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	<title>Raffaello Morelli, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Raffaello Morelli, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>La politica civile è in ritardo permanente su scienza e tecnologia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-politica-civile-e-in-ritardo-permanente-su-scienza-e-tecnologia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Feb 2025 07:30:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intendo illustrare una spiegazione verosimile di un dato oggettivo: il divario temporale tra i continui  progressi della scienza e della tecnologia, e  le pasticciate difficoltà nella confusa politica del convivere, spesso scarsamente produttiva. Il nocciolo di tale divario ritengo stia nel differente utilizzo  –nella scienza e nella tecnologia rispetto a quelli nella vita politica del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Intendo illustrare una spiegazione verosimile di un dato oggettivo: il divario temporale tra i continui  progressi della scienza e della tecnologia, e  le pasticciate difficoltà nella confusa politica del convivere, spesso scarsamente produttiva. Il nocciolo di tale divario ritengo stia nel differente utilizzo  –nella scienza e nella tecnologia rispetto a quelli nella vita politica del convivere – degli apporti forniti dai cittadini individui.</p>
<p>Scienza e tecnologia, da circa tre secoli, fanno crescere in sostanza di continuo la conoscenza del mondo e la disponibilità di strumenti forieri di vita migliore. Il come stanno le cose nel mondo viene man mano compreso, seppur tardivamente e all’ingrosso,  anche nella vita politica civile. Però, nella vita politica, vale a dire nel settore convivere ed istituzioni, il modo d’essere dei cittadini è parecchio appesantito dalle prassi millenarie  del vivere insieme. Per cui il cittadino finisce per interessarsi non al comprendere il mondo bensì al riconoscersi negli usi comuni e in ciò che esprime il libro sacro di riferimento, ritenuto superiore ed eterno.</p>
<p>Pertanto i cittadini, nel valutare le istituzioni, le proprie scelte, le iniziative da assumere, privilegiano il consenso da ottenere nel gruppo di appartenenza e il  proprio capriccio del momento, senza riflettere abbastanza  sui risultati che istituzioni, scelte o iniziative stanno producendo o potranno produrre.  E soprattutto senza riflettere abbastanza a proposito di quali conseguenze avranno sugli effettivi meccanismi di funzionamento di quella libertà individuale, che  sperimentalmente è la colonna portante nel tempo di una convivenza produttiva e gratificante al meglio. Una simile riflessione insufficiente porta a sorvolare sul bisogno di conoscere non superficialmente e, ancora di più, su quello di sperimentare qualsiasi cosa.</p>
<p>Praticare il riflettere insufficiente, equivale a suppore che i punti focali del convivere siano due, il libro sacro religioso alla base della rivelazione di quale sia il mondo e il consenso della cerchia degli amici e degli altri. Ma nella realtà  sono due punti focali insussistenti.  E’ qui che  ha origine il divaricarsi tra politica civile e scienza quanto a capacità di incidere.</p>
<p>La scienza muove esclusivamente dai fatti. E ai fatti è invariabilmente connessa la riflessione scientifica, sia quando astrae, che quando immagina  il come interpretare od utilizzare i dati astratti e poi quando mette alla prova  e verifica  l’ipotesi elaborata su quei dati.  Invece, la politica del convivere non riflette abbastanza perché, rispetto alla realtà dei fatti, è occupata per lo più  ad emozionarsi e a far emozionare. Senza dubbio questa inclinazione emotiva è una parte importante della vita umana. Salvo che non può mai far dimenticare o addirittura indurre qualcuno a rinunciare  all’esercizio del proprio spirito critico. Perché lo spirito critico è fonte di singole conclusioni individuali, le quali confrontate le une con le altre e misurate in base ai conseguenti risultati complessivi, sono indispensabili al fine di conoscere. Il bivio sta qui.</p>
<p>Qui sta peraltro anche il bivio per le conseguenze sul liberalismo. Il liberalismo è fisiologicamente il metodo che, nel rapportarsi alle relazioni tra i conviventi e nell’indicare in ogni momento storico, con lo stare ai fatti,  quale sia l’equilibrio tra diversi adatto  a rendere fluide tali relazioni, si sforza di applicare i sistemi usati dalla scienza al fine di conoscere il mondo (ed è l’unico soggetto a farlo). Allora, quando i cittadini si distaccano dall’attribuire importanza a quei sistemi, a cominciare dall’utilizzo dello spirito critico individuale, per forza di cose si distaccano anche dal liberalismo.</p>
<p>Per tutto ciò, essendo cresciuta nella massa dei cittadini l’abitudine a tener pochissimo conto  dello spirito critico (basti pensare agli odierni social, che seppelliscono lo spirito critico), è perfino naturale che  l’attenzione alla cultura liberale e al liberalismo politico divenga molto scarsa.  Il divario di cui parliamo divenne rilevante più di un secolo fa e portò a finire l’epoca dei governi liberali e del peso determinante dei liberali nelle istituzioni. Da allora, in varie maniere, è proseguito il tenere il liberalismo ai margini (specie in Italia, ove è radicato un robusto conformismo bifronte, alimentato sia dalla religiosità basata sul monopolio terreno invece che sullo spiritualismo sovrannaturale, sia dalla laicità dedita alla cultura marxista invece che alla società aperta).</p>
<p>Da allora, in varie maniere, è proseguito il tenere il liberalismo ai margini (specie in Italia, ove è radicato un robusto conformismo bifronte, alimentato sia dalla religiosità basata sul monopolio terreno invece che sullo spiritualismo sovrannaturale, sia dalla laicità dedita alla cultura marxista invece che alla società aperta).</p>
<p>Ebbene, al giorno d’oggi una situazione simile è molto  negativa, visto che  l’ attuale  stato del mondo avrebbe particolare bisogno  nel  governare del contributo che da la cultura liberale. Basti richiamare un tema assai attuale. la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale. Nei decenni recenti è ormai divenuta uno strumento maturo, mentre nel frattempo la politica senza liberalismo sufficiente non si è accorta che stava maturando. Addirittura la politica tenta ancora di suscitare diffidenza nei confronti dell’IA supposta estranea all’umano. E non è stata neppure capace di affrontare per tempo il proprio compito precipuo : quello di definire le norme utili per evitare che l’impatto dell’IA sulla vita quotidiana sollevi anche nuove problematiche di libertà.</p>
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		<title>Sullo sciopero degli studenti riguardo il riscaldamento climatico</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/sullo-sciopero-degli-studenti-riguardo-il-riscaldamento-climatico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2019 21:37:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[clima]]></category>
		<category><![CDATA[greta thunberg]]></category>
		<category><![CDATA[sciopero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non va preso sottogamba lo sciopero degli studenti di venerdì 27 sul clima. Né sul metodo né sul merito, ambedue aspetti di grande rilievo e non positivi. L’aspetto di metodo è che il ministro dell’Istruzione sponsorizza lo sciopero, in contrasto con la funzione della scuola. Che non è quella di  agevolare spettacoli emotivi secondo la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non va preso sottogamba lo sciopero degli studenti di venerdì 27 sul clima. Né sul metodo né sul merito, ambedue aspetti di grande rilievo e non positivi.</p>
<p>L’aspetto di metodo è che il ministro dell’Istruzione sponsorizza lo sciopero, in contrasto con la funzione della scuola. Che non è quella di  agevolare spettacoli emotivi secondo la moda. La funzione della scuola è formare i singoli studenti. Sviluppare lo spirito critico individuale. Renderli capaci di conoscere il noto  al momento. Dotarli del più ampio ventaglio di esperienze. Metterli in grado di affrontare i problemi della vita di ciascuno.</p>
<p>Stupisce molto che lo faccia un docente d’esperienza internazionale. Certo, lui cita la Montessori e don Milani ma non segue la loro lezione. Liberare l’anima dello studente non significa affatto schermarne la percezione delle difficoltà della vita. E lo stesso lo testimonia il severo rigore praticato a Barbiana.  Lo sciopero degli studenti ha un senso su temi come attentati alla libertà, non rispetto dell’uguaglianza nei diritti, minare le condizioni economiche violando i patti. Qui sono chiari i soggetti responsabili e gli studenti, qualora lo vogliano,  manifestano il loro no. Non ha invece alcun senso uno sciopero su un tema come il clima, ove le responsabilità  includono tutti i cittadini e ove i rimedi  sono in larga parte assai nebbiosi se non  ancora ignoti (da cui la scorciatoia di imporre stili di vita detti virtuosi).  Viene agitato un problema senza preoccuparsi di risolverlo. La vicenda non è una buona prova del M5S che vuol cambiare per aiutare il cittadino.</p>
<p>L’aspetto di merito è che Greta Thunberg non è spuntata all’improvviso nella lotta al pericoloso riscaldamento climatico. E’ il frutto di una campagna dell’Associazione svedese “Non abbiamo  tempo”  fondata nel 2016 da ricchi finanzieri, tra cui Ingmar Rentzhog. La 16enne Greta è figlia di attori svedesi di cui la donna è stata dichiarata eroina ambientalista (anno ’17). Dopo l’incontro ad una conferenza sul clima, ad agosto ’18   Rentzhog fece fotografare dall’Associazione Greta sola scioperante al Parlamento e postò su facebook. Quattro giorni dopo uscì un’autobiografia di Greta che mescola la crisi nervosa personale con quella del clima. L’indomani il più venduto quotidiano svedese  fece una pagina sul libro.  Evidente il fine della campagna. Influenzare la politica contro il riscaldamento climatico. E’ legittimo. Non lo è mobilitare gli studenti e farli sentire inarrestabili. Perché non contribuisce a risolvere la questione.</p>
<p>Lo sciopero del 27 non va preso sottogamba perché interessarsi al proprio destino non è risolutivo. La priorità è capire il meccanismo alla base e trovare il rimedio. Scioperare e non stare in classe,  provoca due illusioni (che la scienza conosca fonte e tempistica del riscaldamento, che sia nota la terapia efficace) ed è un grave errore educativo (che studiare e sperimentare al fine di risolvere i problemi di vita, non sia decisivo).</p>
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		<title>Più spazio al cittadino, come sostengono i liberali, e non alle fantasie delle elites</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/piu-spazio-al-cittadino-come-sostengono-i-liberali-e-non-alle-fantasie-delle-elites/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jul 2019 22:08:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[cittadino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo il blog “La bancarotta dei liberali” scritto con fantasia da Mattia Feltri, stamani c’è la lettera di Alessandro De Nicola “Il silenzio dei liberali sui diritti” che argina i danni d’impostazione del blog, seppur con troppo cautela. Perciò intendo esprimere anche l’opinione di persona liberale di nome e di comportamenti. Per le quale il [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il blog “La bancarotta dei liberali” scritto con fantasia da Mattia Feltri, stamani c’è la lettera di Alessandro De Nicola “Il silenzio dei liberali sui diritti” che argina i danni d’impostazione del blog, seppur con troppo cautela. Perciò intendo esprimere anche l’opinione di persona liberale di nome e di comportamenti. Per le quale il liberalismo in chiave storica è un’essenza dell’occidente troppo evaporata e in chiave attuale è la principale terapia per rilanciare, attraverso l’uso della diversità individuale, la capacità di innovare, di produrre e di crescere, insieme garantendo a tutti i cittadini i benefici dei risultati.</p>
<p>Il fantasioso blog “La bancarotta dei liberali”, definendo dirigista il liberalismo di Keynes e liberista quello di Von Hayek,  mostra di non avere letto né l’uno né l’altro. E incolpando i liberali italiani ed europei di ogni negatività  sorvola sull’ovvio: che nell’ultimo quarto di secolo i liberali sono stati pervicacemente tenuti ai margini  dal mondo popolare e da quello democratico. Il mantra del blog sono i pamphlet della pubblicistica  conservattrice del dover essere ideologico e religioso, dedita a stuprare il termine liberale   per affermare la validità dell’amata concezione di politica quale potere ispirato all’utopia (prono agli interessi dei circoli bene).  E che oggi contestano ai liberali la presunta colpa di non difendere il diritto delle convenzioni e dei trattati internazionali come nel caso della Sea Watch, a scapito dell’umanità alle anime belle dell’accoglimento senza se e senza ma. Quando invece i fallimenti del dibattito politico stanno  nel rifiuto del metodo sperimentale, strumento che sarebbe assai utile a molti giornali e giornalisti che, coi titoli sulla SeaWatch del fine settimana, pare abbiano voluto portare voti ai sovranisti e populisti.</p>
<p>La lettera di De Nicola risponde con cautela (troppa) a quello che chiama il grido di dolore del blog per il silenzio dei liberali sui diritti. Però fa due notazioni giuste e cardine. Prima che il “buonismo” ha stufato i liberali, i quali si battono per i diritti individuali, ma non per indefiniti diritti collettivi all’accoglienza di massa o per l’incertezza della pena. Impeccabile. E alla fine che i liberali non devono appisolarsi. Perché hanno sempre creduto che Stato di diritto, economia di mercato e diritti individuali fossero fratelli gemelli e non c’è motivo di separarli. Di nuovo impeccabile.</p>
<p>Ma il nodo sta appunto qui. Il blog di Feltri ha parlato di bancarotta dei liberali proprio perché, dietro il riferirsi all’umanità, pratica l’idea di un diritto assoluto stabilito in via utopica dalle elites, che si definiscono competenti e che non ascoltano i cittadini. Questo è un diritto contrapposto al concetto cardine del liberalismo, il conflitto secondo le regole scelte con il voto  dagli stessi individui diversi conviventi. La questione è essenziale perché i nodi reali della vita non si sciolgono, tanto meno alla svelta, quando si battono le strade del dover essere e non quelle realistiche (marchio dei liberali) dei meccanismi mirati che i cittadini diversi possono capire per giudicare. Tale rifiuto non è per caso. Non si vogliono tenere i fatti quale metro per sperimentare idee ed iniziative, a causa del voler accontentare i fallimentari gestori dei governi che hanno portato al successo dei giallo verdi in Italia e nella UE alla perdita dell’autosufficienza dell’asse PPE PSE.</p>
<p>In Italia e nell’UE serve dar più spazio al cittadino, come sostengono i liberali, e non alle fantasie interessate delle elites.</p>
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		<title>Le radici dell’Europa all&#8217;indomani di una tragedia</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-radici-delleuropa-allindomani-di-una-tragedia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 20:27:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un articolo (venerdì 26 aprile) di Ernesto Galli della Loggia sulla riscoperta tardiva delle radici dell’Europa, ha innescato nel fine settimana un mio carteggio con l’autore (riportato integralmente on line su www.losguardolungo.it/biblioteca). Cosa sostiene Galli della Loggia. La tesi di Galli della Loggia è che l’incendio di Notre-Dame ha ribadito la causa della paralisi dell’UE [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-radici-delleuropa-allindomani-di-una-tragedia/">Le radici dell’Europa all&#8217;indomani di una tragedia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Un articolo (venerdì 26 aprile) di Ernesto Galli della Loggia sulla riscoperta tardiva delle radici dell’Europa, ha innescato nel fine settimana un mio carteggio con l’autore (riportato integralmente on line su <a href="http://www.losguardolungo.it/biblioteca">www.losguardolungo.it/biblioteca</a>).</em></p>
<p><b>Cosa sostiene Galli della Loggia.</b> La tesi di Galli della Loggia è che l’incendio di Notre-Dame ha ribadito la causa della paralisi dell’UE come soggetto politico. Siccome i commenti d’ogni provenienza all&#8217;incendio hanno un sentimento comune di appartenenza e rivelano a noi stessi di condividere storia, cultura e religione, essi costituiscono un richiamo alla comune identità e al fatto che tale identità è un’identità cristiana. Il problema, secondo Galli della Loggia, è che le due parole “identità cristiana” non sono dicibili nel discorso pubblico che si volge attualmente. Come del resto mostrarono le discussioni del 2002 – 2007 sull&#8217;inserire nella costituzione UE un preambolo comprendente il riferimento alle radici giudaico cristiane accanto al retaggio greco-romano e all&#8217;Illuminismo. Galli della Loggia annota che “per non irritare troppo i notoriamente irritabilissimi nostri vicini e ospiti musulmani, si concluse di non farne nulla. L’assemblea dei costituenti decretò che l’Europa non aveva radici storico-culturali (o non poteva dire di averne), e che già solo evocare la dimensione dell’identità era qualcosa di tendenzialmente razzista”. Poi cita “il distacco delle élite dalla gente comune, quando si sono piegate a un irenismo fondato sull’automortificazione che esse stesse hanno contribuito a radicare”. E argomenta che “l’incendio di Notre-Dame ha funzionato da detonatore di un sussulto di autocoscienza identitaria lontana anni luce dai pregiudizi delle élite politiche e mediatico-culturali”. Rilevando in aggiunta che nella circostanza queste elites si sono immediatamente adeguate: proprio quelle convinte che non si dovesse dire una parola sulle “radici cristiane e dedite per anni a bruciare granelli d’incenso sull&#8217;altare della laicità o predicando il rifiuto assoluto di qualsiasi tematica identitaria”. E conclude ponendosi l’interrogativo retorico se una tale classe politico-intellettuale riuscirà nell&#8217;ardua impresa di costruire un giorno la patria europea.<br />
<b></b></p>
<p><b>La mia prima critica</b>. Ho trovato tali argomentazioni tanto estranee al modo di ragionare liberale da spingermi a motivare all&#8217;autore le ragioni per non fare ulteriori danni ai criteri del convivere. E siccome ho un passato di forti dissensi con Galli della Loggia, ho ritenuto utile non buttarla in caciara riprendendoli ed attenermi invece con fermezza ai fatti e ai principi coinvolti. Che sono talmente sperimentati dall&#8217;essere robustissimi in sé, senza bisogno di orpelli aggiuntivi. Ho dunque scritto a Galli della Loggia criticando i due veri presupposti della sua tesi,<br />
intrecciati ma lasciati ambedue indefiniti:  che un monumento costituisca un’identità e che un fatto storico abbia il ruolo di atto costituzionale. In dettaglio, per il primo presupposto ho argomentato che un monumento costituisce un’identità solo se con questa parola si intende un valore storico statico, e non una caratteristica vivente di più individui al passar del tempo, dal presente in poi. Quanto al secondo presupposto, ho argomentato che un fatto storico ha il ruolo di atto costituzionale  solo se come atto costituzionale si intende una norma rigida nel<br />
tempo e non un complesso di regole capace di modellarsi all&#8217;evolversi dei rapporti individuali anche sulla base delle conoscenze nel frattempo acquisite.<br />
Al professore, ho contestato di aver esposto la Sua  tesi partendo dai due presupposti definiti ciascuno nella prima rispettiva accezione. In pratica, di aver adottato un’impostazione statica,<br />
in base alla quale il titolo dato all&#8217;articolo è davvero espressivo (a parte il non corrispondere alla realtà del mondo). Se invece i due presupposti si fossero definiti ciascuno nella seconda rispettiva accezione, il punto di vista sarebbe divenuto ben differente. La convergenza delle reazioni all&#8217;incendio di Notre-Dame sarebbe rimasta come espressione oggettiva e significativa per  una ferita ad una vestigia del nostro passato europeo, che nei secoli si è svolto all&#8217;insegna di un clima giudaico cristiano.  Però non si sarebbe più sollecitata un’identità affidata alle radici statiche fissate costituzionalmente oggi in un lontano passato.<br />
Fare questo significa adottare un concetto di convivenza del tutto differente da quello di Galli della Loggia. In sostanza si approda alla concezione della convivenza tra individui diversi  che confliggono nel rispetto delle norme scelte e in base ad i risultati ottenuti. La concezione che si è dimostrata indiscutibilmente la più feconda in base all’esperienza storica. Vale a dire, la concezione che si occupa dell’identità da vivere dei cittadini di oggi e di domani e non dell’identità vissuta da quelli che ci sono stati in precedenti epoche storiche. La differenza sta nell&#8217;esser consapevoli e nell&#8217;accettare che il tempo muta gli organismi facendoli evolvere. La replica di Galli della Loggia. Galli della Loggia mi ha risposto il giorno successivo, il sabato, rendendo ancora più chiari i motivi del disaccordo. E’ convinto che certi monumenti definiscano un’identità in modo per nulla “statico”. Cita il Colosseo che “non è per nulla una cosa statica, bensì qualcosa che continua a vivere ancora oggi in mille modi. Un monumento è un’identità storica e finché quei monumenti sono in piedi e conservano quel valore, sono spiritualmente dinamici”. Non si può dire “ai francesi che l’Arco di Trionfo o agli inglesi che la Colonna di Trafalgar, sono qualcosa di statico che non può avere alcun rapporto con il loro presente!”.<br />
Dopo passa a negare che un fatto storico non possa “avere ruolo di atto costituzionale”. E qui. Rende in esame la mia attività politica. &#8220;Non è lei (NdR, cioè io, Morelli) che per anni ha militato in uno schieramento politico – quello dell’Ulivo o comunque del centro-sinistra – che ha sempre sostenuto da parte di tutti i suoi esponenti non uno escluso che l’antifascismo (fatto storico) era il fulcro, la base, la ragione d’essere della nostra Costituzione?&#8221;. Aggiunge. “Io credo che in realtà il senso vero della sua (NdR, cioè mia, di Morelli) obiezione stia in un<br />
altro ordine di ragioni. Lei è notoriamente un “laico” a 18 carati, insofferente perciò ad ogni presenza/ruolo della religione, e segnatamente del Cristianesimo, in qualunque spazio pubblico. Anche in quel particolare tipo di spazio mentale pubblico che è costituito dalla memoria e dall’identità collettiva”. E conclude. “Da qui il fastidio per l’improvviso emergere dopo l’incendio di Notre Dame di una memoria e un’identità con un indubbio segno cristiano… La storia è la storia e a nessuno è dato di cambiarla”.</p>
<p><strong>La mia seconda critica.</strong> Ho replicato la domenica ricordando di non aver scritto che un’identità non ha o non deve avere radici nella storia (anzi di aver scritto il contrario in un passo). Ho affermato e affermo che ricorrere ad un’identità derivante da un monumento o ad una norma costituzionale fondata su fatti storici, è un fraintendimento grave del mondo reale. Le abitudini consolidate dei cittadini sono state per secoli di quel tipo, ma poco alla volta è emerso che queste non sono abitudini produttive, nel senso che non portano benefici evolutivi alla convivenza e non fanno conoscere di più. Rispetto alla conoscenza, sono statiche. Questo è l’essenziale della mia posizione. Del resto è in piena coerenza e continuità con il mio essere esponente della cultura politica liberale (di per sé non un’ideologia bensì un metodo). Al riguardo, ho ricordato a Galli della Loggia che senza dubbio sono stato uno degli 11 fondatori della coalizione Ulivo quale rappresentante della Federazione dei Liberali, ma che nei documenti dell’Ulivo da noi sottoscritti (in contrasto al berlusconismo che stava facendo danni) non troverà che l’antifascismo sarebbe “il fulcro, la base, la ragione d’essere della nostra Costituzione”. Che è una tipica concezione ideologico religiosa appartenente ad un altro piano da quello dell’identità liberale. E che è semmai la concezione del partito PD, del quale come liberali non per caso siamo sempre stati oppositori (al punto da sopportare l’abbandono di Zanone, in seguito rientrato a ragion veduta).<br />
Inoltre, per quanto concerne la ricostruzione di Galli della Loggia del mio essere laico, ho sottolineato che è esattissima per l’appartenenza, ma del tutto infondata per la posizione sostenuta da decenni in centinaia di miei scritti. Sono stato sempre contrario alla pretesa del comunismo russo nascente e alla prosopopea anticlericale di voler sradicare la religione dall&#8217;animo del cittadino concentrando sulla Chiesa le colpe del mondo. Il ricorso ad una qualche credenza è un carattere umano ancestrale per trovare risposte all&#8217;ignorato. I liberali e i laici sono gli unici ad avere consapevolezza che non si conosce tutto e che l’aspirazione a completare il conosciuto non va compressa. Ma, a differenza dei fautori della tradizione statica ed eternizzante, hanno capito che il conoscere di più va affidato non ai sacri testi, bensì al confronto sperimentale tra le ipotesi e le proposte dei conviventi individui.<br />
Ciò non vuol dire affatto negare lo spazio mentale pubblico che è costituito dalla memoria e dall’identità collettiva. Vuol dire aver verificato che l’identità collettiva pubblica può esser ritenuta esistere (anche se è una pura teorizzazione mentale) ma resta completamente sterile.<br />
Quella che vive nel mondo è l’identità multipla e simultanea tra miliardi di individui diversi. In giro c’è l’abitudine intellettuale a imprigionare i progetti in categorie fisse e a ridurre il tempo a quello del passato, ma l’evidenza è che le categorie sono cangianti e che il tempo è quello di oggi e del futuro. E dunque l’identità è quella individuale in carne ed ossa che si manifesta quotidianamente.<br />
Infine concludo segnalando un sintomo oggettivo per me rassicurante. Fino ad oggi, mentre la mia impostazione va oltre la concezione statica ma include tale concezione come caso particolare, il viceversa non è vero. E ciò corrisponde ad una caratteristica certa del conoscere che avanza.<br />
Conclusione. Questo mio scambio con Galli della Loggia mette in luce il problema del come organizzare la convivenza. E rende chiaro come il metodo liberale sia fisiologicamente contrapposto alle ricette religiose ed ideologiche di destra e di sinistra. Per un motivo semplice ma essenziale. Il modo opposto di concepire il ruolo del cittadino individuo e delle sue scelte in base alla sperimentazione pubblica dei loro risultati. Il metodo liberale ne fa il proprio motore, le ricette religiose ed ideologiche lo contrastano. Di conseguenza, il metodo liberale si fonda sul conoscere sempre meglio attraverso i conflitti democratici i meccanismi del mondo e della convivenza umana, senza farsi drogare dalle emozioni del trovare un modello perfetto e chiuso che dia modo ai competenti di risolvere in teoria ogni cosa per sempre a prescindere dallo scegliere dei cittadini.<br />
Ogni progetto in chiave liberale deve indicare il come uno specifico problema può essere risolto attraverso il voto da individui consapevoli. E il governare liberale deve sempre imperniarsi sul come affrontare i nodi della libera convivenza tra cittadini diversi al passar del tempo. Viceversa, pensano solo a gestire un potere ottenuto illudendo gli individui con qualche modello fuori del tempo, le ideologie di destra e di sinistra, i fautori del ruolo religioso in politica e le classi dirigenti dimentiche del loro ruolo di elites formate sui fatti e non sui propri privilegi.</p>
<p>Di conseguenza non è per caso che Galli della Loggia, sostenitore elettorale del M5S, non coglie che la loro aspirazione al cambiamento (una necessità di fronte ai disastri precedenti) non ha però la preparazione e l’esperienza per un progetto innovativo di governo. Perché lui pensa solo a sostituire il decrepito modello Rousseau con i modelli monumentali o dell’identità storica, tutti modelli disattenti nel profondo ai cittadini diversi e avvinti al clan di rispettivo riferimento. In Italia e in Europa.<br />
I grandi problemi del mondo odierno sono la forte percezione delle diseguaglianze e le dimensioni epocali del fenomeno migranti. Ebbene ambedue richiedono approcci liberali modellati sul cittadino. Le diseguaglianze per non cadere nella trappola di confondere la diseguaglianza nei diritti individuali (intollerabile per i liberali) con la diseguaglianza tra ogni individuo (la diversità è l’essenza della vita) negata da ideologhi e religiosi. E i migranti per<br />
non cadere nella trappola di privilegiare (anche finanziariamente) gli interessi mondialisti ideologico religiosi a costo di non considerare le condizioni dei territori di arrivo e di cosa ne pensano i rispettivi cittadini che vi risiedono.<br />
In Italia però per troppi liberali esiste il problema della furberia opportunista, che fa preferire il disimpegno politico per approfittare delle offerte del giorno, accattivanti nella forma, disastrose nella sostanza dei fini liberali.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-radici-delleuropa-allindomani-di-una-tragedia/">Le radici dell’Europa all&#8217;indomani di una tragedia</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Fondamentalismo, pace e libertà</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fondamentalismo-pace-e-liberta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Raffaello Morelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Sep 2016 08:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa cattolica]]></category>
		<category><![CDATA[fondamentalismo]]></category>
		<category><![CDATA[isis]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]È sbagliato evocare lo scontro di civiltà (un ritorno a “bene contro male”). Serve dedicarsi ai singoli cittadini e alla loro pervasiva libert[:]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fondamentalismo-pace-e-liberta/">Fondamentalismo, pace e libertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Man mano che il tempo passa, emerge più netto il grande problema culturale del come fronteggiare la pratica fondamentalista. Che continua a crescere ovunque nella logica della società chiusa: cioè attorno all’autorità delle sue certezze sovrastanti il cittadino. Fronteggiarla è un problema innanzitutto dei laici, dal momento che, della società chiusa e autoritaria, i laici sono i nemici più coerenti nei principi e più attrezzati nei metodi per sgretolarla.</p>
<p>Sino ad ora i criteri laici sono stati poco utilizzati nel contrasto al <strong>fondamentalismo</strong>. Gli approcci alle tragedie fondamentaliste sono stati diversi ma tradizionali. In una prima fase si è reagito come se si trattasse di attacchi folli di sparuti nemici armati, in una fase successiva considerando il fondamentalismo derivato da una diffusa protesta sociale antiglobalizzazione , in una fase ulteriore ritenendolo causato  da lotte di religione in parte interne all’islam ed in parte esterne contro gli infedeli cristiani, e nella fase più recente provando ad arginare il fondamentalismo da un lato combattendo sul piano militare l’Isis e dall’altro intensificando il sistema di controlli preventivi sulle relazioni interpersonali nei territori estranei all’Isis.</p>
<p>Quanto fatto nella fase più recente è realistico, e quindi, finché non  contraddice le premesse, rientra nell’impostazione laica (se ne possono discutere le modalità ma non lo stare ai fatti limitando la possibilità di danni più immediati al convivere), però non configura una strategia laica compiuta. Nonostante ciò, il realismo di questa fase va già oltre i criteri delle fasi precedenti, perché antepone in qualche modo le esigenze del convivere rispetto alle parole d’ordine delle comunità a sfondo ideologico o religioso: tipo, la supremazia da confermare, nella prima fase, la sociologia pauperistica poi, le lotte religiose dopo. Non per caso, proprio ora <strong>il Papa</strong> ha lanciato un richiamo rilevante sotto il profilo dei valori religiosi. Ha detto che  oggi c’è una guerra, ma non è una guerra tra religioni poiché tutte le religioni vogliono la pace. Riflettere su cosa significhi il richiamo, è utile per il contrasto laico al fondamentalismo.</p>
<p>Le tragedie fondamentaliste in Europa avvengono in contemporanea alla campagna condotta da anni dalla <strong>Chiesa cattolica</strong> a sostegno delle migrazioni verso l’UE, motivata con il compito messianico di  accogliere chi cerca di sfuggire alla violenza, all’oppressione e alla fame. In questa campagna traspare la tendenza a trattare i problemi di vita senza affrontare in chiave civica le interrelazioni tra cittadini nello stesso territorio, in partenza e in arrivo. Una tendenza presente non solo in luoghi arretrati quanto a struttura democratica ed economica ma anche laddove tali strutture sono di livello assai più evoluto.  E che ha un nucleo evidente: gestire le questioni del convivere attraverso i precetti e gli insegnamenti del Dio tramite il suo rappresentante in terra, e quindi attraverso l’autorità della gerarchia che predica sovrapponendosi al cittadino, partecipe solo per riconoscersi nella verità divina e non per scegliere i modi effettivi del convivere.</p>
<p>Per questo  il principale messaggio cattolico è quello della pace e non quello della libertà del cittadino. Così si trascura l’esperienza storica – la pace non porta alla libertà mentre <strong>la libertà promuove  la pace</strong> – per il fatto che l’esperienza non parte dalla verità divina e non ne è sperimentalmente determinata (così come la libertà avanti tutto si fonda sulla diversità di ciascun individuo e di ciascun territorio); epperò la pace avanti tutto crea un clima comunitario adatto ai sogni mondialisti e alle politiche di rivendicazione a scapito del costruire intorno al cittadino le strutture per convivere: un clima funzionale al seguire l’autorità che predica la soddisfazione dei bisogni anche dei più poveri e trascura la necessità delle risorse e del produrre, evoca un futuro luminoso in terra e proclama la sicurezza nell’ordine della volontà divina.</p>
<p>Così inquadrate, le parole di <strong>Francesco</strong> sono più chiare. Affermare che  le religioni sono  per natura pacifiche e quindi contro il fondamentalismo, equivale ad una cauta difesa.  Perché, a parte la sua molto discussa fondatezza per il passato, riconferma la concezione imperniata sul criterio della pace quasi per esorcizzare l’irrobustirsi dell’attenzione civile ai fatti della convivenza e all’impegno per limitare i danni materiali arrecati ai singoli cittadini dal fondamentalismo.  Insomma, si ripropone il tradizionale armamentario irenico giudicato ancora  più efficace  e convincente, nonostante i ripetuti fallimenti di fatto, che non l’impegnarsi nel promuovere un po’ alla volta sviluppi culturali autonomi per ogni cittadino e sviluppi normativi che agevolino l’instaurarsi di relazioni interindividuali aperte per meglio usare le risorse e per produrre.</p>
<p>Il punto sta qui. Quella dichiarazione del Papa vuole evitare che si superi l’antica concezione religiosa della lotta tra il bene e il male e che si scelga l’impegno istituzionale sulla libertà dei cittadini (che abbaglia meno ma è assai più fecondo). Perché, se tutte le religioni vogliono la pace e sono il bene mentre il fondamentalismo è il male e provoca la guerra, allora si resta alle dispute antiche e non muta il ruolo della religione cattolica di far riconoscere con il proselitismo  la verità di fronte ai mali del mondo e di relegare gli aspetti militari e polizieschi nel novero delle debolezze umane sterili. Se invece si riconosce che il fondamentalismo non è il male ma una teoria dei rapporti civili fondata sull’imporre un modo d’essere ai singoli cittadini (più penetrante se religioso, autoritario, non  sperimentale), il cominciare a contrastare la teoria, oltre che in termini militari e polizieschi,  sul piano degli sviluppi culturali e normativi dei cittadini e delle relazioni tra di loro e con il mondo (che è la fisiologica propensione laica), finirebbe per spingere in un angolo le ricette religiose, in quanto non  ispirate ai quei principi e soprattutto ne tarperebbe il ruolo di riferimento nel determinare la politica pubblica.</p>
<p>Perciò,  la frase che oggi non si tratta di guerre religiose, serve a sorvolare sul fatto che lo scontro con il fondamentalismo non verte sulla  fede o sulla paura bensì su una diversa concezione del modo di convivere tra cittadini individualmente diversi. Di fatti, la vera causa del pericolo attentati non è  il terrorismo  ma il disegno fondamentalista, che sfida apposta idee ed istituzioni imperniate sul libero esprimersi di ciascun individuo. E’ questo principio che il fondamentalismo vuole distruggere.  Perché, al contrario del conformismo fideista di potere che è l’anima fondamentalista, il principio della libertà individuale fa del conoscere sperimentale e dello spirito critico di ciascuno, gli strumenti essenziali per migliorare le condizioni di vita dei rispettivi cittadini.</p>
<p>La vera battaglia contro il fondamentalismo si combatte sviluppando,  sempre e dappertutto, la diversità, il cambiamento e l’interagire tra i diversi con il conflitto democratico nella libertà. Quindi non va confuso l’impegno militare e poliziesco contro l’Isis con una repulsa verso l’Islam o con il negare che i musulmani laici (in particolare quelli europei) sono le prime vittime dell’Isis. Non va confuso l’impegno decisivo – che è quello di far maturare dovunque i sistemi per educare gli individui e rimanere legati ai fatti del mondo – con l’enfatizzare la nostra civiltà spettacolarizzandola. Essa, in quanto incline alla libertà dei suoi componenti, non esclude componenti disattente alle problematiche della diversità e del cambiamento (ad esempio le impostazioni del pacifismo mondialista) che non ostacolano davvero il fondamentalismo.</p>
<p>Appartenere alla<strong> civiltà occidentale</strong> non garantisce il contrasto al fondamentalismo. Molto di frequente i protagonisti degli atti di terrore sono europei molto giovani, maschi e femmine, di famiglie musulmane solo per un terzo, reclutati ed indottrinati dai fondamentalisti, in nome dello spirito umanitario verso gli oppressi, perché nella società manca una fede, per la voglia di ribellarsi all’insensibilità del mondo, per la speranza palingenetica di stare in una comunità fraterna portatrice del vero.</p>
<p>Il contrasto al fondamentalismo sta nel convivere esprimendo lo spirito critico e il rispetto reciproco. Per farlo, è sbagliato evocare lo scontro di civiltà (un ritorno a “bene contro male”). Serve dedicarsi ai singoli cittadini e alla loro pervasiva libertà. Disintossicare ognuno dalla droga del successo, dell’apparire, dello sperare disgiunto dal progettare e indurlo a prendere iniziative, ad applicare la tolleranza laica, a sviluppare responsabilità individuali che danno lavoro e benessere. Questa è la profilassi politica a largo spettro contro il terrorismo e  i suoi lupi solitari. Del resto contro il terrore non serve lo scudo. Primo perché non copre mai tutto. E poi perché percepire il rischio è il modo migliore per abbassarne la probabilità e per ridurne gli effetti applicandosi al tempo stesso a sgretolarne le cause, che sono nella concezione chiusa di società. Il compito laico è diffondere la coscienza che la battaglia sul ruolo del cittadino è il vero contrasto al fondamentalismo.</p>
<p><strong>Raffaello Morelli </strong><em>sulla Rivista bimestrale Non Credo n. 44</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fondamentalismo-pace-e-liberta/">Fondamentalismo, pace e libertà</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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