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Oggi la task force anti fake news. Domani?

Partiamo dalla notizia. La Presidenza del Consiglio dei ministri ha deciso di istituire, a cura del sottosegretario con delega all’Editoria Andrea Martella una “task force contro le fake news”.

L’abbiamo già detto, il merito dei Dpcm emanati fin qui dal Presidente Giuseppe Conte è abbastanza condivisibile, a volte tardivo, a volte blando, spesso confuso ed inefficace, ma sono provvedimenti che trovano fondamento nell’esperienza di altre nazioni (Cina, Corea del Sud) e soprattutto nel buonsenso. La forma dei suddetti Dpcm invece è assolutamente non condivisibile. Riteniamo che provvedimenti così incisivi su diritti fondamentali dell’essere umano debbano rivestire la forma del Decreto Legge, al fine poi di essere doverosamente vagliati dal Parlamento, unico organo dello Stato autorizzato dalla Costituzione a legiferare in quelle materie. Nonostante le critiche sollevate da più parti, il presidente Giuseppe Conte prosegue sulla medesima strada, fatta di autoritari Dpcm, di errori, di giravolte e di show televisivi. Fortunatamente, nonostante tanta confusione, gli italiani hanno ben compreso l’utilità di rimanere a casa e, per la prima volta, si fanno previsioni sulla fine della pandemia e sul ritorno alla normalità.

Fin qui il governo, con i provvedimenti adottati al fine di tutelare la salute pubblica ha compresso la libertà di circolazione (art. 13 Cost.) e la libertà di riunione (art.17 Cost.), mentre con l’istituzione di questa nuova task force sembra che ora voglia cimentarsi con la limitazione del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero (art. 21 Cost.).

Nonostante tutte le restrizioni che stiamo affrontando dall’inizio del mese scorso, abbiamo continuato a dire o scrivere qualsiasi cosa, esercitando normalmente e pienamente il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.

L’art. 21 della Costituzione stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Si badi bene, le fake news sono una cosa seria e vanno combattute. Ma come e da chi?

Il nostro ordinamento punisce chi diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l’ordine pubblico, con l’arresto fino a tre mesi (art. 656 c.p.).

L’ordinamento, però, limita il proprio potere punitivo soltanto a quelle notizie false che possono turbare l’ordine pubblico, quindi non tutte le notizie false, esagerate o tendenziose sono perseguibili.

Questa task force, pertanto, in quale ambito dovrà operare?

Per le notizie false che rientrano nell’ambito dell’art. 656 c.p., la competenza esclusiva è dell’autorità giudiziaria. Per tutte le altre notizie false, esagerate o tendenziose (che non turbano l’ordine pubblico) vige l’ombrello dell’art. 21 della Costituzione.

Certo, se queste notizie producono un danno, chi le diffonde potrà essere chiamato a risarcirlo ma qui entriamo nell’ambito del diritto civile che, come è noto, è nella piena disponibilità delle parti.

La “task force” appena varata – composta da rappresentanti del ministero della Salute, della Protezione civile e dell’Agcom oltre che da una serie di esperti a titolo gratuito, fra cui giornalisti, specialisti della comunicazione e del fact-checking – dovrebbe occuparsi di “combattere le cattive informazioni, che potrebbero indurre a comportamenti scorretti, i quali a loro volta rischierebbero di indebolire le misure di contenimento del contagio in questa fase così delicata”. Un fine solo apparentemente utile che tuttavia apre scenari oscuri.

In che modo opererà questa task force? Che poteri pretenderà di esercitare? Su quale base sarà stabilito quali sono le cattive informazione da censurare?

Appare utile ricordare che nelle ultime settimane le informazioni diramate da Palazzo Chigi e accreditate dalla Rai e dalle maggiori emittenti televisive sono state spesso confuse e contraddittorie, basti ricordare le diatribe sulla utilità/inutilità delle mascherine.

In pratica, è semplice ed umano sbagliare e correggersi ma un governo che inciampa in simili errori, come può pretendere di stabilire quale informazione sia vera e utile e quale da censurare? E poi, si converrà certamente che vi potrebbero essere delle informazioni vere e corrette, che tuttavia “rischierebbero di indebolire le misure di contenimento del contagio in questa fase così delicata”, che fine farebbero queste informazioni? Finirebbero anch’esse sotto la scure censoria di questa nuova task force?

Le notizie false, oggi va di moda usare il termine inglese fake news, quando non raggiungono il rilievo penalistico di cui all’art. 656 c.p. non devono essere combattute da un’autorità statale, perché altrimenti si rischia seriamente di incidere sulla libertà di espressione e di sfociare in uno stato autoritario, bensì devono rimanere sottoposte agli unici arbitri di ultima istanza, il buonsenso e la cultura individuale.

Se il governo vuole veramente combattere le fake news, investa più risorse in cultura, aumenti i fondi per le scuole e le università, regali libri ai nostri giovani, promuova sulle reti Rai programmi di intrattenimento che abbiano anche una funzione culturale.

E poi, non è paradossale che il governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, pensa ad una commissione contro le notizie false sia costituito in larga parte e sostenuto da una forza politica che ha fondato il proprio consenso elettorale proprio sull’uso strumentale della fake news, come il M5S?

Basti ricordare solo alcune delle fake news targate M5S: le scie chimiche, i microchip sottopelle infilati dalla Cia, l’uomo che non sarebbe mai andato sulla luna, il pensiero noVax (“i vaccini sono come i marchi delle bestie”, diceva l’ex vicepresidente del Senato Paola Taverna).

Ebbene, questo governo è forse il meno attrezzato ed il meno autorevole per potere istituire una simile commissione.

George Orwell, nel suo profetico romanzo “1984”, faceva lavorare il suo protagonista Winston Smith nel Reparto Archivio del ministero della Verità.

Per chi non lo ricordi, nel romanzo di Orwell, il ministero della Verità era stato concepito dal Grande Fratello, che non aspirava al potere per fini egoistici, ma per sviluppare il bene comune, ciò in quanto il popolo era formato da uomini deboli e pavidi, incapaci di reggere la libertà o la verità. Per ovviare a questa incapacità, il Partito aveva stabilito che il popolo doveva essere ingannato in maniera sistematica da individui più forti; il “miniver” (ministero della Verità) confezionava non solo la verità del presente ma, all’occorrenza riscriveva anche la storia, tutto ciò per fare apparire più sostenibile ed accettabile la verità più comoda.

Vedete delle similitudini?

Intanto, consigliamo al presidente Giuseppe Conte e al sottosegretario Andrea Martella di rileggere Orwell, potrebbero trarre ulteriore ispirazione e, dopo il ministero della Verità, introdurre sperimentalmente in Italia l’uso della Neolingua, la lingua creata da Orwell ad hoc per rendere il popolo felice.

Tanto a che serve la libertà se c’è la felicità?




50 miliardi dovuti, ora, subito

Sarebbe bene far affluire credito abbondante verso le imprese, lo abbiamo detto e ridetto. La liquidità c’è, ha origine europea e il rischio grosso che si corre e di non riuscire, per incapacità interna, ad approvvigionarsi. L’atroce dubbio diventa forte quando si considera che la prima cosa da farsi è quella di cui nessuno parla: cominciare a dare i soldi che sono dovuti.
Più di 50 miliardi, dati della Banca d’Italia, sono dovuti dalla Pubblica Amministrazione a fornitori privati. Più di 50 miliardi per lavori già effettuati, merce già consegnata, fatture già approvate. Eppure più di 50 miliardi che continuano a non essere dati. Tanto che, per questo, da ultimo il 28 gennaio 2020, l’Italia è stata (giustamente) condannata innanzi alla Corte di giustizia europea.
I pagamenti raggiungono ritardi di 354 giorni in Calabria, 369 in Sicilia, 415 in Campania e 573 in Piemonte. Quei soldi, oggi, che non sarebbero né prestiti né aiuti, ma regolare pagamento fin qui ritardato, sarebbero linfa vitale e aiuterebbero quei fornitori a non chiudere. E si tenga presente che la spesa regionale è per l’80% spesa sanitaria.
È vero che si dice il prossimo decreto conterrà una fluidificazione su questo fronte, ma non basta affatto che venga meno la procedura di accertamento fiscale, è necessario, e sufficiente, che si predisponga garanzia in modo che le banche possano anticipare quei soldi. Garanzia che va sul sicuro, perché lo Stato è un pessimo pagatore, per i tempi, ma affidabile, circa il buon fine.
Nel 2012, quando ci fu il terremoto in Emilia Romagna, la Asl di Salerno, allora commissariata e affidata alla responsabilità del colonnello Maurizio Bortoletti, prese tutte le fatture provenienti da quelle zone e pagò in contanti, sull’unghia. E fece di più: per i contratti già eseguiti, ma non ancora fatturati, sollecitò la fattura, in modo da pagare immediatamente. L’operazione non costò al contribuente (e alle casse dell’Asl) un solo centesimo in più, ma fu provvidenziale per chi era stato distrutto dal terremoto e doveva rimettersi in piedi.
Davvero singolare che nell’Italia in cui uno rende obbligatoria la mascherina, l’altro afferma che tanto non la mette e nessuno si occupa di farle effettivamente avere ai cittadini, si cancellino così in fretta i buoni esempi. Forse perché dimostrano l’insipienza dei tanti che parlano e non sanno fare.




Parlamentari, tornate subito a bordo…!

Ogni emergenza mette alla prova la tenuta democratica delle istituzioni e la loro capacità di rispettare le regole ed i principi fondamentali di uno Stato di diritto.

E’ proprio durante i momenti dell’emergenza – nei quali più forti sono le pulsioni e le tentazioni di superare quelli che possono apparire semplici adempimenti procedurali e che rappresentano, invece, garanzie minime dell’azione di uno Stato che voglia continuare a definirsi democratico – che diventa indispensabile, pur garantendo efficienza ed efficacia al sistema, non discostarsi dalle regole irrinunciabili che, per noi, sono costituite prioritariamente dalle norme costituzionali  e da quelle delle principali convenzioni internazionali.

Vengono, quindi, in rilievo, in rapporto alle misure di contrasto alla diffusione del COVID 19 i provvedimenti adottati, a volte disordinatamente, dal Presidente del Consiglio, dal Governo, da singoli Ministri, da Presidenti di Regione e da Sindaci.

Non vi è dubbio che tali provvedimenti incidano profondamente, tra le altre, sulla libertà personale, sulla libertà di  circolazione, sulla libertà di riunione, sulla libera scelta del trattamento sanitario.

Gli obblighi di permanenza domiciliare, il divieto di circolazione nell’ambito di Comuni diversi da quelli in cui ci si trova, il divieto di assembramento, l’obbligo di sottoporsi alla procedura di tampone per individuare eventuale positività al virus sono evidentemente in palese conflitto con tali libertà fondamentali con le quali devono trovare adeguato bilanciamento secondo le regole dettate dalla nostra stessa Costituzione.

La mia riflessione non si soffermerà sulle problematiche, a mio avviso di maggior peso, afferenti il rispetto della libertà personale e di riunione in luoghi privati che andranno attentamente riesaminate al termine dell’emergenza, ma che a breve potrebbero anche essere sottoposte da singoli cittadini all’attenzione dell’Autorità Giudiziaria.

L’analisi delle possibili ingerenze su tali diritti, per i quali non è espressamente prevista una limitazione o è necessario l’intervento dell’Autorità Giudiziaria, presentano, infatti, profili di complessità certamente più elevata rispetto a quanto necessario ai fini delle presenti riflessioni.

Basti pensare che, mentre l’art. 14 Cost. consente di temperare il principio dell’inviolabilità del domicilio nei casi e nei modi stabiliti dalla legge, ivi compresi gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica, regolati da leggi speciali, l’art. 13 Cost. esclude qualsiasi ingerenza sulla libertà personale “se non per atto motivato dell’Autorità Giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”, tanto che anche i trattamenti sanitari obbligatori, pur disposti d’urgenza ed in prima battuta dalle autorità amministrative devono essere sottoposti immediatamente all’Autorità Giudiziaria per la loro eventuale convalida e che l’art. 17 Cost. della Costituzione prevede sì la possibilità per l’autorità amministrativa di vietare le riunioni per comprovati motivi  di sicurezza o di incolumità pubblica, ed è certamente questo il caso, ma solo se le stesse si svolgono in luoghi pubblici mentre per tutte le altre riunioni, anche in luoghi aperti al pubblico, tale possibilità non è contemplata.

Voglio, invece, fare più diretto riferimento ai casi nei quali la stessa Costituzione già prevede la possibilità di un bilanciamento tra interessi contrapposti, indicando la strada, obbligata, da seguire per incidere su alcuni diritti fondamentali. E’ chiaro che le riflessioni proposte potranno anche, e forse a maggior ragione, essere utilizzate per l’analisi della necessaria tutela della libertà personale e di riunione.

Vengono a tal fine in rilievo l’art. 16 Cost. che testualmente recita “Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza ……… Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge” e l’art. 32 Cost. in base al quale “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Come è evidente, si tratta di diritti che ben possono essere incisi per la tutela di altri interessi, ma solo se le limitazioni sono individuate da un ben preciso ed esclusivo strumento normativo: la legge. E la ragione di tale limite è sin troppo chiara perché il potere di approvare una legge è riservato all’organo democratico per eccellenza, e cioè al Parlamento ove sono rappresentati tutti i cittadini italiani.

Non desidero entrare sulla questione giuridica del se, e sino a che punto, le disposizioni del Decreto Legge approvato dal Governo nel febbraio 2020 e trasmesso poi alle Camere per la definitiva approvazione, costituiscano o meno, data la loro palese indeterminatezza nella delega di azione al Governo, una valida base legale per i provvedimenti governativi ed amministrativi che si sono succeduti nel tentativo di arginare l’epidemia o se, più probabilmente, con le ultime disposizioni del nuovo Decreto Legge approvato dal Governo il 9/3/2020 si stia tentando di dare una copertura costituzionale ad azioni adottate nell’emergenza senza troppa attenzione ai fondamentali profili di attribuzione del potere all’interno di uno Stato di diritto autenticamente democratico.

Voglio solo sottolineare che in tema di limitazioni delle libertà tutelate dalla Costituzione non può e non deve mai essere posto in dubbio che l’unico attore legittimato è sempre e solo il Parlamento.

E non è neanche possibile introdurre banali obiezioni del tipo “siamo in guerra e non esistono regole da osservare”, perché tale affermazione è falsa e superficiale.

Falsa perché siamo di fronte ad un’emergenza sanitaria grave, ma certamente ben lontana dagli orrori della guerra, e superficiale perché persino per il caso di emergenza più estremo, la guerra, l’articolo 78 della nostra Costituzione non consente l’intervento diretto del Governo, ma solo per delega del Parlamento: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari”.

Per questo non è comprensibile come non solo il Parlamento sia rimasto inattivo per tutto questo lungo periodo nel quale altre autorità adottavano provvedimenti di sua esclusiva competenza perché profondamente incidenti su libertà costituzionalmente tutelate, ma come addirittura, per semplici paure personali, sia stata inventata una modalità di conduzione dei lavori d’aula che prevede la riduzione concordata del numero dei parlamentari presenti, laddove ognuno di essi per il ruolo centrale assegnatogli dalla Costituzione nella gestione dell’emergenza e dei conflitti tra interventi di contrasto all’epidemia e tutela delle libertà avrebbe dovuto svolgere un ruolo attivo, primario e fondamentale al quale ha, invece, abdicato per paura; al contrario di tanti cittadini, basti pensare agli esercenti le professioni sanitarie, che continuano ad espletare ciascuno il proprio ruolo, spesso molto più umile, esponendosi in prima persona al possibile contagio.

Se preservare la propria salute è scelta, legittima, ritenuta prevalente sulla tutela del bene pubblico, le dimissioni dalla carica di parlamentare dovrebbero essere l’ovvia e necessitata conseguenza che come cittadini abbiamo tutto il diritto, e forse anche il dovere, di richiedere a chi oggi ha deciso di non esporsi e restare a casa, incurante dei propri doveri.

E’ proprio in questo momento delicato e fondamentale, infatti, che i parlamentari devono essere al proprio posto, ad adempiere il ruolo che la Costituzione ha loro assegnato, e non ben riparati a casa per paura di subire conseguenze personali, tanto più che all’orizzonte si profila per loro un ulteriore e più gravoso impegno inderogabile.

Oggi, infatti, tutti parliamo con convinzione della necessità di immettere sul mercato enormi risorse economiche che possano alleviare il disagio e consentire in un futuro che speriamo quanto più prossimo possibile di far ripartire un’economia che uscirà certamente profondamente danneggiata dalle necessarie misure di contrasto al diffondersi dell’epidemia.

Tutti siamo oggi convinti che bisogna creare debito pubblico, che tutti gli Enti pubblici, soprattutto quelli territoriali, debbano dare fondo alle loro risorse, possano e debbano indebitarsi; debba, insomma, moltiplicarsi senza vincoli la spesa pubblica e, su questo, si sta combattendo una difficile battaglia sul fronte europeo, forse dimenticando un piccolo, ma certamente non trascurabile, particolare, che attiene, invece, al fronte interno.

Nel 2012, tra squilli di tromba e rulli di tamburo, quasi all’unanimità, venne, infatti, approvata una riforma della Costituzione che oggi obbliga lo Stato e gli enti pubblici al pareggio di bilancio ed una legge di attuazione, approvata con la necessaria maggioranza qualificata, che impone a Regioni e Comuni, tra l’altro, norme particolarmente severe in termini di contenimento della spesa pubblica.

E trattandosi di norme di rango costituzionale o da approvare con maggioranze qualificate, le stesse non possono essere abrogate, modificate o derogate da norme di legge ordinaria.

In base alle modifiche apportate alla Carta Costituzionale dalla legge costituzionale 1/2012 (“Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale”) oggi:

  • “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico. Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali ……. Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei principi definiti con legge costituzionale” (Art. 81 Cost.).
  • “Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea, assicurano l’equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico” (art. 97 Cost.).
  • “I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea ….. Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento, con la contestuale definizione di piani di ammortamento e a condizione che per il complesso degli enti di ciascuna Regione sia rispettato l’equilibrio di bilancio. È esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti”(art. 119 Cost.).

La stessa legge costituzionale 1/2012 al suo articolo 5 prevede, poi, che la legge di cui all’articolo 81, sesto comma, della Costituzione, disciplini, per il complesso delle pubbliche amministrazioni, la definizione delle gravi recessioni economiche, delle crisi finanziarie e delle gravi calamità naturali quali eventi eccezionali al verificarsi dei quali sono consentiti il ricorso all’indebitamento non limitato; le modalità attraverso le quali lo Stato, al verificarsi di tali eventi eccezionali, anche in deroga all’articolo 119 della Costituzione, concorre ad assicurare il finanziamento, da parte degli altri livelli di governo, dei livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali inerenti ai diritti civili e sociali e la facoltà dei Comuni, delle Province, delle Città metropolitane, delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano di ricorrere all’indebitamento, ai sensi dell’articolo 119, sesto comma, secondo periodo, della Costituzione.

Tale norma programmatica della legge costituzionale 1/2012 ha avuto, dopo alcuni mesi, attuazione con l’approvazione, con la richiesta maggioranza qualificata (in realtà quasi all’unanimità), della legge n. 243/2012 (“Disposizioni per l’attuazione del principio del pareggio di bilancio ai sensi dell’articolo 81, sesto comma, della Costituzione”) che, tra l’altro, al suo articolo 9, ha obbligato Regioni e enti locali al pareggio gestionale, in fase di previsione e in fase di rendiconto, sia per competenza che per cassa, fra entrate e spese correnti, e fra entrate e spese totali.

E’ quindi palese che, se effettivamente si intendono utilizzare a debito ingenti risorse, devono essere immediatamente approvate, a maggioranza assoluta dei componenti di ogni ramo del Parlamento, sia la deroga al pareggio di bilancio consentita in casi eccezionali dalla Costituzione, sia, sempre con la stessa maggioranza qualificata, le norme necessarie a consentire allo Stato di assicurare i livelli essenziali delle prestazioni e delle funzioni fondamentali degli enti territoriali, sia a questi ultimi di indebitarsi a loro volta, senza il rispetto del pareggio gestionale fra entrate e spese , sia correnti che totali, sia per competenza che per cassa.

Ed oltre al fatto che ci troviamo di fronte ad uno snodo essenziale per il futuro del nostro paese e che quindi da cittadini possiamo legittimamente pretendere che vi partecipino tutti i rappresentanti che abbiamo eletto, la necessità di assicurare a tali norme il voto della maggioranza assoluta dei componenti di ogni ramo del Parlamento non consente, oggi, ai nostri rappresentanti di perseverare nella loro scelta di protezione della propria salute personale a discapito dell’adempimento dei propri obblighi istituzionali.




I danni del populismo e della demagogia ai tempi del Covid-19

Il populismo e la demagogia hanno connotato l’ultima campagna elettorale del 2018 e hanno contraddistinto la retorica politica tanto del governo giallo-verde, quanto di quello giallo-rosso. Ma in questa condizione di emergenza sanitaria che stringe il Paese in una morsa mortale, la comunicazione politica è cambiata?

Parlare alla pancia della gente, si sa, è il metodo migliore per ottenere un consenso immediato, da mettere subito all’incasso di una competizione elettorale. Lo sanno bene i cinquestelle, che sono divenuti primo partito nelle elezioni politiche del 2008, raggiungendo quasi il 33% alla Camera dei Deputati e al Senato, ma lo sa ancora meglio la Lega di Matteo Salvini, che partendo dal 17% del 2018, in meno di un anno di governo e utilizzando in maniera professionale la retorica demagogica e populista, ha raggiunto, alle elezioni europee del maggio 2019, il 34,26% dei consensi; un balzo enorme se paragonato al risultato delle politiche dell’anno precedente, da record mondiale se paragonato a quello delle europee del 2014, quando la Lega, guidata dal medesimo Salvini, ma ancora connotata da una retorica antimeridionalista, si era fermata a poco più del 6%.

Accertato, pertanto, quanto sia facile raccattare consensi attraverso una politica fatta di moltissime chiacchiere e di pochissimi fatti, gran parte degli altri movimenti politici italiani hanno deciso di cimentarsi nell’impresa.

Ma è davvero facile come sembra? O utilizzare questo tipo di dialettica politica comporta dei rischi? La domanda è ovviamente retorica! I rischi sono altissimi e i danni ingentissimi, riguardano davvero tutti.

I provvedimenti restrittivi della libertà personale, che hanno interessato l’Italia nel trascorso mese di marzo, hanno già prodotto un calo del PIL del 6% su base annuale e le previsioni di Confindustria giungono fino a -10%.

In molte città del Mezzogiorno, Palermo, Catania, Napoli ma più in generale anche in Calabria e Puglia si sono già verificati casi di assalti ai supermercati, da parte di piccoli gruppi organizzati, che hanno tentato di fare la spesa senza pagare il conto alla cassa. In questi casi sono intervenute le forze dell’Ordine a sedare la protesta.

La situazione però si va complicando di giorno in giorno, sono nati e sono sempre più attivi gruppi privati su Facebook e WhatsApp, dove alcuni capipopolo aizzano le folle a organizzarsi per assaltare supermercati e negozi di generi alimentari. In questi gruppi la parola “rivoluzione” ricorre ogni giorno con sempre maggiore frequenza.

Il rischio che la situazione volga al peggio è davvero concreto, tanto che in molte città del Mezzogiorno la polizia è costretta a presidiare i centri commerciali e non si contano più i procedimenti penali per istigazione a delinquere che sono stati avviati.

Moltissime famiglie hanno difficoltà oggettive a mettere insieme il pranzo con la cena e il loro numero aumenterà esponenzialmente, nel giro di qualche giorno. Il Governo ha varato alcune misure di sostegno economico per i meno abbienti ma, all’avvio del programma, il sito dell’INPS ha rivelato tutti i suoi limiti, risultando irraggiungibile per parecchie ore. L’accaduto è stato giustificato con un attacco Hacker, ma ormai pochi ci credono veramente.

Tuttavia, le misure di sostegno economico appaiono oggettivamente insufficienti e i problemi destinati ad aumentare rapidamente.

In questo contesto, Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d’Italia, chiede l’erogazione di mille euro al mese per tutti gli italiani che ne facciano richiesta, Matteo Salvini addirittura propone un “anno bianco fiscale” per tutto il 2020, ovvero l’azzeramento delle tasse per tutti i cittadini, patendo dalle imprese. È evidente che queste misure si connotano per una retorica, ancora una volta, demagogica e populista. L’effetto istantaneo (ma effimero) è quello che fa salire il gradimento per questi leader politici ma l’effetto meno immediato e magari non voluto, è quello di fare percepire alle masse, già in seria difficoltà economica, che effettivamente lo Stato potrebbe fare fronte ai loro bisogni, in maniera integrale.

La società drogata dal reddito di cittadinanza da una parte e sfiancata dalla carenza di posti di lavoro dall’altra (l’Italia è il paese europeo con il più alto tasso di disoccupazione giovanile), si ritrova così ad avvitarsi in una spirale assistenzialista che potrebbe, nella più rosea ipotesi, garantire una magra sussistenza ma ruberebbe il futuro e ogni aspirazione alle nuove generazioni.

È evidente che, in queste condizioni, la protesta potrebbe facilmente sfociare in movimenti di massa di disobbedienza civile, se non di vera e propria eversione. Stupisce come i leader dei partiti maggiormente rappresentativi non percepiscano questo pericolo o lo sottovalutino drammaticamente.

Mi piacerebbe, in questo delicatissimo momento per la storia d’Italia e d’Europa, che coloro i quali ricoprono un incarico pubblico o di responsabilità tenessero costantemente presente che la priorità non è aumentare il consenso, in vista della prossima competizione elettorale, bensì riuscire a tenere in piedi questa nazione tra le macerie, non solo economiche, che lascerà questa pandemia.

Non ci possiamo permettere di alzare inutilmente i toni, le critiche e le proposte di qualsiasi schieramento politico devono essere presentate nei luoghi deputati e nelle forme previste. Siamo stanchi di annunci, slogan, lunghi monologhi e show televisivi o sui social, abbiamo bisogno di un governo vero, di persone responsabili e soprattutto di un’opposizione parlamentare che convinca per capacità e serietà delle proposte.

I giovani italiani non vogliono un futuro di decrescita felice con un sussidio mensile di sussistenza, vogliono avere la possibilità di lavorare e confrontarsi sui mercati mondiali, vogliono che lo Stato faccia poco e l’essenziale ma che lo faccia bene. Parliamo tanto di genio e creatività italiana, ma dove sono finite?




Analisi sierologica: un test #perRipartire

Su un punto, credo, siamo tutti d’accordo: non possiamo permetterci un lockdown a oltranza, fino a quando non sia sviluppato un vaccino. E’ necessario, sia pure con tutte le cautele richieste dalla straordinaria situazione che stiamo vivendo, elaborare un piano #perRipartire.
La nostra Fondazione ha provato a dare il suo contributo con la proposta di 8 punti da cui ripartire per evitare che dall’attuale stato d’emergenza scaturiscano conseguenze economiche irreversibili.
In questa prospettiva, il test seriologico (quello, per intenderci, che permette di riconoscere chi ha già incontrato il virus e ha sviluppato le difese immunitarie) probabilmente rappresenta, ora, lo strumento più efficace per individuare quei soggetti che non potendo, quantomeno nel breve periodo, contagiare né essere (nuovamente) contagiati, possono essere sottratti alle misure di distanziamento sociale e riprendere, se non una vita normale, almeno a lavorare in condizioni di maggiore sicurezza.
L’Imperial College London, in uno studio pubblicato il 30 marzo scorso, ha stimato che in Italia i contagiati siano circa 6 milioni, il che significa che il numero degli asintomatici – rispetto a quello dei positivi accertati – è molto elevato. E allora stabilire quanti dei soggetti asintomatici sono già immuni è di fondamentale importanza per arrivare a una graduale ripresa delle attività.
Esponenti sia del mondo scientifico sia delle Istituzioni, fino a qualche giorno fa divisi al loro interno, sembra che, nelle ultime ore, stiano convergendo sulla utilità di condurre questa indagine su ampia scala.
Anche a scopo preventivo, per preservare dal contagio intere comunità, l’Unità di crisi della Regione Veneto ha approvato ieri l’avvio dei test seriologici sul personale sanitario e sui dipendenti delle case di cura, mentre la Regione Toscana ha deciso di sottoporre a questa indagine tutto il personale penitenziario e amministrativo. Oggi l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio ha annunciato un test rapido a tappeto per tutti i residenti, mentre da domani il test sarà prenotabile online da tutti i cittadini di Firenze.
Ma perché sia davvero un’opportunità questa indagine andrebbe condotta in modo coordinato e con test e protocolli validati.
La tutela della salute è prioritaria ma deve essere contemperata con le esigenze economiche del sistema. Il tempo corre, ogni giorno molte imprese falliscono. Dobbiamo ripartire prima che sia troppo tardi.




L’Unione Europea e il rischio di essere un amaro rimpianto

L’Europa in generale, con l’Italia in prima linea, da alcuni anni a questa parte, è attraversata da un crescente moto di euroscettiscismo, quando non di vera e propria tendenza disgregativa.

Fino a quando -nel giugno del 2016- il 52% degli abitanti del Regno Unito votarono per uscire dall’Unione Europea, l’Europa Unita sembrava una conquista definitivamente acquisita. Fu quel democratico campanello d’allarme che incrinò il sogno europeista e diede ulteriore forza ai movimenti euroscettici.

Dal 2016, infatti, soprattutto in Italia, i movimenti euroscettici crebbero vistosamente e conquistarono la maggioranza assoluta dei consensi espressi per il rinnovo della Camera dei Deputati nelle ultime elezioni politiche del 2018. Lega e M5S, infatti, insieme raggiunsero il 50,03% dei voti validi per la Camera dei Deputati, un po’ meno al Senato.

Questa tendenza, comunque, dal 2016 ha attraversato tutta l’Europa, in Francia è cresciuto il Fronte di Marie Le Pen, in Ungheria Viktor Orbàn è divenuto primo ministro e da poche ore ha assunto pieni poteri, grazie ad un voto allucinante del parlamento, ma nessun paese membro può dichiararsi immune da questa tendenza. Certo, in alcuni stati, l’euroscetticismo si ferma sotto al 20% (Bulgaria, Estonia, Irlanda, Lituania, Polonia, Romania) ma negli altri, ovvero in quelli più popolosi e soprattutto in quelli con il PIL più alto, i numeri sono divenuti davvero preoccupanti. In questo contesto, la terribile epidemia di Covid-19 rischia di agire come un acceleratore di queste tendenze disgregative.

I provvedimenti legislativi e amministrativi (sic!) che hanno sostanzialmente messo in quarantena l’Italia, così come è accaduto anche a Francia e Spagna, potranno riguardare, a brevissimo, molti altri paesi europei. Le conseguenze economiche e sociali di questi provvedimenti sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti, migliaia di imprese, piccole, medie e grandi, sono letteralmente in ginocchio e le misure, annunciate come salvifiche dal presidente del consiglio dei ministri Conte, rischiano di rivelarsi dei pannicelli caldi, buoni a lenire qualche fastidio ma certamente non utili a curare il malato.

Se le misure restrittive dovessero perdurare ancora per parecchio tempo, come sembra, potrebbero non bastare interventi straordinari per sostenere l’economia. L’ex presidente della BCE, Mario Draghi, dalle colonne del Financial Times ha affermato che, in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, serve cambiare marcia a livello europeo. Servono maggiore e reciproco sostegno tra gli stati europei, un radicale cambio di mentalità dei popoli e dei governanti, le banche e i governi dovranno fare la loro parte e tutto questo deve avvenire adesso, non possiamo perdere ulteriore tempo.

In questi giorni, si susseguono le notizie di assalti ai supermercati. Fatti drammatici e criminali, certo, che tuttavia potevano e dovevano essere previsti dal Ministro dell’Interno e dal Governo. Non ci voleva la sfera di cristallo per capire che in molte città italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, dopo oltre venti giorni di forzata reclusione domestica, senza possibilità di lavorare e senza alcun introito finanziario, migliaia di famiglie non avrebbero più avuto di che sfamarsi e, alcune di queste, avrebbero rischiato la galera piuttosto che morire di fame.
In questo contesto, il presidente del consiglio dei ministri Conte, come in un grande fratello televisivo, quasi quotidianamente entra nelle case degli italiani con “monologhi alla nazione”, nei quali rassicura per la tenuta dello Stato, annuncia l’erogazione di (pochi) miliardi di euro, ma si rivela incapace di placare il malessere generale.

In pratica, si sta facendo l’esatto contrario di quanto suggerito da Mario Draghi e lo si sta facendo anche lentamente, a più riprese, con un costante flusso di DPCM, nei quali si procede con continui aggiustamenti che, ovviamente, giungono sempre intempestivi ed insufficienti. L’immagine che se ne ricava, purtroppo, è tutt’altro che rassicurante.

L’attuale presidente della BCE Christine Lagarde, sulle orme del suo predecessore, pur dichiarandosi contraria agli Eurobond ha rafforzato il programma di acquisti di titoli pubblici e privati sul mercato e ha adottato misure per offrire liquidità a condizioni estremamente vantaggiose per le banche per spingere a fare credito a imprese e famiglie. Ma le banche, soprattutto quelle italiane, sono ingessate da meccanismi burocratici introdotti per evitare l’aumento di crediti inesigibili e, senza una garanzia statale, non potranno erogare un solo euro dei miliardi di liquidità messi a disposizione dalla BCE.

In questo contesto socio-politico, il presidente Conte, spalleggiato da Emmanuel Macron e Pedro Sánchez ha chiesto, nel corso del Consiglio straordinario tra i capi di Stato e di governo europei del 26 marzo, misure straordinarie per fare fronte alla drammatica situazione, in pratica ha chiesto l’emissione degli Eurobond o Coronabond, titoli obbligazionari europei, quindi garantiti dall’Unione Europea e non dai singoli stati, attraverso i quali sarebbe possibile finanziare adeguatamente la grave crisi economica in atto.

Dall’altra parte della barricata, i paesi del Nord, spinti da Olanda e Austria, con il pieno sostegno della Germania, sono contrari a qualsiasi ipotesi di Eurobond e disponibili solo all’impiego del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), il quale prevede la possibilità di intervenire economicamente a sostegno degli stati, ma con rigidi schemi di controllo a posteriori sulle politiche fiscali e sulla spesa pubblica.

Ad onor del vero, c’è da sottolineare che non è possibile concepire l’emissione di titoli obbligazionari europei, senza una comune amministrazione delle politiche fiscali.

Intanto, per essere rapidi nell’intervento, Il Consiglio straordinario dei Capi di Stato e di Governo si è riaggiornato al 7 aprile, senza prendere alcuna decisione e rimandando ogni misura, come se l’economia interna degli stati colpiti dall’emergenza potesse attendere altre due settimane, senza rischiare una definitiva compromissione degli asset strategici.

Così procedendo, i disordini sociali aumenteranno, la larghissima maggioranza delle aziende chiuderà o non riaprirà affatto dopo l’emergenza sanitaria. Bene ha fatto la Fondazione Einaudi a sviluppare una sintetica ricetta in otto punti, per fare ripartire il paese dopo l’emergenza coronavirus (leggi qui) ma il rischio è che senza uno scatto ontologico, a livello europeo, nessun paese potrà farcela da solo.

L’Unione Europea si trova oggi alla resa dei conti, da una parte vi è un’idea di maggiore apertura, cooperazione e integrazione degli stati, con una necessaria responsabilizzazione dei governi nazionali ma anche e soprattutto dei popoli, dall’altra parte una fredda visione tecnocratica di alcuni paesi del centro-nord Europa. Di certo, di queste due strade, solo una porta l’Unione Europea nel futuro, altrimenti nel XXI secolo si ritornerà a parlare soltanto di continente europeo e di stati nazionali.

L’Europa tornerebbe ad essere il campo di battaglia, sul quale si misurerebbero gli Stati Uniti d’America e la Russia, con la Cina, nuova superpotenza mondiale, a fare da terzo incomodo. Non so chi potrebbe prevalere, so di certo chi soccomberebbe! A questo punto, bisogna trovare il coraggio di gettare il cuore oltre l’ostacolo e trasformare il veleno in farmaco, percorrendo la strada di una più intensa azione europeista.

Sarà necessario consentire l’elezione del Parlamento Europeo, sulla base di liste europee, nelle quali si possa scegliere il rappresentante, non in base alla nazionalità ma per i valori espressi. Muoviamoci verso un governo unico europeo, che armonizzi i sistemi fiscali, che si occupi di sicurezza e welfare comuni. Una nuova Unione Europea, fatta di popoli fratelli e solidali, nella quale le rispettive diversità potranno costituire gli ingredienti per un maggiore sviluppo, piuttosto che di una timorosa diffidenza.

Solo così l’Unione Europea potrà vincere quella sfida lanciata dall’emergenza Covid-19 e acquisire quella soggettività politica, sul piano internazionale, che la renderà finalmente matura, capace di confrontarsi e competere con le altre potenze mondiali.

Pubblicato da Il Riformista




Grillo vociante

Se la demagogia fosse commerciabile Beppe Grillo sarebbe una risorsa, anziché un vociante demagogo pronto a cavalcare miti e disgrazie. Zitto zitto sul da farsi, nonostante sia il padre della più forte componente governativa, ha ritrovato voce e ispirazione per dire che è arrivato il momento del “reddito universale”: soldi a tutti per il solo fatto d’essere nati. C’è bisogno, no?
In effetti c’è bisogno, ma di due cose: a. ricordarsi che la ricchezza prima si produce e poi si distribuisce, altrimenti si è solo diffusori d’illusioni, spesso accompagnate da una coerente propensione all’evasione fiscale; b. che è proprio l’assistenzialismo ad avere avvelenato l’Italia, ovvero lo spostamento di ricchezza dai produttori onesti verso il non lavoro e verso chi si finge povero semplicemente evadendo il fisco.
In questo difficilissimo momento si deve fare l’esatto contrario: spostare ricchezza, anche a debito, verso le imprese, anche piccolissime, che puntano a mantenere il lavoro e i lavoratori, affinché non si perda il nesso fra spesa odierna e produzione futura. Se quel nesso si rompe si fabbrica miseria e debito non sostenibile, scaricandone il peso futuro su chi dovrà provvedere con il proprio patrimonio. Cosa cui sfuggirebbe, anche qui coerentemente, chi il patrimonio lo ha accumulato sfuggendo al fisco.
Purtroppo è sempre così: nel dolore c’è chi sa di doversi dare da fare e chi prova ad approfittare. Non è una cosa nuova, ma reta una cosa triste.

Pubblicato da Formiche




Il grande equivoco. Gli italiani non lo meritano

Socialisti, statalisti, collettivisti, assistenzialisti, vogliono far passare l’idea che puoi ottenere beni e servizi, un tetto sopra la testa, senza lavorare duramente, solo perché “ne hai diritto”.
Una esistenza di buon senso, invece, prevede un periodo di intenso e impegnativo studio e formazione, fornito grazie al sacrificio della famiglia di origine, seguito dall’attività lavorativa necessaria per il proprio sostentamento e dei propri familiari e l’accantonamento di una quota di risparmio per far fronte alla vecchiaia e ai momenti di carestia e di malattia.
Una piccola quota del reddito dovrebbe essere destinata alla propria comunità (chiamatela come preferite, comune, regione, cantone, lander, città stato, nazione, piccola o grande, unitaria o federale) perché la utilizzi per la Difesa, la Sicurezza e l’Ordine Pubblico, la Giustizia, e le Grandi Infrastrutture (ferrovie, autostrade, dighe, ponti, reti, centrali energetiche) e all’assistenza degli indigenti assoluti incolpevoli, minori abbandonati, disabili, malati gravi senza reddito.
Niente di più banale, sembrerebbe.
Ecco tutto ciò è stato stravolto e reso impossibile da realizzare in nome dello Stato, una certa tipologia di Stato, subdolamente oppressivo e rapace, che espropria per distribuire il ricavato nei modi più arbitrari, discutibili ed esecrabili.
Non c’è libertà politica senza libertà economica.
Nel perseguimento pervicace dell’idea di Stato Assistenziale che toglie per dare un pò a tutti in modo inefficiente e dispersivo, e al suo delirio regolatorio utile a giustificare se stesso, gli imprenditori e le imprese sono stati decimati dal prelievo fiscale e dall’oppressione burocratica, chiudono centinaia di imprese ogni giorno con conseguente perdita di posti di lavoro.
Senza lavoro gli individui perdono la loro indipendenza, non più autonomi sono costretti a chiedere assistenza allo Stato che così ha motivo per aumentare la pretesa fiscale sulle aziende e causarne la chiusura con perdita di posti di lavoro e più richieste di assistenza e sussidi e nuovi aumenti di tasse in un avvitamento di spirale negativa senza fine.
Anche molti lavoratori dipendenti sono erroneamente convinti che l’impresa sia un ente socio-assistenziale.
La scuola non insegna loro che l’obiettivo primario di ogni impresa è il profitto: senza il profitto le aziende falliscono ed i lavoratori perdono il posto di lavoro.
Il profitto è un dato tecnico-economico: se paragoniamo l’azienda ad un motore il profitto è il lubrificante ed il carburante che consente all’ingranaggio di funzionare e non incepparsi e al mezzo di avanzare.
Volendo attribuire una connotazione etica al profitto si potrebbe definire “egoistico”. Ma è un egoismo, o meglio, un interesse individuale, che genera benessere collettivo: l’interesse egoistico degli operatori economici li spinge a fare le scelte più razionali e vantaggiose per se stessi ma, indirettamente, inconsapevolmente e fruttuosamente, anche per l’intera collettività. Anche il lavoratore è un egoista economico: aspira al massimo del compenso col minimo della prestazione. I diversi egoismi economici, dell’impresa, dei lavoratori, dei consumatori, si incontrano e si contemperano nel mercato ai fini della produzione e dello scambio, permettendo l’allocazione efficiente di risorse scarse, fondata sulla libera scelta del consumatore: la migliore allocazione delle risorse si realizza, dato un sistema di prezzi, quando le imprese massimizzano i loro profitti ed i consumatori rendono massima la soddisfazione dei loro bisogni. Ovviamente ciò implica la libera scelta del consumatore in antitesi alla allocazione impositiva operata dallo Stato.
La ricchezza materiale così prodotta è la precondizione per qualunque decisione sociale e politica che, senza mezzi materiali, creati grazie al libero mercato, non potrebbe essere operativa e realizzata.




Giusto, necessario e urgente

Se una strada è ostruita, per traffico o blocco pretestuoso, serve a nulla mettersi a frignare, prova a cambiare. Questo è il succo della saggia e utile opinione di Mario Draghi.
Qui tutti gli antieuropeisti si sono messi a piagnucolare invocando gli eurobond, i titoli del debito pubblico europeo, ovvero la massima possibile espressione della cessione di sovranità e centralizzazione delle scelte. Sono difesi da ottusità e ignoranza, ma usano la menzogna quando provano a far credere che siano sinonimo di soldi gratis. E siccome il loro starnazzare fa scopa con quello dei loro colleghi neonazi di Germania e altrove, secondo cui mai si deve mettere un centesimo a garanzia di quei dissennati che buttano via i soldi mandando prima in pensione la gente e pagando chi non fa niente, il risultato è che si resta bloccati.
I soli soldi veri che si vedono sono europei. Già oggi, senza bisogno d’inventare nulla che già non esista. Ci sono 3mila miliardi di liquidità a tasso negativo, cui si sommano 870 miliardi di maggiori acquisti di titoli. L’Italia recupera anche 11 miliardi che aveva perso per sua colpa. Questi sono i soli soldi veri. E sono tanti. E c’è un fondo salva stati, Mes, che non va osteggiato, ma adattato.
Ma, c’è un ma: gli 870 sono utilissimi a tenere a bada lo spread, che altrimenti sarebbe alle stelle, ma coprono, per la parte italiana, poco più di un quarto del debito che sarà emesso da qui alla fine dell’anno. Quindi, ancora una volta, la Bce compra tempo che noi c’industriamo a buttare. E c’è un altro ma: i 3mila miliardi resteranno nell’iperuranio, saranno un acquedotto potente che passa sulla testa di scemi che fanno la danza della pioggia, ma non hanno attrezzato un rubinetto. Questa è la sostanza di quel che dice Draghi, che mi permetto di volgarizzare: i soldi agli Stati qui finiscono in rendite e non si vedono investimenti; i soldi ai privati dovrebbero darli le banche, le quali sì li prendono a tassi negativi, ma dovrebbero prestarli assumendosene il rischio, cosa che non faranno perché salterebbero; allora chiudiamo il cerchio e apriamo il rubinetto: i soldi vadano dalla Bce alle banche e dalle banche ai privati perché coperti da garanzia statale. Giusto. Necessario. Urgente.
Perché mentre chi era estremista delle aperture è diventato estremista delle chiusure, dimostrando di sapere fare solo l’estremista, il pericolo è che alla riapertura si trovino i morti dietro le saracinesche, che non riaprano perché asfissiati. Quindi avanti con le bombole, perché i costi di quello scenario sarebbero maggiori, visto che mancherebbero, in un solo colpo, sia la produzione di ricchezza che il gettito fiscale.
E nessuno dica che questo è un cambio d’indirizzo rispetto a quando si condannava il debito pubblico, perché averlo alimentato con spesa corrente resta un atto d’incoscienza che oggi costa moltissimo all’Italia: i tedeschi hanno soldi da prestare (pre-sta-re) alle aziende, noi li regaliamo a chi non lavora. Ora, però, un debito pubblico che garantisca quello privato è giusto, necessario e urgente. Non debito per accudire la recessione, facendola diventare depressione, ma per alimentare chi produce e deve riprendere a farlo.
Non lo capisce solo chi non vuole capirlo e raccogliere voti con la rendita della dissenatezza.

Pubblicato da Formiche