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	<title>benedetto croce Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>benedetto croce Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La libertà è una sola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro De Nicola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jan 2024 17:30:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.</p>
<p>ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».</p>
<p>Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.</p>
<p>Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.lastampa.it/editoriali/lettere-e-idee/2024/01/17/news/la_liberta_e_una_sola-14000179/"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<title>Croce visto da Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/croce-visto-da-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 10:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. Leggeva. Forse, il Petrarca. Piegò la testa e andò via. Era il più grande filosofo del suo tempo.</p>
<p>I funerali si tennero sotto una pioggia battente, ma c’era tutta Napoli con una partecipazione di popolo che non si era mai vista. C’era anche Luigi Einaudi che, come Presidente della Repubblica, rappresentava l’Italia intera, una e libera come sempre la pensò e la volle Benedetto Croce. Ma Einaudi, che era diventato capo dello Stato dopo il “gran rifiuto” di Croce, era lì non solo come Presidente ma come amico e “fratello minore” del grande filosofo della libertà.</p>
<p>Un anno dopo, il 20 novembre 1953, scrisse alla signora Adele: “In questo primo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce mi inchino con profonda tristezza alla memoria dell’uomo insigne e dell’indimenticabile amico pregandola volere accogliere anche da parte di mia moglie e per tutti i suoi la rinnovata espressione della nostra commossa simpatia”. Le parole di Einaudi erano quelle di un amico e collaboratore di Croce. Perché – e nessuno lo ha mai notato – Croce fu senz’altro amico di Giovanni Gentile per un trentennio, prima di fare scelte diverse ed opposte rispetto al fascismo, con Gentile che portò la filosofia al potere e con Croce che la condusse all’opposizione, ma l’amicizia con Luigi Einaudi durò per ben cinquant’anni.</p>
<p>E mentre con Gentile vi furono equivoci ed incomprensioni, con Einaudi vi fu da un lato uno schiarimento di idee sul piano teorico e dall’altro una collaborazione fattiva per il ripristino della libertà. Quella che passa alla storia come la polemica tra l’economista del liberismo, Einaudi, e il filosofo del liberalismo, Croce, fu invece una civilissima discussione tra due liberali che proprio discutendo maturarono un concetto più alto e valido della libertà che per noi oggi è decisivo per mettere in fuorigioco il dispositivo totalitario che, venga da destra o venga da sinistra, è insito nella cultura moderna.</p>
<p>La discussione tra i due fu utilissima ad entrambi: l’economista Einaudi diede consistenza storica alla teoria liberista e il filosofo Croce solidità economica al suo liberalismo. E così oggi i liberali italiani, che, ahimè, troppo spesso citano le due grandi anime senza realmente conoscerle, dovrebbero essere consapevoli che non c’è libertà civile senza libertà economica e non c’è libertà economica senza libertà civile. Inchiniamoci davanti alla loro grandezza e preveggenza e, più che celebrarli, studiamoli perché così loro avrebbero voluto.</p>
<p>La famiglia di Croce, dopo un anno dalla scomparsa, fece stampare in quattrocento esemplari il saggio <em>Un angolo di Napoli</em> che apre il libro, straordinario, <em>Storie e leggende napoletane</em>. Una copia fu inviata ad Einaudi. Così l’amico di Croce prese ancora una volta la penna e riscrisse alla signora Adele: “Cara signora, <em>Un angolo di Napoli</em> sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro per trarne esempio e coraggio. La preziosa ristampa dello scritto nel quale Croce aveva detto quanto egli amasse la sua città mi ricorderà ogni volta il dovere che tutti abbiamo di amare il luogo dove noi e i nostri siamo vissuti”.</p>
<p>La stima che Einaudi aveva per Croce era quella del fratello minore verso il fratello maggiore. A casa di Croce si recò in una triste ora, triste per lui e per l’Italia: andò per chiedergli consiglio su cosa avrebbe dovuto fare con il giuramento imposto agli insegnanti. Croce lo rincuorò: poteva acconciarsi a dir sì e conservare la dignità. Del resto, il male dei regimi autoritari e, in particolari, dei totalitarismi, è proprio quello di svuotare dal di dentro la libertà, fino al punto di creare le condizioni di una sorta – se così si potesse dire e pensare – di suicidio della libertà.</p>
<p>In particolare, era questa la strategia comunista che cercava di conquistare gli istituti liberali inserendo in essi un cavallo di Troia. Era per questo motivo che Croce invitava tutti a non confondere mai le scelte momentanee e contingenti con il principio della libertà che è proprio del liberalismo etico-politico. Einaudi tenne sempre presente questa lezione e si industriò al meglio, come fece soprattutto nel dopoguerra e nella stagione di De Gasperi, a fornire al liberalismo la sua congrua politica economica.</p>
<p>Einaudi da Presidente della Repubblica avrebbe voluto nominare il senatore Croce senatore a vita e gli scriveva dicendogli: “La esigenza della tua nomina è posta non da me, ma dagli italiani, i quali sanno che il decreto della tua nomina non sarebbe un atto dipendente da una scelta compiuta dal presidente della Repubblica, sibbene, da parte sua, la mera registrazione, richiesta formalmente dalla legge costituzionale, della designazione spontanea di una concorde opinione pubblica”.</p>
<p>Gli italiani – diceva Einaudi – riconoscono in Benedetto Croce la espressione più alta del pensiero contemporaneo”. Il filosofo, però, che già aveva detto no, fu irremovibile – “vi si oppone la logica, quella logica che poi è buon senso” disse – e Einaudi capì di non dover insistere. Croce, oltretutto, era anche contrario alla norma della nomina dei cinque senatori a vita. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.</p>
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		<title>Benedetto Croce è l&#8217;italiano della verità e della libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/benedetto-croce-e-litaliano-della-verita-e-della-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 06:00:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Varie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Benedetto Croce 20 novembre 1952 &#8211; 20 novembre 2022 &#160; &#8220;Benedetto Croce è l&#8217;italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.&#8221;</p>
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20 novembre 1952 &#8211; 20 novembre 2022</h3>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>&#8220;Benedetto Croce è l&#8217;italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.&#8221;</p></blockquote>
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		<title>Il fondamento tragico della libertà. Benedetto Croce, un animo inquieto</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-fondamento-tragico-della-liberta-benedetto-croce-un-animo-inquieto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Nov 2022 13:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, dopo la stagione del marxismo e del neopositivismo, l’interesse per il pensiero del filosofo della libertà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, dopo la stagione del marxismo e del neopositivismo, l’interesse per il pensiero del filosofo della libertà è vivo e testimoniato, in Italia e nel mondo, dalla letteratura critica, dalla pubblicazione delle sue opere con Adelphi, dalla Edizione Nazionale presso Bibliopolis, nonché dalla vitalità della sua “creatura” come l’Istituto Italiano per gli Studi Storici e dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce che le figlie nel 1955 istituirono a Palazzo Filomarino dove il filosofo visse e lavorò.</p>
<p>Ma con l’attenzione per l’opera cresce anche l’interesse per la vita perché da un po’ di tempo ci si è resi conto che l’esistenza di Croce, tutt’altro che olimpica e caratterizzata da una dimensione tragica, è un’opera nell’opera. Se lo si volesse dire con una felice formula si potrebbe far riferimento a Gabriele d’Annunzio che ambiva a fare della sua vita un’opera d’arte, mentre Croce ne fece un’opera di filosofia. E’ questo l’impianto dell’ultima biografia di Croce, scritta dallo studioso Emanuele Cutinelli-Rendina, che ora arriva in libreria: <em>Benedetto Croce. Una vita per la nuova Italia</em> (Aragno).</p>
<p>Si tratta di un volume ponderoso che divide la vita di Croce e la vita dell’Italia del moderno Stato nazionale in tre momenti e, a sua volta, divide il testo in tre tomi. Il primo, di oltre settecento pagine, è dedicato alla “Genesi di una vocazione civile” e va dal 1866, anno di nascita di Benedetto Croce, al 1918, anno in cui si conclude la Grande guerra e, come avrebbe detto lo stesso Croce, finisce il vecchio mondo mentre all’orizzonte non si intravede nulla di buono. Gli altri due tomi dovrebbero uscire nel giro di circa due anni.</p>
<p>Tutta la vita di Croce, dal terremoto di Casamicciola alla vocazione filosofica, dall’amore nella vita privata (con Angelina Zampanelli e dopo la morte di lei il matrimonio con Adele Rossi) all’amore nella vita pubblica con la battaglia per il non intervento nel conflitto e la passione e trepidazione per le sorti della “giovine Italia” dopo Caporetto, passa sotto l’occhio del lettore e sotto la lente d’ingrandimento dell’autore e così Croce si mostra con “un profilo infinitamente più complesso e sfaccettato, mobile e inquieto” di quel che poteva sembrare al tempo della sua morte.</p>
<p>Tuttavia, quando Croce morì aveva da un anno pubblicato un libro come <em>Indagini su Hegel</em> e <em>schiarimenti filosofici</em> in cui vita e pensiero sono presentati come una lotta incessante con l’inquietudine e il tragico, giacché la filosofia fin dalle origini è il tentativo di ricomporre il tragico.</p>
<p>La vita di Croce è la lotta contro il drago che nella storia italiana ed europea diventa la lotta per la libertà contro i drammi dei mostri totalitari &#8211; dal fascismo al nazionalsocialismo al comunismo &#8211; e il filosofo passa dal piano speculativo alla battaglia civile. Non a caso quella che i manuali di storia della filosofia chiamano scolasticamente “filosofia dei distinti” altro non è che – come amava dire uno studioso serio come Nicola Matteucci – l’atto di fondazione del pluralismo senza il quale ogni democrazia è tale solo di nome.</p>
<p>Aveva ragione Renato Serra quando diceva di Croce – e Cutinelli-Rendina mette la nota frase in esergo – che dietro l’immagine di un napoletano senza gesti si celava un “pensiero ignoto”. Ecco il punto: scrivere della vita di Croce significa capirne il pensiero in cui il tragico, che è presente dall’ “inizio” greco, più che essere composto è mostrato fino a diventare una forma di tutela dalla tracotanza del potere e la difesa della libertà umana che è chiamata a smontare l’ossessione totalitaria insita nella cultura moderna. Una vita filosofica.</p>
<p><a href="https://edicola-pdf.corriere.it/sfogliatore/index.html?group=CORRIEREFC&amp;codtestata=1&amp;codedizione=1&amp;datapubb=20221118#/sfoglio"><strong><em>Il Corriere della Sera</em></strong></a></p>
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		<title>Benedetto Croce riannodò i fili dell’Italia ferita e divisa in due</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/benedetto-croce-riannodo-i-fili-dellitalia-ferita-e-divisa-in-due/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sergio Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2019 11:44:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uscito in Canada un libro dello storico Rizi sul ruolo politico del filosofo dopo l’8 settembre. A Napoli il pensatore era il «padrone di casa» del Regno del Sud Benedetto Croce fu uno dei maggiori filosofi europei del secolo scorso, ma anche, in alcuni momenti della sua vita, un uomo politico. Fu «politico» quando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>È uscito in Canada un libro dello storico Rizi sul ruolo politico del filosofo dopo l’8 settembre. A Napoli il pensatore era il «padrone di casa» del Regno del Sud</em></p>
<p>Benedetto Croce fu uno dei maggiori filosofi europei del secolo scorso, ma anche, in alcuni momenti della sua vita, un uomo politico. Fu «politico» quando partecipò al dibattito revisionista sulle sorti del socialismo provocato dalle tesi di un grande socialdemocratico tedesco (Eduard Bernstein) tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Fu politico quando prese posizione contro l’intervento dell’Italia in guerra nella primavera del 1915 e quando volle ascoltare il discorso che Mussolini pronunciò al Teatro San Carlo di Napoli il 24 ottobre 1922, mentre le camicie nere mettevano in scena nella capitale del Sud la prova generale dello spettacolo che sarebbe andato in scena a Roma quattro giorni dopo. Fu politico quando promosse un manifesto degli intellettuali italiani contro il fascismo il 1° maggio 1925 e quando votò in Senato contro il Concordato che Mussolini firmò con la Santa Sede nel febbraio del 1929. E fu politico infine durante il Ventennio, quando la sua rivista («La Critica») divenne il solo partito di opposizione tollerato dal regime e una sorta di vangelo liberale per molti giovani fascisti che si affacciavano agli studi universitari negli anni Trenta.</p>
<p>Conosciamo bene quei capitoli della sua vita, ma avevamo prestato meno attenzione al periodo, tra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conquista alleata di Roma nel giugno 1944, in cui il re e il governo Badoglio si installarono al Sud, fra Salerno, Capri e Napoli. Quel periodo è raccontato e studiato ora in un libro pubblicato in Canada dalla University of Toronto Press (Benedetto Croce and the Birth of the Italian Republic, «Benedetto Croce e la nascita della Repubblica italiana»). L’autore, Fabio Fernando Rizi, aveva già scritto un libro su Croce durante il fascismo ed è uno dei più appassionati studiosi del filosofo napoletano nel mondo culturale di lingua inglese.</p>
<p>Quando la monarchia scese al Sud, Croce divenne una sorta di padrone di casa. Gli facevano visita tutti coloro (giovani militari, politici e funzionari dello Stato) che avevano attraversato il fronte per schierarsi con l’Italia antifascista e antinazista. Gli facevano visita gli ufficiali americani, inglesi, francesi e polacchi che avevano letto i suoi libri. Lo intervistavano i corrispondenti di guerra.<br />
Sulla situazione italiana aveva idee molto chiare. Sapeva che non sarebbe stato facile per il Paese riconquistare la sua credibilità e avanzava tenacemente due proposte. In primo luogo, per riscattarsi, l’Italia avrebbe dovuto partecipare al conflitto con le forze armate dislocate nelle regioni meridionali e con nuovi gruppi di combattimento composti da volontari. In secondo luogo il governo Badoglio e la classe politica prefascista (fra cui soprattutto Enrico De Nicola) avrebbero dovuto convincere Vittorio Emanuele III ad abdicare. Soltanto così sarebbe stato possibile, secondo Croce, ottenere migliori condizioni al tavolo del trattato di pace e salvare la monarchia che a lui, liberale conservatore, sembrava la migliore barriera contro il rischio di una deriva comunista.<br />
Scoprì subito che i suoi maggiori avversari sarebbero stati gli Alleati e in particolare Winston Churchill. La Gran Bretagna aveva un conto da regolare con la politica mediterranea di Mussolini e voleva che l’Italia pagasse senza sconti il prezzo della sconfitta. Poteva essere «cobelligerante», ma non alleata. Quanto a Vittorio Emanuele III, non credo che a Londra provassero una particolare simpatia per il sovrano in carica, ma temevano che la sua abdicazione avrebbe pregiudicato la stabilità del Paese.<br />
La maggiore vittima di questa politica inglese fu Carlo Sforza. Quando si fermò a Londra per qualche giorno, prima di tornare in Italia, promise che non avrebbe fatto contro i Savoia una politica repubblicana, ma non mantenne la parola, e il governo britannico, irritato, non permise che diventasse ministro degli Esteri. Sforza dovette accontentarsi di un ministero senza portafoglio e realizzò le sue ambizioni soltanto dopo la firma del trattato di pace nel 1947.<br />
Anche per l’abdicazione del re fu necessaria molta pazienza. Quando fu chiaro che non aveva alcuna intenzione di abdicare, De Nicola, sollecitato da Croce, lo persuase a permettere almeno che le funzioni del cap0 dello Stato fosser0 trasferite a un luogotenente, nella persona di suo figlio Umberto. Vittorio Emanuele III accettò, ma pretese che la nomina del luogotenente avesse luogo soltanto dopo il suo ritorno nel palazzo (il Quirinale) da cui era fuggito nella notte dell’8 settembre. Voleva, almeno per un giorno, essere re nella sua vecchia casa e nella pienezza delle sue funzioni. L’abdicazione venne quindi più tardi, il 9 maggio 1946, per consentire a Umberto di essere re d’Italia quando gli elettori andarono alle urne per decidere se l’Italia sarebbe stata monarchica o repubblicana.<br />
Come ricorda Fabio Fernando Rizi, Croce, in quella fase della sua vita, si dedicò interamente alla politica nazionale. Resistette alle pressioni di coloro che lo avrebbero voluto alla Presidenza del Consiglio, ma fu un diligente ministro senza portafoglio. I suoi rapporti con Togliatti, dopo il ritorno del leader comunista in Italia il 27 marzo 1944, non furono cordiali, ma dopo avere partecipato insieme al governo presieduto da Badoglio, giunsero entrambi alla conclusione che il maresciallo era stato un buon presidente del Consiglio.<br />
L’ultima iniziativa politica di Croce è la più interessante. Quando il Parlamento dovette ratificare il trattato di pace firmato a Parigi nel 1947, il senatore Croce si alzò in piedi all’Assemblea Costituente per dichiarare che il trattato era un diktat, che gli Alleati si erano rimangiati le promesse fatte durante la guerra, che le umilianti condizioni imposte al Paese, fra cui la spartizione della flotta e la privazione delle colonie, violavano i principi della Carta Atlantica.<br />
«È impossibile», disse, «costringere gli italiani a dichiarare bello ciò che considerano brutto». Il trattato fu ratificato e il futuro dell’Italia smentì le sue pessimistiche previsioni. Ma il suo ultimo discorso fu una straordinaria lezione di orgoglio e dignità nazionale.</p>
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<p>da <a href="https://www.corriere.it/19_marzo_28/benedetto-croce-italia-libro-canada-fabio-fernando-rizi-539db54e-5183-11e9-a893-b193ce6f4a88.shtml?refresh_ce-cp">corriere.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/benedetto-croce-riannodo-i-fili-dellitalia-ferita-e-divisa-in-due/">Benedetto Croce riannodò i fili dell’Italia ferita e divisa in due</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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