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	<title>Veronica De Romanis, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Veronica De Romanis, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Europa e Italia, i due pesi del governo sulla concorrenza</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-italia-governo-concorrenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2023 17:51:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[governo meloni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Non disturbare chi vuole fare» è il motto dell&#8217;attuale esecutivo. Lo ha spiegato Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento il 25 ottobre scorso. Alla luce dell&#8217;azione di governo svolta sin qui, però, la logica che sembra prevalere è un&#8217;altra, ossia «non disturbare chi vuole fare, ma solo se sta già facendo». Sotto questo aspetto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Non disturbare chi vuole fare» è il motto dell&#8217;attuale esecutivo. Lo ha spiegato Giorgia Meloni nel suo discorso di insediamento il 25 ottobre scorso. Alla luce dell&#8217;azione di governo svolta sin qui, però, la logica che sembra prevalere è un&#8217;altra, ossia «non disturbare chi vuole fare, ma solo se sta già facendo». Sotto questo aspetto, la questione dei balneari è emblematica. Meloni ha (giustamente)bloccato (per quanto ancora?) il tentativo dei due partiti alleati, Lega e Forza Italia, di estendere oltre il 31 dicembre 2023 la proroga alle concessioni. Lo stop, tuttavia, non rappresenta un cambio diposizione. Semplicemente un modo per prendere tempo (i decreti legislativi sono stati rinviati di qualche mese) e trovare una soluzione duratura. L&#8217;obiettivo, ha spiegato la leader di Fratelli d&#8217;Italia, «è mettere in sicurezza quegli imprenditori.  Vanno difesi da una direttiva che non andava applicata». In buona sostanza, i balneari che vogliono fare non devono essere disturbati.</p>
<p>A questo punto, la domanda sorge spontanea: e gli altri? Chi difende coloro che attualmente non fanno ma che vorrebbero fare? E che sia chiaro: raggruppare questi potenziali imprenditori sotto un&#8217;unica categoria, quella delle multinazionali che comprano le nostre spiagge per pochi soldi, è davvero fuorviante. Vi sono tanti giovani capaci che vorrebbero iniziare un&#8217;attività. Se non diamo loro la possibilità di entrare nel settore una volta che si sono formati, inutile parlare di merito. Una parola, che val la pena ricordare, Meloni ha voluto aggiungere nella denominazione del ministero dell&#8217;Istruzione. Peraltro, garantendo pari opportunità di accesso per tutti, non solo per gli insider, si crea un circolo virtuoso che genera benefici per l&#8217;intera collettività, a cominciare dai consumatori in termini di minori prezzi e maggiore efficienza dei servizi offerti. Si chiama concorrenza.</p>
<p>L&#8217;alternativa è quella di tutelare e, di conseguenza, avvantaggiare solo pochi privilegiati. Ma così non si cresce. La premier sembra esserne consapevole. Lo dimostra la posizione assunta su un altro versante, quello degli aiuti di Stato. Meloni è contraria a un mero allentamento della normativa europea perché, ha spiegato, «determinerebbe una distorsione del mercato interno». I Paesi con spazio fiscale, quindi con basso debito ed elevata capacità di spesa, possono sostenere dipiù e meglio le proprie imprese. Una dinamica che si è già verificata nel passato biennio in cui le regole comunitarie sono state sospese: basti pensare che le imprese tedesche e francesi hanno ricevuto il settantacinque per cento degli aiuti. Proseguire su questa strada significherebbe far saltare il mercato unico, la libera concorrenza. Non è questo il modo per «risolvere il problema della scarsa competitività delle nostre aziende» ha ammonito Meloni. C&#8217;è, allora, da chiedersi perché chi è alla guida del nostro Paese invochi (giustamente) in sede europea uguali opportunità ma, poi, in casa protegga una determinata categoria di imprenditori a danno di altri? Agli occhi dei nostri partner questa &#8220;distinzione&#8221; è difficile da comprendere. Per questo il negoziato sul pacchetto di aiuti per sostenere l&#8217;industria europea rischia di partire in salita.</p>
<p>Un gruppo di Paesi, tra cui l&#8217;Italia, vorrebbe istituire un Fondo sovrano europeo alla stregua di quello creato per il Next Generation Eu (Ngeu). L&#8217;idea di nuovo debito comune è, invece, invisa a (molti) Paesi del Nord che sono già contributori netti del Ngeu. Prima di erogare nuovi finanziamenti vogliono essere certi che questi strumenti siano in grado di garantire la convergenza delle economie dell&#8217;Unione. Che cosa significa? I fondi devono servire a colmare i divari di crescita di chi è rimasto indietro. Solo per fare un esempio, devono essere utilizzati per far crescere le imprese vincenti non per tenere in vita quelle decotte. Ciò rafforza i singoli Stati membri e l&#8217;Europa nel suo insieme. Nella pratica, i governi beneficiari netti, come quello italiano, devono proseguire nel percorso di investimenti e riforme. Come è noto, la concorrenza è una delle priorità del nostro Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le concessioni balneari non ne fanno parte. Ma, certamente, le resistenze dell&#8217;attuale governo a metterle a gara non lasciano ben sperare sulla volontà reale di cambiare una volta per tutte l&#8217;economia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://sfoglio.lastampa.it/aviator.php?newspaper=LASTAMPA&amp;edition=TORINO&amp;issue=20230131&amp;startpage=1&amp;displaypages=2&amp;testata=lastampa&amp;altbackurl=https%3A%2F%2Fshop.lastampa.it%2Flastampa%2Fpwl_sfoglio&amp;backurl=https%3A%2F%2Fwww.lastampa.it%2Fedicola%2Fedicola.jsp"><em><strong>La Stampa</strong></em></a></p>
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		<item>
		<title>La lotta di Renzi contro l&#8217;austerity che non c&#8217;è</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 08:37:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[irpef]]></category>
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		<category><![CDATA[tasse immobili]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis, numeri alla mano, spiega perché in questi anni non c'è stata alcuna austerità [:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Crescita, flessibilità, fine dell’austerity sono le parole chiave nei commenti sul nuovo Documento di Economia e Finanza del governo Renzi. La promessa, in sintesi, è quella di far ripartire la crescita, chiedendo all’Unione Europea maggior flessibilità sul deficit. In vista, ma non quest’anno, c’è anche la riduzione della pressione fiscale. Sarà vero?</p>
<p>Si tratta di obiettivi realistici? Lo abbiamo chiesto a <strong>Veronica De Romanis</strong>, docente di Politica Economica Europea alla Stanford University, una lunga esperienza al Ministero dell’Economia e Finanza, autrice de <em>Il Metodo Merkel</em> e <em>Il Caso Germania</em>. In questa intervista spiega a <em>La Nuova Bussola Quotidiana</em> come l’obiettivo della crescita, fissato all’1% del Pil, sia molto difficile da raggiungere viste le condizioni attuali e il bonus europeo per consentirci ancora flessibilità sul deficit è stato in gran parte già speso negli anni scorsi.</p>
<p><strong>Professoressa De Romanis, partiamo dalla promessa di crescita. L’obiettivo è un +1% del Pil. Le stime dell’Ocse, però, prevedono una crescita inferiore (0,8%) e Confindustria, addirittura, la metà. E’ realistico, a suo avviso, l’obiettivo dell’1%?</strong></p>
<p>Per il 2017, il Def ha previsto una crescita dell’1,4%, ora tagliata all’1%. Una stima ottimista considerando il rallentamento in corso dell’economia globale, le diverse incognite come la Brexit ma anche tenuto conto della deludente crescita per l’anno in corso. Nei primi due trimestri, l’Italia è cresciuta in media dello 0,1%, la performance più bassa dei paesi dell’area dell’euro. L’acquisito (ossia la crescita che si avrebbe a fine anno se i prossimi due trimestri fossero piatti) si attesta allo 0,7%, pertanto, il 2016 dovrebbe chiudersi con un valore intorno allo 0,8%, inferiore alla previsione del Def di aprile pari all’1,1% per cento.</p>
<p><strong>A giudicare dalle notizie, pare che il grosso dello sforzo speso dal premier Matteo Renzi in Unione Europea, consista nell’ottenere maggior flessibilità sul deficit. Si prevede che il rapporto deficit Pil (stando all’ultimo aggiornamento) arrivi al 2,3%. Ammettendo che Renzi vinca la battaglia, un aumento del deficit potrebbe stimolare la crescita?</strong></p>
<p>La battaglia è sicuramente complicata anche perché la flessibilità è un’eccezione non una regola e quindi come tale può essere utilizzata solo in maniera temporanea. Ecco perché il governo italiano si è impegnato a rimettere già a partire dal 2017 le finanze pubbliche su un sentiero sostenibile. Ma anche se fosse accordata, la flessibilità deve servire a stimolare la crescita. La logica è: spendo di più (o abbasso le tasse) oggi, per crescere di più domani e poter così riassorbire il maggiore indebitamento che ho creato.</p>
<p>I circa 14 miliardi di flessibilità ottenuti nel 2016 (ossia 8 miliardi per le riforme, 4 miliardi per gli investimenti e 1,6 per le spese per i migranti) sono stati utilizzati in gran parte per disinnescare la clausole di salvaguardia (introdotte dal governo per finanziare spese già effettuate negli anni precedenti). Quindi non per ridurre la pressione fiscale, ma per evitare un aumento. Dal lato delle spese, il taglio netto è stato di 360 milioni di cui 319 in conto capitale, proprio il comparto più produttivo</p>
<p><strong>Il maggior rimprovero che Matteo Renzi muove all’Europa riguarda il modello di austerity, che a suo dire sarebbe una causa della crisi e non la sua soluzione. Ma l’Italia ha realmente attraversato (subendolo) un periodo di politiche di austerity?</strong></p>
<p>In realtà, in Italia in questi anni di governo Renzi di austerità non c’è stata molta traccia. E i numeri lo dimostrano. Un modo semplice per calcolare il grado di austerità è quello di misurare la variazione &#8211; rispetto all’anno precedente &#8211; del saldo primario strutturale, ossia al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici. Dai dati si evince che nel triennio 2013-2016, la politica fiscale in Italia è stata espansiva: il surplus primario strutturale è sceso, infatti, dal 3,5 al 2,6 per cento del Pil.</p>
<p>Pertanto, non si può dire che ci sia stata austerità. E, infatti, la spesa pubblica ha continuato a crescere. Le spese totali sono aumentate di 865 milioni. E aumentano anche al netto degli interessi per circa 340 milioni. Diminuiscono invece di 6 miliardi le spese per interessi ma questo è dovuto alla politica monetaria espansiva messa in campo dalla Banca Centrale Europea.</p>
<p><strong>Alla Germania, Renzi rimprovera di non aver rispettato le regole sul surplus commerciale.È una critica pertinente?</strong></p>
<p>Chi dice che la Germania non rispetta le regole o non ha letto i trattati oppure non li ha capiti. Il surplus commerciale è infatti uno dei 14 indicatori che definiscono la valutazione che la Commissione europea fa ogni anno sugli squilibri macroeconomici dei vari paesi. Tra questi indicatori c’è anche il tasso di occupazione, la disoccupazione giovanile, quella di lunga durata, la competitività, il tasso di cambio, ecc. La Germania non ne rispetta 2 su 14, l’Italia 5 su 14. Eppure nessuno dei due paesi è sotto procedura per squilibri macroeconomici.È come dire che uno studente ha due insufficienze nel caso della Germania, ma non per questo viene bocciato. Certo il problema resta.</p>
<p>La Germania deve fare uno sforzo per cercare di aumentare la domanda interna e investire l’eccesso di risparmio. Ma come ha sostenuto più volte Mario Draghi “non si tratta di una economia pianificata, e quindi non si può spingere un bottone e cambiare le cose”. Ci vuole del tempo. Il Ministro delle Finanze Schäuble ha annunciato una riduzione delle tasse e un piano di investimenti di circa 10 miliardi per i prossimi anni. Molto ancora potrebbe essere fatto. Ma è sbagliato pensare che la soluzione dei problemi dell’Italia arriverà da una maggiore domanda tedesca. Primo perché solo un terzo del surplus commerciale tedesco proviene dai paesi dell’unione (tra l’altro, la gran parte è con il Regno Unito). E poi, perché per attirare investimenti dall’estero, l’Italia deve implementare le riforme strutturali. Altrimenti, il risparmio tedesco si indirizzerà in paesi dove la giustizia e la pubblica amministrazione funzionano meglio. Fino ad ora, si è fatto poco.</p>
<p><strong>Sappiamo già, da quel che è stato pubblicato, che l’Irpef non verrà ridotta e nemmeno il cuneo fiscale. Eppure Renzi dichiara che con questo governo le tasse degli italiani saranno abbassate. L’anno prossimo potremo pagare realmente meno allo Stato?</strong></p>
<p>Per ridare slancio alla crescita e quindi all’occupazione, la Commissione europea ci chiede oramai da anni di spostare il carico fiscale dai fattori produttivi agli immobili. I dati a questo proposito parlano chiaro. Il cuneo fiscale in Italia è tra i più alti al mondo è in aumento: negli ultimi 15 anni è passato per un lavoratore single dal 47,1% al 49% (mella media dei paesi OCSE non solo il livello è ben più ridotto ma la tendenza è stata verso una diminuzione: dal 36,6% del 2000 al 35,9% del 2015). Mentre, la tassazione sugli immobili è in linea con la media dei paesi europei. Eppure si è deciso di intervenire proprio sull’Imu.</p>
<p>Intervista di Stefano Magni, tratta dal sito <a href="http://www.lanuovabq.it/it/articoli-la-lotta-di-renzi-contro-lausterity-che-non-ce-17533.htm">www.lanuovabq.it</a></p>
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		<item>
		<title>Il partito della spesa pubblica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/maggior-spesa-pubblica-significa-maggiore-debito-e-minore-crescita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Sep 2016 10:24:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Gli iscritti al partito della spesa aumentano. Di fatto, vuol dire fare più debiti[:]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa fase di crescita asfittica, gli iscritti al <strong>partito della spesa</strong> aumentano. Sono, infatti, sempre più numerosi coloro che ritengono che uno Stato che spende possa essere la soluzione ai problemi di un paese come l’Italia che, va ricordato, nel biennio 2014-2015 in termini di sviluppo è stata il fanalino di coda insieme alla Grecia: entrambe le economie sono cresciute dello 0,3 per cento, quattro volte meno della media europea.</p>
<p>Maggiore <strong>spesa pubblica</strong>, però, significa &#8211; di fatto &#8211; maggiore debito, perché, delle tre possibili fonti di finanziamento, tagli ad altre voci di spesa, aumento delle tasse e aumento dell’indebitamento, fino ad oggi, la terza opzione è sempre stata quella più gettonata. Basti ricordare che a luglio il debito pubblico ha raggiunto il livello record di <strong>2252 miliardi di euro</strong> e, rispetto al Pil, sfiora il 133%, un livello inferiore solo a quello del debito ellenico.</p>
<p>Mantenere un debito pubblico elevato, tuttavia, è un problema. Per diversi motivi. Innanzitutto, perché si pagano spese per interessi elevate Nel 2015, ad esempio, il servizio del debito in Italia è stato pari a circa 68 miliardi di euro, circa l’8 per cento del totale: una cifra rilevante se si considera che &#8211; come ha dichiarato di recente il Commissario agli Affari Economici, Pierre Moscovici -, “<strong>ogni euro speso per il debito è un euro in meno per i servizi ai cittadini</strong>”. Rispetto al 2014, vi è stato comunque un risparmio di circa 6 miliardi, ma solo per effetto dell’azione della Banca centrale europea che contribuisce a ridurre i tassi di interesse nell’area.</p>
<p>A prescindere dagli interventi dell’Istituto di Francoforte, che peraltro non sono eterni &#8211; il <em>Quantitative Easin</em>g dovrebbe proseguire fino a marzo dell’anno prossimo, poi si vedrà -, un debito pubblico elevato è un problema anche perché crea instabilità. La <strong>crisi recente</strong>, che in larga parte è causata anche dal perdurare di finanze allegre in diversi paesi, lo ha dimostrato. Ecco perché è fondamentale in un’unione monetaria come quella dell’euro, in cui vi sono 19 politiche fiscali diverse, avere delle regole che limitino i debiti pubblici dei singoli paesi.</p>
<p>Rispettare queste <strong>regole</strong>, significa contribuire alla stabilità e alla crescita dell’intera area, che poi sono gli obiettivi che tutti i leader invocano quando si radunano nei consessi europei. Inoltre, l’aver introdotto – su suggerimento del Presidente della Banca centrale europea &#8211; regole fiscali stringenti come quelle contenute nel <em>Fiscal Compact</em> ha aperto la strada a l’uso di strumenti come, appunto, il <em>Quantitative Easin</em>g, inimmaginabili qualche anno fa. In assenza di vincoli quantitativi, sarebbe stato difficile convincere i tedeschi &#8211; ma non solo loro &#8211; ad accettare acquisti di titoli di debito sovrano da parte della BCE a causa dell’elevato rischio di comportamenti di azzardo morale.</p>
<p>Fare a meno delle regole significherebbe, pertanto, dover rinunciare a questi strumenti non convenzionali di politica monetaria il cui beneficio per le finanze pubbliche degli stati maggiormente indebitati è rilevante. Eppure sono in molti a chiederne una revisione. A cominciare dall’Italia. “Il <em>Fiscal Compact</em> non ha futuro” ha detto <strong>Matteo Renzi</strong> a margine del vertice di Bratislava della scorsa settimana. E ha aggiunto: “deve essere rivisto, ora che è in scadenza”. La scadenza a cui fa riferimento il premier è quella dell’estate del 2018, quando i governi saranno chiamati a decidere “se” e, eventualmente, “come” inserire il <em>Fiscal Compact</em> &#8211; che attualmente ha la natura di un accordo intergovernativo tra 25 paesi dell’Unione -, all’interno dei Trattati. Alcuni lo vorrebbero mantenere così come è. Altri, tra cui il governo di Roma, chiedono delle modifiche. “L’Italia è pronta a fare una riflessione” ha detto Matteo Renzi.</p>
<p>La riflessione, tuttavia, si prenuncia complessa. Anche perché, nel caso di una vittoria del “Si” al <strong>Referendum</strong> sulla riforma costituzionale, parte di questa “riflessione” spetterebbe ai membri del nuovo Senato. L’Europa è, infatti, uno degli ambiti in cui il Senato riformato mantiene “competenza legislativa”. Speriamo, allora, che i consiglieri regionali, comunali e i sindaci che ne faranno parte trovino il tempo per esaminare il <em>Fiscal Compact</em>.</p>
<p>Fino ad oggi, coloro che avrebbero dovuto farlo non sembrano essere stati numerosi: lo dimostrerebbe l’elevato numero di parlamentari che, dopo aver votato (nel 2012) l’inserimento del pareggio di bilancio in costituzione &#8211;  modifica non necessaria, e, infatti, attuata solo dall’Italia, dalla Spagna e dalla Slovenia -, ne hanno successivamente chiesto l’abolizione. Per i <strong>“nuovi senatori”</strong>, valutare le eventuali revisioni al <em>Fiscal Compact</em>, tra l’altro, rappresenta un compito piuttosto gravoso dal momento che dovrà essere svolto a margine degli impegni quotidiani in veste di amministratori locali. E, per di più, a titolo gratuito.</p>
<p><strong>Veronica de Romanis</strong>, <em>Il Foglio</em> 23 settembre 2016</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Sep 2016 12:08:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[flessibilità]]></category>
		<category><![CDATA[germania]]></category>
		<category><![CDATA[merkel]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
		<category><![CDATA[Veronica de romanis]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un'intervista rilasciata  a La Nazione, domenica 11 settembre. [:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/">Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Flessibilità, vertice di Atene e Germania: ecco alcuni dei temi caldi affrontati da Veronica De Romanis in un&#8217;intervista pubblicata domenica 11 settembre da La Nazione. Ma anche curiosità: sapevate, per esempio, che la Grecia dall&#8217;entrata nell&#8217;euro ha aumentato la propria spesa pubblica? </em></p>
<p style="text-align: center;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p>Non possiamo sperare che sia Angela Merkel a salvarci, ma dovremo pensarci da soli. Sarà ben difficile che cambino le regole europee e ci venga concessa più flessibilità. Così come sarà difficile che lo scenario cambi dopoil vertice di Atene tra i Paesi del mediterraneo. L’avanzata delle forze populista in Germania ha reso più stretti i margini della Merkel. Ne è convinta l’economista <strong>Veronica De Romanis</strong>, grande conoscitrice della Germania</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sorpresa della dura risposta del ministro </strong><em><strong>Schäeuble ai leader socialisti?</strong></em></p>
<p><em>Schäeuble non è nuovo ai modi bruschi anche nel commentare le vicende interne, ma è sbagliato considerarlo un anti europeista. Ha semplicemente detto nella sostanza quello che pensa gran parte dei tedeschi.</em></p>
<p><em><strong>Cioè?</strong></em></p>
<p><em>Che l’austerità non è un’imposizione, ma una conseguenza e la crisi lo ha dimostrato.</em></p>
<p><em><strong>In che modo?</strong></em></p>
<p><em>La Grecia, che ha ospitato il summit dell’altro giorno, entrata nell’euro ha aumentato la spesa pubblica del 2005 al 2008 dal 45 al 55% del Pil. Quando i mercati le hanno chiuso le porte dei finanziamenti ha chiesto aiuto ai Paesi europei, ottenendo tre pacchetti di salvataggio per oltre 300 miliardi. Tutti soldi dei contribuenti europei, compresi italiani e tedeschi. Che, in cambio della solidarietà chiedono la responsabilità di mettere i conti in ordine.</em></p>
<p><em><strong>Quindi la Merkel non sarò disposta a concedere più flessibilità?</strong></em></p>
<p><em>Non è la Merkel a concedere la flessibilità, ma la Commissione europea. Certamente con il successo elettorale di Alternativa per la Germania – una forza politica che chiede di mandare via gli immigrati, è contraria all’euro e vuole più austerità sostenendo che i tedeschi devono smettere di sacrificarsi per salvare gli altri Paesi europei – è aumentata anche nel partito della Merkel la fronda di coloro che pensano che troppa solidarietà europea significhi perdere i voti. Finora la Cancelliera è riuscita fare passare tutti i piani di salvataggio per la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna e Cipro. Oggi chiedere un ennesimo aiuto europeo ai tedeschi non sarebbe più così facile e farebbe crescere il nervosismo anche nella sua maggioranza.</em></p>
<p><em><strong>Non potrebbe trovare una sponda nei socialisti?</strong></em></p>
<p><em>La Spd governa insieme con la Merkel Fino a oggi i socialisti hanno condiviso la linea della Merkel sul rigore dei conti perché non vogliono diventare il partito della spesa e di chi chiede più soldi ai contribuenti per altri salvataggi europei. Le divergenze sono sul tema dell’immigrazione dove i socialisti hanno assunto una posizione di maggiore durezza rispetto a quella della Cancelliera.</em></p>
<p><strong>Molti leader socialisti, da Hollande a Renzi erano presenti al vertice di Atene&#8230;</strong></p>
<p>Sì, ma è facile chiedere flessibilità per il proprio Paese. Più difficile accordarla agli altri. Come reagirebbero francesi e italiani se Hollande e Renzi chiedessero nuovi sacrifici ai propri cittadini per salvare un altro Paese europeo che ha mantenuto finanze allegre?</p>
<p><strong>La flessibilità favorisce la crescita?</strong></p>
<p>Fa parte delle regole e infatti è stata applicata all’Italia. La flessibilità non può essere permanete ma un’eccezione. Concedere oggi margini sui conti pubblici deve servire per avere domani più crescita e quindi meno debito. L’Italia ha il secondo debito più dell’Europa, e in un aumento, dopo quello greco. In questi ultimi due anni non c’è stata austerità in Italia, e neanche in Francia. La flessibilità è stata utilizzata per aumentare la spesa corrente e non quella in conto capitale. La svolta quindi non può venire dalla Merkel, ma siamo noi che dobbiamo attuare il consolidamento fiscale e le riforme, a cominciare da una vera riforma della Pubblica amministrazione.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/inutile-chiedere-flessibilita-alla-merkel-tocca-allitalia-riformarsi/">Inutile chiedere flessibilità alla Merkel. Tocca all&#8217;Italia riformarsi.</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>La malattia dell&#8217;Italia non è l&#8217;austerità</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-malattia-dellitalia-non-e-lausterita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Aug 2016 12:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[austerità]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[pil]]></category>
		<category><![CDATA[tasse spesa pubblica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis analizza i deludenti dati dell'economia italiana nell'ultimo trimestre[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-malattia-dellitalia-non-e-lausterita/">La malattia dell&#8217;Italia non è l&#8217;austerità</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I dati relativi al <strong>Pil</strong> del secondo trimestre pubblicati dall’Istat nei giorni scorsi sono preoccupanti: l’<strong>economia italiana</strong> non cresce, è ferma, fa peggio del trimestre precedente (quando era cresciuta dello 0,2 per cento) e, soprattutto, fa peggio di tutti i paesi dell’unione monetaria. Le colpe, secondo numerosi analisti e commentatori economici, sarebbero da ascrivere principalmente a due fattori. In primo luogo a fattori esogeni, quali il rallentamento globale, la <em>Brexit</em>, il terrorismo internazionale, l’immigrazione: se così fosse, però, anche gli altri paesi avrebbero dovuto registrare performance deludenti, e, invece, nella media dell’area, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3 per cento, con picchi dello 0,7 in Spagna (nonostante manchi un governo da quasi dieci mesi) e in Germania. In secondo luogo, alle politiche di rigore imposte dall’Europa: “bisogna smetterla con l’austerità e concentrarsi finalmente sulla flessibilità e sulla crescita” è stato, infatti, il commento del premier Renzi subito dopo la diffusione dei dati.</p>
<p>Ma siamo proprio sicuri che la <strong>flessibilità</strong> faccia crescere mentre l’austerità rallenti il Pil? Forse no. Dipende dal modo in cui le politiche di bilancio sono implementate. Andiamo con ordine, però. Cercando di capire, innanzitutto, se in questi anni, in Italia, ci sia stata effettivamente austerità o meno.</p>
<p>Un modo semplice per calcolare il grado di <strong>austerità</strong> è quello di misurare la variazione &#8211; rispetto all’anno precedente &#8211; del saldo primario strutturale, ossia al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici (<em>cyclically adjusted primary balance</em>).  Dai dati pubblicati nel Rapporto <em>Fiscal Monitoring</em> del Fondo Monetario Internazionale dell’aprile scorso si evince che nel triennio 2013-2016, la politica fiscale in Italia è stata espansiva: il surplus primario strutturale è sceso, infatti, dal 3,5 al 2,6 per cento del Pil. Nello stesso periodo altri paesi hanno, invece, implementato politiche restrittive: in Spagna, ad esempio, il saldo è passato dallo 0 per cento ad un surplus di mezzo punto percentuale, nel Regno Unito da un deficit del -2,9 per cento a -1,4 per cento, e infine, in Irlanda da un surplus dello 0,4 per cento all’1,9 per cento.</p>
<p>Insomma, di austerità in Italia c’è poca traccia: negli ultimi due anni ha prevalso la flessibilità. Eppure, la crescita è stata deludente. Nel periodo 2013-2016, la variazione del prodotto interno lordo (dati Eurostat <em>Spring Forecast</em> 2016) è stata pressoché nulla, mentre nei paesi in cui sono state messe in atto politiche di rigore fiscale è stata positiva e superiore alla media europea: 1,4 per cento in Spagna, 4,8 per cento in Irlanda e 2,3 per cento nel Regno Unito.</p>
<p>A conti fatti &#8211; al netto di altri fattori che concorrono alla crescita &#8211; anche con la flessibilità l’Italia non è cresciuta. E, allora, che fare? In realtà, l’impatto delle politiche di bilancio &#8211; che siano espansive o restrittive &#8211; dipende dal modo in cui vengono attuate. Del resto, come sostenuto da <strong>Mario Draghi</strong>, c’è un’austerità “buona” che ha un effetto espansivo sull’economia e una “cattiva” che, invece, ha un effetto recessivo. L’austerità “buona” secondo il presidente della Banca centrale europea “prevede meno tasse e spesa contenuta e concentrata su investimenti e infrastrutture” mentre quella “cattiva aumenta le tasse e taglia la spesa in conto capitale invece di quella corrente”. Quest’ultima è quella politicamente più facile da attuare. Per aumentare le tasse basta un tratto di penna, mentre per tagliare le spese è necessario negoziare con centri di interesse organizzati.</p>
<p>Ciò richiede un mandato politico forte e chiaro, che, ad esempio, non aveva l’esecutivo di Mario Monti. Il suo governo, infatti, ha fatto ricorso a dosi di austerità da cavallo (il surplus primario strutturale è passato dall’1,1 per cento del 2011 al 3,5 per cento del 2013) ma soprattutto di quella “cattiva”, anche a causa dell’emergenza. Durante il “governo dei professori” la spesa corrente primaria è aumentata dell’1,3 per cento in termini nominali mentre quella in conto capitale è diminuita, passando da 62 miliardi a 58 miliardi di euro. Per finanziare l’incremento della spesa pubblica (quella totale è aumentata, sia in rapporto al Pil &#8211; dell’1,8 per cento -, sia in termini nominali &#8211; dello 0,9 per cento) e nel contempo riportare i conti in ordine, le entrate sono aumentate del 2,6 per cento in rapporto al Pil e dell’1,6 in termini nominali. La <strong>pressione fiscale</strong> è così passata dal 41,6 per cento del 2011 al 43,4 per cento del 2013. Come prevedibile, questa “austerità cattiva” ha avuto effetti recessivi: nel triennio la contrazione media annua del Pil è stata dell’1,3 per cento. Lo stesso tipo di austerità “cattiva” è stata applicata in Grecia. L’aggiustamento fiscale si è, infatti, concentrato sulle tasse, incrementate di oltre 7 punti, mentre la spesa corrente è scesa solamente di 2 punti percentuali, nonostante negli anni duemila sia cresciuta a ritmi sostenuti e superiori a quello delle entrate. Pure in questo caso, il Pil si è contratto: quasi 6 punti percentuali nella media del periodo.</p>
<p>I suddetti esempi non hanno in comune solo aggiustamenti fiscali effettuati prevalentemente dal lato delle entrate, ma anche un’azione riformatrice insufficiente: al governo Monti, va riconosciuto quella (coraggiosa) delle pensioni e un timido inizio di quella del mercato del lavoro, al governo Tsipras per ora poco e niente perché i veri ostacoli alla crescita non sono stati ancora rimossi.</p>
<p>Anche la flessibilità di bilancio, se fatta male, non fa crescere. Basti pensare al caso italiano degli ultimi due anni, in cui il margine di manovra è stato essenzialmente utilizzato per finanziare spesa corrente ed evitare incrementi della tassazione.Nel 2015 la <strong>spesa totale</strong> ha, infatti, continuato a crescere (895 milioni di euro in più rispetto al 2014) ma l’incremento degli investimenti pubblici è stato contenuto (385 milioni di euro). La tendenza a penalizzare la parte in conto capitale prevale anche nel 2016: su 360 milioni di risparmi di spesa previsti, 319 milioni sono in conto capitale. Dal lato delle entrate, la flessibilità è stata in larga parte utilizzata per disinnescare le clausole di salvaguardia inserite nella precedente <strong>Legge di Stabilità</strong>. Pertanto dei 18 miliardi di tagli previsti, 16,8 miliardi sono destinati non una riduzione delle pressione fiscale, bensì un “non aumento”.</p>
<p>Va detto, però, che la flessibilità di bilancio, anche se “buona” &#8211; e quindi utilizzata per incrementare spese produttive, o per ridurre le tasse &#8211; per un paese come l’Italia che ha un debito pubblico superiore al 130 per cento, rischia di non essere una strada a lungo percorribile. In effetti, continuare a rimandare l’aggiustamento, dichiarando che il debito scenderà salvo poi dover correggere l’obiettivo, fa perdere credibilità e crea incertezza. Tra l’altro, la flessibilità, per dispiegare appieno i suoi effetti, andrebbe supportata da un’ampia azione riformatrice. Eppure, dopo il Jobs Act, i progressi nel campo della giustizia, delle banche, del fisco e della pubblica amministrazione sono stati limitati.</p>
<p>In conclusione, per i paesi che devono risanare le finanze pubbliche e vogliono tornare a crescere, non sembra esserci alternativa al mix di “buona austerità” e riforme. Ciò che è avvenuto nel Regno Unito durante i due mandati di David Cameron lo dimostra. “Se non controlliamo il <strong>disavanzo</strong>, il disavanzo controlla noi, e pertanto va ridotto” disse al momento dell’insediamento nel maggio del 2010. E, così, ha fatto, riducendo il disavanzo di quasi 6,5 punti percentuali (dal 10,8 del 2010 al 4,4 per cento del 2015). Nel contempo ha avviato un piano di riforme in praticamente tutti gli ambiti dell’economia: dalla pubblica amministrazione, al welfare, alla scuola, al mercato del lavoro. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: da una crescita pressoché nulla nel 2007-2011 (0,3 per cento), il 2015 si è chiuso con il Pil al 2,3 per cento, ben al di sopra della media europea (2 per cento). Purtroppo, però, Cameron non sarà ricordato per i suoi risultati economici. Passerà alla storia per aver anteposto la sua carriera politica al bene del paese, attraverso l’arma del referendum: un errore pagato a caro prezzo. Ma questa è un’altra storia, che nulla ha a che vedere con il dibattito tra austerità e flessibilità. Può semmai servire da lezione ad altri leader politici.</p>
<p>Veronica De Romanis, <em>Il Foglio</em> del 17 agosto</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La riforma della dirigenza rischia di essere anche peggio del Metodo Rai</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-riforma-della-dirigenza-rischia-di-essere-anche-peggio-del-metodo-rai/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Aug 2016 09:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[dirigenti pubblici]]></category>
		<category><![CDATA[pubblica amministrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Rai]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Veronica De Romanis, sul Foglio, commenta il testo sulla riforma dirigenti pubblici[:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei decreti attuativi più importanti della riforma della pubblica amministrazione è senza dubbio quello sulla <strong>dirigenza pubblica</strong>. Si tratta di un testo molto atteso perché mira a cambiare radicalmente le regole e i meccanismi di selezione dei dirigenti nel settore pubblico. E, pertanto, rappresenta un pezzo importante di quella che il governo ha definito “la madre di tutte le riforme” dal momento che, secondo le valutazioni ufficiali, dovrebbe far crescere il prodotto interno lordo di quasi un punto percentuale nel prossimo quinquennio: un impatto assai rilevante in un periodo in cui la crescita economica fatica a decollare.</p>
<p>La bozza che circola in queste ore è destinata a far discutere perché rischia di applicare alla dirigenza pubblica un metodo &#8211; se possibile &#8211; ancor peggiore rispetto a quello utilizzato in <strong>Rai</strong>, tanto per fare un esempio recente: ad un elevato grado di politicizzazione delle nomine si aggiungerebbe, infatti, la totale deresponsabilizzazione di chi le fa. Vediamo in dettaglio perché.</p>
<p>La riforma prevede essenzialmente tre grandi novità: l’introduzione del ruolo unico dei dirigenti (e, quindi, niente più distinzione tra prima e seconda fascia), l’istituzione di una Commissione di esperti scelti dalla politica con il compito di valutare e assegnare gli incarichi (della durata di quattro anni, prorogabili solo per altri due) e, infine, per chi non ha ottenuto un incarico, la decurtazione dello stipendio (la parte accessoria) e l’eventuale licenziamento (dopo 6 anni) se non accetta la retrocessione a funzionario. Le suddette modifiche sollevano diverse perplessità perché privano l’impianto attuale di un sistema di valutazioni corrette, di incentivi adeguati e, infine, di sanzioni appropriate. Andiamo per ordine.</p>
<p>Le valutazioni. I componenti della Commissione svolgeranno un ruolo di primaria importanza perché dovranno elaborare la rosa di dirigenti a cui proporre il rinnovo dell’incarico. C’è da chiedersi, pertanto, quale sia la loro effettiva capacità di misurare l’operato dei dipendenti pubblici in assenza di una conoscenza “sul campo” come, invece, potrebbe avere chi è interno all’amministrazione. E, soprattutto quale sia il grado di indipendenza dalla politica che li ha selezionati (con quali criteri?).</p>
<p>Gli incentivi. Con il nuovo meccanismo di attribuzione degli incarichi, il rischio di un rafforzamento del legame tra la politica e la pubblica amministrazione è concreto. I dirigenti in attesa del rinnovo avranno, infatti, come primo obiettivo quello di cercare il plauso della Commissione piuttosto che dei loro diretti superiori. Anche perché, la mancanza di un incarico protratta nel tempo prevede la riduzione dello stipendio e la retrocessione a funzionario, che altro non significa che lavorare “alla pari” con chi si è precedentemente “diretto” in qualità di dirigente (difficile, tra l’altro, immaginare che un simile meccanismo possa incrementare l’efficienza della macchina pubblica). Ciò potrebbe creare un disincentivo a svolgere il proprio lavoro in modo imparziale. Pertanto, il risultato ultimo potrebbe essere quello di una maggiore politicizzazione della pubblica amministrazione, con la consueta spartizione delle nomine, esattamente come avviene in Rai.</p>
<p>Con il <strong>“Metodo Rai”</strong>, tuttavia, vi è una sostanziale differenza e qui si arriva al terzo punto, quello delle sanzioni. Il decreto non prevede nessuno tipo di sanzioni nel caso di errori di valutazione da parte della Commissione. In Rai, la responsabilità delle nomine è in capo al Direttore Generale e al consiglio di amministrazione: se sbagliano, è colpa loro (almeno sulla carta, dovrebbe funzionare in questo modo). Nel caso della riforma della dirigenza, invece, i membri della Commissione non rischiano nulla: non sono sanzionabili perché non sono chiare le responsabilità.</p>
<p>Peraltro, la deresponsabilizzazione dei valutatori viene accentuata dalla mancanza di un sistema di remunerazione. Il testo (per ora provvisorio) prevede, infatti, che i componenti della Commissione eseguano il loro compito in modo gratuito.</p>
<p>Attribuire un ruolo di rilievo all’interno della pubblica amministrazione senza erogare un corrispettivo economico è diventata una prassi a cui l’esecutivo fa spesso ricorso. Basti pensare che in seguito alla riforma costituzionale, i consiglieri regionali e comunali non saranno pagati per il lavoro svolto in qualità di senatori. Ciò può, forse, essere giustificato dal tentativo di rincorre le sirene populiste. In questo modo, però, si rischia di avvalorare il detto inglese “<em>if you pay peanuts, then you get monkeys</em>”.</p>
<p>Veronica De Romanis, Il Foglio dell&#8217;11 agosto 2016</p>
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		<title>Sicuri che l&#8217;austerità ha perso?[:en]Sicuri che l&#8217; austerità ha perso?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sicuri-che-l-austerita-ha-perso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Jul 2016 15:23:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tratto da Il Foglio del 30 giugno 2016 Lettera al direttore &#8220;Basta con l&#8217; austerità, ripartiamo dalla crescita e dalla solidarietà&#8221;. Questa l&#8217; opinione di alcuni leader europei dopo il referendum sulla Brexit. Dal Regno Unito sarebbe, infatti, arrivato un segnale chiaro: l&#8217; Europa del rigore e delle regole ha fallito. L&#8217; invito è quello [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sicuri-che-l-austerita-ha-perso/">Sicuri che l&#8217;austerità ha perso?[:en]Sicuri che l&#8217; austerità ha perso?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tratto da Il Foglio del 30 giugno 2016</p>
<p><em>Lettera al direttore</em></p>
<p>&#8220;Basta con l&#8217; austerità, ripartiamo dalla crescita e dalla solidarietà&#8221;. Questa l&#8217; opinione di alcuni leader europei dopo il referendum sulla Brexit. Dal Regno Unito sarebbe, infatti, arrivato un segnale chiaro: l&#8217; Europa del rigore e delle regole ha fallito. L&#8217; invito è quello di voltare pagina, altrimenti altri seguiranno l&#8217; esempio inglese. C&#8217; è da chiedersi, però, se la strada per rafforzare l&#8217; Unione europea sia quella della maggiore flessibilità di bilancio.<br />
Forse no. Perché, a ben vedere, i paesi che oggi chiedono meno austerità non stanno attuando politiche restrittive. Quelli che, invece, le stanno implementando non chiedono alcun margine in più. E, infine, quelli che hanno spazi di manovra fiscale vogliono un&#8217; Europa con i conti in ordine. Il primo caso è quello dell&#8217; Italia e della Francia. Entrambi reclamano meno austerità sebbene siano i paesi a cui più è stato concesso in termini di flessibilità. La Francia è sotto procedura di disavanzo eccessivo dal 2009 e, nonostante ciò, anche per l&#8217; anno in corso al governo di Parigi è stato accordato tempo aggiuntivo per ritornare su un percorso fiscale sostenibile. La spesa pubblica continuerà, quindi, a crescere. Negli ultimi dieci anni è aumentata di oltre 4 punti, raggiungendo nel 2015 il 56,8 per cento del pil, il livello più elevato della zona euro e dell&#8217; unione nel suo complesso. Insomma, di austerità in Francia c&#8217; è poca traccia. Lo stesso si può affermare per l&#8217; Italia. La spesa pubblica ha superato da un quinquennio il 50 per cento del prodotto interno lordo e fatica a diminuire: la legge di Stabilità per il 2016 prevede una riduzione delle uscite totali di soli 360 milioni di euro. Il disavanzo resta sotto il 3 per cento (l&#8217; Italia è uscita dalla procedura di disavanzo eccessiva nel 2013) ma scende lentamente. In particolare, l&#8217; avanzo primario al netto del ciclo, che rappresenta un buon indicatore del grado di austerità, si è ridotto (dal 4,2 per cento del 2013 al 3,1 per cento del 2015). E, per il 2016, è previsto che cali al 2,4 per cento. Difficile, con questi dati parlare di rigore in un paese che, peraltro, ha appena ottenuto 14 miliardi di flessibilità fiscale.<br />
Il secondo caso è quello del Portogallo e della Grecia. L&#8217; anti austerità è stato il cavallo di battaglia delle campagne elettorali di Alexis Tsipras e António Costa. Eppure, una volta al governo, hanno cambiato rotta. Nel caso della Grecia perché l&#8217; unico modo per ottenere un terzo piano di aiuti (80 miliardi di euro dopo i 230 già incassati) è stato quello di garantire ai creditori (che altro non sono che i contribuenti europei) riforme e consolidamento fiscale dopo oltre un decennio in cui il paese ha vissuto ben al di so pra dei propri mezzi. Nel caso del Portogallo, perché il presidente della Repubblica prima di dare il mandato al socialista Costa ha chiesto di proseguire sulla strada dei &#8220;conti in ordine&#8221;.<br />
Nel 2011, il Portogallo ha ricevuto aiuti europei per circa 70 miliardi di euro, ha fatto pesanti sacrifici, e comincia a vedere i risultati in termini di crescita (nel 2015 è stata dell&#8217; 1,5 per cento pressoché in linea con la media dell&#8217; area dell&#8217; euro): tornare indietro significherebbe vanificare gli sforzi fatti fino a ora.<br />
Il terzo caso è quello del Regno Unito e della Spagna. Gli inglesi hanno deciso di uscire dall&#8217; Europa non per le politiche di austerità implementate dal governo, che peraltro hanno comportato un aggiustamento molto più severo di quanto richiesto dalle regole in vigore per i membri dell&#8217; area della moneta unica. Tra i motivi per cui il 52 per cento ha votato per la Brexit c&#8217; è anche quello di non fidarsi di far parte di un&#8217; unione in cui la troppo &#8220;poca&#8221; austerità &#8211; e non la &#8220;troppa&#8221; austerità &#8211; rischia di far pagare loro (almeno per la quota di partecipazione al Fondo di stabilità europeo) il conto dei dissesti altrui. Va ricordato che una delle condizioni che Cameron ha negoziato con l&#8217; Europa &#8211; nel febbraio scorso &#8211; è stata proprio non dover partecipare agli eventuali futuri salvataggi dei paesi europei in crisi. Per quanto attiene alla Spagna, la maggioranza degli elettori &#8211; per la seconda volta in sei mesi &#8211; ha votato per Mariano Rajoy, colui che ha dimezzato il disavanzo fiscale in soli tre anni (dal 10,4 per cento del 2012 al 5,1 del 2015). Non sarà facile formare un governo, certo. Ma quello che emerge dal voto è che il binomio &#8220;riforme e conti in ordine&#8221; ha vinto (e convinto) rispetto alle promesse di ulteriore spesa pubblica. A cominciare da quelle del leader di Podemos, Pablo Iglesias: circa 100 miliardi di euro di incrementi di spesa da finanziare (entro il 2019) con non ben definiti ricavi derivanti dalla &#8220;futura crescita economica&#8221;, il tutto messo nero su bianco su un catalogo Ikea trasformato per l&#8217; occasione in programma elettorale. In conclusione, lo &#8220;stop all&#8217; austerità&#8221; non sembra essere né parte del problema, né &#8211; tantomeno &#8211; della soluzione. Le soluzioni da trovare per ridare slancio al progetto comunitario sono ben altre. Ma prima di pensare al &#8220;cosa fare&#8221;, i governi europeisti dovrebbero fare uno sforzo per raccontare &#8220;cosa è stato fatto&#8221; fino ad ora. Nonostante le difficoltà, l&#8217; emergenza e &#8211; particolare da non sottovalutare &#8211; l&#8217; assenza di un&#8217; unione fiscale, diversi strumenti sono stati messi in campo: ricordarlo servirebbe a mitigare il sentimento di disaffezione che prevale tra i cittadini di quasi tutti i paesi dell&#8217; Unione. Il Meccanismo europeo di stabilità &#8211; conosciuto come Fondo salva stati &#8211; ad esempio, ha contribuito a portare fuori dalla crisi ben cinque paesi (i salvataggi della Grecia e di Cipro sono ancora in corso). E lo ha fatto con i soldi dei cittadini europei (per una minima parte con quelli degli azionisti del Fmi). L&#8217; Europa, quindi, con le sue lentezze e la sua burocrazia, è stata più solidale di quanto viene raccontato dalle forze anti sistema. Ma anche dagli stessi leader europeisti, a cui fa comodo appellarsi all&#8217; Europa &#8220;del rigore e dell&#8217; austerità&#8221; per nascondere le difficoltà interne a realizzare le riforme strutturali. Il conto da pagare di una narrazione parziale rischia, però, di essere elevato. Lo smarrimento di diversi sostenitori del &#8220;leave&#8221; &#8211; attualmente al governo &#8211; lo dimostra.<br />
Veronica De Romanis</p>
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		<title></title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/veronica-de-romanis-lettera-al-direttore-de-il-foglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Veronica De Romanis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2016 18:42:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217; Europa non riesce più a decidere e lo dimostrano le difficoltà che hanno i 28 capi di Stato e di Governo nel trovare un accordo sull&#8217; immigrazione: oltre alla fiducia, mancano gli strumenti. La strada più ovvia sarebbe quella di una maggiore integrazione, ma ciò implicherebbe un’ulteriore cessione di sovranità, con il rischio concreto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217; Europa non riesce più a decidere e lo dimostrano le difficoltà che hanno i 28 capi di Stato e di Governo nel trovare un accordo sull&#8217; immigrazione: oltre alla fiducia, mancano gli strumenti. La strada più ovvia sarebbe quella di una maggiore integrazione, ma ciò implicherebbe un’ulteriore cessione di sovranità, con il rischio concreto di alimentare sentimenti anti europei. E, infatti, i governi latitano. Che fare allora? Una soluzione ce l’avrebbe il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che in un intervento all&#8217; Ambasciata tedesca di Roma lo scorso martedì ha dichiarato senza tanti giri di parole che l’alternativa a più integrazione &#8220;è più regole&#8221;, a cominciare da quelle fiscali. Regole che, però, vanno rispettate perché finanze pubbliche fuori controllo rappresentano una minaccia per la stabilità dell’area. Per Weidmann, quindi, la soluzione &#8211; almeno nel breve periodo &#8211; consiste in una maggiore disciplina di bilancio e non in una maggiore flessibilità come chiede l’Italia.<br />
A dire il vero, a chiedere flessibilità ha cominciato proprio la Germania nel 2003, quando insieme alla Francia violò il Patto di Stabilità e Crescita nonostante l’opinione contraria della Commissione all&#8217; epoca presieduta da Romano Prodi. Uno strappo inaspettato che aprì la strada verso un ammorbidimento delle regole: il patto fu, infatti, riformato nel 2005 con l’introduzione del ciclo economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 2011, in piena crisi, il Patto fu di nuovo modificato, questa volta in senso opposto. Prevalse l’impostazione che la crisi fosse anche il risultato di regole troppo flessibili e così furono firmati il Six Pack, il Two Pack e il Fiscal Compact. Tuttavia, con il perdurare della recessione, fu evidente che i paesi avevano necessità di disporre di maggiori spazi fiscali. Nel gennaio 2015 la Commissione pubblicò, quindi, delle linee guida per specificare se e come derogare – in via del tutto temporanea – dalle regole vigenti: il compromesso tra rigore e flessibilità sembrava raggiunto. Tuttavia, questo nuovo impianto che Weidmann suggerisce di rafforzare – anche attraverso il ricorso più frequente a sanzioni –, non sembra funzionare al meglio. Per almeno due motivi. In primo luogo, il processo decisionale è troppo lungo. La Commissione ci mette troppo tempo per dare il via libera all&#8217;attivazione delle clausole di flessibilità. Basti pensare che l’Italia, che ha richiesto nell&#8217;ottobre dello scorso anno circa mezzo punto percentuale di Pil di flessibilità (in aggiunta a quella già accordata nel luglio dello stesso anno), aspetta ancora una risposta da Bruxelles che arriverà solo a metà mese. Nel frattempo, si è trovato l’escamotage di fissare il disavanzo al 2,3 per cento, una via di mezzo tra il 2,2 per cento deciso a settembre e il 2,4 per cento che si raggiungerebbe se tutta la flessibilità richiesta (inclusa quella relativa alla spese per i migranti) venisse accordata. Una scelta non priva di costi, perché obbliga il governo ad un “aggiustamento amministrativo” (il termine manovra è stato rottamato) e a dover gestire una situazione di incertezza (quante sono le risorse disponibili?). In secondo luogo, il processo decisionale non appare sufficientemente trasparente. Chi decide veramente sulla flessibilità? Bruxelles o Berlino come sostengono in molti? Non è un caso, infatti, se all&#8217;ultimo vertice italo-tedesco la Merkel ha dovuto precisare (cosa assai inusuale) che sulla flessibilità non è lei l’interlocutore istituzionale bensì il presidente Junker. Per far fronte a queste ambiguità l’esecutivo comunitario dovrebbe fare uno sforzo per rendere le regole più chiare e i processi più trasparenti e veloci. Altrimenti, il rischio è che le decisioni di Bruxelles vengano percepite come il risultato di un processo non democratico, in cui alcuni paesi contano più degli altri. Proprio ciò che favorisce l&#8217;antieuropeismo.</p>
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