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	<title>austerità Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>austerità Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La bufala-spread del referendum E il debito cresce</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-bufala-spread-del-referendum-e-il-debito-cresce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Oct 2016 15:44:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
		<category><![CDATA[referendum e spread]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Il referendum con lo spread non c'entra niente. Ecco perché.[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo mesi passati a pendere dalle sue bizze, lo spread era stato seppellito nel silenzio. Da tempo è tornato a farsi sentire, anche se solo ora anche altri se ne accorgono. Sostiene il <em>Sole24Ore</em> che il nostro è superiore a quello spagnolo a causa del <strong>referendum costituzionale</strong>. Evitiamo di prenderci in giro. Ed evitiamo di sostenere che il confronto referendario deve essere sereno e nel merito, salvo abbandonarsi all&#8217;idea che da quello dipenda lo <strong>spread</strong>, quindi la sicurezza dei nostri conti. È per quei conti che gli investitori ci guardano con sospetto e ci chiedono più soldi, non per il referendum.</p>
<p>Rispetto alle due fiammate, nel 2011 e nel 2012, l&#8217;odierna differenza fra i tassi d&#8217;interesse che i tedeschi pagano sul loro <strong>debito pubblico</strong> e quelli che paghiamo noi è assai più contenuta. Volteggia attorno ai 130-140 punti base (fu più di 500). Ma è un po&#8217; come la febbre: se il termometro segna 40 la faccenda è grave, se segna 37 è roba da poco. Ma se hai inghiottito quantità impressionanti di paracetamolo e il termometro continua a salire fino alla zona rossa, è segno che l&#8217;infezione in atto è potente. Il nostro spread si trova sulla parte bassa del termometro, ma solo grazie alla<strong> Bce</strong> e alla sua politica monetaria. Fossimo fuori da quella protezione lo sfonderemmo, il termometro.</p>
<p>Tanto stanno così le cose che la situazione italiana è da tempo rimproverata a <strong>Mario Draghi</strong>: lo vedi che comprare tempo serve a poco, illudendo che si possa andare avanti senza cambiare musica? Il cielo non voglia che la posizione di Draghi s&#8217;indebolisca. A dimostrazione di quanto la faccenda sia seria, c&#8217;è lo spread dello spread, ovvero il differenziale fra il nostro e quello spagnolo. In condizioni normali sono gli spagnoli a dover pagare di più, per accudire il loro debito. Questo perché, al di là di tante chiacchiere, noi italiani siamo ottimi pagatori, storicamente più affidabili dei tedeschi. Abbiamo un sistema produttivo in pesante affanno, ma di gran lunga superiore a quello spagnolo. Così come patrimoni pubblici e privati imparagonabilmente più alti. Perché allora come nel 2011/2012 il nostro spread torna a superare il loro?</p>
<p>Perché se il presidente del Consiglio annuncia che è ora di finirla con l&#8217;<strong>austerità</strong>, chi sa far di conto e opera sui mercati chiede: quando era cominciata? Mai, dato che lo Stato ha continuato a spendere più di quanto incassa. Mai, visto che le politiche monetarie europee sono espansive e i tassi d&#8217;interesse al suolo. Cresce, la preoccupazione verso l&#8217;Italia, perché dopo avere detto che avremmo contenuto il debito non per i parametri europei ma per i nostri figli, non ha mai smesso di crescere. Con tanti saluti a figli e nipoti.</p>
<p>E se il governo presenta i conti sostenendo che quadreranno grazie a <strong>maggiore gettito fiscale</strong> per 8,5 miliardi (ovviamente presi ai cattivi e agli evasori, ma pur sempre maggiore pressione fiscale laddove se ne prometteva la riduzione); grazie a un maggiore deficit per 6,2 miliardi, quindi promettendo ancora maggiore debito in capo ai pargoli; e grazie a tagli della spesa pubblica per appena 2,6 miliardi, così stabilendo che la spending review è un genere letterario, non una politica reale, se il governo dice queste cose chi ha orecchie per intendere conclude: questi non hanno capito che aria tira e pensano di andare avanti così per l&#8217;eternità, incapaci di modificare alcunché.</p>
<p>Sono convinti che il deficit tutto sta a farlo votare dal loro Parlamento (che corre giulivo) e deglutire alla Commissione europea, mentre il problema è un altro: trovare chi ci mette i soldi. Quindi: chiediamo più soldi per finanziare la loro irresponsabile continuità. A ciò conduce la Repubblica dei bonus (a nulla).</p>
<p>Il referendum non c&#8217;entra niente. Ieri il <em>Financial Times</em> s&#8217;interrogava sull&#8217;Italia, ma mica sulla Costituzione, bensì sulla tenuta del <strong>sistema bancari</strong>o, con particolare riferimento alle Popolari. Sono mesi che la divaricazione degli spread va avanti, nella distrazione generale. Qui si fa finta di credere che gli altri abbocchino alle riforme epocali già fatte, ma son bubbole spese in prima serata e dissolte già in prima mattinata. Quando i mercati aprono.</p>
<p><strong>Davide Giacalone</strong>, <em>Il Giornale</em> 15 ottobre 2016</p>
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		<title>«Flessibilità e pensioni: è ora di pensare ai giovani e alle future generazioni»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/flessibilita-e-pensioni-e-ora-di-pensare-ai-giovani-e-alle-future-generazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 14:40:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Rassegna video]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis interviene sui temi caldi dell'economia italiana nella puntata di Omnibus del 30 settembre [:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Cos’è la <strong>flessibilità</strong>? Non sono soldi che arrivano dall’Europa, ma solo più tempo che l’Europa ci concede per rispettare alcune regole che abbiamo discusso e concordato con l’impegno di applicarle. Occhio però: sono soldi nostri che un giorno i nostri figli dovranno rimborsare.» Così l’economista <strong>Veronica De Romanis</strong> si è espressa su uno dei temi del momento nel corso della trasmissione Omnibus del 30 settembre 2016.</p>
<p>Altra questione calda è l’<strong>austerità</strong>: «Negli ultimi anni l’austerità non c’è stata. Come confermano i dati, la spesa pubblica è aumentata di circa 860 milioni nel 2015, mentre si è ridotta di appena 360 milioni nel 2016. Se l’Italia non cresce, dunque, non è per l’austerità, ma perché si è preferito fare interventi a pioggia piuttosto che interventi shock. Uno di questi avrebbe potuto riguardare il cuneo fiscale: il nostro è uno dei più alti del mondo (attorno al 47 %, mentre la media dei Paesi sviluppati è del 36%). La mancata efficacia di questi interventi del governo è confermata da una nota integrativa di qualche giorno fa, nella quale si rende noto che, nel 2015, la produttività è scesa dello 0,1%.»</p>
<p>Capitolo <strong>pensioni</strong>. «Lo stesso ministro Padoan – ha spiegato l’economista – ha dichiarato che le risorse sono scarse. Come distribuire, allora, le fette di una piccola torta? Un suggerimento viene dai numeri: la percentuale di poveri tra i 18-34 anni è attorno al 18%; quella tra gli over 65 anni è intorno al 4%. Quattro volte meno! Il dato indica che bisognerebbe intervenire sui giovani. Del resto, se diamo un’occhiata alla composizione della spesa per il welfare, vediamo che i 2/3 vanno alle pensioni, mentre appena l’8% – contro una media europea del 13% –per le politiche di sostegno alle famiglie, abitazioni ecc.»</p>
<p>«Un altro dato che invita a puntare sui giovani è il <strong>tasso d’occupazione</strong>», ha concluso la De Romanis. «Il tasso di ‘occupazione giovanile italiano è inferiore di 10 punti rispetto alla media dell’area euro, mentre quello degli over 60 è superiore di 10 punti. Ciò dimostra che, se vogliamo crescere (e ridurre il debito), abbiamo bisogno di più gente che lavori e non di più gente che vada in pensione Ne parlano pochi, ma dagli ultimi dati dell’Istat che analizzano il periodo luglio 2015-luglio 2016, il nostro tasso di disoccupazione ha raggiunto il 39% e continua a crescere. Quello degli altri Paesi della zona euro è al 22% ed è in diminuzione.»</p>
<p><iframe src="https://www.youtube.com/embed/x5BfigK61Xc" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
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		<item>
		<title>La lotta di Renzi contro l&#8217;austerity che non c&#8217;è</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 08:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
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		<category><![CDATA[tasse immobili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis, numeri alla mano, spiega perché in questi anni non c'è stata alcuna austerità [:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Crescita, flessibilità, fine dell’austerity sono le parole chiave nei commenti sul nuovo Documento di Economia e Finanza del governo Renzi. La promessa, in sintesi, è quella di far ripartire la crescita, chiedendo all’Unione Europea maggior flessibilità sul deficit. In vista, ma non quest’anno, c’è anche la riduzione della pressione fiscale. Sarà vero?</p>
<p>Si tratta di obiettivi realistici? Lo abbiamo chiesto a <strong>Veronica De Romanis</strong>, docente di Politica Economica Europea alla Stanford University, una lunga esperienza al Ministero dell’Economia e Finanza, autrice de <em>Il Metodo Merkel</em> e <em>Il Caso Germania</em>. In questa intervista spiega a <em>La Nuova Bussola Quotidiana</em> come l’obiettivo della crescita, fissato all’1% del Pil, sia molto difficile da raggiungere viste le condizioni attuali e il bonus europeo per consentirci ancora flessibilità sul deficit è stato in gran parte già speso negli anni scorsi.</p>
<p><strong>Professoressa De Romanis, partiamo dalla promessa di crescita. L’obiettivo è un +1% del Pil. Le stime dell’Ocse, però, prevedono una crescita inferiore (0,8%) e Confindustria, addirittura, la metà. E’ realistico, a suo avviso, l’obiettivo dell’1%?</strong></p>
<p>Per il 2017, il Def ha previsto una crescita dell’1,4%, ora tagliata all’1%. Una stima ottimista considerando il rallentamento in corso dell’economia globale, le diverse incognite come la Brexit ma anche tenuto conto della deludente crescita per l’anno in corso. Nei primi due trimestri, l’Italia è cresciuta in media dello 0,1%, la performance più bassa dei paesi dell’area dell’euro. L’acquisito (ossia la crescita che si avrebbe a fine anno se i prossimi due trimestri fossero piatti) si attesta allo 0,7%, pertanto, il 2016 dovrebbe chiudersi con un valore intorno allo 0,8%, inferiore alla previsione del Def di aprile pari all’1,1% per cento.</p>
<p><strong>A giudicare dalle notizie, pare che il grosso dello sforzo speso dal premier Matteo Renzi in Unione Europea, consista nell’ottenere maggior flessibilità sul deficit. Si prevede che il rapporto deficit Pil (stando all’ultimo aggiornamento) arrivi al 2,3%. Ammettendo che Renzi vinca la battaglia, un aumento del deficit potrebbe stimolare la crescita?</strong></p>
<p>La battaglia è sicuramente complicata anche perché la flessibilità è un’eccezione non una regola e quindi come tale può essere utilizzata solo in maniera temporanea. Ecco perché il governo italiano si è impegnato a rimettere già a partire dal 2017 le finanze pubbliche su un sentiero sostenibile. Ma anche se fosse accordata, la flessibilità deve servire a stimolare la crescita. La logica è: spendo di più (o abbasso le tasse) oggi, per crescere di più domani e poter così riassorbire il maggiore indebitamento che ho creato.</p>
<p>I circa 14 miliardi di flessibilità ottenuti nel 2016 (ossia 8 miliardi per le riforme, 4 miliardi per gli investimenti e 1,6 per le spese per i migranti) sono stati utilizzati in gran parte per disinnescare la clausole di salvaguardia (introdotte dal governo per finanziare spese già effettuate negli anni precedenti). Quindi non per ridurre la pressione fiscale, ma per evitare un aumento. Dal lato delle spese, il taglio netto è stato di 360 milioni di cui 319 in conto capitale, proprio il comparto più produttivo</p>
<p><strong>Il maggior rimprovero che Matteo Renzi muove all’Europa riguarda il modello di austerity, che a suo dire sarebbe una causa della crisi e non la sua soluzione. Ma l’Italia ha realmente attraversato (subendolo) un periodo di politiche di austerity?</strong></p>
<p>In realtà, in Italia in questi anni di governo Renzi di austerità non c’è stata molta traccia. E i numeri lo dimostrano. Un modo semplice per calcolare il grado di austerità è quello di misurare la variazione &#8211; rispetto all’anno precedente &#8211; del saldo primario strutturale, ossia al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici. Dai dati si evince che nel triennio 2013-2016, la politica fiscale in Italia è stata espansiva: il surplus primario strutturale è sceso, infatti, dal 3,5 al 2,6 per cento del Pil.</p>
<p>Pertanto, non si può dire che ci sia stata austerità. E, infatti, la spesa pubblica ha continuato a crescere. Le spese totali sono aumentate di 865 milioni. E aumentano anche al netto degli interessi per circa 340 milioni. Diminuiscono invece di 6 miliardi le spese per interessi ma questo è dovuto alla politica monetaria espansiva messa in campo dalla Banca Centrale Europea.</p>
<p><strong>Alla Germania, Renzi rimprovera di non aver rispettato le regole sul surplus commerciale.È una critica pertinente?</strong></p>
<p>Chi dice che la Germania non rispetta le regole o non ha letto i trattati oppure non li ha capiti. Il surplus commerciale è infatti uno dei 14 indicatori che definiscono la valutazione che la Commissione europea fa ogni anno sugli squilibri macroeconomici dei vari paesi. Tra questi indicatori c’è anche il tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, quella di lunga durata, la competitività, il tasso di cambio, ecc. La Germania non ne rispetta 2 su 14, l’Italia 5 su 14. Eppure nessuno dei due paesi è sotto procedura per squilibri macroeconomici.È come dire che uno studente ha due insufficienze nel caso della Germania, ma non per questo viene bocciato. Certo il problema resta.</p>
<p>La Germania deve fare uno sforzo per cercare di aumentare la domanda interna e investire l’eccesso di risparmio. Ma come ha sostenuto più volte Mario Draghi “non si tratta di una economia pianificata, e quindi non si può spingere un bottone e cambiare le cose”. Ci vuole del tempo. Il Ministro delle Finanze Schäuble ha annunciato una riduzione delle tasse e un piano di investimenti di circa 10 miliardi per i prossimi anni. Molto ancora potrebbe essere fatto. Ma è sbagliato pensare che la soluzione dei problemi dell’Italia arriverà da una maggiore domanda tedesca. Primo perché solo un terzo del surplus commerciale tedesco proviene dai paesi dell’unione (tra l’altro, la gran parte è con il Regno Unito). E poi, perché per attirare investimenti dall’estero, l’Italia deve implementare le riforme strutturali. Altrimenti, il risparmio tedesco si indirizzerà in paesi dove la giustizia e la pubblica amministrazione funzionano meglio. Fino ad ora, si è fatto poco.</p>
<p><strong>Sappiamo già, da quel che è stato pubblicato, che l’Irpef non verrà ridotta e nemmeno il cuneo fiscale. Eppure Renzi dichiara che con questo governo le tasse degli italiani saranno abbassate. L’anno prossimo potremo pagare realmente meno allo Stato?</strong></p>
<p>Per ridare slancio alla crescita e quindi all’occupazione, la Commissione europea ci chiede oramai da anni di spostare il carico fiscale dai fattori produttivi agli immobili. I dati a questo proposito parlano chiaro. Il cuneo fiscale in Italia è tra i più alti al mondo è in aumento: negli ultimi 15 anni è passato per un lavoratore single dal 47,1% al 49% (mella media dei paesi OCSE non solo il livello è ben più ridotto ma la tendenza è stata verso una diminuzione: dal 36,6% del 2000 al 35,9% del 2015). Mentre, la tassazione sugli immobili è in linea con la media dei paesi europei. Eppure si è deciso di intervenire proprio sull’Imu.</p>
<p>Intervista di Stefano Magni, tratta dal sito <a href="http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce-17533.htm">www.lanuovabq.it</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce/">La lotta di Renzi contro l&#8217;austerity che non c&#8217;è</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La malattia dell&#8217;Italia non è l&#8217;austerità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-malattia-dellitalia-non-e-lausterita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2016 12:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[pil]]></category>
		<category><![CDATA[tasse spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis analizza i deludenti dati dell'economia italiana nell'ultimo trimestre[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I dati relativi al <strong>Pil</strong> del secondo trimestre pubblicati dall’Istat nei giorni scorsi sono preoccupanti: l’<strong>economia italiana</strong> non cresce, è ferma, fa peggio del trimestre precedente (quando era cresciuta dello 0,2 per cento) e, soprattutto, fa peggio di tutti i paesi dell’unione monetaria. Le colpe, secondo numerosi analisti e commentatori economici, sarebbero da ascrivere principalmente a due fattori. In primo luogo a fattori esogeni, quali il rallentamento globale, la <em>Brexit</em>, il terrorismo internazionale, l’immigrazione: se così fosse, però, anche gli altri paesi avrebbero dovuto registrare performance deludenti, e, invece, nella media dell’area, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3 per cento, con picchi dello 0,7 in Spagna (nonostante manchi un governo da quasi dieci mesi) e in Germania. In secondo luogo, alle politiche di rigore imposte dall’Europa: “bisogna smetterla con l’austerità e concentrarsi finalmente sulla flessibilità e sulla crescita” è stato, infatti, il commento del premier Renzi subito dopo la diffusione dei dati.</p>
<p>Ma siamo proprio sicuri che la <strong>flessibilità</strong> faccia crescere mentre l’austerità rallenti il Pil? Forse no. Dipende dal modo in cui le politiche di bilancio sono implementate. Andiamo con ordine, però. Cercando di capire, innanzitutto, se in questi anni, in Italia, ci sia stata effettivamente austerità o meno.</p>
<p>Un modo semplice per calcolare il grado di <strong>austerità</strong> è quello di misurare la variazione &#8211; rispetto all’anno precedente &#8211; del saldo primario strutturale, ossia al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici (<em>cyclically adjusted primary balance</em>).  Dai dati pubblicati nel Rapporto <em>Fiscal Monitoring</em> del Fondo Monetario Internazionale dell’aprile scorso si evince che nel triennio 2013-2016, la politica fiscale in Italia è stata espansiva: il surplus primario strutturale è sceso, infatti, dal 3,5 al 2,6 per cento del Pil. Nello stesso periodo altri paesi hanno, invece, implementato politiche restrittive: in Spagna, ad esempio, il saldo è passato dallo 0 per cento ad un surplus di mezzo punto percentuale, nel Regno Unito da un deficit del -2,9 per cento a -1,4 per cento, e infine, in Irlanda da un surplus dello 0,4 per cento all’1,9 per cento.</p>
<p>Insomma, di austerità in Italia c’è poca traccia: negli ultimi due anni ha prevalso la flessibilità. Eppure, la crescita è stata deludente. Nel periodo 2013-2016, la variazione del prodotto interno lordo (dati Eurostat <em>Spring Forecast</em> 2016) è stata pressoché nulla, mentre nei paesi in cui sono state messe in atto politiche di rigore fiscale è stata positiva e superiore alla media europea: 1,4 per cento in Spagna, 4,8 per cento in Irlanda e 2,3 per cento nel Regno Unito.</p>
<p>A conti fatti &#8211; al netto di altri fattori che concorrono alla crescita &#8211; anche con la flessibilità l’Italia non è cresciuta. E, allora, che fare? In realtà, l’impatto delle politiche di bilancio &#8211; che siano espansive o restrittive &#8211; dipende dal modo in cui vengono attuate. Del resto, come sostenuto da <strong>Mario Draghi</strong>, c’è un’austerità “buona” che ha un effetto espansivo sull’economia e una “cattiva” che, invece, ha un effetto recessivo. L’austerità “buona” secondo il presidente della Banca centrale europea “prevede meno tasse e spesa contenuta e concentrata su investimenti e infrastrutture” mentre quella “cattiva aumenta le tasse e taglia la spesa in conto capitale invece di quella corrente”. Quest’ultima è quella politicamente più facile da attuare. Per aumentare le tasse basta un tratto di penna, mentre per tagliare le spese è necessario negoziare con centri di interesse organizzati.</p>
<p>Ciò richiede un mandato politico forte e chiaro, che, ad esempio, non aveva l’esecutivo di Mario Monti. Il suo governo, infatti, ha fatto ricorso a dosi di austerità da cavallo (il surplus primario strutturale è passato dall’1,1 per cento del 2011 al 3,5 per cento del 2013) ma soprattutto di quella “cattiva”, anche a causa dell’emergenza. Durante il “governo dei professori” la spesa corrente primaria è aumentata dell’1,3 per cento in termini nominali mentre quella in conto capitale è diminuita, passando da 62 miliardi a 58 miliardi di euro. Per finanziare l’incremento della spesa pubblica (quella totale è aumentata, sia in rapporto al Pil &#8211; dell’1,8 per cento -, sia in termini nominali &#8211; dello 0,9 per cento) e nel contempo riportare i conti in ordine, le entrate sono aumentate del 2,6 per cento in rapporto al Pil e dell’1,6 in termini nominali. La <strong>pressione fiscale</strong> è così passata dal 41,6 per cento del 2011 al 43,4 per cento del 2013. Come prevedibile, questa “austerità cattiva” ha avuto effetti recessivi: nel triennio la contrazione media annua del Pil è stata dell’1,3 per cento. Lo stesso tipo di austerità “cattiva” è stata applicata in Grecia. L’aggiustamento fiscale si è, infatti, concentrato sulle tasse, incrementate di oltre 7 punti, mentre la spesa corrente è scesa solamente di 2 punti percentuali, nonostante negli anni duemila sia cresciuta a ritmi sostenuti e superiori a quello delle entrate. Pure in questo caso, il Pil si è contratto: quasi 6 punti percentuali nella media del periodo.</p>
<p>I suddetti esempi non hanno in comune solo aggiustamenti fiscali effettuati prevalentemente dal lato delle entrate, ma anche un’azione riformatrice insufficiente: al governo Monti, va riconosciuto quella (coraggiosa) delle pensioni e un timido inizio di quella del mercato del lavoro, al governo Tsipras per ora poco e niente perché i veri ostacoli alla crescita non sono stati ancora rimossi.</p>
<p>Anche la flessibilità di bilancio, se fatta male, non fa crescere. Basti pensare al caso italiano degli ultimi due anni, in cui il margine di manovra è stato essenzialmente utilizzato per finanziare spesa corrente ed evitare incrementi della tassazione.Nel 2015 la <strong>spesa totale</strong> ha, infatti, continuato a crescere (895 milioni di euro in più rispetto al 2014) ma l’incremento degli investimenti pubblici è stato contenuto (385 milioni di euro). La tendenza a penalizzare la parte in conto capitale prevale anche nel 2016: su 360 milioni di risparmi di spesa previsti, 319 milioni sono in conto capitale. Dal lato delle entrate, la flessibilità è stata in larga parte utilizzata per disinnescare le clausole di salvaguardia inserite nella precedente <strong>Legge di Stabilità</strong>. Pertanto dei 18 miliardi di tagli previsti, 16,8 miliardi sono destinati non una riduzione delle pressione fiscale, bensì un “non aumento”.</p>
<p>Va detto, però, che la flessibilità di bilancio, anche se “buona” &#8211; e quindi utilizzata per incrementare spese produttive, o per ridurre le tasse &#8211; per un paese come l’Italia che ha un debito pubblico superiore al 130 per cento, rischia di non essere una strada a lungo percorribile. In effetti, continuare a rimandare l’aggiustamento, dichiarando che il debito scenderà salvo poi dover correggere l’obiettivo, fa perdere credibilità e crea incertezza. Tra l’altro, la flessibilità, per dispiegare appieno i suoi effetti, andrebbe supportata da un’ampia azione riformatrice. Eppure, dopo il Jobs Act, i progressi nel campo della giustizia, delle banche, del fisco e della pubblica amministrazione sono stati limitati.</p>
<p>In conclusione, per i paesi che devono risanare le finanze pubbliche e vogliono tornare a crescere, non sembra esserci alternativa al mix di “buona austerità” e riforme. Ciò che è avvenuto nel Regno Unito durante i due mandati di David Cameron lo dimostra. “Se non controlliamo il <strong>disavanzo</strong>, il disavanzo controlla noi, e pertanto va ridotto” disse al momento dell’insediamento nel maggio del 2010. E, così, ha fatto, riducendo il disavanzo di quasi 6,5 punti percentuali (dal 10,8 del 2010 al 4,4 per cento del 2015). Nel contempo ha avviato un piano di riforme in praticamente tutti gli ambiti dell’economia: dalla pubblica amministrazione, al welfare, alla scuola, al mercato del lavoro. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: da una crescita pressoché nulla nel 2007-2011 (0,3 per cento), il 2015 si è chiuso con il Pil al 2,3 per cento, ben al di sopra della media europea (2 per cento). Purtroppo, però, Cameron non sarà ricordato per i suoi risultati economici. Passerà alla storia per aver anteposto la sua carriera politica al bene del paese, attraverso l’arma del referendum: un errore pagato a caro prezzo. Ma questa è un’altra storia, che nulla ha a che vedere con il dibattito tra austerità e flessibilità. Può semmai servire da lezione ad altri leader politici.</p>
<p>Veronica De Romanis, <em>Il Foglio</em> del 17 agosto</p>
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