenza, più soldi, più potere decisionale. <strong>Gli scozzesi sono stati di parola, gli inglesi no. E ora?</strong></p>
<p>Ora la Scozia che <strong>sognava di rimanere in Europa</strong>, al riparo dalle ritorsioni di Londra, <strong>se ne ritrova fuori</strong>, conscia che di ciò che aveva promesso Cameron non otterrà nulla. E la strada di un <strong>nuovo referendum sull’onda della rabbia del tradimento inglese</strong> e dopo gli annunci della First Minister Nicola Sturgeon, è cronaca di oggi. Se, ed è molto probabile, si dovesse arrivare a questa resa dei conti gli scozzesi si riprenderebbero <strong>una serie di rivincite storiche</strong> alle quali, da amanti della storia, ognuno di noi sogna di assistere.</p>
<p>Forse non tutti ricordano che l’indipendenza scozzese finì <em>de iure</em> nel 1707 con l’Atto di Unione ma che,<em> de facto</em>, ebbe luogo più di cent’anni prima, nel 1603, quando il re scozzese<strong> Giacomo VI Stuart</strong>, alla morte della zia Elisabetta, divenne anche re d’Inghilterra. E si trasferì armi e bagagli a Londra, <strong>lasciando Edimburgo</strong> ad un abbandono secolare che provocò, per secoli, una rivalità accesa e mai sopita. All’indomani dell’ascesa al trono di Elisabetta II vi fu una accesa protesta perché, secondo gli scozzesi, la Regina avrebbe dovuto firmarsi come “Elisabetta I”. Poiché, sempre secondo gli scozzesi, non era mai esistita una Elisabetta “prima”, <strong>non c’era motivo per riconoscere la sovrana come una “seconda” Elisabetta</strong>. Per questo, i loghi reali sulle cassette postali, vennero addirittura rimossi da alcuni sabotatori. Un episodio che la dice lunga su come, nonostante i secoli passati, alla piccola Scozia, legata storicamente a doppio filo con la Francia, non fosse mai andato giù quel tradimento. E se la Scozia deciderà di <strong>tagliare il cordone con Londra, l’Inghilterra tornerà ai confini di quel 1603</strong> (ma senza colonie).</p>
<p>Rimane da capire, come, in poco più di 10 anni, l’Inghilterra sia passata dall’eleggere un <strong>primo ministro d’origine scozzese favorevole (almeno sulla carta) all’entrata nell’euro</strong> al decretare <strong>l’uscita dall’Unione Europea</strong>. E non basta rievocare, in modo errato, lo spirito combattivo della fu baronessa Thatcher, la quale, prima di quel “rivoglio i miei soldi indietro” fu protagonista, negli anni ’70, di una accesa campagna a favore dell’entrata del Regno Unito nella CEE.</p>
<p>E probabilmente <strong>nessun analista capirà</strong>, perché, la nazione che dette lacrime e sangue per il mantenimento della pace in Europa e nel mondo, <strong>ha invece lanciato questo siluro alla stabilità</strong> e alla cooperazione tra i popoli europei. Di certo sappiamo che le conseguenze saranno più amare di quanto i vecchi inglesi avrebbero potuto immaginare. E non tarderanno ad arrivare: è la chance che la Scozia attendeva da secoli.</p>
<p>A noi l’onore di assistere ad un pezzo di storia. Di storia vera.</p>
<p>Da <em>Gli Immoderati</em> de il 25 giugno 2016</p>
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