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	<title>&#039;68 Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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		<title>I 3 grandi guasti prodotti dal &#8217;68</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jan 2018 17:27:09 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In attesa di festeggiare i suoi 50 anni, Marco Gervasoni, traccia un ritratto impietoso del &#8217;68. Per il docente e componente del Dipartimento storia e filosofia della FLE, i danni più gravi riguardarono a) istruzione, b) politica, e c) mentalità Ancora non è cominciato e già il cinquantesimo compleanno del ’68 si annuncia come un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>In attesa di festeggiare i suoi 50 anni, Marco Gervasoni, traccia un ritratto impietoso del &#8217;68. Per il docente e componente del Dipartimento storia e filosofia della FLE, i danni più gravi riguardarono a) istruzione, b) politica, e c) mentalità</em></p>
<p><strong>Ancora non è cominciato e già il cinquantesimo compleanno del ’68</strong> si annuncia come un Carnevale di canuti reduci e di nostalgici. In Francia, addirittura, il presidente Macron, pure nato quasi dieci anni dopo, proclama che la République festeggerà il Maggio, come fa regolarmente con la Rivoluzione del 1789.</p>
<p>Ma i motivi di giubilo, almeno da noi, francamente ci sfuggono.</p>
<p><strong>Il ’68 per quello che portò di positivo al Paese</strong>, fu per lo più inutile. In cambio, ha distrutto quanto vi era di solido, lasciando calcinacci e macerie senza contribuire a ricostruire nulla: buona parte dei guasti di cui paghiamo pegno oggi sono figli di quella stagione.</p>
<p><strong>Il ‘68 è stato inutile</strong>, o al più superfluo perché, a quel poco o tanto di libertà, di diritti individuali e di equità sociale introdotto in Italia, saremmo comunque arrivati anche senza il contributo della «contestazione».</p>
<h2>Lo scenario</h2>
<p>Il Paese che precedette il ’68 non era infatti un regno di tenebra della reazione: <strong>governava il centro-sinistra, con Aldo Moro premier e Pietro Nenni suo vice</strong>. E numerose riforme, dal divorzio allo Statuto dei lavoratori alle leggi per il Welfare, erano in discussione in Parlamento già da tempo.</p>
<p><strong>Semmai la spinta delle piazze le affrettò</strong> rendendo però quelle misure più radicali, quindi dannose per la tenuta, soprattutto dell’economia. Per dotarci di un pacchetto di leggi che sarebbero state introdotte egualmente, fummo sconvolti da tensioni e da scontri che, diversamente dagli altri paesi percorsi dalla contestazione, durarono quasi senza soluzione di continuità per più di un decennio.</p>
<h2>I risvolti</h2>
<p><strong>All’insorgenza dei movimenti studenteschi</strong> non seguì infatti una adeguata reazione da parte dei governi, come invece fecero Richard Nixon negli Usa, Georges Pompidou in Francia, e persino il socialista Willy Brandt in Germania occidentale.</p>
<p><strong>Anzi gli stessi esecutivi</strong>, sempre retti dall’alleanza tra democristiani e socialisti, concessero tutto o quasi ai movimenti: stimolando così la crescita sempre nuova di agitatori che reclamavano più «giustizia», in sostanza maggiore spesa pubblica. Proprio nel momento in cui, denunciava inascoltato il governatore della Banca d’Italia, <strong>Guido Carli</strong>, il Paese era già uscito dalla fase di crescita impetuosa e si stava impennando pericolosamente il debito pubblico. La carica tellurica dei movimenti del ’68 non risparmiò nessun ambito della vita civile, politica e sociale dell’Italia.</p>
<p><strong>I danni più gravi però secondo noi furono prodotti in tre universi</strong>: quello dell’istruzione, quello della politica, e quello che genericamente si può definire delle mentalità. La scuola italiana negli anni Sessanta aveva bisogno, più che riforme, di aggiustamenti, necessari a un paese diventato una società di massa. Ma il suo corpo era sano, da quello elementare fino all’Università.</p>
<h2>La legge</h2>
<p>Proprio degli atenei il governo Moro stava predisponendo una legge, detta <em>Gui</em> dal nome del ministro dell’Istruzione, che ancora oggi appare ottima ed equilibrata. Ma che fu affossata dalla convergenza tra le corporazioni dei baroni e i movimenti, che vi si opposero violentemente occupando le Università già nel 1966.</p>
<p><strong>Dopo aver ritirato il disegno Gui</strong>, il potere politico non fu più in grado di elaborare nulla di sensato per molti anni nel campo dell’istruzione, che divenne terreno di scorribanda di tutti gli estremismi e dell’egualitarismo sindacale; e corridoio di penetrazione del Partito comunista, che vide nel personale della scuola, fino a quel momento clientela democristiana, un nuovo bacino elettorale a cui attingere, naturalmente facendosi paladino di tutte le richieste corporative.</p>
<p><strong>La rovina più grave però fu arrecata all’autorità del docente</strong>: nella scienza e nell’istruzione non può esservi democrazia, e invece i contestatori affermarono, in maniera per lo più violenta, l’idea che la parola del docente vale quanto, se non meno, quella degli allievi.</p>
<p><strong>Difficile non vedere il preludio dei nostri tempi</strong> in cui gli esperti sono sbertucciati, e il parere di un medico sui vaccini conta quanto quello di un semi-analfabeta dotato di tastiera e di follower.</p>
<h2>Il risvolto politico</h2>
<p>Il secondo disastro il ‘68 lo produsse in politica: i movimenti furono la palestra dei terroristi che insanguinarono l’Italia, mentre il disordine paralizzò partiti e istituzioni già poco inclini a prendere decisioni. La classe politica che si formò negli anni seguenti al ‘68, anche quando non proveniente dal «movimento», si adeguò al clima; mentre democristiani patteggiarono quasi tutto con i contestatori, i comunisti cercarono di inglobarli, come fecero i nipotini di Berlinguer che poi dagli anni Novanta avrebbero governato l’Italia. Vinse così il pan politicismo, l’idea perniciosa che «tutto è politica».</p>
<h2>La mentalità</h2>
<p><strong>Il vulnus più grande il ‘68 l’ha inferto però alle mentalità</strong>. Se la contestazione fu un fenomeno occidentale, in Italia finì per conformarsi al carattere degli italiani: all’intreccio di anarchismo, egoismo particolaristico e ricerca di protezione (dallo Stato, ma non solo) che ci caratterizza, l’individualismo narcisista del ‘68 fece così da rumoroso amplificatore.</p>
<p><strong>E il liberalismo, già merce rara nelle mentalità degli italiani</strong>, divenne rivendicazione di «liberazione», la richiesta di maggiore equità si trasformò in egualitarismo, la difesa e la tutela dei diritti si mutò in «dirittismo»: l’idea tremenda che tutto ai cittadini sia dovuto (dallo Stato) senza beninteso adeguate contropartite in termini di doveri.</p>
<p><strong>E che tutto ciò debba essere chiamato «diritto»</strong>, facendo perdere al concetto il suo significato originario: così ecco il «diritto ad abortire», il «diritto alla casa» (che spingeva alle occupazioni), il «diritto a aumenti salariali», anche quando l’impresa stava per fallire, il «diritto alla salute», cioè sanità per tutti, senza guardare il reddito e le condizioni sociali, il «diritto allo studio», quindi tasse universitarie basse, bocciatura bandita nelle scuole superiori e 18 politico nelle università.</p>
<p><strong>È proprio così</strong>: come ci ripeteranno ad nauseam i nostalgici, il ’68 è il padre dell’Italia presente. [spacer height=&#8221;20px&#8221;]
<p><strong>Marco Gervasoni</strong>, <em>Il Messaggero</em> 2 gennaio 2018</p>
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