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	<title>Non categorizzato Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Non categorizzato Archivi - Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Presentazione del libro “Liberale è. Predicare inutilmente” del Presidente Giuseppe Benedetto – Messina, 13 giugno 2026</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Fondazione Luigi Einaudi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 14:02:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[eve]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>13 giugno 2026, ore 18:00, Circolo della Borsa, Via Caio Domenico Gallo, 1 &#8211; Messina Introduce Alfonso Polto, Presidente Circolo della Borsa Saluti istituzionali Federico Basile, Sindaco di Messina L&#8217;Autore ne discuterà con Alberto Marchetti, Enzo Palumbo, Antonino Interdonato Prenota su Eventbrite</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/presentazione-del-libro-liberale-e-predicare-inutilmente-del-presidente-giuseppe-benedetto-messina-13-giugno-2026/">Presentazione del libro “Liberale è. Predicare inutilmente” del Presidente Giuseppe Benedetto – Messina, 13 giugno 2026</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>13 giugno 2026, ore 18:00, Circolo della Borsa, Via Caio Domenico Gallo, 1 &#8211; Messina</p>
<p>Introduce<br />
<strong>Alfonso Polto</strong>, Presidente Circolo della Borsa</p>
<p>Saluti istituzionali<br />
<strong>Federico Basile</strong>, Sindaco di Messina</p>
<p>L&#8217;Autore ne discuterà con <strong>Alberto Marchetti</strong>, <strong>Enzo Palumbo</strong>, <strong>Antonino Interdonato</strong></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><a style="color: #ff0000;" href="https://www.eventbrite.it/e/liberale-e-predicare-inutilmente-messina-tickets-1991371458639?aff=oddtdtcreator">Prenota su Eventbrite</a></span></p>
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		<title>Oltre transumanesimo e luddismo. Il liberalismo della Magnifica humanitas</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/oltre-transumanesimo-e-luddismo-il-liberalismo-della-magnifica-humanitas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Sterpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 09:40:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Enciclica Magnifica humanitas ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Enciclica <em>Magnifica humanitas</em> ci ricorda la fame di incognite che ci divora dentro più radicale della sete di risposte che semplificano fuori; interroga i mattoni con i quali costruiamo e non le guglie con le quali orniamo. Le parole del Pontefice costruiscono una strada di domande con al centro – finalmente – l’individuo o, meglio, la persona nel suo rapporto con l’altro e con l’intelligenza artificiale.</p>
<p>Davanti alla corsa prestante della tecnologia che sempre più abita il mondo in qualità di “potere” che condiziona la nostra dimensione relazionale e con essa la nostra identità, ci sono due narrazioni opposte che percorrono con velocità fulminante le nostre società e che si elidono a vicenda rischiando, come i lampi delle tempeste, di dare la luce senza permetterci di vedere. Sembrano approcci più buoni ad accecare per tenerci fermi che luci in grado di aiutare lo sguardo nei passi da compiere; una “striscia di luce”, come cantano i giovani russi contro il buio del regime putiniano, arriva invece dalle parole di Leone XIV.</p>
<p>La prima narrazione è quella che vorrebbe “spengere la tecnologia”; essa appare la più conservatrice e protettiva dell’umanità, evocando un neo-luddismo simile a quello che, davanti alla rivoluzione industriale, infliggeva colpi di martello ai macchinari che relegavano nelle fabbriche il lavoro umano a mero gesto disumanizzato. Ovviamente in questa proposta il potere pubblico deve essere il domatore pubblico dell’IA e, altrettanto ovviamente, la soluzione lungi dal salvare l’uomo lo relega ad uno stadio statico della sua evoluzione.</p>
<p>La seconda storia, invece, è quella del transumanesimo e del postumanesimo (e varianti) che invece vorrebbero “spengere l’’umano” per assegnare un ruolo assoluto alla tecnologia, sperando di raggiungere perfezione e spazi di nuova intelligenza per l’esercizio della mente umana. In questo caso, invece, meno stato e più iniziativa libera delle imprese, ma anche il rischio di “pochi livellatori” in un mondo di “livellati” direbbe Valerio Zanone.</p>
<p>Leone XIV cita direttamente e indirettamente tutte e due queste letture mettendone in evidenza l’insufficienza e proponendo una traiettoria diversa che è caratterizzata dalla centralità della persona perché “la tecnica non va considerata, in sé stessa, come forza antagonista rispetto alla persona; al contrario, essa è radicata nella nostra storia fin dal principio, in quanto «fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo»” (§4 e Benedetto XVI, <em>Caritas in veritate</em>, 2009).</p>
<p>Per governare le novità, questo il passaggio chiave, il capo della chiesa di Roma non invoca lo Stato, non pretende l’intervento demolitorio oltre che regolatorio del potere politico, ma si rivolge all’umanità stessa affinché eserciti il “discernimento” per distinguere quando l’IA aiuta la persona rispetto a quanto la annichilisce. Diversamente da Leone XIII nelle cui pagine la parola stato (sì, certo, siamo nel 1891 e il Regno d’Italia è appena costituito, ma non è solo questo) è invocata decine di volte, qui i riferimenti sono tutti concentrati sulla capacità personale. Contro il timore che ogni comunità si fondi su di una sterile unità fatta di standardizzazione, piuttosto che su una comunione di diversità e pluralismo, Leone XIV invoca una militanza umana: come allora si denunciava che il socialismo (definito “falso rimedio”) avrebbe annichilito le diversità e sottoposto la persona ad un ordine eterodeterminato disumano, così oggi l’egualitarismo standardizzante operato dalla tecnica può ridurre l’individuo a mero ingranaggio. Due rischi per la libertà dell’uomo, uno denunciato nella <em>Rerum novarum</em> e screditato definitivamente dal 1989, l’altro incipiente e da oggetto della <em>Magnifica humanitas</em>.</p>
<p>Tra le pagine si respira un certo cristianesimo delle origini ossia dal forte tratto individualista e antitetico al potere esterno all’uomo; non a caso, l’Enciclica è ricca di ampie citazioni di pontefici che hanno lottato contro dittature e autocrazie come, in particolare, Giovanni Paolo II (sul nichilismo dei grandi moralismi e le atrocità del Novecento, §204).</p>
<p>La tecnologia “disarmata” in una logica di “destinazione universale dei beni” (ci sarebbe da approfondire molto giuridicamente, §65) può accrescere la dignità umana nella misura in cui permette di evitare che i corpi intermedi soffochino l’individuo: nelle pagine del testo si evince chiaramente l’idea che libertà e responsabilità vanno insieme. Echeggiano le belle parole della Corte costituzionale che evidenzia come la tecnologia possa supportare lo sviluppo dei diritti e della dignità umana (sent. n. 3 del 2025).</p>
<p>Di tutto questo discuteremo, peraltro, l’11 giugno p.v. in un confronto tra voci molto diverse per cultura e ruoli, organizzato nella Biblioteca Vallicelliana a Roma; un modo, anche questo, per fare “comunione” attraverso un confronto libero e sereno che rifiuta la polarizzazione isterica imperante.</p>
<p>Una nota curiosa, infine: chissà se è un caso che il presidente Trump, pochi giorni dopo l’Enciclica, abbia dato indicazioni su “<em>Promoting advanced Artificial Innovation and Security</em>” che, con tratti volontaristici, raccorda potere pubblico e imprese sui modelli avanzati di IA (<em>Ex. Ord.</em> 2 giugno).</p>
<p><a href="https://formiche.net/2026/06/liberalismo-magnifica-humanitas/#content"><strong>Formiche.net </strong></a></p>
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		<title>La bussola di Gorresio</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-bussola-di-gorresio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Besozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Jul 2025 09:32:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La definizione che Vittorio Gorresio dedicò a Mario Pannunzio è una sorta di bussola che può orientarci ancora oggi. Parliamo di due grandi penne del giornalismo liberale del dopoguerra le cui intuizioni e i cui scritti restano attuali mentre viviamo tempi in cui, ahinoi, le guerre stanno tornando. In un articolo dedicato alla memoria di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La definizione che Vittorio Gorresio dedicò a Mario Pannunzio è una sorta di bussola che può orientarci ancora oggi. Parliamo di due grandi penne del giornalismo liberale del dopoguerra le cui intuizioni e i cui scritti restano attuali mentre viviamo tempi in cui, ahinoi, le guerre stanno tornando.</p>
<p>In un articolo dedicato alla memoria di Pannunzio &#8211; pubblicato sulla rivista Tempo Presente di Chiaromonte e Silone nel &#8217;68 &#8211; Gorresio ricorda come Pannunzio fosse intransigentemente antifascista in nome dell&#8217;intelligenza, intransigentemente anticomunista in nome della libertà e intransigentemente anticlericale in nome della ragione. Si disegna così una sorta di bussola a tre aghi tendente a un&#8217;ideale stella polare del liberalismo, definita in negativo, in omaggio al senso del limite che è da sempre caro ai liberali. Senza rinunciare però all&#8217;intransigenza, intesa in primo luogo come obbligo morale e intellettuale verso se stessi, pur nella consapevolezza che la politica è anche e soprattutto compromesso.</p>
<p>Antifascismo, anticomunismo e anticlericalismo. Il tempo spesso fa sbiadire la memoria e rischia di svuotare il valore delle parole. Oggi, se volessimo osare una revisione lessicale (che i nostri antichi maestri potrebbero perdonarci grazie alla loro garbata ironia) forse potremmo ridefinire come antiautoritarismo, antiwokismo e antislamismo i tre aghi di una rinnovata bussola liberale contemporanea, per meglio orientarci nella bufera dei nuovi cataclismi, locali e planetari. E oggi come allora saremmo una minoranza, accerchiata da frotte &#8211; forse non intransigenti, ma senz&#8217;altro intolleranti &#8211; di sbrigativi estimatori delle democrature, di grotteschi guardiani dell&#8217;ortodossia woke, d&#8217;ingenui incensatori delle teocrazie, nel disprezzo dell&#8217;Occidente e forse perfino della triade pannunziana &#8220;Intelligenza &#8211; Libertà &#8211; Ragione&#8221;.</p>
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		<title>L’ipocrisia (e l’inconcludenza) di chi vorrebbe ribattezzare il piano di “riarmo” europeo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lipocrisia-e-linconcludenza-di-chi-vorrebbe-ribattezzare-il-piano-di-riarmo-europeo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 14:33:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula von der Leyen]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo Matteo Salvini. A criticare il nome scelto da Ursula von der Leyen (o da chi per lei) per il piano di armamenti europei sono stati anche molti tra coloro che ne sostengono l’opportunità. Il piano, come è noto, si chiama “ReArm Europe”, Riarmare l’Europa. E nell’era in cui tutto è comunicazione e la comunicazione è tutto, associare la parola “armi” al concetto di Europa è sembrato un errore strategico. In molti hanno osservato che la presidente della Commissione europea avrebbe fatto meglio ad usare il più rassicurante sostantivo “sicurezza”: un “Piano per la sicurezza europea”, o qualcosa del genere, avrebbe creato meno apprensioni nei cittadini e avrebbe tolto argomenti a chi, come Matteo Salvini, appunto, o Giuseppe Conte, o la coppia Bonelli-Fratoianni, o una parte non marginale del Partito democratico su quel “riarmare l’Europa” ha imbastito la propria campagna demagogica ammantata di pacifismo.</p>
<p>La tesi appare debole. Due volte debole.</p>
<p>Appare debole perché viene naturale pensare che se anche Ursula von der Leyen (o chi per lei) avesse battezzato il piano di riarmo europeo utilizzando concetti non terreni ma celestiali fino ad offrire alle pubbliche opinioni un “Piano per la pace in terra e l’armonia tra i popoli” nulla sarebbe cambiato. La reazione delle forze politiche che intendono sfruttare la paura degli elettori per la Terza guerra mondiale e più in generale l’indifferenza delle folle per valori antichi come la libertà e la democrazia sarebbe stata la stessa: un’opposizione netta, pergiunta rafforzata dell’accusa di voler con tutta evidenza ingannare i cittadini. Dal punto di vista delle dinamiche politiche e della tenuta delle opinioni pubbliche, nulla sarebbe cambiato. Solo che al danno si sarebbe doverosamente aggiunta la beffa.</p>
<p>La seconda ragione per cui cambiare il nome alla cosa avrebbe reso la cosa più accettabile appare tesi decisamente scivolosa è che abbiamo maturato ormai un’esperienza sufficiente per sapere che l’ipocrisia non paga. Di più, l’ipocrisia crea mostri che poi sfuggono al controllo della politica.</p>
<p>Sono, infatti, decenni, per non dire lustri, che si è bellamente pensato di cambiar nome alla guerra. Sia le Nazioni Unite, sia i governi degli Stati democratici hanno ritenuto che, così come non erano  più in grado di supportare il peso dei militari morti in azione, le opinioni pubbliche non fossero più in grado di sopportare il concetto stesso di guerra. Una grande, clamorosa ipocrisia, secondo il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale, in un libro-intervista del 2010 (“Fotti il potere, gli arcana della politica dell’umana natura”) la mise così: “La parola chiave, oggi, è pace. Vietato fare guerre, si fanno solo operazioni di pace. Lo ha scritto anche l’Onu, no? Perché passi per il peace keeping, ma quando si dà il via ad operazione di peace enforcing, di cos’altro si tratta se non di operazioni militari di guerra?”.</p>
<p>Ma, tant’è. Quando Massimo D’Alema, che naturalmente oggi guida il fronte “pacifista”, fu piazzato a Palazzo Chigi dal Regno Unito e dagli Stati Uniti con il compito esplicito di fare la guerra contro la Serbia di Milosevic, le operazioni militari che portarono al bombardamento di Belgrado, con relative vittime civili, furono chiamate non “operazioni di guerra”, ma operazioni di “difesa integrata”. Così, giusto per dire fino a che punto in questo campo si è spinta l’ipocrisia del potere. È la stessa ipocrisia che induce i vertici civili e militari dello Stato a ridurre, anno dopo anno, la componente militare della parata del 2 giugno, infarcendola sempre più di crocerossine, organizzazioni civili, gonfaloni civici e tutto quello che possa far dimenticare che la sicurezza della Repubblica, di cui quel giorno si celebra la Festa, è garantita da, orribile a dirsi, le Forze Armate.</p>
<p>Proscritto anche il solo concetto di guerra, si è così disabituata l’opinione pubblica al fatto che la politica estera di uno Stato si regga sulla politica di deterrenza e che la politica di deterrenza coincida con la capacità militare di quello Stato. Per capirci, se Macron e Starmer sembrano oggi fare la parte del leone fin qua dall’Atlantico è perché Francia e Regno Unito dispongono dell’arma nucleare. Arma e nucleare, parole oggi più che mai spaventose. Dunque scarsamente utilizzabili.</p>
<p>È stato così che, a furia di mascheramenti e di ipocrisie, ci risvegliammo di colpo senza Difesa e pure senza energia.</p>
<p><a href="https://www.huffingtonpost.it/politica/2025/03/10/news/chiamiamo_riarmo_il_riarmo_lipocrisia_in_politica_non_paga-18634810/"><strong><em>Huffintgon Post</em></strong></a></p>
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		<title>Ben(e)detto del 6 novembre 2024</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/benedetto-del-6-novembre-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuseppe Benedetto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 11:10:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/benedetto-del-6-novembre-2024/">Ben(e)detto del 6 novembre 2024</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Bande e mutande</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bande-e-mutande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Davide Giacalone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Nov 2024 12:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[L’Opinione del Direttore]]></category>
		<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[dossieraggio]]></category>
		<category><![CDATA[istituzioni]]></category>
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		<item>
		<title>L&#8217;attualità di Luigi Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lattualita-di-luigi-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Cangini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jun 2024 15:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“L’uomo moralmente libero sfida il tiranno dal fondo della galera o cammina dritto verso la catasta di legna sulla quale verrà bruciato vivo per voler tener fede alla sua credenza”. Lo ha scritto negli anni del Fascismo Luigi Einaudi, lo stanno facendo oggi le donne e gli uomini ucraini. E la cosa ci riguarda. Ci [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>“L’uomo moralmente libero sfida il tiranno dal fondo della galera o cammina dritto verso la catasta di legna sulla quale verrà bruciato vivo per voler tener fede alla sua credenza”. Lo ha scritto negli anni del Fascismo Luigi Einaudi, lo stanno facendo oggi le donne e gli uomini ucraini. E la cosa ci riguarda. Ci riguarda direttamente.</p>
<p>Vladimir Putin non ha dichiarato guerra all’Ucraina in quanto tale: ha dichiarato guerra all’Occidente e ai valori liberali e democratici che reggono la nostra convivenza e su cui si fonda la nostra civiltà. Valori che il popolo ucraino ha la colpa di aver liberamente scelto.</p>
<p>Valori “obsoleti”, ha detto nel giugno del 2019 l’autocrate di Mosca intervistato dal Financial Times. Valori che ispirano un ordine geopolitico da lui rigettato platealmente in occasione della Conferenza di Monaco del 2007.</p>
<p>Sulla “catasta di legna”, dunque, sfidano fisicamente le fiamme i militari e i civili ucraini, ma a finire irrimediabilmente in cenere rischiano di essere i nostri principi, la nostra identità, il nostro onore. Il popolo ucraino uscirà rafforzato da questa terribile prova, noi che ucraini non siamo potremmo esserne annientati. Noi italiani, noi europei, noi occidentali non ucraini. Noi che possiamo permetterci il lusso di ritenere che quella guerra non ci riguardi.</p>
<p>Portare in Ucraina gli scritti del padre riconosciuto del pensiero liberale ed europeista ha perciò un alto valore simbolico e una concreta funzione pratica. Simboleggia le ragioni profonde per cui questa guerra è la nostra guerra; indica nel metodo e nei principi liberali la bussola per orientare, oggi, il sistema delle alleanze internazionali e, domani, il sistema pubblico ucraino in vista della ricostruzione materiale, morale e giuridica del Paese.</p>
<p>Simbolo e metodo non sono meno utili a noi non ucraini: ci richiamano alla nostra identità e ai nostri valori. Ci ricordano chi siamo, in cosa crediamo, chi sono i nostri amici naturali e chi i nostri naturali nemici. È per questi motivi che la Fondazione Luigi Einaudi ha accettato con entusiasmo e orgoglio di partecipare al progetto “Einaudi in Ucraina”: perché la fiamma di questo conflitto illumina le ragioni profonde su cui si basa la nostra convivenza civile. È un monito, un memento. L’occasione che la Storia ci offre per dare valore e sostanza politica all’Europa e ai principi liberali che ne costituiscono le fondamenta.</p>
<p>Luigi Einaudi è stato un profeta. Vaticinò come inevitabile lo sbocco liberal-democratico dell’Italia quando il Fascismo ancora sembrava invincibile; lavorò alla struttura dello Stato democratico, pluralista e liberale quando il Regime ancora anelava all’eternità; previde l’unità dell’Europa quando gli stati europei dovevano ancora sfidarsi a morte nella Prima e poi nella Seconda Guerra mondiale.</p>
<p>Non fu utopia, la sua. Fu fiducia: fiducia nell’uomo e nel suo incomprimibile desiderio di libertà, di giustizia, di elevazione materiale e morale. È su questa lucidissima convinzione che si fonda il pensiero einaudiano. Un pensiero profondamente pragmatico e irriducibilmente realista. Un pensiero che nasce nell’alveo della tecnica economica, che si completa sul terreno della pratica politica e che si eleva in tutta la sua magnifica e ossuta potenza nella dimensione istituzionale. L’economista, l’uomo politico, il padre costituente, il governatore della Banca d’Italia, il presidente della Repubblica: cinque facce, complementari, della stessa personalità. Una personalità, quella di Luigi Einaudi, incessantemente posta al servizio dell’ideale liberale. Della persona, dunque. E del suo pieno diritto a realizzarsi senza ostacoli né privilegi.</p>
<p>Di qui la sua inflessibile guerra ai monopoli (“radice del male e del danno sociale”), alle rendite di posizione, ai latifondi e ai protezionismi. Di qui la sua pervicace battaglia in favore di una società aperta e concorrenziale, di una conoscenza accessibile a tutti, e dunque di un’istruzione gratuita dagli asili alle università (“vitto, alloggio, assistenza sanitaria, libri…”), e di un’informazione responsabile oltre che convintamente pluralista. Le condizioni di partenza devono essere “pari” per ciascuno ed è compito dello Stato assicurare che così sia nella realtà. La possibilità, non il diritto, di progredire socialmente e culturalmente deve essere concretamente garantita a ciascuno. Nelle “Lezioni di politica sociale” Einaudi lo scrive chiaramente: “A tutti gli esseri viventi in una società civile deve essere data la possibilità di elevarsi da in minimo tenore di vita verso l’alto. Possibilità non equivale a diritto. Questo è un concetto giuridico, di cui il contenuto è assai incerto…  Possibilità è invece una situazione di fatto alla quale si può giungere per molte vie diverse”. Vie che compete allo Stato aprire.</p>
<p>Luigi Einaudi, infatti, non era un liberista. Lo Stato deve agire, ma deve agire per rimuovere gli ostacoli materiali, sociali e burocratici che impediscono alla persona di mettere pienamente a frutto le proprie qualità e di realizzare se stessa. Uno Stato che libera, non uno Stato che indirizza e che opprime. Uno Stato che crea le condizioni sociali e di mercato congeniali al libero perseguimento del benessere materiale e spirituale di ciascun proprio cittadino sulla base di conoscenze certe e attraverso regole condivise. “Conoscere, poi dibattere, poi deliberare” è stato l’ordine naturale del processo decisionale sancito da Luigi Einaudi e di conseguenza divenuto Codice essenziale del metodo liberale.</p>
<p>Non era un calvinista, Einaudi. L’uomo può realizzarsi nel lavoro, ma non è il lavoro a realizzare l’uomo. La produzione è condizione dell’economia, ma non è nel possesso che si esaurisce l’esperienza umana. “La sostanza dell’economia di mercato &#8211; scriveva Einaudi &#8211; non sta nel rendere schiavi gli uomini delle cose, sì nell’opposto concetto di liberare gli uomini dalla schiavitù di lavorare così duramente come prima per ottenere la stessa quantità di cose”.</p>
<p>La sua era una dimensione quasi spirituale, di sicuro antimaterialistica: contro “il culto del numero” e “l’adorazione della quantità”, Luigi Einaudi più volte se la prese con chi “innalza ad ideale supremo la realtà economica”. La produttività non è un fine in sé, scriveva. Il fine è la liberazione dell’uomo. L’uomo in sé.</p>
<p>Si fidava dell’uomo, Einaudi, ma diffidava degli Stati, ben conoscendone la naturale tendenza ad allungare le mani sulle società e a farsi la guerra tra loro. Perciò teorizzava un grado di interconnessione economica che rendesse l’uomo libero e gli stati inoffensivi. “Se gli uomini di stato non troveranno la formula mediatrice tra le piccole patrie spirituali e l’unità del mondo economico, le prime e non la seconda, saranno distrutte”, ammoniva. E spinto da una vibrante carica di umanesimo risorgimentale ammantava di romanticismo anche i più affilati dei suoi pensieri: “Utopia la nascita di un’Europa aperta a tutti i popoli decisi ad informare la propria condotta all’ideale della libertà? Forse è utopia. Ma ormai la scelta è soltanto tra l’utopia e la morte, tra l’utopia e la legge della giungla”. Parole più attuali che mai.</p>
<p>È perseguendo ad occhi aperti e mente limpida questa sublime utopia che oggi milioni di uomini e donne ucraine moralmente liberi sfidano il tiranno camminando dritto verso la catasta di legna sulla quale verranno bruciati vivi se altri uomini e altre donne a loro uguali per fattezze e convinzioni non li aiuteranno a spegnere il fuoco, a respingere l’invasore e a ricostruire il villaggio secondo le regole e i principi che gli appartengono e che li accomunano. I principi della libertà e della democrazia. Così avrebbe detto, fosse vissuto oggi, Luigi Einaudi, passato alla Storia in Italia come il “Presidente della Ricostruzione”. Una definizione che ben si attaglia al futuro dell’Ucraina.</p>
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		<title>Il sistema politico italiano: del prof. Cassese l&#8217;ultima lezione della Scuola di Liberalismo 2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Jun 2024 17:52:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
		<category><![CDATA[rassegna stampa scuola di liberalismo 2024]]></category>
		<category><![CDATA[Sabino Cassese]]></category>
		<category><![CDATA[scuola di liberalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come Croce diceva che è impossibile non definirsi cristiani oggi è impossibile non definirsi liberali, ma al tempo stesso è impossibile non definirsi anche democratici e a favore dello Stato sociale. Siamo figli di diverse culture politiche. Si è tenuta questa sera l’ultima lezione della Scuola di Liberalismo 2024 della Fondazione Luigi Einaudi. Titolo dell’incontro: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come Croce diceva che è impossibile non definirsi cristiani oggi è impossibile non definirsi liberali, ma al tempo stesso è impossibile non definirsi anche democratici e a favore dello Stato sociale. Siamo figli di diverse culture politiche.</p>
<p>Si è tenuta questa sera l’ultima lezione della Scuola di Liberalismo 2024 della Fondazione Luigi Einaudi. Titolo dell’incontro: “Il sistema politico italiano”, a cura del professor Sabino Cassese. Il professore in oltre un’ora di lezione ha approfondito l’aspetto statico e quello dinamico del nostro sistema politico.</p>
<p>“L’affluenza alle urne, per lungo tempo nel nostro Paese, ha raggiunto il 93%. Dopo un quarantennio abbondante l’elettorato si è abbassato a circa il 70. Ora nelle elezioni politiche nazionali è arrivato a poco più del 60%, mentre alle regionali è arrivato a meno della metà degli aventi diritto. Dati ufficiali Eligendo”. Altri dati Istat, ha spiegato, “riguardano la partecipazione politica attiva e passiva delle persone con più di 14 anni. La prima coinvolge solo il 7% di questi soggetti, mentre la partecipazione passiva raggiunge il 70%. A tutto questo c’è da aggiungere la forte volatilità dell’elettorato. Alle ultime elezioni politiche, rispetto alle precedenti, si sono registrate delle modificazioni radicali”.</p>
<p>Oggi, ha detto Cassese, “abbiamo un sistema basato sul multipartitismo e sappiamo che oggi i partiti hanno perduto quel carattere associativo insito nell’articolo 49 della Costituzione. I partiti avevano, nella prima parte della storia repubblicana, molto più seguito. Questa riduzione della struttura dei partiti dipende dal fatto che questi non sono più ramificati nel Paese come avveniva in passato”.</p>
<p>Un altro cambiamento importante riguarda i media: giornali, radio e tv. “Questo – ha detto il professore &#8211; è un cambiamento che viene sintetizzato con due espressioni: si è passati da una comunicazione one to many a una comunicazione many to many, ovvero da una comunicazione che va, ad esempio, dal giornale ai lettori, a una comunicazione che, grazie a internet, può essere da tutti a tutti”.</p>
<p>A cambiare nel tempo è stata anche la struttura del Parlamento, che ha diminuito il numero dei suoi rappresentanti. “Un Parlamento”, ha osservato, “che spesso non realizza più i principi del bicameralismo”, ovvero l’approvazione delle leggi con una reale discussione da una Camera all’altra. ”Quello di oggi viene definito monocameralismo alternato, che si ha quando un atto normativo proposto da uno dei due rami, per la ristrettezza dei tempi, impone al secondo ramo, quello che approva in via definitiva, di ratificare senza modificare. Inoltre va detto che da tempo gli atti normativi primari, quelli aventi forza di legge, sono sostanzialmente decreti legge”.</p>
<p>Il nostro sistema politico, in 78 anni di storia repubblicana, ha avuto 68 governi. “Possiamo dividere questo lasso di tempo in due periodi: fino al 1994 e la fase successiva. Nella prima fase l’instabilità era dovuta alla perdurante presenza della Democrazia Cristiana negli esecutivi”. Una democrazia che era definita fuori dal comune per la sua caratteristica principale: l’assenza di alternanza.</p>
<p>Relativamente all’aspetto dinamico del nostro sistema politico, ovvero al funzionamento del nostro sistema politico, il professor Cassese ha enunciato come problematici: lo squilibrio tra personale politico e personale amministrativo; il passaggio da politiche di tipo ideologico e programmatico a politiche di tipo puntiformi e incrementali (oggi non vi sono più programmi, ma slogan); la carenza di culture organizzative diffuse che si riflette nel sistema politico; il rapido comporsi e scomporsi del sistema politico (alleanze variabili rapidamente).</p>
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		<title>&#8220;Impresa e competitività&#8221;: di Dlabajová la quattordicesima lezione della Scuola di Liberalismo 2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 May 2024 18:10:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il mercato unico è una delle più grandi aree di mercato integrate al mondo, quali sono le sfide che attendono l’Unione europea nei prossimi anni e quali le aspirazioni&#8221;. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la quattordicesima lezione della Scuola di liberalismo 2024. L’incontro, “Impresa e competitività in Europa”, è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Il mercato unico è una delle più grandi aree di mercato integrate al mondo, quali sono le sfide che attendono l’Unione europea nei prossimi anni e quali le aspirazioni&#8221;. Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la quattordicesima lezione della Scuola di liberalismo 2024. L’incontro, “Impresa e competitività in Europa”, è stato tenuto dalla parlamentare europea di Renew Europe, Martina Dlabajová.</p>
<p>Quando si parla di competitività dell’Unione europea e di autonomia strategica aperta, ha spiegato, si intende “la capacità dell’Ue di agire autonomamente in settori politici strategicamente importanti mantenendo legami forti e collaborazioni con altri paesi e partner globali in diversi settori”. Solo affermando la centralità della libertà di fare impresa, l&#8217;Ue potrà reggere la concorrenza di Stati Uniti, Cina e India e continuare a essere una potenza trainante dell’economia mondiale.</p>
<p>Entrambe le transizioni, sia la quella digitale sia quella verde, sono necessarie per la competitività europea. Gran parte delle attività relative alla transizione digitale del Parlamento europeo negli ultimi anni ha riguardato il processo di avvicinamento al “decennio digitale”. Per la competitività e le imprese molto importanti sono l’AI Act, il primo quadro legislativo completo a livello mondiale sul tema dell’intelligenza artificiale, e la Normativa europea sui dati, che definisce i diritti di accesso e utilizzo dei dati generati nell&#8217;UE in tutti i settori economici e faciliterà la condivisione dei dati, in particolare dei dati industriali.</p>
<p>Al termine dell’incontro i tanti partecipanti, in presenza e da remoto, hanno dato vita con la docente d’eccezione a un dibattito interessante sui temi della lezione</p>
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		<title>La fine del pensiero, di Cangini la tredicesima lezione della Scuola di Liberalismo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Cruciani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 May 2024 18:25:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il pensiero, inteso come facoltà individuale e come elaborazione “politica” della realtà, per svilupparsi ha bisogno di riferirsi a un contesto sociale, ma tutti i contesti possibili appaiono oggi in crisi: la famiglia, la religione, i partiti, i parlamenti, i giornali. E le persone sono sempre più inclini a fuggire dalla realtà. È l’incipit che [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-fine-del-pensiero-di-cangini-la-tredicesima-lezione-della-scuola-di-liberalismo/">La fine del pensiero, di Cangini la tredicesima lezione della Scuola di Liberalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il pensiero, inteso come facoltà individuale e come elaborazione “politica” della realtà, per svilupparsi ha bisogno di riferirsi a un contesto sociale, ma tutti i contesti possibili appaiono oggi in crisi: la famiglia, la religione, i partiti, i parlamenti, i giornali. E le persone sono sempre più inclini a fuggire dalla realtà.</p>
<p>È l’incipit che Andrea Cangini, questa sera non in veste di giornalista ma di docente, ha dato nella sua lezione, “La fine del pensiero”, tredicesimo appuntamento della Scuola di Liberalismo 2024 della Fondazione Luigi Einaudi.</p>
<p>“Viviamo in un periodo in cui si diffondono facilmente sottoculture semi ideologiche sottratte ad ogni pensiero perché estranee al senso della Storia e della tragedia, come la sottocultura woke e la cancel culture”, ha detto. “Con Burke, con Tocqueville, con John Stuart Mill abbiamo trascorso due secoli paventando il rischio di una dittatura della maggioranza, per ritrovarci oggi passivamente sottomessi alla tirannia delle minoranze. Una situazione paradossale”.</p>
<p>Ad aggravare il quadro generale, sottolinea, ci sono “gli effetti dell’abuso di social e di tecnologia digitale sulla mente umana”. Effetti devastanti: si perdono facoltà essenziali come la memoria, lo spirito critico e la capacità di attenzione. Non si sollecita né si sviluppa l’emisfero del cervello che sovrintende al pensiero logico lineare, rimanendo così quanto mai ostaggio delle emozioni, dei pregiudizi, delle paure più cieche. Si nega la virtù del confronto, si svalutano le competenze, si piomba fatalmente in uno stato di isolamento che esalta nei più giovani ogni forma di disturbo di ordine psicologico.</p>
<p>“Se il pensiero, oggi, appare debole o inesistente”, ha osservato Cangini “è perché sono venute progressivamente meno le condizioni affinché questo si affermi e si sviluppi. Un problema che riguarda il presente e il futuro della società e della persona umana. Un problema che le classi dirigenti sembrano, colpevolmente, ignorare”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-fine-del-pensiero-di-cangini-la-tredicesima-lezione-della-scuola-di-liberalismo/">La fine del pensiero, di Cangini la tredicesima lezione della Scuola di Liberalismo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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