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	<title>Antonio Martino Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Antonio Martino Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La censura di YouTube a Martino e alla Fle è inquietante, siamo alla dittatura dell’algoritmo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gennaro Grimolizzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Mar 2023 16:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[Youtube]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista al professor Salvatore Sica Quella dell’algoritmo, oltre ad essere una rivoluzione, rischia di trasformarsi in una “dittatura” se non regolamentata adeguatamente. Qualche giorno fa ha suscitato scalpore la decisione del canale YouTube di oscurare per una settimana la pagina della Fondazione Einaudi, che non può certo essere definita una organizzazione sovversiva. Il motivo? La [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-censura-di-youtube-a-martino-e-alla-fle-e-inquietante-siamo-alla-dittatura-dellalgoritmo/">La censura di YouTube a Martino e alla Fle è inquietante, siamo alla dittatura dell’algoritmo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Intervista al professor Salvatore Sica</strong></p>
<p>Quella dell’algoritmo, oltre ad essere una rivoluzione, rischia di trasformarsi in una “dittatura” se non regolamentata adeguatamente. Qualche giorno fa ha suscitato scalpore la decisione del canale YouTube di oscurare per una settimana la pagina della Fondazione Einaudi, che non può certo essere definita una organizzazione sovversiva. Il motivo? La pubblicazione di una lezione di Antonio Martino (accademico ed esponente di spicco di Forza Italia, scomparso lo scorso anno) alla “Scuola di liberalismo”. Nel video l’ex ministro si esprime sulla gestione della pandemia da parte del governo. Di qui l’iniziativa della piattaforma online, che, come ha comunicato la stessa Fondazione Einaudi, «non ammette affermazioni relative ai vaccini per il Covid-19 che contraddicono il parere di esperti appartenenti ad autorità sanitarie locali o all’Oms». <strong>Abbiamo approfondito la vicenda con Salvatore Sica, avvocato e ordinario di Diritto privato nell’Università di Salerno</strong>. «Ogni giorno in più – dice –, quando mettiamo contenuti, diventiamo proporzionalmente e parallelamente schiavi della rete»</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professor Sica, prende corpo una nuova forma di censura? Chi diffonde idee non gradite ai gestori dei social viene messo alla porta?</strong></p>
<p>In realtà non abbiamo nulla di nuovo. Semplicemente, la vicenda che stiamo commentando è uno degli ultimi atti che si stanno comunque verificando da anni. Vale a dire l’auto-attribuzione che si sono fatte le piattaforme online, soggetti privati, di censurare addirittura le idee. Era immaginabile che si arrivasse a questo. L’ultimo episodio, quello che ha riguardato la Fondazione Einaudi, è abbastanza inquietante. Non stiamo parlando di un politico o di una celebrità dello spettacolo, ma di un professore universitario, che, all’interno di una rispettabilissima organizzazione, manifesta realmente una opinione. La censura applicata segue qualche criterio algoritmico di ricerca della parola chiave. È bastato elaborare, per esempio, la parola “vaccino”, perché l’algoritmo arrivasse a delle conclusioni affrettate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Un procedimento non esente da gravi errori?</strong></p>
<p>Sicuramente. Nel caso che stiamo commentando non è avvenuta nessuna riflessione sul contesto, sulla autorevolezza e sulle argomentazioni del dichiarante. Le conclusioni, affrettate, alle quali si è giunti sono state quelle di considerare le dichiarazioni espresse incompatibili con la linea di pensiero della piattaforma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Internet non è solo una “prateria” dove si può correre liberi?</strong></p>
<p>Che non si possa e non si debba correre liberi su internet lo sosteniamo da tempo. L’esigenza di regole è, pertanto, chiara. Il problema è che le regole non possono farle i gestori del meccanismo stesso. Soprattutto, questo controllo non può essere realizzato da parte di soggetti privati con criteri quasi automatici. La mia sensazione è che si proceda ad una ricerca algoritmica dei contenuti da eliminare. Questo, per me, è aberrante.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Lei ha fatto riferimento alle regole. Chi le deve scrivere? I legislatori nazionali che ruolo dovrebbero ricoprire in questo particolare momento storico?</strong></p>
<p>I legislatori nazionali devono, innanzitutto, perdere la timidezza nei confronti delle piattaforme. Devono recuperare il ruolo del diritto che fa le regole e le amministra. Va sconfitta, una volta per tutte, l’idea che la rete sia una arena virtuale libera per un verso, ma per un altro verso l’idea che il controllo sulla rete sia relegato ai privati. Per fare questo occorre un urgente intervento normativo. Meglio se a livello sovranazionale, ma si può anche partire dal livello nazionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il controllo dei contenuti a chi potrebbe essere delegato? Va regolamentato?</strong></p>
<p>Non c’è alternativa: il controllo dovrebbe essere o giudiziale, con carattere di urgenza, o con l’intervento di una autorità indipendente anche una tra quelle già esistenti. Dipende dal tipo di scelta che si compie. Tendenzialmente, sarei favorevole al controllo giudiziale, ma con interventi sul rito perché tutto possa svolgersi con grande rapidità.</p>
<p><strong>Le grandi piattaforme online possono condizionare la libertà d’opinione. La censura nella quale è incappata la Fondazione Einaudi è emblematica. Il cittadino comune è ancora più vulnerabile?</strong></p>
<p>Io affermerei, invece, che condizionano la libertà di opinione. Non ho alcun dubbio su questo tema. D’altra parte se ci spostiamo in un altro ambito, ad esempio, il diritto d’autore, la vicenda del rifiuto della convenzione per la gestione dei diritti d’autore da parte di Meta nei confronti della Siae è emblematica. Assistiamo ad una situazione di abuso di posizione dominante in cui vengono dettate le condizioni per un accordo. In senso inverso il rifiuto dell’accordo è conseguentemente la negazione della messa a disposizione dei prodotti in rete. In sostanza le piattaforme si dichiarano arbitri unilaterali sempre di più, ogni giorno di più, del contenente e del contenuto della rete.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Se da un lato YouTube censura, dall’altro il Big Tech è accusato di aver favorito con il proprio algoritmo la circolazione di messaggi di propaganda del terrorismo islamico. Il riferimento è alla vicenda della famiglia di una delle vittime delle stragi di Parigi del 2015, che ha citato in giudizio Google e la piattaforma di YouTube. Non mancano le contraddizioni nella prateria dei contenuti di internet?</strong></p>
<p>Siamo di fronte contemporaneamente all’arbitrio e ad un controllo che segue soltanto criteri algoritmici. L’intelligenza artificiale fa le maglie della rete con la conseguenza, come è noto, che, se non governata dall’uomo, è quanto di più stupido possa esistere. Si può arrivare, quindi, al paradosso che il professor Antonio Marino venga censurato. Così come si può arrivare al paradosso che il mio stesso nome, magari dopo questa intervista, vada incontro allo stesso destino dei contenuti della Fondazione Einaudi. L’intelligenza artificiale è utile, ma è uno strumento al quale non si può attribuire capacità pensante. Non dimentichiamo che l’immissione dei dati algoritmici viene fatta sempre dagli uomini, da organizzazioni e da imprese. Se non si interviene subito, lo scenario che abbiamo difronte sarà agghiacciante ed inquietante. Ecco perché è importante che le autorità facciano la loro parte ancora di più, sostenendo i giudici con una attività formativa sulle nuove tematiche che ci circondano. Si sostenga la magistratura in questa battaglia di recupero del terreno del diritto.</p>
<p><a href="https://www.ildubbio.news/interviste/la-censura-affidata-allalgoritmo-e-un-rischio-per-la-democrazia-fm4fku3i"><strong><em>Il Dubbio</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-censura-di-youtube-a-martino-e-alla-fle-e-inquietante-siamo-alla-dittatura-dellalgoritmo/">La censura di YouTube a Martino e alla Fle è inquietante, siamo alla dittatura dell’algoritmo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>YouTube il censore, l’analisi dei prof. Bassini e Mula</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/youtube-il-censore-lanalisi-dei-prof-bassini-e-mula/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federica Olivo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Mar 2023 16:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Youtube]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’oscuramento delle pagine Facebook delle organizzazioni di estrema destra, il bando di Donald Trump da Twitter (prima dell’avvento di Elon Musk) e ora lo stop, per una settimana, al canale YouTube della fondazione Einaudi dopo la pubblicazione di un video di un intervento di Antonio Martino, morto il 5 marzo 2022, in cui &#8211; come racconta qui Andrea Cangini &#8211; [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/youtube-il-censore-lanalisi-dei-prof-bassini-e-mula/">YouTube il censore, l’analisi dei prof. Bassini e Mula</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’oscuramento delle pagine Facebook delle organizzazioni di estrema destra, il bando di Donald Trump da Twitter (prima dell’avvento di Elon Musk) e ora lo stop, per una settimana, al canale YouTube della fondazione Einaudi dopo la pubblicazione di un video di un intervento di Antonio Martino, morto il 5 marzo 2022, in cui &#8211; come racconta qui Andrea Cangini &#8211; si esprimeva contro l’uso del green pass e l’obbligo vaccinale. Tre episodi molto diversi tra loro che però attengono all’utilizzo pubblico dei social e, soprattutto, alla difficoltà nel compiere, sulle piattaforme online, quello che in qualsiasi altro luogo (fisico) sarebbe considerato il legittimo esercizio della libertà di esprimere un’opinione. Giusta o sbagliata, condivisibile o deprecabile, che sia. I tre episodi raccontano – o meglio, ricordano – una questione irrisolta: come si articola il rapporto tra i colossi (privati, naturalmente) del web – i grandi social network in questo caso – e la libertà di pensiero, sancita da tutte le costituzioni democratiche? La domanda ha molteplici risposte. Nessuna definitiva.</p>
<p>Come ha spiegato in questa intervista ad HuffPost il professor Luciano Floridi, i social network fanno parte di una terra di mezzo – né pubblica, né privata – che è l’infosfera. Necessiterebbero di regole nuove, partendo dal presupposto che non possono essere ingabbiati in quelle due categorie classiche. Ma fino a quando continueremo a ragionare in termini di pubblico e privato – leggi alla mano, non possiamo fare diversamente – degli interrogativi resteranno aperti. Di questi abbiamo parlato con Marco Bassini, docente di Fundamental Rights and Artificial Intelligence all&#8217;Università di Tilburg, nei Paesi Bassi e con Davide Mula, avvocato e professore aggiunto dell’InnoLawLab dell’Università europea di Roma.</p>
<p>“L&#8217;equilibrio è difficile da trovare – spiega ad HuffPost Bassini, &#8211; perché tutte le piattaforme nascono come soggetti privati, con l&#8217;idea di poter stabilire autonomamente le ‘regole della casa’. La situazione è diventata più complessa quando si è passati da un cyberspazio popolato da una moltitudine di piccole comunità virtuali a un ‘ecosistema’ di (pochi) giganti del web, che hanno una crescente dominanza economica ma anche influenza giuridica”. E, verrebbe da aggiungere, portano con sé una contraddizione: “Restano – argomenta il docente – ancora piattaforme private, ma questa connotazione è sempre più stretta rispetto alla realtà dei fatti. Perché, è evidente, se una grande piattaforma digitale esclude un utente o un contenuto dalla propria comunità al giorno d’oggi incide sull’esercizio della libertà di espressione”.</p>
<p>Per il ruolo che hanno assunto le piattaforme digitali nel quotidiano di ogni cittadino, ma anche delle istituzioni pubbliche, si tende spesso a dimenticarsi della loro natura privatistica: “Li usiamo come luoghi pubblici ai quali abbiamo la necessità di accedere per dire la nostra. In alcuni casi, addirittura, li usiamo come piattaforme di lavoro. Il problema, però, è che pur sempre di luoghi privati si tratta. O meglio, di uno spazio vissuto come sostanzialmente pubblico, ma regolato da meccanismi privati”, spiega invece Mula.</p>
<p>Come si gestisce, però, questo dato di fatto? La soluzione è tutt’altro che semplice: “Come per ogni diritto, il rispetto della libertà di espressione si impone in primo luogo in capo agli Stati – spiega Bassini – un soggetto privato, invece, agisce in base a un contratto e quindi, in teoria, secondo regole proprie, anche quando limita la libertà di espressione, per esempio moderando i contenuti pubblicati dai suoi utenti (che quelle regole hanno precedentemente accettato). Dal momento che, però, parliamo di mezzi così importanti si pone un tema: le piattaforme online vanno considerate fornitori di servizi pubblici? Sono degli attori parastatali? Se fossero soggetti o servizi pubblici dovrebbero sottostare ai vincoli che si applicano agli altri attori pubblici. E, quindi, ad esempio, dovrebbero prendere atto del fatto che un discorso critico, un’opinione anche discutibile, non vìola alcuna disposizione di legge. E così come lo Stato non può impedire l&#8217;espressione di quell&#8217;opinione, non potrebbe farlo neanche la piattaforma”. Allora stato, però, non è così. Perché, argomenta Bassini: “Per la loro conformazione, le piattaforme possono riservarsi il diritto di moderare contenuti secondo i propri termini di servizio, per esempio rimuovendo contenuti non necessariamente illeciti secondo l’ordinamento ma contrari ai propri termini d’uso. Detto ciò, i social sono ben consapevoli di quanto sia importante assicurare agli utenti uno spazio libero e aperto, e tendono a promuovere il pluralismo delle idee”. Ma come fanno a garantirlo? Il docente spiega: “È lo stesso legislatore, in Europa, a richiedere che le piattaforme che mettono a disposizione la loro infrastruttura per la condivisione dei contenuti non siano gravate da un obbligo di selezione alla fonte. In questo modo si tiene fede alla distinzione tra il lavoro degli editori e quello degli intermediari; ciò posto, le piattaforme sono tenute a valutare le segnalazioni di violazioni che ricevono rispetto ai contenuti dei loro utenti”.</p>
<p>Il caso emblematico della censura alla Fondazione Einaudi</p>
<p>Secondo Mula, si dovrebbe agire a monte: “Le policy non sono così chiare, non prevedono meccanismi di reclamo efficaci. Prendiamo il caso della fondazione Einaudi: se anche un singolo video avesse davvero violato le politiche anti Covid della piattaforma, ciò non avrebbe comunque giustificato la sospensione dell’intero canale”. E, invece, è proprio quello che è accaduto: per una settimana il canale YouTube della Fondazione Einaudi è stato inaccessibile. Oscurato, come se avesse contenuti universalmente riconosciuti come inaccettabili: “Nella moderazione delle segnalazioni – spiega ancora l’avvocato – non si dovrebbe dare troppo spazio all’Intelligenza artificiale”. Perché, prosegue l’esperto, il processo è il seguente: “Quando arriva la segnalazione di un contenuto che non corrisponde la policy della piattaforma, l’intelligenza artificiale legge il messaggio, se rileva la ricorrenza di determinate parole viene disposta la rimozione. Bisognerebbe prevedere una sorta di ‘appello’, per impugnare la decisione e fare in modo che il caso fosse valutato da una persona in carne e ossa e non dall’intelligenza artificiale”.</p>
<p>Insomma: un essere umano è in grado di valutare il contesto, di capire, ad esempio, che la frase pronunciata dal prof. Martino altro non era che un’opinione liberamente espressa. L’intelligenza artificiale si limita a bannare il post intercetta una frase che, per usare le parole che YouTube ha scritto alla Fondazione Einaudi, contraddice “il parere di esperti appartenenti ad autorità sanitarie locali o all’Oms”. Con buona pace dell’articolo 21 della Costituzione. Peraltro, aggiunge Mula, “ci troviamo in un contesto in cui quel messaggio (l’opinione di Martino, ndr) non è più attuale, dal momento che non ci troviamo più nella fase in cui i vaccini erano obbligatori o caldamente consigliati”. La decisione di YouTube, insomma, è discutibile da qualunque versante la si guardi. Anche perché, è l’altro spunto che offre Mula, “così una piattaforma digitale interviene nella dinamica della ricostruzione storica di un dibattito pubblico”.</p>
<p>Il caso della fondazione Einaudi, argomenta ancora Bassini, è emblematico: &#8220;È un segnale preoccupante. Non parliamo di un quisque de populo ma di un intellettuale (che perdipiù è stato titolare di rilevantissime cariche pubbliche) che ha espresso un’opinione. Una decisione come quella che ha preso Youtube è una deriva pericolosa&#8221;. Secondo il docente, bisogna chiedersi se non sia insanabile il conflitto tra due visioni della rete internet: da un lato, un web più democratico e trasparente , dall’altro un web più ordinato. “Possiamo immaginare – continua Bassini – che ci sia un web che funziona, almeno nella moderazione dei contenuti, come un soggetto pubblico. A questo punto, solo i contenuti illeciti finirebbero per essere rimossi dal web. In altri termini: gli standard applicabili ai social sarebbero gli stessi degli attori pubblici. Sarebbe certo il risultato più desiderabile a garanzia della libertà di espressione (espressivo forse di una sfiducia verso la capacità di autoregolazione delle piattaforme). Dall’altra parte, però, c’è forse l’opzione di un web più ordinato ma meno “democratico” e trasparente, in cui per esempio una maggiore moderazione nei contenuti aiuterebbe a combattere la disinformazione. Certo, se poi a essere silenziato è un soggetto come la Fondazione Einaudi, c’è un problema…&#8221;.</p>
<p>Da tempo si discute di come normare i social, proprio per evitare che possa essere limitata la libertà di espressione degli utenti. Per ora è stata trovata una strada europea: il Digital services act. &#8220;Si tratta – spiega ancora Bassini – di un regolamento approvato a ottobre 2022, le cui previsioni entreranno progressivamente a regime e avranno efficacia dal febbraio 2024. Il Digital services act non cancella l’idea che la piattaforma non sia un editore e non elimina la libertà di moderazione dei contenuti. Quello che fa, invece, è affrontare soprattutto la dimensione della trasparenza. Si chiede, quindi, alle piattaforme di assolvere alcuni obblighi di diligenza rispetto al modo in cui gestiscono i contenuti. In questo modo, per esempio, non si impedisce la rimozione di contenuti ma si insiste sulla motivazione e sulla giustificazione di queste scelte&#8221;&#8221;.</p>
<p>Ma il fatto che le piattaforme del web siano multinazionali, pone problemi per l&#8217;applicazione della legge italiana? Per Bassini non è esattamente così: “Le piattaforme sono nate negli Stati Uniti e, almeno culturalmente, in linea di principio, si dovrebbero ispirare al primo emendamento della Costituzione Usa e non dovrebbero interferire nel libero confronto delle idee. Al giudice italiano non è impedito di intervenire, come abbiamo visto in alcuni casi che hanno riguardato l’oscuramento delle pagine social di alcune formazioni di estrema destra. Anche lì, però, le decisioni non sono state univoche: si è spaziati da provvedimenti che hanno affermato che i social hanno una ‘speciale responsabilità’ di garantire la libertà di espressione degli utenti, dovendosi così astenere dal rimuovere contenuti non previamente dichiarati illeciti da un giudice a pronunce che hanno invece sottolineato la doverosità di un intervento dei social per eliminare dal web contenuti ritenuti illeciti, silenziando alcuni attori politici. Insomma, una gran confusione. Ma la vera domanda è: è ancora libero un mercato in cui il potere di moderazione è affidato più alle piattaforme che ai giudici?”. La domanda, al momento, è destinata a rimanere con una pluralità di risposte. Ad ogni modo, secondo il docente, il regolamento europeo va nel verso giusto: “Imporre l’osservanza una serie di misure, anche di carattere procedimentale, soprattutto alle piattaforme online di grandi dimensioni (che possono avere un impatto molto significativo sull’opinione pubblica, favorendo la circolazione di contenuti virali) è un primo strumento per rendere valutabile e più trasparente l’operato dei social. Anche all&#8217;esterno&#8221;.</p>
<p>Posto che rendere le piattaforme online soggetti pubblici è impresa persa in partenza, c’è una terza via? Per l’avvocato Mula, l’Unione europea dovrebbe fare da sé: un social made in Ue. “Bisognerebbe pensare formule alternative ai social americani. Se è così vivida l’esigenza di un social su cui confrontarsi, potrebbe rendere gli utenti più tranquilli l’idea di agire su una piattaforma posta sotto lo sguardo attento dell’Ue”.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2023/03/28/news/social_liberta_espressione-11677704/"><strong><em>Huffington Post</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/youtube-il-censore-lanalisi-dei-prof-bassini-e-mula/">YouTube il censore, l’analisi dei prof. Bassini e Mula</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<item>
		<title>Discorso di commemorazione per la morte di Antonio Martino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/discorso-di-commemorazione-per-la-morte-di-antonio-martino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giancristiano Desiderio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Mar 2022 09:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Semplicemente un uomo libero e giusto È noto che la vita di un uomo si giudica dalle opere: ciò che vale è ciò che si fa. Tuttavia, quando muore una persona cara che si ammira, ciò che si cerca istintivamente è il sorriso, la voce, gli occhi. Antonio Martino aveva occhi intelligenti e curiosi che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/discorso-di-commemorazione-per-la-morte-di-antonio-martino/">Discorso di commemorazione per la morte di Antonio Martino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong>Semplicemente un uomo libero e giusto</strong></h3>
<p>È noto che la vita di un uomo si giudica dalle opere: ciò che vale è ciò che si fa. Tuttavia, quando muore una persona cara che si ammira, ciò che si cerca istintivamente è il sorriso, la voce, gli occhi.</p>
<p>Antonio Martino aveva occhi intelligenti e curiosi che ricercavano nello sguardo altrui il gusto della vita libera.</p>
<p>Ironico, brillante, sarcastico. Come tutte le persone colte e intelligenti ricorreva spesso e volentieri all’ironia, quasi per celare con un velo di umiltà la sua profonda cultura e nascondere un malcelato pessimismo. Naturalmente, aveva le sue buone ragioni.</p>
<p>Ma noi, che ci sentiamo rincorrere dalla sua grandezza, abbiamo l’obbligo morale di bucare lo schermo ironico per mostrare proprio la sua opera e provare, almeno provare, ad esserne all’altezza. Disse, ripetendo una massima di Friedrich von Hayek con il quale conversava alla pari: “C’è una sola categoria di persone che detesto più di quelle che parlano male di me. Quelle che parlano bene di me”.</p>
<p>Mettetevi nei miei panni: non posso né parlarne bene, né parlarne male. Mi tocca dire semplicemente la verità: è stato detto che aveva la tessera numero 2 di Forza Italia, ciò che non è stato detto è che era il numero 1.</p>
<p>Aveva 13 anni Antonio Martino quando sentì il padre Gaetano – uno dei padri nobili del Pli e ispiratore dell’Europa unita – parlare in pubblico. Gli confidò di voler fare anche lui politica. Il padre così gli disse: “È una buona idea. Però, lo potrai fare soltanto dopo che avrai trovato un posto nella società”. Altri tempi. Oggi il mondo, il piccolo mondo italiano, si è capovolto: si entra in politica per trovarsi un ruolo nella società.</p>
<p>Antonio Martino, invece, seguì il consiglio paterno e si trovò, con la forza dello studio severo, un posto nel mondo. E che posto! Allievo di Milton Friedman e George Stigler. Ha insegnato nelle università di Roma “La Sapienza”, di Messina, Bari, Napoli e alla “Luiss” di Roma. E’ stato Presidente della Mont Pélerin Society. Autore di decine di libri che hanno come filo d’Arianna il principio della libertà al quale tutta la sua vita – da economista, da studioso, da politico – è stata fedele.</p>
<p>La sua partecipazione alla fondazione di Forza Italia è caratterizzata dalla fede nella libertà e dall’intimo convincimento che dopo la fine del comunismo sovietico l’Italia potesse passare dalla democrazia bloccata dal fattore K alla democrazia compiuta dell’alternanza in cui proprio il principio liberale della libertà come mezzo e come fine fosse la fonte della reciproca legittimazione della lotta politica dei partiti. Da parlamentare, da ministro degli Affari Esteri e da ministro della Difesa ha creduto e ha lavorato per il progresso liberale dell’Italia, dell’Europa, del mondo libero occidentale. E, tuttavia, questa è solo una parte minima della sua opera.</p>
<p>La più importante la dobbiamo cercare altrove. In un lavoro intellettuale e civile che non ha confronti con l’attualità e che rimanda direttamente alle grandi anime del liberalismo italiano del Novecento come Luigi Einaudi e Benedetto Croce.</p>
<p>La libertà, diceva Croce, non ha bisogno di aggettivi. Lo sapeva bene Antonio Martino che era liberale e basta, semplicemente liberale, come amava dire e come aveva intitolato il suo primo libro pubblicato con la casa editrice che ha rinsanguato la cultura liberale italiana: la Liberilibri di Aldo Canovari.</p>
<p>L’altro giorno leggevo alcune pagine di “Scuola e libertà” di Salvatore Valitutti. Un libro epocale che uscì nel 1974. In appendice vi sono due scritti di Antonio Martino sulla svalutazione del valore legale dei titoli di studio negli Stati Uniti d’America e in Inghilterra. Tutto torna.</p>
<p>Antonio Martino sapeva molto bene che il cuore della libertà è la testa. L’uomo non è onnisciente. Nessun governo sa tutto, dunque nessun governo può tutto. Ecco perché la libertà di pensiero e di educazione – la necessità, cioè, di custodire il valore critico della conoscenza – era per Antonio Martino la prima libertà da difendere e sempre riconquistare. L’economista Martino non era liberale perché economista ma, al contrario, era economista perché liberale.</p>
<p>Il filo conduttore della sua opera e della sua vita lo fornisce lui stesso: “La convinzione profonda che la libertà individuale sia, in tutti i campi, un valore importante ed un principio ineguagliabile di organizzazione sociale”. Queste, per noi oggi, sono parole profondamente vere e ci ammoniscono a difendere la libertà e a non barattarla con comode illusioni sicuritarie.</p>
<p>“Il vero liberale – diceva l’economista Antonio Martino – non difende la libertà per ragioni soltanto <em>economiche</em>. Anche se un sistema fondato sulle libere scelte individuali fosse meno efficiente di uno organizzato e diretto dall’alto, il liberale continuerebbe a preferire il libero mercato per ragioni di libertà enormemente più importanti di quelle connesse all’efficienza economica”.</p>
<p>Come se avesse messo insieme Einaudi e Croce che, per altro, erano molto meno in disaccordo di quanto non si creda. Martino era consapevole, fino a farne un costume morale, che libertà economiche e libertà civili si richiamano le une alle altre.</p>
<p>Il fallimento delle politiche stataliste è dovuto a ragioni non solo economiche e tecniche, ma ancor prima filosofiche ed etiche. L’opera di Antonio Martino ci dice in modo chiaro e rigoroso che ogni società fondata sullo statalismo, sia esso marxista, fascista, democratico, è destinata a rovinare per il semplice fatto che è in sé autoritaria, dispotica, distopica, in quanto assegna ad un’oligarchia il potere di imporre regole di vita, sul presupposto che gli individui siano incapaci di badare a sé stessi: di qui la pretesa di proteggerli e di soccorrerli con la costrizione.</p>
<p>La terribile profezia di David Hume è diventata la terribile profezia di Antonio Martino: le libertà raramente si perdono tutte in una volta. Fate attenzione all’erosione delle libertà, perché la perdita poco per volta della libertà genera abitudine e gli uomini si abituano a tutto, anche al peggio.</p>
<p>L’ultima apparizione di Antonio Martino è stata la sua lezione alla Fondazione Luigi Einaudi. Sembra un segno del destino. Quella sua lezione suona ora come il suo testamento spirituale.</p>
<p>Esordì dicendo: “Per me il primo liberale è il Padreterno perché facendoci scegliere tra il peccato e la virtù ci dona la libertà”. Che cos’è questa se non la spiegazione con parole semplici del mito dell’uscita dal Paradiso terrestre come <em>felix culpa</em>? E cos’è questa <em>felix culpa</em> se non la condizione umana in cui è necessario pensare e lavorare per vivere secondo libertà?</p>
<p>Amava ripetere e lo disse anche l’ultima volta in Fondazione: “Sono liberale cioè conservatore perché devo difendere le libertà acquisite; in quanto liberale sono radicale per conquistare nuove libertà; da liberale sono reazionario per recuperare le libertà perdute; da liberale sono anche rivoluzionario se non ho altre possibilità di difendere e riavere la libertà. E come liberale sono progressista perché senza libertà non c’è progresso”.</p>
<p>Questa frase, che mette in luce la dimensione storica della libertà nella sua contingenza e nella sua eternità, rimanda alla formula di Cavour: “Né reazione, né rivoluzione”. Ossia per evitare i due estremi, da un lato la reazione e dall’altro la rivoluzione, il liberale deve continuamente ri-formare, mettere in forma o, con parola più comune, deve sempre lavorare con il pensiero e con l’azione. Lavorare prima di tutto la vita, creando quell’opera di continua mediazione tra i conflitti che è la libertà. Perché solo nella libertà gli uomini sono eguali, solo nella libertà possono ambire ad essere giusti.</p>
<p>Come uomo semplicemente libero e giusto era Antonio Martino.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/discorso-di-commemorazione-per-la-morte-di-antonio-martino/">Discorso di commemorazione per la morte di Antonio Martino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>L&#8217;ironia di un uomo colto: «Anche Dio fu liberale»</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/antonio-martino-ironia-dio-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2022 07:54:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un destino che accomuna quasi tutti i figli dei grandi uomini: misurarsi con la grandezza del genitore e, spesso, sviluppare un complesso nei loro confronti. Antonio Martino era (come è difficile per me usare il verbo al passato) figlio di Gaetano, uno dei Padri dell’odierna Europa, artefice della famosa conferenza di Messina, Ministro degli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/antonio-martino-ironia-dio-liberale/">L&#8217;ironia di un uomo colto: «Anche Dio fu liberale»</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un destino che accomuna quasi tutti i figli dei grandi uomini: misurarsi con la grandezza del genitore e, spesso, sviluppare un complesso nei loro confronti.</p>
<p>Antonio Martino era (come è difficile per me usare il verbo al passato) figlio di Gaetano, uno dei Padri dell’odierna Europa, artefice della famosa conferenza di Messina, Ministro degli Esteri e tanto altro ancora. Liberale autentico e uno dei leader del Partito Liberale Italiano.</p>
<p>Bene, mai si è avvertito in Antonio il peso di cotanto padre, che pure venerava. Il motivo è semplice, Antonio non soffriva di alcun complesso di inferiorità, era ben consapevole delle sue qualità, rispettava chiunque, ma non soffriva alcuno. Fu Ministro degli Esteri e poi della Difesa.</p>
<p>In queste ore partiranno le commemorazioni su Martino il liberista, l’allievo prediletto di Milton Friedman, l’economista brillante e acuto.</p>
<p>Io qui vorrei ricordare un Martino più intimo, dove il privato e il personale si intrecciano con il pubblico, con il suo profondo pensiero politico, con il suo essere liberale tranchant.</p>
<p>L’ironia dell’uomo colto era la cifra del suo essere. Chi tra amici e avversari politici non ha temuto la sua battuta tagliente?</p>
<p>Quando, pochi giorni fa, in occasione di quella che credo sia stata la sua ultima uscita pubblica, l’ho accolto presso la sede della Fondazione Luigi Einaudi per la sua prima e, ahimè, ultima visita, un velo di mestizia ci circondava.</p>
<p>Se ne sono accori tutti, ad iniziare dai ragazzi presenti. Avere vicino Martino, poter interloquire con lui era un’emozione che li aveva elettrizzati, sentirlo parlare della sua idea di morte colpì tutti profondamente.</p>
<p>Abbiamo avuto l’impressione di un brutto momento che tutti ci auguravamo passeggero, ma siamo stati invece protagonisti con lui dell’ultimo atto della sua vita.</p>
<p>Ci spiegò da par suo perché lui, laico, considerasse il Padreterno il primo liberale della Storia. Sostanzialmente esiste il peccato ed esiste la virtù, se non fossimo liberi di scegliere non esisterebbe il peccato e non esisterebbe la virtù.</p>
<p>Quindi è il Padreterno che ci ha regalato il libero arbitrio. Ecco, quando si parla di provocazione intelligente cosa si intende. Anche di questo dovremo ringraziare Antonio Martino.</p>
<p>L’ultima volta che ci siamo visti era con tutta evidenza sofferente ma contento, siamo stati a pranzo parlando anche della nostra Messina e ovviamente abbiamo commentato la situazione politica attuale.</p>
<p>Allorché in risposta alle mie lamentazioni mi ha detto: vedi, il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo pauroso; in realtà ci sono moltissimi italiani che sono liberali e non lo sanno e tantissimi pseudo-liberali che si dicono liberali e non lo sono.</p>
<p>Amava ripetere che ogni legislatura è migliore della successiva e peggiore della precedente. Questo per l’evidente declino della qualità dei parlamentari e con profonda amarezza concludeva che siamo arrivati a un punto in cui non c’è più niente da perdere, perché il Parlamento non esiste più, in quanto non esistono più i partiti politici.</p>
<p>Quanta verità in queste pur dure parole.</p>
<p>Voglio concludere questo mio breve ricordo del Martino “non economista” con le sue parole, per capire e far capire perché quest’uomo fosse profondamente liberale, senza aggettivazioni ulteriori, se non quelle che spiegassero cosa vuol dire essere liberale.</p>
<p>Antonio amava ripetere: <em>“Sono favorevole a qualsiasi provvedimento accresca le libertà personali, quindi sono reazionario per recuperare libertà che sono state perdute, conservatore per difendere libertà ancora esistenti, rivoluzionario quando la situazione non ci consente altra via per tornare liberi, progressista sempre perché senza libertà non c’è progresso. Sembrerebbe quindi che sono un animale pieno di contraddizioni. No, sono un Liberale! Un liberale deve essere tutte queste cose in una volta, perché il problema è che la libertà ha tante facce, ci sono libertà che esistevano e non ci sono più, ci sono libertà che esistono e vanno difese, ci sono libertà nuove da conquistare anche con la rivoluzione o con le riforme e sono progressista perché senza libertà non c’è mai stato progresso”.</em></p>
<p>Direi che la lezione sulla libertà di Benedetto Croce l’avesse ben introitata.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2022/03/giuseppe-benedetto-antonio-martino-ironia-dio-liberale-iltempo-06032022.pdf"><strong><em>Il Tempo</em></strong></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/antonio-martino-ironia-dio-liberale/">L&#8217;ironia di un uomo colto: «Anche Dio fu liberale»</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>#ilcafFLEdelmercoledi &#8211; Antonio Martino</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffledelmercoledi-antonio-martino-16022022/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Feb 2022 18:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[#ilcafFLEdelmercoledi]]></category>
		<category><![CDATA[Attività 2022]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[liberalismo]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Qual è il futuro dei liberali in Italia? Ne ha parlato: Antonio Martino, Professore ed economista liberale, già Ministro degli Affari Esteri e della Difesa Hanno condotto: Emanuele Raco, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e Ottavia Munari, ricercatrice della Fondazione Luigi Einaudi Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo? Il liberalismo è molto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffledelmercoledi-antonio-martino-16022022/">#ilcafFLEdelmercoledi &#8211; Antonio Martino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Qual è il futuro dei liberali in Italia?</p>
<p>Ne ha parlato: <strong>Antonio Martino</strong>, Professore ed economista liberale, già Ministro degli Affari Esteri e della Difesa</p>
<p>Hanno condotto: <strong>Emanuele Raco</strong>, Capo Ufficio Stampa della Fondazione Luigi Einaudi e <strong>Ottavia Munari</strong>, ricercatrice della Fondazione Luigi Einaudi</p>
<p style="text-align: center;"><iframe title="YouTube video player" src="https://www.youtube.com/embed/7PEwEORk-r4" width="560" height="315" frameborder="0" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></p>
<p><strong>Antonio Martino, cosa possiamo intendere per liberalismo?</strong><br />
Il liberalismo è molto poco conosciuto anche se il numero di quelli che si dicono liberali aumenta a ritmo costante. In realtà, ci sono moltissimi italiani che sono liberali ma non lo sanno e tantissimi pseudo liberali che si professano liberali ma non lo sono. Questo è stato un problema storico per il liberismo in Italia.</p>
<p><strong>Quanto fondamentale è stato il pensiero liberale per lei?</strong><br />
Io credo di essere nato liberale e temo che morirò liberale. Non è che il timore sia dovuto al liberalismo ma alla morte, che ahimè è inevitabile. Mia madre diceva sempre che i nipoti sono il surrogato dell’immortalità. Aveva ragione. Il nipote ti fa capire che tu sei soltanto anello di una catena che dura nel tempo. L’anello, si sa, è circolare. Ha un inizio e una fine. Nascita e morte sono inevitabili, tutto ciò che vive nasce prima e muore dopo ma non muore del tutto perché la catena continua nel tempo. Ecco perché i nipoti sono importanti.</p>
<p><strong>A tal proposito, ci dia un ricordo politico e umano di suo padre.</strong><br />
Io ero molto attaccato a mio padre. La sua morte è stata per me un colpo devastante. Era un uomo che mi dava coraggio, io sapevo che con lui non avrei mai avuto problemi perché avrei avuto il suo aiuto. Una volta un diplomatico, riferendosi a lui, disse: la “terribile logica del ministro”. È vero, mio padre aveva una logica implacabile, da scienziato, e poi una prontezza nell’interpretare gli eventi eccezionale. Mio padre quando una volta gli dissi: “tu ci lasci un’eredità molto scomoda, siamo figli di una persona illustre” replicò “anch’io ho avuto lo stesso problema”.</p>
<p><strong>Lei è stato la tessera numero due di Forza Italia nel 1994 e per anni parte fondamentale e punto di riferimento di tantissimi liberali appartenenti a quel partito. Poi, nel 2018, decise di non ricandidarsi. Perché?</strong><br />
Per la legge di Martino, chiamata così per modestia.</p>
<p><strong>Ce la spieghi.</strong><br />
Ogni legislatura è migliore della successiva ed è peggiore della precedente. Questa è una tendenza confermata con precisione svizzera nelle sei legislature che ho fatto. Nei miei 25 anni di attività politica, ho visto questo declino in maniera chiarissima. Siamo arrivati a un punto in cui non c’è più niente da perdere perché il Parlamento non esiste più, non esistono più i partiti, non ci sono più ideologie, non ci sono più idee. È un quadro desolante.</p>
<p><strong>Ne è dimostrazione la rielezione del Capo dello Stato?</strong><br />
Esattamente. Prendete la vicenda del Presidente della Repubblica, come si è svolta e come si è conclusa. Il Parlamento ha rinunciato a scegliere perché non era capace di scegliere. Il Parlamento vive solo se c’è una contrapposizione ideologicamente motivata di idee, di programmi. Si formano così le alleanze tra chi crede più a un certo tipo di programma e chi in altri. Questo non c’è più. In che cosa credono quelli dei 5 stelle? Io non lo so.</p>
<p><strong>Secondo lei ci sono le condizioni per cui possa nascere in Italia un vero partito liberale, come il partito FDP tedesco?</strong><br />
Perché nasca un Partito Liberale sarebbe necessario che i liberali non fossero così intelligenti. Un giovane liberale è intelligente e la vita gli offre una infinità di cose da fare che sono più attraenti della politica. I liberali si fanno gli affari loro, ma se tutti si fanno gli affari loro nessun partito liberale può sorgere.</p>
<p><strong>Si avvicinano le elezioni. Andremo a votare secondo lei con questa legge elettorale? Se verrà modificata, lei è più favorevole ad una legge proporzionale oppure a una legge maggioritaria?</strong><br />
Al proporzionale rispondo “no, grazie”. L’abbiamo già testato e non è andato bene. Il proporzionale nella prima repubblica ci ha insegnato che non è una buona legge per il governo del paese. Per via del proporzionale la nostra Repubblica non era democratica, perché in democrazia sono gli elettori che scelgono chi debba governare. E non era così. Era un governo scelto dagli eletti dagli elettori. Con la Democrazia Cristiana condannata sempre a stare in maggioranza e il Partito Comunista condannato sempre a stare all’opposizione. Non era una democrazia, era una falsa democrazia.</p>
<p><strong>Ma oggi non abbiamo più partiti che si pongono fuori dall’arco costituzionale.</strong><br />
Non solo non abbiamo più partiti anti sistema, non abbiamo nemmeno più partiti che ci dicono quale sistema vogliono. Nessuno di loro dice che tipo di organizzazione politica l’Italia dovrebbe seguire.</p>
<p><strong>Quindi la possibilità di costruire un campo largo di centrosinistra e un campo largo di centrodestra può funzionare?</strong><br />
La parola chiave di questi campi quale sarebbe? Cosa hanno in comune centrosinistra e centrodestra? Vede, io ho sempre avuto molti più amici nell’estrema sinistra che nel centrosinistra. Ho grande stima, simpatia e amicizia per gli unici due comunisti rimasti nel nostro paese, che sono Marco Rizzo e Piero Sansonetti. Non ho stima invece per gli innumerevoli veri comunisti che hanno paura e vergogna di dire che lo sono.</p>
<p><strong>E a destra cosa c’è?</strong><br />
Anche peggio. Forza Italia dovrebbe essere ancora un movimento liberale ma il normale invecchiamento di Silvio Berlusconi ha praticamente privato la direzione del partito. Questo è stato uno degli errori che ha commesso Berlusconi, il non aver scelto accuratamente un sostituto.</p>
<p><strong>Una delle battaglie più importanti del M5S è stata quella del reddito di cittadinanza. Potremo mai vedere applicata in Italia l’imposta negativa sul reddito, uno strumento di politica fiscale puramente liberista, ideato da un suo caro amico Milton Friedman?</strong><br />
Tra reddito di cittadinanza e imposta negativa sul reddito c’è una differenza abissale. Mentre l’imposta negativa sul reddito lascia intatti gli incentivi a lavorare e produrre, il reddito di cittadinanza è un’invenzione che aiuta il diffondersi della disoccupazione. Nessuno rinuncerebbe al reddito di cittadinanza se non guadagnasse abbastanza più di quanto gli garantisce il reddito gli garantisca. Demagogia pura.</p>
<p><strong>Quali gradi di libertà dobbiamo ancora conquistare in Italia?</strong><br />
C’è un intero universo di libertà che dobbiamo recuperare, perché prima esistevano, o inventarci, perché si riferiscono a problemi nuovi e alla nostra realtà moderna. Io sono favorevole a qualsiasi provvedimento che accresca le libertà personali. Ci sono libertà che esistevano e che oggi non ci sono più, libertà che esistono e che vanno difese sempre, libertà nuove da conquistare, anche con la rivoluzione!</p>
<p><strong>Lei che liberale è?</strong><br />
Io sono reazionario per recuperare libertà che sono state perdute, conservatore per difendere libertà ancora esistenti, rivoluzionario quando la situazione non ci consente altra via per tornare liberi, progressista sempre perché senza libertà non c’è progresso. Sembrerebbe quindi che io sia un animale pieno di contraddizioni ma invece no, sono semplicemente un liberale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/ilcaffledelmercoledi-antonio-martino-16022022/">#ilcafFLEdelmercoledi &#8211; Antonio Martino</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>&#8220;Globalisti vs populisti? La contrapposizione rimane tra liberali e statalisti&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/globalisti-contro-populisti-la-contrapposizione-rimane-tra-liberali-e-statalisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Aug 2018 16:37:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[milton friedman]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Von Hayek, Friedman, Luigi Einaudi, l&#8217;euro e il futuro del centrodestra: ne parla Antonio Martino in questa intervista ad Alessandro Rico per La Verità «Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei giganti del pensiero del XX secolo. Durante il mio periodo di studi, a Chicago, sono stato allievo di ben sette economisti futuri premi [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Von Hayek, Friedman, Luigi Einaudi, l&#8217;euro e il futuro del centrodestra: ne parla Antonio Martino in questa intervista ad Alessandro Rico per La Verità</em></p>
<p>«Ho avuto la fortuna di conoscere alcuni dei giganti del pensiero del XX secolo. Durante il mio periodo di studi, a Chicago, sono stato allievo di ben sette economisti futuri premi Nobel». <strong>Antonio Martino</strong>, una miniera di esperienze e di ricordi di grandi intellettuali del Novecento, è un liberale vecchio stampo, di formazione angloamericana e vicino alla Scuola austriaca, reaganiano e thatcheriano (una foto che lo ritrae con la Lady di ferro campeggia sulla home page del suo blog). È figlio d’arte: suo padre Gaetano fu ministro degli Esteri, poi presidente del Parlamento europeo dal 1962 al 1964, tra i protagonisti della conferenza di Messina del 1955 che gettò le premesse per l&#8217;Euratom e la stipula dei trattati di Roma, che istituirono la Comunità economica europea. Martino è stato professore di storia e politica monetaria alla Luiss di Roma, ministro degli Esteri nel primo governo Berlusconi e della Difesa quando il Cavaliere tornò a Palazzo Chigi nel 2001.</p>
<p><strong>Professor Martino, ma tra questi «giganti» quale ricorda con più ammirazione?</strong></p>
<p>«Non è facile scegliere. Ho conosciuto uno dei più importanti teorici del liberalismo, Friedrich von Hayek. Ma il mio vero maestro fu Milton Friedman, Nobel per l’economia nel 1976».</p>
<p><strong>Ma Friedman non era quello contrario all’euro?</strong></p>
<p>«Se non ha fretta, le spiego bene come stanno le cose».</p>
<p><strong>Nessuna fretta, prego.</strong></p>
<p>«Con Friedman ebbi una corrispondenza quando mia figlia lavorò a una tesi di laurea in scienze politiche sull’euro, muovendo alcuni rilievi alla costruzione della moneta unica. Quando gli riferii il contenuto della tesi lui mi disse che era d&#8217;accordo con quelle critiche, ma aggiunse anche delle precisazioni».</p>
<p><strong>Quali?</strong></p>
<p>«Si disse sorpreso dal fatto che all’inizio l&#8217;euro aveva effettivamente avvicinato tra loro le politiche economiche dei Paesi europei».</p>
<p><strong>Quindi all’inizio l’euro funzionava?</strong></p>
<p>«Aveva indubbiamente contribuito al raggiungimento di uno degli obiettivi che si prefiggevano i suoi ideatori: l&#8217;integrazione. Però&#8230;».</p>
<p><strong>Però&#8230;</strong></p>
<p>«Ecco, Friedman mi disse che però con la moneta unica l&#8217;Europa &#8220;si era chiusa in una gabbia e aveva buttato via la chiave&#8221;. Se l&#8217;euro avesse smesso di funzionare, non ci sarebbe stato un piano per uscirne in modo ordinato».</p>
<p><strong>Allora faceva bene Paolo Savona a parlare di piano B?</strong></p>
<p>«lo conosco da anni Savona e la penso diversamente da lui, che è un uomo di sinistra. Però siamo entrambi critici del progetto dell’euro e abbiamo il coraggio delle nostre idee. Un altro che ha contestato la moneta unica, per ragioni opposte alle mie, è Giorgio La Malfa».</p>
<p><strong>Quindi lei è un liberale euroscettico?</strong></p>
<p>«Io sono fortemente critico verso l’Unione europea, ma non sono un euroscettico».</p>
<p><strong>Che differenza c’è?</strong></p>
<p>«La differenza, visto anche chi era mio padre Gaetano, è che io voglio salvare l&#8217;Unione. E credo che quanto è stato fatto finora in Europa non ne favorisca l’unificazione, ma piuttosto miri all&#8217;uniformità».</p>
<p><strong>Mi faccia capire meglio.</strong></p>
<p>«Le faccio un esempio banale. Negli Stati Uniti ci sono 50 Stati e 50 targhe automobilistiche diverse. Eppure questo non incide sull&#8217;unione politica del Paese. In Europa invece, ci è stato imposto lo stesso tipo di targa. Che senso ha?».</p>
<p><strong>Ma allora perché quelli che in Italia si definiscono liberali sono tutti pro Ue e pro euro?</strong></p>
<p>«Il fatto è che sulla definizione di liberale non c’è copyright. E quelli che si definiscono tali non la pensano tutti allo stesso modo».</p>
<p><strong>Non sono veri liberali?</strong></p>
<p>«Sono liberali su alcune cose e non su altre. Essere coerentemente liberali, d’altronde, non è per niente semplice».</p>
<p><strong>Lei è un liberista, ma nel 2012 votò contro il pareggio di bilancio in Costituzione.</strong></p>
<p>«Votai contro il fiscal compact. Il pareggio di bilancio c’era già ed era stato voluto da due persone che la pensavano in modo diversissimo: Luigi Einaudi liberale e liberista ed Ezio Vanoni, cattolico di sinistra e favorevole alla programmazione economica».</p>
<p><strong>Lo chiedo a un esponente storico come lei: che fine ha fatto il centrodestra italiano?</strong></p>
<p>«Probabilmente non c’è mai stato davvero».</p>
<p><strong>Scusi, Silvio Berlusconi non ha governato per nove anni e mezzo?</strong></p>
<p>«Appunto. Il centrodestra fu una sua invenzione. Fu lui a mettere insieme partiti che tra loro erano addirittura avversari, in particolare Alleanza nazionale e la Lega Nord. Prima Gianfranco Fini e Umberto Bossi non si parlavano neppure. Fu un piccolo miracolo».</p>
<p><strong>Oggi quella coalizione creata «per miracolo» non esiste più?</strong></p>
<p>«No, non c’è più. La Lega di Matteo Salvini ha scelto di costituire un governo con il Movimento 5 stelle, che non è inquadrabile in nessuno degli schieramenti cui eravamo abituati».</p>
<p><strong>È colpa di Salvini?</strong></p>
<p>«La responsabilità è di chi ha costruito un’alleanza che non può essere considerata né di centrodestra né di centrosinistra. Perché se è vero che il centrodestra non esiste più, è vero che pure il centrosinistra è scomparso».</p>
<p><strong>E allora qual è la contrapposizione politica del futuro? Globalisti contro populisti?</strong></p>
<p>«La vera contrapposizione resta sempre tra liberali e statalisti, tra chi vuole più intervento pubblico e chi vuole meno Stato, meno tasse, meno restrizioni e più libertà d’impresa economica. Solo che adesso è più difficile capire dove siano i liberali e dove gli statalisti. Ad esempio, per me i grillini sono davvero indecifrabili».</p>
<p><strong>Indecifrabili?</strong></p>
<p>«Sì, non saprei come qualificarli. La loro opposizione alle opere pubbliche mi sembra configurare una vera e propria ostilità al progresso. Da questo punto di vista i 5 stelle sono addirittura reazionari».</p>
<p><strong>E la Lega è liberale o statalista?</strong></p>
<p>«Secondo me nella Lega ci sono ancora molti liberali, il partito è rimasto quasi tutto idealmente di centrodestra. Lo stesso Salvini dice molte cose che sono coerenti con le idee della coalizione».</p>
<p><strong>Ma Berlusconi non ha nessuna colpa nella crisi del centrodestra?</strong></p>
<p>«Guardi io un altro come Berlusconi non l’ho mai conosciuto».</p>
<p><strong>Addirittura?</strong></p>
<p>«Quando mi disse che voleva entrare in politica io cercai di dissuaderlo: “Chi te lo fa fare?&#8217;, gli dissi. E lui: “Professore, lei non capisce: quando ero nell’edilizia, annunciai ai miei colleghi che avrei realizzato una città satellite a Milano. Mi risero in faccia e io poi ne ho fatte due. E così con il Milan e con Publitalia. È sempre stato avanti a tutti. Anche io quella volta gli risi in faccia; pochi mesi dopo era presidente del Consiglio».</p>
<p><strong>È vero che l’avrebbe voluta alla presidenza della Repubblica come successore di Giorgio Napolitano?</strong></p>
<p>«Sì. Mi telefonò e me lo disse: &#8220;Quando ho proposto ai gruppi parlamentari Antonio Martino come candidato di bandiera è partito un fragoroso applauso&#8221;».</p>
<p><strong>E lei cosa gli rispose?</strong></p>
<p>« Lo ringraziai, ma niente di più. Mia moglie poi mi scoraggiò: “Sette anni al Quirinale sono peggio di una condanna a morte”».</p>
<p><strong>Pensa che ora Forza Italia si alleerà con il Pd?</strong></p>
<p>«Non credo, però posso dirle una cosa?».</p>
<p><strong>Mi dica pure.</strong></p>
<p>«Matteo Renzi, con la rottamazione, è riuscito a privare il Partito democratico della sua radice storica comunista».</p>
<p><strong>Mi vuole convincere che non sarebbe così assurda un&#8217;intesa con questa sinistra?</strong></p>
<p>«No, assolutamente. Voglio dire soltanto che la vera crisi politica è questa: è il Pd a essere veramente allo sbando».</p>
<p><strong>E Giorgia Meloni come la vede?</strong></p>
<p>«La Meloni è una ragazza da non sottovalutare. Ha le idee chiare. non ha sempre ragione, ma è forte».</p>
<p><strong>Su che base programmatica potrebbe eventualmente rinascere il centrodestra?</strong></p>
<p>«Il problema è proprio questo: il centrodestra sfortunatamente non è nato su una base programmatica, ma su una personalità. Il centrodestra era Berlusconi. Dopo di lui c’è solo il nulla. 0 si trova qualcuno alla sua altezza, o il vecchio centrodestra scompare definitivamente».</p>
<p><strong>Antonio Tajani, ad esempio?</strong></p>
<p>«Con tutta la stima per Tajani, direi proprio che non regge il confronto con il Cavaliere».</p>
<p><strong>E Salvini?</strong></p>
<p>«Anche se si liberasse dei grillini, non ce lo vedo come leader e federatore della coalizione».</p>
<p><strong>Il governo Lega-5 stelle secondo lei durerà?</strong></p>
<p>«Cito una battuta del democristiano Publio Fiori: “Questo governo ha gli anni contati”&#8230;».</p>
<p><strong>Lei che è un esperto di esteri e un estimatore di Ronald Reagan: che ne pensa di Donald Trump?</strong></p>
<p>«Apprezzo soprattutto una cosa: che la sua elezione sia stata un sonoro pernacchio che gli americani hanno rivolto ai benpensanti di tutto il mondo».</p>
<p><strong>Ma davvero Trump vuole scatenare una guerra commerciale?</strong></p>
<p>«Non penso. L’ha usata come spauracchio per costringere l’Unione europea e la Cina ad adottare politiche commerciali più responsabili».</p>
<p><strong>Mi tolga un’ultima curiosità.</strong></p>
<p>«Volentieri».</p>
<p><strong>Lei ha avuto una carriera politica invidiabile. Si rimprovera qualcosa?</strong></p>
<p>«Il bilancio di questi 24 anni è buono. Ma se proprio dovessi rimproverarmi una cosa, mi rimprovererei di esserci entrato, in politica&#8230;».</p>
<p>Alessandro Rico, La Verità 27 maggio 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/globalisti-contro-populisti-la-contrapposizione-rimane-tra-liberali-e-statalisti/">&#8220;Globalisti vs populisti? La contrapposizione rimane tra liberali e statalisti&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La flat tax? Non è populista, ma rivoluzionaria</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-flat-tax-non-e-populista-ma-rivoluzionaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Feb 2018 14:39:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
		<category><![CDATA[milton friedman]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Antonio Martino, allievo di Milton Friedman, spiega i benefici dell&#8217;aliquota unica in questa intervista televisiva del 7 febbraio 2018 [spacer height=&#8221;20px&#8221;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Antonio Martino</strong>, allievo di Milton Friedman, spiega i benefici dell&#8217;aliquota unica in questa intervista televisiva del 7 febbraio 2018 [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
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		<title>&#8220;Per svegliare il Paese serve l&#8217;aliquota unica&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-svegliare-il-paese-serve-laliquota-unica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Jan 2018 15:43:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[flat tax]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista ad Antonio Martino di Francesco Rigatelli, pubblicata su Libero del 22 gennaio 2018 Antonio Martino, 75 anni, economista allievo di Milton Friedman, già preside di Economia alla Luiss, ex ministro degli Esteri e della Difesa nei governi Berlusconi, tifa da casa per qualsiasi riforma possa scioccare il Belpaese addormentato. Professore, cosa pensa dei numeri [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-svegliare-il-paese-serve-laliquota-unica/">&#8220;Per svegliare il Paese serve l&#8217;aliquota unica&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Intervista ad Antonio Martino di Francesco Rigatelli, pubblicata su Libero del 22 gennaio 2018</em></p>
<p>Antonio Martino, 75 anni, economista allievo di Milton Friedman, già preside di Economia alla Luiss, ex ministro degli Esteri e della Difesa nei governi Berlusconi, tifa da casa per qualsiasi riforma possa scioccare il Belpaese addormentato.</p>
<p><strong>Professore, cosa pensa dei numeri sparati dai vari candidati in campagna elettorale?</strong></p>
<p>Purtroppo i numeri sono la parte più difficile della propaganda politica, perché richiedono esperti e ricerche. Lasciamoli fare tanto si vota presto.</p>
<p><strong>La riforma che propone Berlusconi è la flat tax al 23% per tutti. Costo ipotizzato circa 100 miliardi. È possibile?</strong></p>
<p>Non lo ricorda nessuno, ma era nel nostro programma del 1994. Il gettito di tutte le imposte dirette sul pil è basso e anche un&#8217;aliquota minore del 23% lo farebbe aumentare. Chi è ricco oggi non paga le tasse, ma il tributarista che lo aiuta e eludere. Quando Tremonti aprì lo studio raccontò di aver fatto erodere 600 miliardi di tasse ai clienti. Non è l&#8217;evasione che penalizza lo Stato, quanto l&#8217;elusione. La flat tax dunque non è solo possibile, ma desiderabile. E lo choc di cui l&#8217;Italia ha bisogno.</p>
<p><strong>Lei ci crede ancora a Berlusconi?</strong></p>
<p>Ci ho sempre creduto con beneficio di inventario. Lui è fenomenale nel raccontare balle convincendosene. Non è disonesto, è onesto, solo un po&#8217; fantasioso. Poi alcune promesse le ha realizzate, come il milione di posti di lavoro del 1994.</p>
<p><strong>Se vince il centrodestra chi potrebbe fare il premier?</strong></p>
<p>Possiamo parlarne male da qui a Pasqua, ma nel centrodestra uno come Berlusconi non c&#8217;è.</p>
<p>Lei quali riforme suggerirebbe?</p>
<p>Nessun Paese ha una crescita solida se la spesa pubblica supera la meta del reddito nazionale, dunque bisogna tagliarla. A cominciare dalla sanità affidata alla regioni, che pesa per un quarto del totale.</p>
<p><strong>Un&#8217;espressione che ritorna in campagna elettorale è che un governo M5S sarebbe un pericolo economico, in fondo ha insinuato anche il commissario europeo in materia Moscovici. E cosi?</strong></p>
<p>Moscovici non credo che conosca il M5S, io stesso so solo il poco che vedo e non mi piace. Non sanno governare, sono privi di cultura ed esperienza. Sono vestiti in modo approssimativo e volgari, inadatti alla responsabilità della guida di un Paese come l&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Come giudica l&#8217;operato di Gentiloni e Padoan?</strong></p>
<p>Il governo ha ragione nel dire the ci sono margini di ripresa, ma sono minimi. Per questo serve lo choc della flat tax. Gentiloni lo stimavo già da ministro degli Esteri e ancora oggi. Padoan ha gestito bene l&#8217;esistente, ma io credo serva cambiare profondamente.</p>
<p><strong>La sinistra si è divisa e non ha una proposta forte come la flat tax. Che ne pensa?</strong></p>
<p>Le mie idee sono all&#8217;opposto, ma ho più amici in quel campo che nel mio perché ci sono tante persone per bene, ma sono autolesioniste. Litigano sul sesso degli angeli e trovo incomprensibile la scissione e il comportamento di D&#8217;Alema. Renzi ha perso credibilità, la sua riforma costituzionale era sbagliata ma ci si era impegnato, però poi ha parlato troppo e ci si è accorti che non aveva sostanza.</p>
<p><strong>Da tutti i programmi è sparita l’uscita dall’euro. Come mai?</strong></p>
<p>Il coraggio dell&#8217;anticonformismo è raro. lo sono sempre stato critico della costruzione dell’euro a tavolino. Prima o poi questo problema dovremo porcelo, magari adottando una moneta parallela per traghettarci all&#8217;uscita, ma non è questo il momento perché ora creerebbe più problemi di quanti ne risolverebbe.</p>
<p><strong>Giusta o sbagliata che sia la Brexit, il Regno Unito si attrezza senza paura a far da sè. L&#8217;Italia potrebbe?</strong></p>
<p>Noi siamo più invischiati di loro, perché siamo dentro sin dall&#8217;inizio. Ho visto con favore la Brexit come segnale forte a Bruxelles. Gli inglesi avranno dei problemi, ma li risolveranno perché ne sono in grado.</p>
<p><strong>Si discute di una francesizzazione del Nord Italia. Che ne pensa?</strong></p>
<p>È positivo: capitali esteri investiti in Italia che ci fanno più ricchi. La nazionalità della proprietà è irrilevante.</p>
<p><strong>Sta seguendo le riforme di Trump?</strong></p>
<p>Quella fiscale è buona e darà una frustata notevole allo sviluppo americano. Trump non è Reagan, ma neanche Obama. Lasciamolo lavorare.</p>
<p><strong>Quali sono le scuole di pensiero economico ancora attuali per comprendere la realtà?</strong></p>
<p>Le rispondo con la frase di Maffei Pantaleoni: in economia ci sono solo due scuole, quelli che la sanno e quelli che non la sanno. E sono perennemente in guerra tra loro.</p>
<p><strong>Lei come si definisce oggi?</strong></p>
<p>Liberale, monetarista e un po&#8217; libertario. Non ho più l’età di essere libertino e mi dispiace.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/per-svegliare-il-paese-serve-laliquota-unica/">&#8220;Per svegliare il Paese serve l&#8217;aliquota unica&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Antonio Martino: “Draghi fa male all’Europa, Padoan all’Italia”[:en]Antonio Martino: &#8220;Draghi fa male all&#8217;Europa, Padoan all&#8217;Italia&#8221;</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/antonio-martino-draghi-fa-male-alleuropa-padoan-allitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2017 15:55:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:en]L'ex ministro intervistato da Libero[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/antonio-martino-draghi-fa-male-alleuropa-padoan-allitalia/">Antonio Martino: “Draghi fa male all’Europa, Padoan all’Italia”[:en]Antonio Martino: &#8220;Draghi fa male all&#8217;Europa, Padoan all&#8217;Italia&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Ebbene sì, anch&#8217;io ho uno scheletro nell&#8217;armadio. Fui io a suggerire a Berlusconi di nominare Mario Monti alla Commissione Europea. Lui non voleva accettare».</p>
<p><strong>Si è comportato meglio a Bruxelles che a Roma?</strong><br />
«Diceva che non era il mestiere suo, e aveva ragione. Ha lavorato bene per sé, aumentando la propria credibilità personale ma questo non è vero in assoluto perché ha acquisito consensi in un ambiente che ragiona male».</p>
<p><strong>Gli italiani a Bruxelles piegano sempre la testa?</strong><br />
«Il peggiore fu Prodi, pessimo da presidente della Ue almeno quanto lo era stato da presidente dell&#8217; Iri. Allargò l&#8217;Unione senza darle unità. Non seppe imporre una propria visione, alla fine divenne perfino oggetto di pubblico scherno».</p>
<p><strong>Immagino che lei non apprezzi neppure la Mogherini, rappresentante dell&#8217; Unione per gli Affari Esteri?</strong><br />
«E come faccio? Il suo dipartimento non esiste, è completamente privo di utilità. La ragione principale del fallimento della Ue è proprio questa: gli Stati europei in realtà non puntano all&#8217;unità politica e a un&#8217;Europa forte perché questo comporterebbe la rinuncia alla sovranità nazionale su difesa e politica estera e nessuno è disposto a questo».</p>
<p><strong>La Germania sembrava voler lanciare un&#8217;Europa a due velocità, dove chi voleva poteva procedere a politiche estere comuni.</strong></p>
<p>«Mi sembrava più che altro un escamotage verbale per esortare gli Stati più forti a mollare gli altri. Oppure un mezzo ricatto: o state con noi o state fuori. Ma poi le parole della Merkel sono state interpretate come un preludio al doppio euro, Draghi è intervenuto a stopparla e lei, che in questo momento è in grande difficoltà perché è indietro nei sondaggi e in Germania presto si vota, ha dovuto abbozzare».</p>
<p><strong>Doppia moneta, allora è possibile uscire dall&#8217;euro?</strong><br />
«Certo che è possibile. Non è semplice né indolore; anzi, è costoso e difficile, ma è realizzabile».</p>
<p><strong>Il punto è se ci converrebbe.</strong><br />
«Non risolverebbe il problema dell&#8217; enorme spesa pubblica che abbiamo ma ci libererebbe dalla schiavitù di una politica economica decisa dagli altri. Non è affatto detto che staremmo peggio, anche perché non bisogna dimenticare che in Europa ognuno pensa per sé e la nostra economia spesso è stata attaccata e scientemente impoverita dai partner Ue. Sono d&#8217;accordo con l&#8217;ex leader della sinistra tedesca Joschka Fischer, secondo cui la Germania ha distrutto due volte l&#8217;Europa con i carri armati e per la terza volta ci sta provando con le banche».</p>
<p><strong>Come si potrebbe uscire?</strong><br />
«Si torna alla lira in concorrenza con l&#8217;euro. In un paio d&#8217;anni il tasso di cambio tra le due monete si stabilizza. A quel punto, con un rapporto di cambio deciso dal mercato, si converte in lire il debito pubblico. È il piano che, assieme a diversi economisti europei, avevamo previsto nel 2012 per l&#8217;uscita della Grecia».</p>
<p><strong>Ma usciremo o no dall&#8217; euro?</strong><br />
«Di certo non credo a un&#8217;uscita frutto di una scelta razionale. Temo piuttosto che possa essere determinata da eventi convulsi e questo mi spaventa. Bisognerebbe iniziare a studiare un&#8217;uscita morbida già adesso. Anzi, il piano andava studiato quando è stata avviata la moneta unica: adottare una decisione importante senza valutare la possibilità che non abbia successo è come chiudersi in una stanza buttando la chiave: come si esce poi? È stato fatto un tragico errore».</p>
<p><strong>Per la verità non l&#8217;unico.</strong></p>
<p>«Un altro terribile errore fu creare l&#8217;euro intorno a un tavolo, dove degli esperti hanno deciso senza confrontarsi con il mercato che un pezzo di carta, che non era mai stato usato come moneta, avrebbe dovuto avere per sempre il valore di 1936,27 lire. Ma se fosse possibile stabilire oggi e per sempre il valore di una moneta non ci sarebbe più la miseria nel mondo, basterebbe continuare a stamparla».</p>
<p><strong>L&#8217; euro ha aggravato la grande crisi che ha colpito l&#8217;Europa?</strong><br />
«Più che aggravarla, ha contribuito in modo decisivo a determinarla. L&#8217;euro avrebbe avuto bisogno di un paio d&#8217; anni di circolazione parallela con le monete nazionali. Introdurlo dall&#8217;oggi al domani ha causato un impoverimento di tutti i cittadini europei, che si sono comportati come si fa sempre quando si ha per le mani una moneta che non è la propria e di cui non si conosce il valore reale: hanno cominciato a spendere con più facilità. Chi prima dell&#8217;euro lasciava mance di duemila lire? È così che il potere d&#8217; acquisto si è ridotto rapidamente e il valore reale dei redditi è crollato».</p>
<p><strong>Meno male che c&#8217; è Draghi alla Banca Centrale Europea?</strong><br />
«Non mi accodo al coro di elogi unanimi verso il governatore. Il suo quantitative easing non serve a far ripartire l&#8217;economia, com&#8217;era prevedibile visto che la domanda di credito non dipende solo dalla disponibilità delle banche ma bisogna creare anche le condizioni di convenienza a investire. Se poi un giorno l&#8217;economia dovesse mai ripartire, grazie alle iniezioni di denaro della Bce rischiamo di trovarci davanti a un&#8217;impennata dell&#8217;inflazione».</p>
<p><strong>Non l&#8217; hanno fatta mai ministro dell&#8217;Economia per il suo anti-europeismo?</strong><br />
«Ma guardi che io sono un europeista, è l&#8217;Unione Europea a non esserlo davvero. Comunque sono stato io a non voler fare il ministro dell&#8217;Economia, ho preferito gli Esteri, il ministero era più vicino a casa e aveva un parcheggio più grande».</p>
<p><strong>Sia serio, professore&#8230;</strong><br />
«All&#8217;inizio non avrei neppure voluto candidarmi in Parlamento perché la politica è compromesso e questo non mi piace. Ma il mio professore Milton Friedman mi disse: &#8220;Candidati e fai compromessi sui dettagli e non sulle cose importanti&#8221;. Per me essere un economista liberale era la cosa più importante: su questa non potevo fare compromessi, mi avrebbero screditato».</p>
<p><strong>Mi sta dicendo tra le righe che l&#8217; Italia non sarà mai un Paese davvero liberale?</strong><br />
«Non è detto, la maggioranza degli italiani ha un&#8217; aspirazione liberale. Berlusconi ha sempre vinto le sue campagne elettorali promettendo un&#8217;Italia liberale e ha cominciato a perdere consenso quando i cittadini hanno visto tradita la promessa di una rivoluzione liberale».</p>
<p><strong>Però poi questa benedetta rivoluzione liberale Berlusconi non ebbe mai il coraggio di farla.</strong></p>
<p>«Più che il coraggio direi la forza: fu fermato dagli alleati, che in campagna elettorale appoggiavano i nostri programmi ma dopo le vittorie si sfilavano. Sono i limiti di un governo di coalizione: ogni membro della coalizione per garantirsi la sua fetta di consenso elettorale si adopera per emergere, anche a costo di tradire il programma elettorale».</p>
<p><strong>Ha fatto anche degli errori.</strong></p>
<p>«Tragici i presidenti delle Camere: Pivetti, Casini e Fini non ci hanno mai aiutato».</p>
<p><strong>Adesso il centrodestra sembra ancora più diviso: in teoria unito sarebbe primo nei sondaggi ma la sensazione è che non troverà il bandolo della matassa.</strong></p>
<p>«Berlusconi non ha ancora deciso se stare con Salvini o con Renzi. Si rende conto che il centrodestra dev&#8217;essere unito se vuole dare battaglia a Cinquestelle e sinistra ma sa anche che un&#8217;alleanza unita sulle posizioni estremiste di Salvini e Meloni danneggerebbe Forza Italia».</p>
<p><strong>Come se ne esce?</strong><br />
«Silvio è in grado di sbagliare da solo senza bisogno dei miei consigli. Io comincerei a scrivere un programma vincolante, chiaro e calendarizzato e vedere chi ci sta. E alla peggio, andare da solo».</p>
<p><strong>Su euro e Ue Berlusconi e Salvini non vanno d&#8217;accordo.</strong></p>
<p>«Quelle sono battaglie ideologiche. Si accordino su un programma concreto e non necessariamente ampio. Abolire le Regioni, separare magistratura giudicante da magistratura inquirente, fare un&#8217;unica aliquota fiscale e introdurre un welfare selettivo, per cui le medicine non siano gratuite per il milionario e il poveraccio. Su questi temi l&#8217;accordo si può trovare e Berlusconi ha una visione comunque più vicina a Lega e Fdi che alla sinistra. L&#8217; idea della grande coalizione con Renzi, presa in prestito dal modello tedesco, sarebbe un errore».</p>
<p><strong>Lei che è per un governo forte, ha votato Sì al referendum?</strong><br />
«Ho votato No. Il referendum di dicembre era solo una mossa politica di facciata con cui Renzi voleva rafforzare il proprio potere. L&#8217; unica cosa innovativa, ma in senso negativo, era il nuovo ruolo del Senato, ridisegnato come amplificatore delle Regioni, l&#8217;ente pubblico più marcio di tutti. Il rafforzamento del potere del governo era affidato invece all&#8217; Italicum, la riforma elettorale che la Corte Costituzionale ha bocciato».</p>
<p><strong>Cosa pensa del governo Renzi?</strong><br />
«Non ha ridotto né le spese né il debito pubblico. Anzi, ha mandato via tre commissari alla spending review. Per il resto, Renzi non è un economista e non gli do tante colpe. Me la prendo invece con il ministro dell&#8217;Economia Padoan, che non lo ha saputo consigliare e non ha tradotto in qualcosa di rivoluzionario le intenzioni dell&#8217;ex premier».</p>
<p><strong>Chi vince le elezioni in Italia?</strong><br />
«Non ne ho idea. Certo ritengo che il successo di M5S non sia inarrestabile. Calano. E anche il Pd è in grande crisi, non si sa bene cosa sia, è composto da persone che hanno radici politiche molto diverse, non c&#8217; è più disciplina di partito, ognuno vuole distinguersi. A confronto la Dc delle correnti era un monolite. Ripeto, c&#8217;è un corridoio vincente in cui il centrodestra può infilarsi».</p>
<p><strong>Guardando all&#8217;estero, si augura che in Francia vinca la Le Pen?</strong><br />
«Sarebbe uno schiaffo niente male ai benpensanti. Un modo per ribadire che la realtà non va per forza nella direzione in cui si sforza di indirizzarla il pensiero unico. Il terzo schiaffo, dopo la Brexit e Trump».</p>
<p><strong>Gode del successo di Trump?</strong><br />
«Sì, perché è stata una vittoria della democrazia. Sfatiamo il mito di Obama, è stato il peggior presidente della storia americana. Un disastro in politica estera ma anche in economia: ha raddoppiato e fatto declassare il debito Usa e ha fatto una riforma della sanità che costa ai ceti bassi e medi».</p>
<p><strong>Ma Trump è un protezionista, un liberista come lei non dovrebbe apprezzarlo.</strong></p>
<p>«Non è certo Reagan ma sarà migliore di quanto sarebbe stata la Clinton. Non mi piace il suo protezionismo commerciale perché ritengo lo scambio una ricchezza soprattutto per chi riceve ma taglierà le tasse, metterà spalle al muro gli eurosauri e combatterà Isis e Cina».</p>
<p><strong>La Brexit si rivelerà un affare o un disastro per l&#8217; Inghilterra?</strong><br />
«Londra avrà problemi di adattamento ma poi farà una riforma fiscale sul modello dell&#8217; Irlanda e andrà incontro a un boom economico». [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p>Pietro Senaldi, <em>Libero</em> 14 febbraio 2017</p>
<p>&nbsp;[:en]«Ebbene sì, anch&#8217;io ho uno scheletro nell&#8217; armadio. Fui io a suggerire a Berlusconi di nominare Mario Monti alla Commissione Europea. Lui non voleva accettare».</p>
<p><strong>Si è comportato meglio a Bruxelles che a Roma?</strong><br />
«Diceva che non era il mestiere suo, e aveva ragione. Ha lavorato bene per sé, aumentando la propria credibilità personale ma questo non è vero in assoluto perché ha acquisito consensi in un ambiente che ragiona male».</p>
<p><strong>Gli italiani a Bruxelles piegano sempre la testa?</strong><br />
«Il peggiore fu Prodi, pessimo da presidente della Ue almeno quanto lo era stato da presidente dell&#8217; Iri. Allargò l&#8217;Unione senza darle unità. Non seppe imporre una propria visione, alla fine divenne perfino oggetto di pubblico scherno».</p>
<p><strong>Immagino che lei non apprezzi neppure la Mogherini, rappresentante dell&#8217; Unione per gli Affari Esteri?</strong><br />
«E come faccio? Il suo dipartimento non esiste, è completamente privo di utilità. La ragione principale del fallimento della Ue è proprio questa: gli Stati europei in realtà non puntano all&#8217; unità politica e a un&#8217;Europa forte perché questo comporterebbe la rinuncia alla sovranità nazionale su difesa e politica estera e nessuno è disposto a questo».</p>
<p><strong>La Germania sembrava voler lanciare un&#8217;Europa a due velocità, dove chi voleva poteva procedere a politiche estere comuni.</strong> «Mi sembrava più che altro un escamotage verbale per esortare gli Stati più forti a mollare gli altri. Oppure un mezzo ricatto: o state con noi o state fuori. Ma poi le parole della Merkel sono state interpretate come un preludio al doppio euro, Draghi è intervenuto a stopparla e lei, che in questo momento è in grande difficoltà perché è indietro nei sondaggi e in Germania presto si vota, ha dovuto abbozzare».</p>
<p><strong>Doppia moneta, allora è possibile uscire dall&#8217; euro?</strong><br />
«Certo che è possibile. Non è semplice né indolore; anzi, è costoso e difficile, ma è realizzabile».</p>
<p><strong>Il punto è se ci converrebbe.</strong><br />
«Non risolverebbe il problema dell&#8217; enorme spesa pubblica che abbiamo ma ci libererebbe dalla schiavitù di una politica economica decisa dagli altri. Non è affatto detto che staremmo peggio, anche perché non bisogna dimenticare che in Europa ognuno pensa per sé e la nostra economia spesso è stata attaccata e scientemente impoverita dai partner Ue. Sono d&#8217; accordo con l&#8217;ex leader della sinistra tedesca Joschka Fischer, secondo cui la Germania ha distrutto due volte l&#8217; Europa con i carri armati e per la terza volta ci sta provando con le banche».</p>
<p><strong>Come si potrebbe uscire?</strong><br />
«Si torna alla lira in concorrenza con l&#8217; euro. In un paio d&#8217; anni il tasso di cambio tra le due monete si stabilizza. A quel punto, con un rapporto di cambio deciso dal mercato, si converte in lire il debito pubblico. È il piano che, assieme a diversi economisti europei, avevamo previsto nel 2012 per l&#8217;uscita della Grecia».</p>
<p><strong>Ma usciremo o no dall&#8217; euro?</strong><br />
«Di certo non credo a un&#8217; uscita frutto di una scelta razionale. Temo piuttosto che possa essere determinata da eventi convulsi e questo mi spaventa. Bisognerebbe iniziare a studiare un&#8217;uscita morbida già adesso. Anzi, il piano andava studiato quando è stata avviata la moneta unica: adottare una decisione importante senza valutare la possibilità che non abbia successo è come chiudersi in una stanza buttando la chiave: come si esce poi? È stato fatto un tragico errore».</p>
<p><strong>Per la verità non l&#8217;unico.</strong></p>
<p>«Un altro terribile errore fu creare l&#8217;euro intorno a un tavolo, dove degli esperti hanno deciso senza confrontarsi con il mercato che un pezzo di carta, che non era mai stato usato come moneta, avrebbe dovuto avere per sempre il valore di 1936,27 lire. Ma se fosse possibile stabilire oggi e per sempre il valore di una moneta non ci sarebbe più la miseria nel mondo, basterebbe continuare a stamparla».</p>
<p><strong>L&#8217; euro ha aggravato la grande crisi che ha colpito l&#8217; Europa?</strong><br />
«Più che aggravarla, ha contribuito in modo decisivo a determinarla. L&#8217; euro avrebbe avuto bisogno di un paio d&#8217; anni di circolazione parallela con le monete nazionali. Introdurlo dall&#8217; oggi al domani ha causato un impoverimento di tutti i cittadini europei, che si sono comportati come si fa sempre quando si ha per le mani una moneta che non è la propria e di cui non si conosce il valore reale: hanno cominciato a spendere con più facilità. Chi prima dell&#8217;euro lasciava mance di duemila lire? È così che il potere d&#8217; acquisto si è ridotto rapidamente e il valore reale dei redditi è crollato».</p>
<p><strong>Meno male che c&#8217; è Draghi alla Banca Centrale Europea?</strong><br />
«Non mi accodo al coro di elogi unanimi verso il governatore. Il suo quantitative easing non serve a far ripartire l&#8217;economia, com&#8217; era prevedibile visto che la domanda di credito non dipende solo dalla disponibilità delle banche ma bisogna creare anche le condizioni di convenienza a investire. Se poi un giorno l&#8217;economia dovesse mai ripartire, grazie alle iniezioni di denaro della Bce rischiamo di trovarci davanti a un&#8217;impennata dell&#8217;inflazione».</p>
<p><strong>Non l&#8217; hanno fatta mai ministro dell&#8217; Economia per il suo anti-europeismo?</strong><br />
«Ma guardi che io sono un europeista, è l&#8217; Unione Europea a non esserlo davvero. Comunque sono stato io a non voler fare il ministro dell&#8217;Economia, ho preferito gli Esteri, il ministero era più vicino a casa e aveva un parcheggio più grande».</p>
<p><strong>Sia serio, professore&#8230;</strong><br />
«All&#8217;inizio non avrei neppure voluto candidarmi in Parlamento perché la politica è compromesso e questo non mi piace. Ma il mio professore Milton Friedman mi disse: &#8220;Candidati e fai compromessi sui dettagli e non sulle cose importanti&#8221;. Per me essere un economista liberale era la cosa più importante: su questa non potevo fare compromessi, mi avrebbero screditato».</p>
<p><strong>Mi sta dicendo tra le righe che l&#8217; Italia non sarà mai un Paese davvero liberale?</strong><br />
«Non è detto, la maggioranza degli italiani ha un&#8217; aspirazione liberale. Berlusconi ha sempre vinto le sue campagne elettorali promettendo un&#8217;Italia liberale e ha cominciato a perdere consenso quando i cittadini hanno visto tradita la promessa di una rivoluzione liberale».</p>
<p><strong>Però poi questa benedetta rivoluzione liberale Berlusconi non ebbe mai il coraggio di farla.</strong></p>
<p>«Più che il coraggio direi la forza: fu fermato dagli alleati, che in campagna elettorale appoggiavano i nostri programmi ma dopo le vittorie si sfilavano. Sono i limiti di un governo di coalizione: ogni membro della coalizione per garantirsi la sua fetta di consenso elettorale si adopera per emergere, anche a costo di tradire il programma elettorale».</p>
<p><strong>Ha fatto anche degli errori.</strong></p>
<p>«Tragici i presidenti delle Camere: Pivetti, Casini e Fini non ci hanno mai aiutato».</p>
<p><strong>Adesso il centrodestra sembra ancora più diviso: in teoria unito sarebbe primo nei sondaggi ma la sensazione è che non troverà il bandolo della matassa.</strong></p>
<p>«Berlusconi non ha ancora deciso se stare con Salvini o con Renzi. Si rende conto che il centrodestra dev&#8217;essere unito se vuole dare battaglia a Cinquestelle e sinistra ma sa anche che un&#8217;alleanza unita sulle posizioni estremiste di Salvini e Meloni danneggerebbe Forza Italia».</p>
<p><strong>Come se ne esce?</strong><br />
«Silvio è in grado di sbagliare da solo senza bisogno dei miei consigli. Io comincerei a scrivere un programma vincolante, chiaro e calendarizzato e vedere chi ci sta. E alla peggio, andare da solo».</p>
<p><strong>Su euro e Ue Berlusconi e Salvini non vanno d&#8217;accordo.</strong></p>
<p>«Quelle sono battaglie ideologiche. Si accordino su un programma concreto e non necessariamente ampio. Abolire le Regioni, separare magistratura giudicante da magistratura inquirente, fare un&#8217;unica aliquota fiscale e introdurre un welfare selettivo, per cui le medicine non siano gratuite per il milionario e il poveraccio. Su questi temi l&#8217;accordo si può trovare e Berlusconi ha una visione comunque più vicina a Lega e Fdi che alla sinistra. L&#8217; idea della grande coalizione con Renzi, presa in prestito dal modello tedesco, sarebbe un errore».</p>
<p><strong>Lei che è per un governo forte, ha votato Sì al referendum?</strong><br />
«Ho votato No. Il referendum di dicembre era solo una mossa politica di facciata con cui Renzi voleva rafforzare il proprio potere. L&#8217; unica cosa innovativa, ma in senso negativo, era il nuovo ruolo del Senato, ridisegnato come amplificatore delle Regioni, l&#8217;ente pubblico più marcio di tutti. Il rafforzamento del potere del governo era affidato invece all&#8217; Italicum, la riforma elettorale che la Corte Costituzionale ha bocciato».</p>
<p><strong>Cosa pensa del governo Renzi?</strong><br />
«Non ha ridotto né le spese né il debito pubblico. Anzi, ha mandato via tre commissari alla spending review. Per il resto, Renzi non è un economista e non gli do tante colpe. Me la prendo invece con il ministro dell&#8217;Economia Padoan, che non lo ha saputo consigliare e non ha tradotto in qualcosa di rivoluzionario le intenzioni dell&#8217;ex premier».</p>
<p><strong>Chi vince le elezioni in Italia?</strong><br />
«Non ne ho idea. Certo ritengo che il successo di M5S non sia inarrestabile. Calano. E anche il Pd è in grande crisi, non si sa bene cosa sia, è composto da persone che hanno radici politiche molto diverse, non c&#8217; è più disciplina di partito, ognuno vuole distinguersi. A confronto la Dc delle correnti era un monolite. Ripeto, c&#8217; è un corridoio vincente in cui il centrodestra può infilarsi».</p>
<p><strong>Guardando all&#8217; estero, si augura che in Francia vinca la Le Pen?</strong><br />
«Sarebbe uno schiaffo niente male ai benpensanti. Un modo per ribadire che la realtà non va per forza nella direzione in cui si sforza di indirizzarla il pensiero unico. Il terzo schiaffo, dopo la Brexit e Trump».</p>
<p><strong>Gode del successo di Trump?</strong><br />
«Sì, perché è stata una vittoria della democrazia. Sfatiamo il mito di Obama, è stato il peggior presidente della storia americana. Un disastro in politica estera ma anche in economia: ha raddoppiato e fatto declassare il debito Usa e ha fatto una riforma della sanità che costa ai ceti bassi e medi».</p>
<p><strong>Ma Trump è un protezionista, un liberista come lei non dovrebbe apprezzarlo.</strong></p>
<p>«Non è certo Reagan ma sarà migliore di quanto sarebbe stata la Clinton. Non mi piace il suo protezionismo commerciale perché ritengo lo scambio una ricchezza soprattutto per chi riceve ma taglierà le tasse, metterà spalle al muro gli eurosauri e combatterà Isis e Cina».</p>
<p><strong>La Brexit si rivelerà un affare o un disastro per l&#8217; Inghilterra?</strong><br />
«Londra avrà problemi di adattamento ma poi farà una riforma fiscale sul modello dell&#8217; Irlanda e andrà incontro a un boom economico». [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p>Pietro Senaldi, <em>Libero</em> 14 febbraio 2017</p>
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		<title>La corruzione, inseparabile compagna dell&#8217;intervento pubblico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Martino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 21:31:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Martino]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Fra contraenti privati la corruzione è quasi impossibile[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La corruzione continua a essere protagonista delle cronache giudiziarie italiane. Per questo, proponiamo un estratto da Semplicemente liberale, saggio di Antonio Martino pubblicato da Liberilibri nel 2004.</em></p>
<p>Se uno spende 10 ed incassa 100, si tratta di un buon affare; se uno spende 100 ed incassa 10, si tratta di un cattivo affare; se uno, per poter incassare 10, fa spendere 10 ad altri, si tratta dell’intervento pubblico e della sua inseparabile compagna, la corruzione. Fra contraenti privati la <strong>corruzione</strong> è quasi impossibile: nessuno spenderebbe di suo 100 per poter incassare una mancia di 10. La corruzione è possibile solo se la tangente viene incassata da persona diversa da quella che sopporta l’intero costo dell’operazione, l’ignaro contribuente. Lo statalismo è condizione necessaria e forse addirittura sufficiente di corruzione.</p>
<p>Stando così le cose, il danno che la corruzione arreca alla collettività non è affatto rappresentato da quanto incassato dal corrotto (10), ma da quanto il contribuente è stato costretto a sborsare (100) per consentire al corrotto di percepire<strong> la tangente</strong>. In altri termini, l’intervento pubblico non solo costituisce condizione necessaria di corruzione, ma ne misura anche la portata.</p>
<p>Non la tangente, è misura del nostro danno, ma lo spreco: la <strong>spesa pubblica</strong> superflua o artatamente gonfiata a livelli molto superiori a quelli strettamente necessari. Il che ci consente di pervenire ad un’importante conclusione: il dissesto finanziario dello Stato è interamente imputabile all’intreccio fra statalismo e corruzione che caratterizza il nostro tempo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-corruzione-inseparabile-compagna-dellintervento-pubblico/">La corruzione, inseparabile compagna dell&#8217;intervento pubblico</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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