Tratto da La Stampa del 30 aprile 2016 – Nell’ultimo secolo e mezzo è cambiato radicalmente il modo di produrre, di lavorare, di socializzare e in generale di vivere. La campagna ha lasciato il posto alle grandi fabbriche che a loro volta sono state affiancate dai distretti di Pmi. Sono arrivate le macchine e i robot che hanno accompagnato gli operai specializzati verso gli uffici del terziario e poi del terziario avanzato. Le macchine ci stanno progressivamente sostituendo obbligandoci a rincorrere nuovi lavori. Con l’avvento delle Ict anche l’ufficio tradizionale, quello di Fantozzi per intenderci, si sta trasformando in un luogo di collaborazione e contaminazione intellettuale che meglio risponde alle esigenze di un mercato del lavoro in cui una parte consistente degli occupati (il 40% entro il 2020 negli Usa) saranno lavoratori autonomi.

Tutto è diventato smart: la città, la casa, e l’ufficio, così come il lavoro. La scuola no. È dumb, stupida. Solo la scuola è rimasta immutata, un piccolo mondo antico che rifugge le grandi trasformazioni sociali. Le molte riforme che si sono succedute negli anni infatti hanno coinvolto gli assetti corporativi e organizzativi, ma hanno mancato di ripensare la didattica, i processi di apprendimento e il benessere dei futuri lavoratori. Sono cambiati i programmi e i contenuti, ma il metodo di insegnamento e soprattutto il ruolo assegnato ai ragazzi (discenti) resta quello dei nostri bisnonni.

I nostri figli sono destinati a cambiare tra le 5 e le 7 professioni (non posti, attenzione). In un contesto in cui le conoscenze si trovano facilmente in rete, la scuola deve stimolarli ad inventare un lavoro attraverso l’individuazione di nuovi problemi (curiosità) e la capacità di risolverli in modo originale (creatività). Le conoscenze si maturano risolvendo problemi. Questa è la scuola smart. La classe frontale fondata sul rapporto docente/discente à destinata a cedere il passo a luoghi dove il ruolo dello studente è più proattivo e quello del docente più interattivo.

Non deve più esistere una prima fila (per i secchioni) e un’ultima (per i dormiglioni). Deve scomparire la cattedra. La classe smart è un laboratorio di idee e di progetti, uno spazio aperto dove si confrontano e collaborano soggetti che perseguono discipline diverse. Le classi si sciolgono in un spazio comune aperto alla comunità dei cittadini e delle imprese che coinvolge nei processi di apprendimento sia per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro che per la riqualificazione. Tablet o lavagne interattive non rendono la scuola intelligente. Aiutano a digitalizzarla, favoriscono i processi di apprendimento, ma restano uno strumento tra tanti altri. Al contrario della classe tradizionale che premia chi sbaglia meno, il nuovo modello dovrebbe favorire il fallimento. L’ errore è un momento fondamentale del processo di crescita.

Errare dimostra volontà, creatività e intraprendenza. Per sostenere la cultura del fallimento ci vuole un docente con funzioni diverse rispetto al presente, che non solo si occuperà di trasferire conoscenze ed esperienze, ma dovrà coordinare il lavoro dei discenti, guidarli verso la soluzione di problemi e stimolarli ad intraprendere nuove sfide. Qualche esperimento di scuola smart fiorisce faticosamente, registrando risultati brillanti, nonostante un sistema ostile a qualsiasi sperimentazione (si chieda alla Montessori). Non è sufficiente, se vogliamo coltivare gli innovatori del futuro. Un segnale dovrebbe arrivare dal governo, che finalmente dimostrerebbe di aver capito che gli studenti devono essere al centro della scuola e questa al centro della società.

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