La normalizzazione dell’odio antisemita dentro e fuori gli stadi

La normalizzazione dell’odio antisemita dentro e fuori gli stadi

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Ormai sta diventando normale. Tragicamente normale. Ordinaria amministrazione. Odio antisemita quotidiano. Insulti razzisti in razione giornaliera. Dentro gli stadi, fuori degli stadi. Persino durante le feste. Sui muri delle città. Come è capitato ieri a Roma, dove energumeni della curva (presumibilmente, ma che conta? È uguale per tutti) giallorossa hanno voluto oltraggiare le tifoserie nemiche con un volantino con su scritto: «Lazio, Napoli, Israele, stessi colori, stesse bandiere: merde». Dove l’inserimento bianco e azzurro, del tutto fuori contesto calcistico, della bandiera di Israele nell’insulto collettivo sembra rafforzare l’offesa ai napoletani e ai laziali; siete come gli ebrei.

La stessa logica, chiamiamola così, che ispirò il gesto dei tifosi laziali quando lasciarono con intenti di derisione immagini di Anna Frank nella curva giallorossa. Come offendiamo i romanisti? Paragonandoli agli ebrei, come se il riferimento a una ragazza inghiottita nell’inferno della Shoah fosse il massimo dell’insulto. Come offendiamo laziali e napoletani? Paragonandolo agli ebrei, il massimo dell’insulto secondo loro, il colmo dell’abiezione, sempre secondo loro. Idiozia quotidiana. Demenza ordinaria. Antisemitismo e odio antiebraico di tutti i giorni. Antisemitismo normalizzato. La normalizzazione del razzismo è la cosa peggiore, contro la normalizzazione del razzismo c’è da combattere l’unica battaglia che va combattuta.

Non è questione di ordine pubblico. Se in un’allegra festa per l’anniversario della nascita della Lazio un gruppo di teppisti si allontana dalla compagnia festosa per aggredire i poliziotti e ferirne dieci, c’è qualcosa di malato in questa follia quotidiana. Se ad ogni trasferta del Napoli si intonano inni al Vesuvio per «lavare con il fuoco» i napoletani, c’è qualcosa di troppo normalizzato in questa perversione. Se il giocatore di colore della squadra avversaria viene aggredito con i «buuu» e addirittura fatto bersaglio di lancio di banane, allora la questione travalica i confini dell’ordine pubblico, dei Daspo, della sicurezza degli stadi.

La stragrande maggioranza delle urla becere antisemite avviene fuori degli stadi. I «nemici» vengono assassinati fuori degli stadi, come a Milano. I poliziotti vengono aggrediti fuori degli stadi, come è avvenuto a Roma, e sempre più spesso con la collaborazione degli ultras delle fazioni opposte, unite dall’odio per le forze dell’ordine, odiate guardiane del «sistema». Nessun provvedimento per il mantenimento dell’ordine pubblico, ovviamente doveroso e necessario in sé, può però contrastare da solo questa orribile banalizzazione dell’antisemitismo, questo odio per l’ebreo ridotto a una «merda» da oltraggiare insieme agli odiati avversari calcistici. Come se fosse normale, scontato, accettabile. Come se fosse una ragazzata un po’ spinta. No, la mascalzonata antisemita non è banale, l’insulto razzista non è normale. A questa deriva va posto un argine. Perché anche la barbarie non diventi banalità quotidiana.

Pierluigi Battista, Corriere della Sera 10 gennaio 2019

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