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	<title>berlusconi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
	<lastBuildDate>Fri, 23 Jun 2023 14:05:17 +0000</lastBuildDate>
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	<title>berlusconi Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>È l’europeismo l’eredità berlusconiana che Meloni dovrà raccogliere</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/e-leuropeismo-leredita-berlusconiana-che-meloni-dovra-raccogliere/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Jun 2023 16:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[europeismo]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pur se descritto come il primo dei populisti, non si ricordano suoi cedimenti alla demagogia antieuropeista. Non lo fece quand’era al governo e non lo fece neanche durante i lunghi e non facili anni trascorsi all’opposizione. In questo, Silvio Berlusconi ha dimostrato una serietà e un realismo che mal si conciliano con la retorica che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Pur se descritto come il primo dei populisti, non si ricordano suoi cedimenti alla demagogia antieuropeista. Non lo fece quand’era al governo e non lo fece neanche durante i lunghi e non facili anni trascorsi all’opposizione. In questo, Silvio Berlusconi ha dimostrato una serietà e un realismo che mal si conciliano con la retorica che lo ha descritto come un leader tutto furbizie, spettacolo e sondaggi. Ebbene, se, com’è naturale che sia, Giorgia Meloni vorrà davvero incassare l’eredità politica berlusconiana è questo il punto su cui non le saranno consentite deroghe. Il che, se avrà la capacità di porsi in un’ottica non politicistica ma storicistica e culturale, si rivelerà un obiettivo alla sua portata senza bisogno di particolari abiure o compromessi imbarazzanti. Vediamo perché.</p>
<p>Ciclicamente riaffiora nella polemica politica e sulle terze pagine dei giornali la contrapposizione quasi etica tra patriottismo nazionale e patriottismo europeo. Come se i due orizzonti fossero fisiologicamente alternativi e l’uno rappresentasse fatalmente la negazione dell’altro. Non è questo che pensavano i più autorevoli tra gli europeisti italiani. E se ci liberiamo dai pregiudizi non è questo che suggerisce la ragione politica. I fondatori dell’Europa sostennero infatti sin dagli anni Cinquanta quel che il realismo ci induce a credere oggi: che i due sentimenti, perché di questo si tratta, possono e debbono convivere. Sono complementari, rappresentano l’uno la forza e il giusto limite dell’altro.</p>
<p>Carlo Magno, Luigi XIV e Napoleone Bonaparte cercarono di unire l’Europa senza rispettare le diversità nazionali. Fu questo l’errore da cui discese la caducità dei loro successi militari e diplomatici. I padri dell’europeismo trassero lezione dalla Storia ed evitarono di incorrere nel medesimo sbaglio. Uno per tutti, Altiero Spinelli. L’estensore del Manifesto di Ventotene aveva ben chiaro che “l’amore della Patria è una delle forze elementari che più arricchiscono la vita dell’individuo, dandogli l’immediato senso di una comunità di destino con altri esseri umani” e perciò teorizzò la nascita di una “Federazione europea” fondata non sul mito illuministico della Dea Ragione, ma “sulle comunità nazionali” e sul loro naturale sentimento patriottico e terragno.</p>
<p>La lezione di Spinelli è stata recepita dalle Istitutzioni europee. La Carta dei diritti ufficializzata a Nizza nel 2000, infatti, all’articolo 22 sancisce il rispetto della “diversità culturale” e sin dal Preambolo chiarisce che lo sviluppo dei valori dell&#8217;Unione non può realizzarsi a discapito “delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa”. Si noti l’uso del plurale: non il popolo europeo, ma i popoli d’Europa. Concetto che Luigi Einaudi teorizzò già a fine Ottocento parlando di “Stati Uniti d’Europa”. Cioè di un’Europa fondata sulle diverse comunità nazionali e da queste indiscutibilmente arricchita. Del resto, come scrisse Benedetto Croce nella Storia d’Europa, “nazione è concetto spirituale e storico e perciò in divenire, e non naturalistico e immobile come quello di razza”.</p>
<p>Appare, dunque, oggi piuttosto chiaro che, nell’era della globalizzazione e dei revanchismi imperialistici, il divenire degli Stati nazionali europei sia l’europeismo. I due sentimenti non confliggono, si contemperano e rappresentano l’uno la salvezza dell’altro. A Giorgia Meloni conviene prenderne atto, e  rifondare sulla duplice identità nazionale ed europea una destra che per governare non può pensare basti una manovra di avvicinamento iperpoliticista al Ppe. Servono (anche) una cultura e una retorica nuove. Così nuove da apparire vecchie come l’europeismo delle origini.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/blog/2023/06/18/news/cara_meloni_non_ce_differenza_fra_patriottismo_nazionale_ed_europeo-12420337/"><em><strong>Huffington Post</strong></em></a></p>
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		<title>#laFLEalMassimo &#8211; Episodio 97 &#8211; Imprese Strategiche e Interesse Nazionale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/laflealmassimo-episodio-97-imprese-strategiche-e-interesse-nazionale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Famularo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jun 2023 10:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#laFLEalMassimo]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2023]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[draghi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[ucraina]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottolineato come il sostegno alla nazione invasa dalla Russia costituisca una priorità non solo dal punto di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rubrica continua a ribadire il proprio sostegno al popolo Ucraino e la rilevanza non solo umanitaria della vicenda è confermata dai recenti riferimenti da parte del governatore della banca d’Italia e dell’ex presidente della BCE che hanno sottolineato come il sostegno alla nazione invasa dalla Russia costituisca una priorità non solo dal punto di vista umanitario e civile, ma anche un presupposto fondamentale per il ripristino di un sistema di relazioni internazionali che sia fondato sul rispetto della sovranità di ciascun popolo e sul contrasto deciso di qualunque forma di espansionismo militare.</p>
<p>Molta dell’attenzione mediatica di questi giorni è stata catturata dalla dipartita di Silvio Berlusconi e in questa sede eviterò qualsiasi forma di giudizio politico, storico e sociale che risulterebbe ridondante rispetto a quanto già espresso in passato.</p>
<p>Vorrei invece prendere spunto dai rumors su una possibile vendita della società Media For Europe e sui discorsi che già si sprecano in merito agli interessi nazionali e alle cordate di salvatori nazionalisti che tanti danni hanno arrecato al nostro paese.</p>
<p>In un&#8217;epoca in cui le guerre si possono combattere anche e soprattutto per mezzo di tecnologie e rapporti commerciali, sarebbe ingenuo negare che esistano dei legittimi interessi nazionali da tutelare. Tuttavia, occorre resistere in modo deciso alle derive protezioniste e alla invadenza del potere politico sul tessuto imprenditoriale.</p>
<p>Con le dovute cautele rispetto ai regimi che in tutto o in parte non possono definirsi compiutamente democratici è bene pensare ancora che la somma dei paesi che hanno adottato un modello di società aperta possano essere considerati un unico mercato globale, nel quale non è rilevante a fini politici la nazionalità delle imprese e anzi nel quale è positivo  che possa esservi una salutare concorrenza tra i paesi per offrire un ambiente favorevole ai lavoratori e alle imprese.</p>
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		<title>Accomunati</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/accomunati/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianluca Parrinello]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jun 2023 18:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Prodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una morte non inattesa ha messo il mondo della comunicazione nelle condizioni di prepararsi. Fin troppo, visto il diluvio di parole e pagine sulla scomparsa di Silvio Berlusconi. Le parole più interessanti, però, sono le poche usate da Romano Prodi (cui va un pensiero per la scomparsa della moglie): siamo stati rivali, non nemici, accomunati [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/accomunati/">Accomunati</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Una morte non inattesa ha messo il mondo della comunicazione nelle condizioni di prepararsi. Fin troppo, visto il diluvio di parole e pagine sulla scomparsa di Silvio Berlusconi. Le parole più interessanti, però, sono le poche usate da Romano Prodi (cui va un pensiero per la scomparsa della moglie): siamo stati rivali, non nemici, accomunati dall’idea che la sorte dell’Italia sia legata a quella dell’Unione europea. Due concetti semplici, che dovrebbero essere scontati. Ma c’è almeno un’altra cosa che li accomuna: sono stati sconfitti. E ci riguarda tutti.</p>
<p>Berlusconi e Prodi si sono stati vinti e vincenti a turno. Il secondo è stato il solo avversario elettorale capace di battere il primo. Ovvio che si tratta di persone e storie completamente diverse, ma poterono gareggiare e misurarsi sul filo di lana perché entrambi incarnazione di un’Italia reale. Tutti e due cattolici senza venature mistiche. Prodi era democristiano, Berlusconi raccontava con orgoglio le giovanili campagne fatte per la Democrazia cristiana. Tutti e due interpreti in continuità della politica estera italiana, atlantista quanto basta e mediterranea nell’anima. Nella mente di molti, complice il modo in cui interpretarono quella stagione di battaglia elettorale, sono uno l’opposto dell’altro, ma nella realtà avrebbero anche potuto governare assieme. Al di là di questo, che a taluni sembrerà una bestemmia, c’è qualche cosa di assai più profondo: divennero ciascuno espressione di un’Italia gemella, che si specchia nell’altra e non si riconosce. È quello il nostro problema collettivo: non le differenze &#8211; che siano benedette &#8211; ma le somiglianze pretestuosamente neglette.</p>
<p>Jorge Luis Borges immagina, in bellissime pagine, l’epico scontro dottrinale fra due teologici, che si combattono con ogni mezzo; una volta morti potranno trovarsi al cospetto della divinità e chiedere chi dei due avesse ragione; saranno sorpresi dall’apprendere che dio non distingue l’uno dall’altro e forse crede siano la stessa persona. Ecco, più o meno. Ma i nostri due connazionali erano divisi proprio da quello che li univa: il bipolarismo praticato a forza, sicché ciascuno, per battere l’altro, s’alleava con chi effettivamente detestava e sentiva come nemico l’altro o taluni degli alleati dell’altro. E ciascuno vinse e perse la partita elettorale, salvo poi non riuscire a governare non per la forza degli oppositori, ma per l’interdizione di una parte degli alleati arruolati per vincere. Un labirinto culturale e morale che forse avrebbe affascinato Borges, ma che ha imprigionato l’Italia.</p>
<p>La morte può portare commozione o meditazione, non c’è alcun motivo per cui debba portare falsificazione. Berlusconi è stato un combattente epico, tenace, indomito. Ha resistito ad assalti che avrebbero stroncato chiunque. Nulla toglie a questa sua determinazione il fatto che sia stato sconfitto. Berlusconi e Prodi hanno perso la loro partita politica. E non è affatto un caso che siano stati sconfitti dal lievitare di un mondo, a destra e a sinistra, che s’è presentato antieuropeista e anche più mistico che devoto. Non è un caso, ma un sintomo rilevante: l’Italia che s’indebolisce e perde ruolo internazionale, perché perde visione, si rattrappisce e cerca nel nazionalismo provinciale le ragioni di un’identità folkloristica, sconoscendone le altre radici. Prodi battuto dalla sinistra che lui aveva portato alla vittoria, Berlusconi dalla destra che lui aveva portato al mondo. L’uno costretto a contare i franchi tiratori, l’altro a contare i punti di una dichiarazione al Quirinale, dove gli avevano tolto la parola.</p>
<p>Si è generato un vuoto di idee che destra e sinistra sperano di nascondere dietro le presunte identità, che sono faziosità. Un vuoto che si è misurato di recente, con un governo di passaggio che visione europea e globale ne aveva in abbondanza. Vissuto come il farmaco che viene somministrato nei Risvegli di Oliver Sacks, quando il paziente ritrova la propria vita. Ma dura poco. E due citazioni sono già troppe, che sembra ci sia della cultura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/548"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>L&#8217;impronta</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/limpronta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 18:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dire che Silvio Berlusconi ha impresso un’impronta profonda nella storia d’Italia è dire una cosa ovvia. Si deve essere capaci di andare oltre ed esprimere un giudizio. La sua scomparsa dovrebbe aiutare a farlo senza più il bisogno di contrastarlo od osannarlo per convenienza e senza l’ipocrisia del cordoglio di maniera. Lui ha seguito una [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dire che Silvio Berlusconi ha impresso un’impronta profonda nella storia d’Italia è dire una cosa ovvia. Si deve essere capaci di andare oltre ed esprimere un giudizio. La sua scomparsa dovrebbe aiutare a farlo senza più il bisogno di contrastarlo od osannarlo per convenienza e senza l’ipocrisia del cordoglio di maniera. Lui ha seguito una sua traiettoria. Quanti lo hanno accompagnato o contestato non sono stati in grado di farlo in modo efficace e guardando al futuro.</p>
<p>Partire dalla televisione aiuta molto a capire quel che è poi successo in politica. Tanto la sinistra comunista quanto il centro democristiano s’illusero di fermare il suo irrompere nei teleschermi accampando ostacoli di ordine tecnologico (la limitatezza delle frequenze) o giuridico (l’assenza di legittimità alle trasmissioni nazionali). Erano balle. Non capirono nulla di quel che stava succedendo e finirono con il favorirlo: le frequenze c’erano ed erano abbondanti, come sarebbe stato in grado di dimostrare chiunque possedesse un telecomando, mentre un anacronistico divieto d’interconnessione era aggirabile mettendo in onda la stessa cosa, nello stesso momento, da punti diversi d’emissione. Quando s’accorsero di star difendendo l’impossibile s’incattivirono, perdendo ulteriormente lucidità.</p>
<p>Fu un cambiamento positivo? Sì. Gli italiani ebbero a disposizione più contenuti e più voci. Quel che interessava al protagonista del nuovo mercato non era convincere gli italiani di un’idea o un’altra, ma di attirarne l’attenzione e vendere pubblicità. Nessuno volle ammettere quel che accadde allora e che poi sarebbe accaduto pari pari in politica: per contrapporsi a Berlusconi e fermarlo, la Rai (di Biagio Agnes) si berlusconizzò. Finanziata dal canone si mise masochisticamente a fare la gara dell’audience, perdendo identità. Ancora oggi la si lottizza, ma supporre che sia un’operazione culturale è potentemente ridicolo.</p>
<p>In politica portò, nel 1994, un’idea inedita non solo in Repubblica ma in tutta intera la storia democratica italiana: il bipolarismo. Prendo chiunque pur di battere gli “altri”. Nel breve volgere di due anni la sinistra fu berlusconizzata: mettiamoci con chiunque pur di batterlo. Sono e siamo ancora lì. E, scomparso l’innovatore, c’è il forte rischio che ci si resti.</p>
<p>Fu un cambiamento positivo? Sì e no. Fu positivo perché interdisse la vittoria annunciata di chi aveva vilmente cavalcato il giustizialismo antipolitico e antiparlamentare. La sinistra pagò un prezzo altissimo all’avere regolato in quel modo i conti con i socialisti di Bettino Craxi e, ancora oggi, non è capace di analizzare quell’errore. Ma la medaglia aveva un risvolto: dominando il polo di centrodestra, Berlusconi finì con il bloccare l’evoluzione della destra. Quella che era stata nostalgica del fascismo – sotto la guida prima di Giorgio Almirante e poi del suo delfino Gianfranco Fini – capì di dovere liberarsi da quel passato, ma pagò il provare a far concorrenza alla forza di Berlusconi. Perse. Mentre cresceva un’altra destra, che non era nostalgica del ventennio ma che si era formata negli anni Settanta e nello squadrismo in lotta con la violenza dell’estrema sinistra, allora molto forte. Di questa destra è figlia Giorgia Meloni, che l’ha corroborata con un nazionalismo antieuropeista che oggi è la sua più nociva zavorra, tanto da esporla alle incursioni della destra che la avversa e lì vuole farla restare. Si è smarrito il lavoro dei padri e si sono inchiodati i figli a un’era, scomparsa, di sprangate e pistolettate.</p>
<p>Berlusconi perse la forza di cambiare gli equilibri, dopo averli dominati. Quando tutti impararono da lui a sondare e seguire gli istinti dell’opinione pubblica (anziché indirizzarli), lui rimase solo a pensare che, però, dei limiti ci sono e che non si può vendere qualsiasi cosa pur di far fatturato o prendere voti. Oggi che se ne va un innovatore si spera che, almeno, una cosa da lui si sia imparata: chi pensa di occupare il futuro con gli schemi del passato è un bene che sia sconfitto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/547"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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			</item>
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		<title>Una sola cosa Berlusconi non “inventò”: il bipolarismo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/berlusconi-non-invento-il-bipolarismo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2023 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[bipolarismo]]></category>
		<category><![CDATA[centrodestra]]></category>
		<category><![CDATA[Forza Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era mosso da quegli istinti primordiali che l’economista John Maynard Keynes chiamava “spiriti animali” e che appartengono agli imprenditori geniali: coloro che vedono quel che gli altri non vedono e di conseguenza realizzano quel che gli altri non immaginano. L’imprenditore Silvio Berlusconi era così, il politico Berlusconi Silvio tutto sommato pure. Perciò, dalla prima emittente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/berlusconi-non-invento-il-bipolarismo/">Una sola cosa Berlusconi non “inventò”: il bipolarismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Era mosso da quegli istinti primordiali che l’economista John Maynard Keynes chiamava “spiriti animali” e che appartengono agli imprenditori geniali: coloro che vedono quel che gli altri non vedono e di conseguenza realizzano quel che gli altri non immaginano. L’imprenditore Silvio Berlusconi era così, il politico Berlusconi Silvio tutto sommato pure. Perciò, dalla prima emittente televisiva privata nazionale al partito di Forza Italia, i giornali di oggi danno conto con dovizia di particolari del caleidoscopio delle “invenzioni” indiscutibilmente attribuibili alla visione berlusconiana. Tutto vero, tutto giusto. C’è solo un’invenzione oggi attribuita da quasi tutti al talento del Cavaliere che in realtà non fu merito suo: il bipolarismo.</p>
<p>Silvio Berlusconi non ha, come hanno scritto in molti, “inventato il bipolarismo”. Il bipolarismo l’hanno inventato, o per meglio dire importato, Mario Segni e Marco Pannella attraverso i referendum del 1991 e del 1992. E gli italiani hanno fatto propria la novità tanto da obbligare il Parlamento a trasformarla in legge. Accadde con l’approvazione, nell’estate del ‘93, della legge elettorale che portava il nome dell’attuale presidente della Repubblica. La legge Mattarella.</p>
<p>Silvio Berlusconi scese in campo sei mesi dopo e poiché le regole del gioco partitico erano quelle bipolari ne sfruttò al massimo le potenzialità. Si fosse trovato in un contesto proporzionale avrebbe puntato tutto solo su Forza Italia, magari cercando di cooptare i partitini estranei alla sinistra. Trovandosi, invece, in un contesto maggioritario diede forma al centrodestra riunendo in un’alleanza tutti i soggetti politici estranei alle sinistre.</p>
<p>Il genio visionario di Berlusconi consistette, allora, nel dare per scontato che un partito ferocemente secessionista come la Lega potesse convivere e governare con un partito orgogliosamente nazionalista come il Movimento sociale italiano. Ma non scommise su un possibile comune denominatore politico: scommise su se stesso. Così come fece politica estera confidando non nelle potenzialità del Paese e nella storia d’Italia, ma nelle proprie capacità di mediazione umana ancor prima che politica, con lo stesso spirito il Cavaliere mise Bossi insieme a Fini e diede vita al centrodestra di governo. Una formula che si reggeva sul suo carisma, sulla sua capacità di mediazione e sulla centralità della sua creatura politica. Forza Italia. Non è un caso che, pur avendo la Lega abbandonato il secessionismo e la destra superato il post fascismo, da quando il carisma di Silvio Berlusconi ha cominciato ad appannarsi e Forza Italia ha iniziato a perdere voti, quella formula coalizionale sopravviva solo grazie all’ambizione dei singoli contraenti ma con una conflittualità interna che mai si era vista prima. Una conflittualità che, in tempi recenti, indusse Berlusconi a confidare tutta la propria amarezza per “essere costretto” dal sistema maggioritario e bipolare a convivere con Matteo Salvini e Giorgia Meloni.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/06/una-sola-cosa-berlusconi-non-invento-il-bipolarismo-il-corsivo-di-cangini/#:~:text=Era%20mosso%20da%20quegli%20istinti,che%20gli%20altri%20non%20immaginano."><em><strong>Formiche</strong></em></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>Fece della parola liberale uno slogan di massa, non pensò mai di lasciare</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fece-della-parola-liberale-uno-slogan-di-massa-non-penso-mai-di-lasciare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jun 2023 16:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile.</p>
<p>Eppure, l’esordio nell’era post fascista fu a dir poco favorevole. Il pensiero e lo stile liberali influenzarono la Costituzione repubblicana, ispirarono la ricostruzione post bellica e con Luigi Einaudi incarnarono al meglio le nuove Istituzioni democratiche. Dopo di che quasi scomparvero. I liberali si videro costretti al ruolo di testimonianza attiva ma minoritaria in un contesto politico e sociale ormai dominato dall’ideologia e dallo statalismo. Ovvero dalla Dc e dal Pci, le due “chiese” di cui sopra.</p>
<p>Dopo Mani Pulite, Silvio Berlusconi ha colmato un vuoto di rappresentanza politica, quello dell’elettorato cosiddetto di centrodestra, e gli ha dato un nome: liberale. La “rivoluzione liberale”. La parola “liberale” cessa allora di essere pregiudizialmente associata ad una minoranza privilegiata e un po’ egoista secondo una falsa credenza allora assai diffusa e oggi non del tutto scomparsa per diventare, finalmente, “popolare”. Da quel momento in poi, indipendentemente dal grado di corrispondenza tra la teoria e la pratica, grazie a Silvio Berlusconi in Italia è ragionevolmente possibile pensare di poter ottenere la maggioranza relativa dei voti su una piattaforma politica “liberale”. Ne consegue che chi ne avesse l’autorevolezza e le capacità potrà ora disporre su larga scala elettorale del metodo, dei principi e del realismo tipicamente liberali, e questo è un bene per la concretezza del confronto politico. Dunque per l’efficacia dei governi, dunque per il futuro dell’Italia.</p>
<p>Quanto al futuro di Forza Italia, ricordo come fosse oggi un episodio di tre anni fa.</p>
<p>In serata era previsto un incontro, nella sala Koch del Senato, tra Silvio Berlusconi e i membri dei gruppi parlamentari di Forza Italia. Andai a trovare il Presidente nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. Era di cattivo umore. Il partito non mordeva, la demagogia di Salvini lo urtava, la stanchezza fisica lo irritava. Seguì uno sfogo: «Sono stanco, non ho più le energie di un tempo, la mia immagine pubblica è cambiata a causa dell’età. Quando mi capita di incontrare dei giovani mi rendo conto di non potergli più dare una prospettiva di futuro…».</p>
<p>Berlusconi mi chiese cosa avrei fatto se fossi stato al suo posto. «Andrei all’incontro con i miei parlamentari, ne indicherei uno e direi “vi presento la persona che da oggi rappresenterà il nostro futuro”», risposi con sprezzo non tanto del pericolo quanto del ridicolo. Gli feci anche un nome, un nome di donna, ma più che sul nome la sua attenzione si appuntò sul concetto generale. La risposta fu lapidaria, in effetti disarmante. Berlusconi mi guardò come si guarda un vecchio amico improvvisamente consegnato alla follia: con tenerezza e sconcerto. Si indicò il petto con il dito indice della mano destra e disse: «E io?». Discorso chiuso, fu l’ultima volta che ebbi l’opportunità di incontrarlo a quattr’occhi.</p>
<p>Come tutti i grandi uomini della Storia eccetto Charles de Gaulle e pochi altri, Silvio Berlusconi non ha mai preso in considerazione l’idea di compiere un passo indietro, si è sempre considerato insostituibile e ha sempre ritenuto che dopo di lui il diluvio avrebbe fatto scomparire la sua creatura politica (e fors’anche il mondo) consacrandone il fondatore all’immortalità.</p>
<p>Ecco, a quanto pare ci siamo.</p>
<p><a href="https://formiche.net/2023/06/berlusconi-forza-italia-successore-cangini/"><em><strong>Formiche</strong></em></a></p>
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		<title>TeleSchermo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/teleschermo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Jun 2023 18:00:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Taluno crede che il lutto rimetta in moto la partita per il ‘potere’ televisivo. Naturalmente pensando più alla politica che al mercato. Non c’è nulla di più insidioso del partito preso, che è poi quasi sempre un partito perso: a furia di rimproverare a Silvio Berlusconi l’uso politico del potere televisivo s’è persa la capacità [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Taluno crede che il lutto rimetta in moto la partita per il ‘potere’ televisivo. Naturalmente pensando più alla politica che al mercato. Non c’è nulla di più insidioso del partito preso, che è poi quasi sempre un partito perso: a furia di rimproverare a Silvio Berlusconi l’uso politico del potere televisivo s’è persa la capacità di riconoscere l’uso televisivo del potere di mercato. L’altro mito del colto (alla sprovvista) che strologa di televisione è quello del “tramonto della tv generalista”. Che è un po’ come quello dell’Occidente: imminente e inevitabile da un paio di secoli, sicché destituito di fondamento.</p>
<p>Cominciamo da dove tutti credono di sapere qualche cosa: Berlusconi ha usato le sue televisioni per fare politica? Guardate il panorama delle trasmissioni che si suppongono giornalistiche: la colonna sonora che si è sentita non era quella forzitaliota dell’europeismo, della moderazione e dell’ottimismo affluente; la cacofonia andata ossessivamente in onda era l’opposto: ci rovinano, sono tutti dei delinquenti, siamo poveri e andiamo verso il disastro. Non mi pare che i canali Mediaset si siano affannati a ricordare il Berlusconi commosso per gli albanesi che arrivavano naufraghi (quello che esclamava «Ma non vorrete mica ributtarli a mare?!»), semmai è andato in onda qualche miliardo di volte lo spettacolo dell’invasione. Tutta roba che era in armonia con gli estremismi, i nazionalismi e i grillismi. Non soltanto Berlusconi ne era consapevole, come gli altri padri anziani di quell’avventura, ma ti guardava con beneducata commiserazione quando lo facevi osservare. Perché era ovvio, era (è e sarà) la televisione commerciale.</p>
<p>La televisione commerciale non educa, semmai diverte, intriga, attira pubblico per poterlo vendere agli inserzionisti. I programmi buoni sono quelli più seguiti e che servono a fare più quattrini. La tv commerciale vende il pubblico a chi prova a vendere qualcosa al pubblico. La Rai di Bernabei aveva ambizioni didattico-educative, quella di Agnes ne pretendeva di monopoliste, mentre la Rai di adesso è una tv commerciale (Berlusconi ha stravinto) finanziata al 50% dal canone, ovvero da una tassa. Nulla da eccepire, salvo che non vorrei pagare la tassa. Chi pensa di sedurre il popolo lottizzando la Rai è patetico. Quella popolare è la tv commerciale, generalista. La sinistra che s’atteggiò a cinefila per contrastare Berlusconi iniziò lì a divenire l’antitesi del popolare.</p>
<p>Ma torniamo alla tv. Il digitale ha spezzato quel mercato. I più giovani non si sono mai posti la domanda che per noi era normale: «Cosa c’è questa sera in tv?». Se ne fregano, perché razzolano il digitale. Che non è meno condizionante e talora fuorviante, ma è diverso. E ha una caratteristica tecnica non compresa: toglie valore alle reti di trasmissione esclusivamente televisive, perché se proprio voglio vedere la tv la vedo lo stesso anche senza antenna. Eppure la generalista non è trapassata, perché c’è un vasto pubblico (per età, per pigrizia, per povertà) che ancora si pone quella domanda. E siccome è un mercato che s’impoverisce, seguono a ruota i contenuti – presunti giornalistici compresi – perché la sola cosa che conta non è che la pensino come preferisco, ma che preferiscano seguirmi.</p>
<p>Durante un Comitato centrale Togliatti chiese a Pajetta a che punto stesse il Milan; quello lo guardò stupito, visto che non seguiva il calcio; il capo lo apostrofò: non potrai mai dirigere un partito di massa se non sai del Milan. Ricordatevene, ove mai vi chiedano se il tronista scelse con chi amerebbe congiungersi. Perché la zuppa è quella.</p>
<p>Ma per far politica non bastano il calcio e il tronista, devi anche studiare e conoscere la realtà. E non ne sei capace se continui a chiedere che un amico tuo che non sta con “quelli di prima” (prima c’eri sempre tu) prenda in mano la Rai e non capisci che, nel frattempo, stanno passando di mano le reti di trasmissione. La partita è quella, non l’amico tuo da piazzare. La sinistra che insisté per avere le quote italiane (la sinistra, non la destra) di film in tv non aveva capito un accidenti della tv commerciale: se annoia e abbiocca non è di destra o sinistra, fa perdere audience e soldi. Se ti fa schifo il popolo che guarda i filmastri va benissimo, ma non venire a raccontare che stai con il popolo.</p>
<p>Dunque Berlusconi non approfittò delle tv per vincere in politica? Il contrario: vinse in politica per la stessa ragione per cui vinse in tv, perché il gusto lo nasava e navigava, non indirizzava, era élite perché si uniformava al popolo, non perché gli facesse ribrezzo. Ma non era soltanto quello, difatti si ritrovò prigioniero di rovi che anche le sue tv avevano irrigato e continuavano a farlo. Praticamente l’opposto di quello di cui qualche presuntuoso disinformato l’aveva accusato.</p>
<p>Pensare che occupando la televisione, cominciando da quella di Stato, si conquistino l’egemonia culturale e il consenso è come urlare: dimmi che mi ami o ti ammazzo. Se poi si crede alla risposta, s’è da ricovero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://giornale.laragione.eu/giornale/550"><strong><em>La Ragione</em></strong></a></p>
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		<title>Spartiacque</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/spartiacque/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Apr 2023 15:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[azienda]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[cavaliere]]></category>
		<category><![CDATA[imprenditori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non possono esserci dubbi sul fatto che Silvio Berlusconi abbia e avrà un posto di rilievo nella storia d’Italia. Vive un momento difficile e gli si augura il meglio, che per lui è non smettere di combattere. Superata, con il tempo, una divisione incentrata sulla sua persona, c’è da scommettere che anche gli storici si [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non possono esserci dubbi sul fatto che Silvio Berlusconi abbia e avrà un posto di rilievo nella storia d’Italia. Vive un momento difficile e gli si augura il meglio, che per lui è non smettere di combattere. Superata, con il tempo, una divisione incentrata sulla sua persona, c’è da scommettere che anche gli storici si divideranno sul significato da dare alla sua vicenda umana, imprenditoriale e politica. Che non sono tre, naturalmente, ma una sola.</p>
<p>La determinazione e l’efficacia dell’imprenditore non hanno bisogno d’essere argomentate. I risultati sono evidenti. Ma due abbagli hanno accompagnato il giudizio degli altri sulle sue avventure. Dal debutto edilizio al trionfo televisivo è stato visto come destrutturatore e innovatore, in realtà era un restauratore di abitudini e costumi. Gli italiani s’erano già laicizzati e urbanizzati. Lui non inventò quel processo, lo seppe interpretare come nessun altro. A chi viveva in città riproponeva la comunità, il villaggio, il verde, gli spazi per i bambini. A chi guardava la televisione riproponeva l’intrattenimento per famiglie, con un occhio al bar dello sport e l’altro all’avanspettacolo. Lui stesso si descriveva come interprete del nuovo che avanza inesorabile, ma era il conservatore dell’eterno che si conserva indelebile. Sul piano imprenditoriale trovò avversari in quelli che si credevano monopolisti dell’innovazione televisiva, ergo difensori del monopolio spartitorio aziendale. Certo che seppe aggregare la politica disposta a sostenerlo, ma vinse perché era sull’onda dell’inevitabile, di quel che poi successe ovunque e che negli Stati Uniti era già successo. Chi lo accusò di cambiare i costumi degli italiani, debosciandoli, non capì nulla della sua forza: un uomo con il marketing incorporato, un arcitaliano conservatore e modernizzatore.</p>
<p>Per forza poi non capirono lo sbarco in politica e quel che sarebbe successo. Quando annunciò la &lt;&lt;discesa in campo&gt;&gt; la sinistra festeggiò. Qualcuno fece osservare che si sarebbe potuto obiettare sulla legittimità della candidatura, a causa delle concessioni televisive. Tesi a mio avviso infondata, ma più importante la risposta: zitti, che un candidato così ci aiuta a rendere legittima la prossima e sicura vittoria. Persero.</p>
<p>La sua “invenzione”, ancora una volta, era l’innovazione di una conservazione: tutti assieme, non importa chi, pur di battere la sinistra. Stravinse dopo le elezioni, quando la sinistra si berlusconizzò: tutti assieme, pur di fermarlo. Nacque così una stagione i cui sussulti agonici sono ancora in corso: non più proporzionale, mai maggioritaria, ritagliata sui capi, ma con la necessità dei partiti, non più ideologica, ma incapace di contenuti. Lui è stato lo spartiacque, ma le acque si sono poi riconfuse in un’altalena elettorale senza sbocchi e continuità.</p>
<p>Avrà il suo posto nella storia, ma la maledizione è che lui e gli altri non hanno dimostrato senso della storia. Anche in questo non c’è novità, che nella storia non credeva neanche Giulio Andreotti. Credere nella storia significa non solo essere, ed eccome se lui è, ma anche puntare a sopravvivere, a indirizzare il futuro, a lasciare il segno. Una concezione estranea al cattolicesimo secolare, proibita al comunismo che la storia spera sia dimenticata, forse presente in famiglie liberali divise e minoritarie.</p>
<p>Impossibile negare il merito politico di avere trasportato nel gioco democratico palese (il quello degli scambi parlamentari c’era già) la destra che era stata fascista. Ma non ha fatto mai nulla per aiutarla a non essere più fascista. Anzi, vide come rivale (quale era, in effetti) quel processo di affrancamento, all’epoca di Fini. Ed è così che l’innovatore conservatore si ritrova in una scena senza che si sia stati capaci di ulteriormente innovare e senza molto che valga la pena conservare. Non lo capirono perché lui è veramente popolare e popolano, da miliardario, mentre gli apologeti del proletariato è da decenni che non hanno più nulla da dire ai popolani.</p>
<p>Non c’è alcun dubbio: ha il suo posto nella storia. Resta da stabilire quale sia la storia.</p>
<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-7-aprile-2023/"><em><strong> La Ragione </strong></em></a></p>
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		<title>Se il processo mediatico prevale sul processo reale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/se-il-processo-mediatico-prevale-sul-processo-reale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Claudio Cerasa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2023 17:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[processo]]></category>
		<category><![CDATA[Ruby ter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav. I numerosi commenti indignati ospitati dai giornali cosiddetti progressisti sul caso dell’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby Ter confermano una tendenza preoccupante presente all’interno di una particolare categoria giornalistica che per assenza di fantasia potremmo definire con una formula spericolata ma forse [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav.<br />
I numerosi commenti indignati ospitati dai giornali cosiddetti progressisti sul caso dell’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby Ter confermano una tendenza preoccupante presente all’interno di una particolare categoria giornalistica che per assenza di fantasia potremmo definire con una formula spericolata ma forse efficace: i postini delle procure (Pdp), i giornalisti abituati cioè a presentarsi di fronte all’opinione pubblica travestiti da buche delle lettere dei magistrati.</p>
<p>Nel caso in questione, la tesi esposta dagli indignati di turno è quella di considerare tutto sommato irrilevante la sentenza di assoluzione di<br />
Berlusconi: i fatti, si dice, sono alla luce del sole e non basta una semplice assoluzione, o una semplice svista di qualche magistrato superficiale, come se garantire un giusto processo sia solo un formalismo e non l’essenza dello stato di diritto, per cancellare tutto ciò che è emerso dal processo. E dunque, si dice, nessun dubbio, nessun arretramento: ciò che conta non è la stupida sentenza, ciò che conta è ciò che l’inchiesta ha magnificamente scoperchiato. E lo schema logico del partito del Pdp in fondo è fin troppo semplice: fare della magistratura inquirente l’unica depositaria della verità, dare al processo mediatico un’importanza superiore rispetto al processo reale e considerare tutto ciò che si discosta della verità veicolata dal processo mediatico come un rumore di fondo tipico delle <em>fake news</em>.</p>
<p>Nella cosiddetta giustizia sbrigativa, conta il processo celebrato sui media, non quello celebrato nelle aule dei tribunali, e sulla base di questo schema consolidato, e avallato da alcuni importanti giornali italiani, come Repubblica, come la Stampa, come il Fatto (non sussiste) quotidiano, è possibile continuare ad alimentare in scioltezza una verità alternativa rispetto a quella reale. Conta ciò che si apprende dalle indagini, non l’esito delle indagini. Conta quello che i media raccontano di un processo, non come finisce il processo. Conta la sentenza del tribunale del popolo, non quella del tribunale vero. Ed è anche per questa ragione che l’Italia della buca delle lettere delle procure si ostina da anni a perdere tempo a seguire inchieste che vivono solo nei teoremi del circo mediatico-giudiziario.</p>
<p>Processo sulla Trattativa uno: Carabinieri del Ros accusati di favoreggiamento per la ritardata perquisizione del covo di Riina (l’arresto di Riina è del 1993, l’assoluzione è del 2006).<br />
Processo sulla Trattativa due: Carabinieri del Ros accusati di aver mancato più volte la cattura di Bernardo Provenzano (il presunto non arresto di Provenzano è del 1995, l’assoluzione dei Carabinieri del Ros è del 2017).<br />
Processo sulla Trattativa tre: l’ex ministro Mannino accusato di aver intavolato una trattativa tra lo stato e la mafia (le prime indagini scattano nel 1991, l’assoluzione è del 2020).<br />
Processo sulla Trattativa quattro: i Carabinieri del Ros accusati di “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario o ai suoi singoli componenti” (l’accusa di aver tramato con Cosa nostra, per Mori, Subranni e De Donno, risale al 1994, l’assoluzione è del 2022).</p>
<p>Processo Rubyuno (Berlusconi viene indagato nel 2010 per concussione e viene assolto nel 2015).<br />
Processo Ruby ter (Berlusconi viene assolto in primo grado nel 2023 dall’accusa di corruzione in atti giudiziari dopo undici anni di indagini). Processo “Mafia Capitale” (nel 2020, dopo cinque anni di indagini e di processi, la Cassazione ha escluso il carattere mafioso degli atti criminali commessi a Roma).<br />
Processo Eni-Nigeria (nel 2022 i vertici di Eni, dopo undici anni di indagini, sono stati assolti perché il fatto non sussiste dall’accusa di aver corrotto società petrolifere e politici nigeriani).<br />
Processo Saipem-Algeria (nel 2020 la Cassazione conferma l’assoluzione per i vertici di Saipem per una presunta tangente relativa al 2007). Processo corruzione Finmeccanica (nel 2019 viene confermato dalla Cassazione il proscioglimento per gli ex vertici di Finmeccanica accusati dal 2013 di corruzione internazionale, e che per quell’accusa hanno passato alcuni mesi in carcere).<br />
Processo Boschi-Etruria (il papà dell’ex ministro Maria Elena Boschi finì nel tritacarne giudiziario nel 2015, accusato di bancarotta fraudolenta, ed è stato assolto nel 2022 con formula piena).<br />
Processo Ubi Banca: nel 2021 il tribunale di Bergamo assolve trenta imputati su trentuno al termine del processo sulle presunte irregolarità nella gestione dell’istituto di credito, nel frattempo incorporata in Intesa Sanpaolo (tra gli assolti il banchiere Giovanni Bazoli).</p>
<p>Nell’Italia della giustizia sbrigativa, le sentenze sono solo un’inutile perdita di tempo che rischia di spingere l’opinione pubblica a occuparsi dell’unica fonte di verità possibile: i processi celebrati sui media e non quelli celebrati nelle aule di tribunale. Finirà che a difendere i giudici, alla fine, resterà solo il Cav.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/giustizia/2023/02/17/news/dai-processi-contro-il-cav-alle-balle-sulla-trattativa-ecco-i-nuovi-nemici-dei-giudici-4964186/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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			</item>
		<item>
		<title>InGiustizia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ingiustizia-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2023 15:20:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[nordio]]></category>
		<category><![CDATA[processo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il ministro Nordio non si sbriga a presentare i testi, che portino nel legislativo la realizzazione di quel che ha [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla malagiustizia è la cosa più inutile immaginabile. S’incassa un presunto successo immediato, salvo perdere poi tempo, accertare quello che sappiamo benissimo e non rimediare a un bel niente. Se il ministro Nordio non si sbriga a presentare i testi, che portino nel legislativo la realizzazione di quel che ha programmaticamente esposto, si ritroverà macinato da mille urgenze quotidiane, tutte richiedenti pezze e senza possibili soluzioni. La maggioranza di governo pesterà l’acqua nel mortaio, le opposizioni pesteranno i piedi guardandosi bene dall’esporre proposte fattibili, tutti si cimenteranno nel solito sport del moralismo senza etica e saremo sempre fermi non in mezzo al guado, ma in mezzo al guano.</p>
<p>Due parole sull’ultimo (di una lunghissima serie) processo che ha riguardato Silvio Berlusconi: è semplicemente insensato che il contribuente finanzi da anni procedimenti privi di ragionevolezza. Il meretricio non è reato, se volete sapere tutto di questa materia e dei suoi risvolti pratici non dovete prendere libri di diritto, ma un capolavoro di Dino Buzzati: “Un amore” (1963). Ad Antonio piace pensarsi il padrone, ma Adelaide (detta Laide) lo intorta che è una bellezza. Se questa cavolata giudiziaria fosse durata una dozzina d’anni solo per Berlusconi, andrei ad abbracciarlo quale vittima e coglierei l’occasione per manifestargli il disgusto per quanto ha detto sull’Ucraina. Ma riguarda tutti e non possiamo abbracciarci collettivamente. Quindi serve cambiare, non lamentare.</p>
<p>Come? Anche qui, usate la letteratura: “Diario di un giudice” (1955), scritto da Dante Troisi. Non c’è nulla di nuovo, salvo la degenerazione metastatica del male. Fino a quando esisterà un potere irresponsabile di quel che fa, ogni degenerazione sarà possibile e ogni corretto funzionamento impossibile. Oramai anche Beppe Grillo va dicendo che i procedimenti penali riguardanti suoi familiari sono attacchi politici (citofoni a Bonafede, si feliciti per quel che lui stesso ha combinato e si congratuli per l’inciviltà grazie alla quale i suoi familiari sarebbero rimasti sotto processo per il resto della loro vita).</p>
<p>Il giudice deve sempre essere indipendente, ma non irresponsabile. Le sentenze che scriverà devono restare frutto del suo libero convincimento. Se continua a sbagliarle e vengono puntualmente riformate si tratta di un incapace e lo si invita a cambiare mestiere. I procuratori non sono giudici, ma magistrati (quando il giornalismo sarà meno analfabeta ci guadagnerà molto il livello della nostra vita collettiva). Gestendo l’accusa hanno in mano la parte immediata e più spettacolare della giustizia. Un mestiere difficile e che va rispettato, ma se continui a portare sul banco degli imputati cittadini che saranno assolti anche tu vai a fare un’altra cosa, perché crei danno e costi inutili alla giustizia. Contano i risultati. Quindi via il falso dell’obbligatorietà dell’azione penale. Una società funziona se la giustizia funziona, non se i magistrati si travestono da moralizzatori. Tanto più che quel mondo s’è dimostrato infestato e la dipendenza dalle correnti, a scopi carrieristici, è pestilenziale.</p>
<p>Una opposizione che volesse far politica avrebbe la strada spianata, pungolando Nordio a passare dalle parole ai fatti. In questo modo verificherebbe se la maggioranza è pronta a seguirlo o lo hanno mandato avanti perché non aveva e non ha alcuna forza politica. Se le riforme si faranno, se si introdurrà la separazione delle carriere e la responsabilità sarà un gran bene per il Paese e chi se ne importa di chi se ne prenderà il merito. Se non ci si riuscirà l’opposizione avrà un’occasione per far politica e non star lì a fracassarci l’anima su chi debba essere il prossimo egolatra sconfitto.</p>
<p>La politica non è l’opera dei Pupi. Darsi del Marrano facendo cozzare le corazze e ripetendolo tre volte al giorno è scena che ha fatto scappare gli elettori. Di tutti. Entrino nel merito. O cessino il disturbo.</p>
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<p><a href="https://laragione.eu/tutti-i-numeri/venerdi-17-febbraio-2023/"><em><strong>La Ragione</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ingiustizia-2/">InGiustizia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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