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	<title>Oscar Giannino, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Oscar Giannino, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Come smascherare i populisti</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/come-smascherare-i-populisti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 15:41:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domanda scomoda. Nella campagna elettorale in realtà già in corso da tempo per le elezioni europee, su che cosa dovrebbero puntare i partiti pro Europa? Si potrebbe pensare, ovviamente, che ciascuno di essi declinerà, a seconda della situazione politica di ogni paese in cui operano, i successi che ritiene l’Unione Europea abbia conseguito, e i rischi nel caso in cui la prossima Commissione Ue sia invece espressione di un risultato alle urne che ribalti ciò che le istituzioni europee hanno posto in essere, sulla spinta della maggioranza che portò Ursula von der Leyen a presiedere la Commissione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle campagne elettorali, tuttavia, le convinzioni ideali da sole non bastano per vincere. Per riuscirci, bisogna sempre partire da un’interpretazione analitica di che cosa pensino oggi gli elettori, in modo da evitare di forzare su temi che sono invece proprio quelli su cui populisti e antieuropeisti sono oggi più forti. Di conseguenza bisogna porsi una serie di domande che abbiano risposte però non basate sull’intuizione o sulla speranza, ma su numeri reali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisogna capire bene cioè chi siano davvero oggi gli antieuropeisti e chi no, quanti abbiano cambiato idea nel recente passato e come vengono considerati dagli elettori. Si deve aver la misura precisa di quanto pesi ancora l’accusa populista alla Ue di aver spalancato le porte o aver comunque subito passivamente arrivi eccessivi di profughi. Nonché se davvero vasta parte dell’elettorato consideri un successo la risposta europea al Covid, la posizione assunta nei confronti dell’invasione russa dell’Ucraina, la pioggia di norme europee in materia di transizione green: cioè esattamente ciò che gli europeisti considerano invece passi in avanti molto rilevanti, che annunciano e disegnano un futuro ancor più federalista e integrato dell’Unione, non certo il ritorno a crescenti sfere di sovranità nazionale.</p>
<p>Una risposta alla necessità di dati analitici su tutti questi complessi interrogativi viene da un utilissimo lavoro di ricerca svolto dall’European Council on Foreign Relations sulla base di sondaggi analoghi condotti in 12 paesi membri dell’Unione, pari a un elettorato superiore ai tre quarti di quello potenzialmente chiamato alle urne tra due mesi. Se ne possono trarre molte indicazioni di grande importanza, per chi corre alle elezioni. Partiamo dal punto politico di fondo, che ha dominato sui media europei negli ultimi mesi: l’avanzata che tutti attendono molto consistente del populismo antieuropeista dei partiti di estrema destra. In nove paesi Ue, Austria, Belgio, Cechia, Francia, Ungheria, Italia, Olanda, Polonia e Slovacchia, la somma dei populismi antieuropeisti di destra potrebbe essere prima forza alle urne. Mentre in Bulgaria, Estonia, Finlandia, Germania, Lettonia, Portogallo, Romania, Spagna e Svezia, potrebbe comunque rappresentare la seconda o la terza forza nazionale. Se andasse come tutti questi diversi partiti sperano, la maggioranza al Parlamento europeo potrebbe cambiare di segno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma questi ragionamenti non sembrano trovare troppo conforto nei numeri. In realtà, nel variegato mondo dei due diversi gruppi europei cui appartengono Salvini e Meloni, in questi anni sono avvenute molte cose. C’è chi si è molto deradicalizzato e chi invece ha seguito la strada opposta, ma l’effetto è quello di rendere più diviso e incoerente il loro rapporto, che dovrebbe essere invece graniticamente unitario per provare a ottenere un ribaltone in Europa. Se guardiamo i numeri, solo in cinque paesi – Francia, Germania, Austria, Svezia e Olanda – oltre la maggioranza di chi vota i partiti della destra populista dichiara ancor oggi di aspettarsi che i loro leader siano pronti a uscire dall’eurozona o dalla Ue, opinione condivisa anche da chi invece vota per partiti europeisti anche se con un’interessante eccezione, la Francia in cui solo il 38 per cento di chi non vota a destra pensa davvero che Le Pen e Zemmour sarebbero davvero capaci di tanto (tradotto: il tentativo moderatista di Mme Le Pen per far dimenticare il padre granitica espressione di Vichy, affidando il partito al giovanissimo leader glamour Bardella, sembra proprio funzionare).  In Ungheria, Spagna, Portogallo e Romania chi vota per gli amici di Orbán non si aspetta minimamente alcuna uscita dal consesso europeo, del resto molto prodigo di aiuti alle economie di quei paesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi dati ci dicono una prima cosa: la strategia di puntare tutta la campagna elettorale contro la destra che vuole il tracollo delle istituzioni europee e una Brexit moltiplicata per ventisette non smuoverebbe un granché, in elettorati che hanno assistito in molti casi a una vera e propria strategia di deradicalizzazione delle destre. L’esempio più eclatante è proprio l’Italia: solo il 15 per cento di chi vota Salvini e Meloni si aspetta da loro uscite dall’Europa o dall’euro, e in tutto il resto dell’elettorato solo il 18 per cento li considera pronti a imboccare una Italexit.  Meloni come presidente del Consiglio è riuscita ad apparire molto più europeista di quanto sia riuscito alla Le Pen, che per quanto abbia smorzato i toni sull’Ucraina, in Francia deve continuare ad accusare Macron di tutto il male possibile. In Polonia e Olanda continua ad avere un senso far campagna frontale contro la minaccia all’Europa portata dai leader della destra nazional-sovranista, perché nell’elettorato non di destra il timore di ben oltre il 60 per cento dei cittadini è esattamente che Kaczynski e Wilders sarebbero invece pronti eccome a scontri aspri con Bruxelles fino all’uscita dalla Ue. In Italia, i numeri dicono che è un’arma spuntata (tradotto: Salvini con la sua banda di minibot e nostalgici della lira ha perso il treno). Ma in Germania, Austria e Svezia, se gli europeisti facessero una campagna contro le destre improntata solo al rischio che esse potrebbero arrecare all’esistenza stessa dell’Europa, il pericolo di autogol sarebbe comunque elevato: perché nelle opinioni pubbliche di quei paesi il dissenso sulle posizioni assunte in questi anni dall’Europa è molto forte, a prescindere dalle simpatie rivolte alla destra.</p>
<p>Se ci spostiamo all’importanza del tema immigrazione nella campagna elettorale, anche su questo emergono sorprese. Alla domanda “che cosa ha più mutato il tuo giudizio sul futuro, negli ultimi dieci anni di politiche europee?”, solo in Germania, Austria, Olanda e Svezia la risposta “l’immigrazione” è oggi in testa a tutte le altre, e comunque con percentuali intorno o poco superiori al 20 per cento delle risposte.  Persino in Francia e Olanda, dove pure il no all’immigrazione è lo storico cavallo di battaglia delle destre sovraniste, le politiche green europee vengono prima dell’immigrazione come fonte di preoccupazione degli elettori. Un’altra clamorosa sconfitta di Salvini viene dal fatto che, in Italia, a rispondere che i troppi sbarchi di profughi consentiti dall’Europa con poca solidarietà all’Italia sono il primo fattore di preoccupazione è solo il 9 per cento degli elettori, rispetto al 33 per cento che considera troppo debole l’Europa di fronte alle crisi economiche esogene, e al 19 per cento di chi non ha gradito il ruolo europeo nella lotta al Covid e nel sostegno all’economia italiana per la ripresa (che pure è stato molto generoso). La controprova è che in Italia, come in Grecia, Ungheria, Portogallo, Romania e Spagna, gli elettori si dicano oggi più preoccupati dalla tendenza dei propri connazionali a espatriare, che dagli arrivi dei profughi. Tutto ciò non significherà che i leader delle destre smetteranno di accusare i leader delle forze europeiste di lavorare senza ammetterlo per la sostituzione etnica delle popolazioni europee: ma certo non è più il tema su cui si vincono o perdono le elezioni europee. Su questo sembrano invece riscontrare un qualche successo diversi leader o capi di governo del fronte europeista, che in questi anni hanno finito per proporre, sostenere o approvare norme ispirate a maggior chiusura delle frontiere (ultimo caso eclatante, la legge Macron in materia di migranti. che in molti punti riecheggia la destra).</p>
<p>Veniamo infine ai punti deboli degli europeisti. Che, osservando i dati demoscopici, coincidono pressoché esattamente con le scelte che a loro giudizio rappresentano invece le svolte più innovative e di successo nell’azione europea.  Cioè le misure istituzionali seguite al Covid e a sostegno della ripresa economica post Covid, quelle assunte di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, e quelle volte alla transizione green. In realtà oggi gli elettorati non ne sembrano affatto convinti. Se si osserva l’integrale delle risposte date nei 12 paesi UE coperti dalla ricerca, solo nel caso del Covid il 50 per cento dell’elettorato pensa che la risposta europea sia stata positiva, a fronte di un 41 per cento che pensa l’opposto e di un 9 per cento che non risponde. Sulla transizione ambientale, la percezione pubblica crescente nell’ultimo anno è che gli obiettivi accelerati di riduzione delle emissioni scelti dalla Commissione uscente avranno effetti economici e sociali largamente non calcolati, che ricadranno sulle spalle di moltissime piccole imprese e dei ceti popolari meno abbienti: solo il 25 per cento degli elettori dei 12 paesi sondati esprime un giudizio favorevole, a fronte di un 61 per cento contrario e di un 14 per cento che non risponde. Giudizio contrario del tutto analogo, lo stesso 61 per cento, alle misure di  sostegno alla ripresa economica post Covid e soprattutto vastissima delusione per il picco dei prezzi energetici: si somma l’impressione nei paesi nordici che nel post Covid si sia troppo largheggiato verso i paesi latini come l’Italia, mentre per energia e inflazione il fallimento europeo di misure standard ha deluso i più, nel vedere che solo i paesi virtuosi potevano stanziare enormi cifre a favore di imprese e cittadini. Non c’è da stupirsi troppo che, alla domanda “preferisci una forte riduzione delle emissioni a costo anche di alzare il costo della bolletta energetica, oppure misure di  contenimento delle bollette di cittadini e imprese, a costo anche di ammorbidire gli obiettivi di riduzione delle emissioni?”, solo in due paesi su 12, Svezia e Portogallo, a scegliere la prima ipotesi siano più di quelli che preferiscono invece la seconda.</p>
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<p>Con prevalenze clamorose, come nel caso austriaco – 44 per cento di sì alla seconda ipotesi e 26 per cento alla prima – olandese – 44 per cento per la seconda e 22 per cento per la prima – con Polonia, Romania e Grecia in cui gli elettorati sono favorevoli alla seconda ipotesi tra il 45 per cento e il 49 per cento, e in Germania dove la seconda ipotesi raggiunge il 50 per cento rispetto a un mero 21 per cento favorevole al taglio rapido delle emissioni anche se a maggior prezzo. Perfino in Francia che pure ha il nucleare, i contrari alla prima ipotesi ottengono il 40 per cento. Mentre in Italia i contrari all’accelerazione europea sono il 37 per cento, rispetto al 25 per cento di favorevoli (tutto ciò che manca nella somma di favorevoli e contrari rispetto al 100 per cento del campione va alla risposta “non so, non m’interessa”).</p>
<p>Infine anche sull’Ucraina, oggi il giudizio che emerge nei sondaggi dei 12 paesi è di un 49 per cento insoddisfatto della posizione europea, a fronte di un 38 per cento favorevole e 13 per cento che non si esprime. Ma c’è una frattura molto forte, che divide due fronti opposti anche se convergenti nell’insoddisfazione verso la posizione europea sull’Ucraina aggredita e straziata da Putin. Ci sono paesi come Polonia e Svezia e sorprendentemente il Portogallo (più ovviamente i Paesi baltici, non compresi nel campione testato con sondaggi), in cui la critica all’Europa sull’Ucraina è motivata dalla necessità di garantire un supporto militare maggiore a Kyiv. E altri paesi come Austria, Grecia, Romania e Ungheria in cui la critica alla Ue è motivata da una ragione opposta: cioè la prevalenza di preferenze per una trattativa immediata con Putin abbandonando la pretesa di tornare all’unità sovrana e indipendente dell’Ucraina restituita ai suoi confini violati in armi dai russi. Anche in Germania, Francia, Olanda e Spagna l’opinione pubblica è divisa a metà tra le due opzioni. Nell’ultimo semestre, in Europa la stima popolare verso Zelensky è scesa significativamente, ed è cresciuta verticalmente la protesta verso la sospensione di quote e dazi precedentemente adottati nei confronti dei prodotti agricoli e cerealicoli dell’Ucraina.</p>
<p>Conclusioni, in sintesi estrema. Primo: le forze e i leader europeisti farebbero bene a non cadere vittime della propria retorica sui successi e sulle svolte realizzate negli ultimi anni. In particolare temi come il Green Deal vanno declinati non come la grandezza di visione di un’Europa che, col solo 7-8 per cento delle emissioni globali, vuole affermarsi come prima della classe. e fabbrica dei nuovi standard mondiali che il resto del mondo non riconosce, ma al contrario come prova di saggezza e disponibilità piena a prendere alla lettera la finestra temporale del 2026, prevista come occasione per rivedere realisticamente molti degli obiettivi che più oggi allarmano le imprese e i cittadini europei a basso reddito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo: evitare toni roboanti sull’Ucraina, piuttosto spiegare alle vaste opinioni pubbliche del mainstream, contrarie a ogni eventuale escalation che investa l’Europa, che solo continuando con la fermezza di chi sin qui ha sostenuto la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina si può opporre una diga efficace contro ogni pretesa di Putin di minacciare e attaccare direttamente membri della Nato e della Ue.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Terzo: mentre mobilitarsi innanzitutto contro la destra populista e sovranista ha un senso profondo nei paesi in cui la maggioranza dell’opinione pubblica resta profondamente convinta che quelle destre siano un pericolo grave, come in Germania, Polonia, Spagna e Olanda, ne ha molto meno in paesi dove, tra tentate deradicalizzazioni dei partiti di destra e forti delusioni di governi di altro segno, il mainstream popolare oggi non individua più le destre nazionali come un pericolo assoluto. L’Italia ricade esattamente in questo gruppo di paesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quarto: bisogna che gli europeisti sappiano mobilitare il proprio elettorato potenziale, oggi scoraggiato, anche su temi nazionali. Vale per la Polonia in cui il liberale Tusk ha battuto le destre ma non riesce a governare perché Corte suprema, presidenza della Repubblica e sistema giudiziario restano nelle mani della destra sconfitta. Ma vale anche in Italia, dove la lotta interna all’attuale maggioranza di destra sembra aver fatto iniziare, sia pur lentamente, la parabola discendente anche del consenso di massa riposto nel premier Meloni.</p>
<p>Ultima cosa: serve tutto questo, ma naturalmente la cosa peggiore è che gli europeisti si dividano in lotte personali del tutto incomprensibili ai loro elettori potenziali, come avviene purtroppo in Italia da un anno a questa parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2024/04/08/news/populismi-da-smascherare-con-vista-europee-6415139/"><em><strong>Il Foglio </strong></em></a></p>
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		<title>Europa sempre più dipendente dagli USA, la svolta che serve</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-usa-svolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Apr 2023 16:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[trump]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia tendiamo a occuparci delle prossime elezioni europee 2024 con fumose analisi intorno all’ipotesi se Giorgia Meloni riuscirà con il gruppo dei conservatori a stringere un’alleanza in Ue che ribalti l’intesa tra popolari e socialisti, lasciando Salvini isolato. E delle prossime presidenziali Usa facendo colore sul processo a Trump, come sua ideale vittimizzazione per tornare alla Casa Bianca. In realtà dovremmo guardare a tutt’altro. Viviamo nell’impressione che l’Europa, prima nella risposta al Covid con strumenti cooperativi come il Next Generation Eu e il Sure e il nuovo Mes, poi nella risposta comune all’invasione russa dell’Ucraina, abbia fortemente ripreso in mano le redini di un ruolo protagonista, rispetto alla tradizionale dipendenza strutturale dagli Usa condita in salsa “rispetto per Putin”. Quando nel 2019 nacque la Commissione Von der Leyen, il suo primo discorso sembrò a tutti una risposta fiera agli anni di Trump, che flirtava con Putin e malsopportava gli alleati europei della Nato. Ma poi è andata davvero così, oppure no? I numeri dicono l’esatto opposto.</p>
<p>Possiamo scrivere paginate intere sulla visita di Macron e della presidente della Commissione Ue in Cina. Ma oggi siamo molto più dipendenti dagli Usa di quanto lo fossimo 15 anni fa. Nel 2008 l’economia Ue valeva 16,2 trilioni di dollari, quella degli Usa 14,7 trilioni. Nel 2022 l’economia Usa è salita a oltre 25 trilioni di dollari, quella europea neanche sommando il Regno Unito arrivava a 20 trilioni. E se si toglie il Regno Unito l’economia americana vale oltre metà più di quella Ue. Continuano ad avvenire in dollari circa l’88 per cento degli scambi commerciali mondiali. Il dollaro continua a denominare oltre il 60 per cento delle riserve ufficiali scambiabili mondiali, l’euro è fermo al 21 per cento, mentre sala la quota del renmimbi cinese. Al dominio tecnologico delle grandi piattaforme hitech Usa – Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft – la Ue risponde con multe e misure antitrust, non con capacità di propri campioni europei (come ha fatto la Cina). Il bilancio militare Usa dal 2008 al 2022 è salito da 665 miliardi a oltre un trilione di dollari (ai più di 800 miliardi del Pentagono vanno aggiunti molti programmi tecnologici pubblico-privati).</p>
<p>La spesa militare dei paesi Ue intanto saliva solo da 303 a 325 miliardi di dollari. L’investimento Usa in alte tecnologie per la difesa resta oltre sette volte maggiore della somma a tal fine prevista da tutti i programmi nazionali separati dei membri Ue. Nel 2017 l’Ue aveva annunciato l’obiettivo di adottare programmi congiunti di sviluppo e acquisto di sistemi di difesa pari al 35 per cento della spesa a tal fine dei diversi membri: con tutti gli sforzi compiuti nel sistema congiunto Occar, siamo fermi a meno del 18 per cento. La politica estera e di difesa europea resta un capitolo tutto da costruire: ogni governo difende le sue vocazioni e interessi nazionali.</p>
<p>L’atteggiamento cautissimo con Putin subito dopo l’invasione tenuto da Parigi e Berlino ha fatto cadere ai minimi ogni credibilità del tradizionale traino franco-tedesco agli occhi di tutti i paesi esteuropei membri dell’Ue e della Nato. Ad aprile 2022 il premier polacco Morawiecki fulminò Macron chiedendogli: “Crede di trattare con Putin che invade l’Ucraina? Noi abbiamo imparato che non si tratta con Hitler e Stalin che ci invasero”. Non sono poche decine di carri Leopard all’Ucraina a mutare questo bilancio. Se si paragona alla politica europea la visione complessiva mondiale contenuta nella Us National Security Strategy rilasciata nell’ottobre 2022, in cui si concilia la necessità di sostenere assolutamente l’Ucraina senza perdere di vista il fatto che la Cina appare come l’unico vero grande soggetto internazionale che ha volontà e strumenti economici e militari per tentare di costruire un intero sistema internazionale alternativo a quello basato su libertà e mercato, l’Europa fa la figura di un velleitario émigrée  dell’Ancien Régime.</p>
<p>Di fronte a questa prospettiva, con tutto il rispetto per chi giudica le vicende mondiali dal cortiletto delle guerre per bande italiote, la scelta alle prossime elezioni europee è tra chi vuole davvero un’Europa la cui economia e politica di difesa siano meno vassalle delle virate americane e meno soggette ai raid di Putin, e chi invece si culla in nazionalismi e glorie del passato che ci fanno impoverire, indebolire e inginocchiare. (Su questi temi, consiglio un bel saggio di Jana Puglierin e Jeremy Shapiro, sul sito dell’European Council of Foregin Relations).</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/webplayer/aviator.php?newspaper=ilfoglio&amp;issue=20230406&amp;edition=ilfoglio&amp;issue_date=2023-04-06&amp;startpage=0&amp;displaypages=2&amp;articleId=43834"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Quel che manca alla riforma fiscale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-che-manca-alla-riforma-fiscale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Mar 2023 17:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[irpef]]></category>
		<category><![CDATA[legge delega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il Consiglio dei ministri di ieri è partito il cantiere della riforma fiscale, che durerà l’intera legislatura visto che ci si propone un confronto in Parlamento sulla legge delega per approvarla entro inizio autunno, poi due anni per le misure attuative e altri due anni per la loro integrazione e modifica. Le osservazioni qui [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Con il Consiglio dei ministri di ieri è partito il cantiere della riforma fiscale, che durerà l’intera legislatura visto che ci si propone un confronto in Parlamento sulla legge delega per approvarla entro inizio autunno, poi due anni per le misure attuative e altri due anni per la loro integrazione e modifica. Le osservazioni qui contenute sono relative ad aspetti di fondo comuni ai diversi testi che si sono succeduti. Su diversi punti la delega assume idee tratte dal testo su cui lavorarono i partiti in Parlamento nella scorsa legislatura. Ma al testo mancano troppi dettagli essenziali, per misurarne e giudicarne davvero gli effetti. Il richiamo iniziale ai princìpi generali della Costituzione, norme Ue e cantieri fiscali Ocse è opportuno, speriamo davvero si riesca a costituzionalizzare come indicatolo Statuto del contribuente, sempre calpestato dallo stato.</p>
<p>Apprezzabile la parte su semplificazione degli adempimenti per il contribuente, e volontà di rafforzare gli interpelli preventivi all’amministrazione tributaria sui mille problemi interpretativi delle norme vigenti: ma è da respingere l’idea di far pagare al contribuente gli interpelli per finanziare Ag Entrate, lo stato non è il Caf dei sindacati. Su Iva e imposte indirette, il progetto di allineamento alle disposizioni Ue è giusto. Bisognerà capire che cosa significhi in termini di scelte su cosa esentare dall’imposta, e su cosa agevolare nel settore dei beni comuni. Non si comprende ancora quali siano le linee d’intervento in materia di rimborsi, croce senza delizia dei soggetti a Iva in questi anni la trasmissione telematica dei dati Iva è stato un vantaggio per lo stato e per la lotta all’evasione, molto meno per i contribuenti adempienti.</p>
<p>L’articolo dedicato alla riforma delle accise enuclea finalità energetiche apprezzabili, come il sostegno alle rinnovabili. Ma manca una riflessione organica sulla necessità di un’unica visione per accise, detrazioni e deduzioni e sussidi di ogni tipo ai soggetti in campo energetico, che configuri una sorte di unico codice fiscale per il settore green-ambientale. Per l’Irpef, l’idea iniziale era di diminuire le aliquote da 4 a 3, accorpando secondo e terzo tra gli attuali scaglioni, dei redditi tra 15 mila e 50 mila euro. In assenza però di dettagli sulla revisione annunciata delle detrazioni/deduzioni Irpef, non è possibile in alcun modo effettuare calcoli di convenienza fiscale. Né sulle aliquote reali che ne deriverebbero davvero (in termini di progressività), né tanto meno sugli effetti conseguenti al bilancio e deficit pubblico.</p>
<p>La bandierina di un’Irpef “tra 5 anni flat tax per tutti” resta uno slogan ideologico valutabile solo nei mesi a venire. E’ tuttavia sin da oggi positivo mirare all’unificazione di trattamento fiscale dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria, soggetti oggi a incomprensibili diversi regimi, nonché di rivedere l’attuale tassazione dei fondi pensione.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/economia/2023/03/17/news/luci-e-molte-ombre-nel-cantiere-della-riforma-fiscale-5068498/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/quel-che-manca-alla-riforma-fiscale/">Quel che manca alla riforma fiscale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Stato di eccezione &#8211; La Repubblica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/stato-di-eccezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Apr 2022 10:21:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicono di Noi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Repubblica</p>
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<p><em><strong>La Repubblica</strong></em></p>
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		<title>Copyright, la grande bugia che ha vinto a Strasburgo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/copyright-la-grande-bugia-che-ha-vinto-a-strasburgo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Jul 2018 10:41:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[social media]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento europeo boccia la normativa sul copyright: la riflessione di Oscar Giannino La proposta di direttiva sul mercato unico digitale dei diritti d’autore è stata affossata ieri dal Parlamento europeo con 378 no, 278 sì e 31 astenuti. Con ogni probabilità, pur riprendendo da capo l’iter degli emendamenti dal prossimo settembre, non vedrà la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il Parlamento europeo boccia la normativa sul copyright: la riflessione di Oscar Giannino</em></p>
<p><strong>La proposta di direttiva sul mercato unico digitale dei diritti d’autor</strong>e è stata affossata ieri dal Parlamento europeo con 378 no, 278 sì e 31 astenuti. Con ogni probabilità, pur riprendendo da capo l’iter degli emendamenti dal prossimo settembre, non vedrà la luce in questa legislatura europea, visto che nella prossima primavera il parlamentoUe verrà rinnovato.</p>
<p><strong>La bagarre che è stata scatenata</strong> da moltissimi accademici, associazioni per la libertà della rete, e politici come il Movimento 5 Stelle in Italia, ha dunque avuto la meglio. Ha prevalso l’idea che la direttiva fosse un attentato alla libertà degli utenti della rete e al confronto senza filtri tra pari, tanto nel pubblicare quanto nel leggerli, rilanciarli, sostenerli o criticarli.</p>
<p><strong>Peccato che la libertà</strong> dei singoli o della rete non fosse minimamente toccata dalla direttiva. Anche se naturalmente chi si è opposto dice il contrario.</p>
<p><strong>Le due norme-bandiera</strong> contro le quali si è scatenato il putiferio intervengono infatti nei rapporti tra piattaforme online ed editori per quanto riguarda notizie pubblicate traendole da imprese editoriali, da una parte. E tra le stesse piattaforme e i soggetti legalmente titolari di diritti d’autore, siano essi letterari, musicali e artistici in senso lato.</p>
<p>In altre parole <strong>l&#8217;intento era quello di dettare i principi almeno minimali</strong> di una tutela del diritto d’autore, in capo a imprese o soggetti individuali, che oggettivamente nel mondo contemporaneo incontrano asperrime difficoltà a vederselo riconosciuto nel mondo digitale di internet. La libertà degli utenti e il libero confronto in rete non c’entrano nulla. E nella polemica è stato anzi fatto ampio ricorso a formule volontariamente svianti, al fine di far credere a qualunque internauta che si trattava di chiedergli soldi, o di oscurare ai suoi occhi contenuti sgraditi.</p>
<p><strong>Un ottimo esempio di artificio improprio</strong> è aver chiamato col nomedi link tax quando disposto dall’articolo 11, facendo deliberatamente intendere che la direttiva volesse istituire una tassa per chi sfoglia pagine in rete. Ma non è affatto così, non si prevedeva in alcun modo alcuna tassa sui collegamenti intertestuali, e tanto meno che a pagarla fosse l’utente. La direttiva proponeva invece a quell’articolo il diritto degli editori di vedersi riconosciuta una giusta e proporzionata remunerazione per l’uso digitale delle loro pubblicazioni da parte dei provider d’informazione digitale.</p>
<p><strong>In che cosa si lede la libertà e di chi</strong>, se Yahoo, Google e consim ili giganti sono chiamati a corrispondere alle imprese editoriali qualcosa di analogo a quanto esse son o già sem pre più costrette a chiedere ai propri lettori online di pagare, per potervi direttamente accedere<strong>? Che cosa c’entra la libertà in pericolo</strong>, quando quelle notizie e quelle analisi vengono elaborate da dipendenti e collaboratori di imprese che a questo fine investono, e che vedono sempre più erosi i propri margini di raccolta pubblicitaria inevitabilmente proprio dalla rete? E che per di più sulle proprie attività, sul proprio reddito, sui propri asset e immobilizzi pagano imposte nazionali assai più elevate di quanto non sia consentito alle grandi piattaforme digitali dal libero arbitraggio internazionale, alla ricerca di ordinamenti dalle più moderate richieste fiscali?</p>
<p><strong>Chi qui scrive è sempre stato contrario a tassazioni nazionali</strong> su base forfettaria rispetto a un fatturato nazionale stimato, da applicare ai giganti digitali. Perché ha sempre considerato che i Paesi che si risolvano a queste vie nazionali espongono semplicemente i propri cittadini a veder ridurre le attività di quelle piattaform e nei loro confini, preferendo altri Paesi. Sia la questione fiscale &#8211; la definizione di standard comuni e condivisi sulla tassazione della proprietà digitale, sia quella della compartecipazione ai costi delle infrastrutture digitali &#8211; le reti a banda larga e ultralarga di qui quelle piattaforme si avvantaggiano senza avervi messo un penny &#8211; sono questioni che possono trovare equa soluzione solo se condivise tra ordinamenti continentali, nell’ambito di un grande negoziato globale, come globale è la rete.</p>
<p><strong>Ma il pregio di questa direttiva a tutela del diritto d’autore</strong> era ed è appunto un approccio comune europeo, volto a evitare che tutele diverse in ogni singolo Paese membro venissero eluse dai giganti over the top. Analoga strumentalizzazione è stata quella animata contro l’articolo 13 della direttiva, che prevede accordi di licenza tra le piattaforme digitali e i titolari singoli di diritti d’autore, o le loro associazioni volte alla raccolta dei diritti medesimi. Con la tutela aggiuntiva che, in caso di mancato accordo, le piattaforme dovessero elaborare filtri appositi in grado di escludere quelle opere i cui diritti non fossero coperti da licenza.</p>
<p><strong>È stata presentata come una norma che blocca Wikipedia</strong>, o la musica e i brani cinematografici che si scaricano liberamente su Youtube. Al contrario, è anch’essa una norma che serve semplicemente a evitare che i diritti d’autore artistici vengano aggirati ed elusi. Per evitare filtri “orwelliani”, le piattaforme erano vincolate a obblighi di piena trasparenza sugli algoritmi, proprio al fine di evitare che quei filtri si proponessero improprie strategie commerciali.<br />
La libertà della rete è ormai una parte costitutiva delle libertà essenziali, in ogni angolo del mondo che voglia definirsi libero. Su questo non si discute.</p>
<p><strong>Ma la direttiva europea era un primo passo per evitar</strong>e che la rete possa anche essere un improprio esercizio di free riding, come si dice in gergo per definire il comportanento di chi beneficia di beni o servizi prodotti a proprie spese da altri, senza riconoscere in alcun modo un corrispettivo a chi li ha resi possibili con il proprio ingegno e le proprie catene organizzative.</p>
<p><strong>Ieri dunque ha vinto la demagogia, non la libertà</strong>. Nessuno penserebbe che debba esistere la libertà per un’impresa di non pagare un proprio lavoratore. Ed è del tutto analogo che non è libertà non pagare per le notizie che produce l’impresa editoriale che le elabora, o l’autore o la produzione cinematografica o musicale senza cui non esisterebbero libri, film e brani musicali.</p>
<p>Oscar Giannino, Il Messaggero 6 luglio 2018</p>
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		<title>Con lo spettro del fallimento Conti allo sbando, ecco perché Roma rischia il default</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/con-lo-spettro-del-fallimento-conti-allo-sbando-ecco-perche-roma-rischia-il-default/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Oscar Giannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Oct 2016 20:45:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[atac]]></category>
		<category><![CDATA[atac debiti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>[:it]Atac in cinque anni ha ottenuto sussidi pubblici per 4 miliardi riuscendo comunque a sommare perdite per oltre 1,1 miliardi [:]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri il neo assessore al Bilancio, <strong>Andrea Mazzillo</strong>, ha escluso l’ipotesi di un default per la Capitale, ma la situazione è più che emergenziale. I problemi più rilevanti sono quattro. C’è un debito finanziario di 1,2 miliardi, gestibile a seconda dei flussi di entrate proprie del Campidoglio. C’è il nodo della rata annuale di ammortamento del debito da 13 miliardi circa, in gestione separata commissariale. C’è inoltre uno squilibrio patrimoniale di oltre un miliardo del Gruppo <strong>Roma Capitale</strong>, creato dal saldo netto tra crediti e debiti delle società partecipate comunali che al Gruppo fanno riferimento, e che può rapidamente chiamare all’esigenza di ricapitalizzazioni. E infine c’è un quarto problema: la continua emersione dai conti ereditati di debiti fuori bilancio, residui attivi e passivi.</p>
<p>Facciamo un passo indietro. L’assestamento di bilancio 2016 votato a fine luglio in Campidoglio e impostato dall’allora assessore Minenna è stato un puro atto dovuto. Per rispettare la scadenza di legge, senza avere il tempo né l’intenzione di compiere alcuna scelta strutturale. La voce più rilevante era lo stanziamento di 90 milioni previsti per il salario accessorio nel 2017 e 2018, una delle gravi questioni createsi in passato tenendo gli occhi chiusi sui finti salari di produttività spalmati per tutti fino, in alcun i casi, a oltre il 50% della retribuzione ordinaria. Altre voci apparivano in singolare e inesplicato contrasto con la situazione certificata dall’ex commissario Tronca solo 60 giorni prima, a fine maggio.</p>
<p>Secondo il rendiconto finale della gestione Tronca in cassa allora risultavano solo 13 milioni di euro, mentre a luglio secondo il documento Minenna erano saliti a ben 800, computando però per cassa poste non traducibili in liquidità immediata. Qualche giorno fa il sindaco Raggi ha disposto ad alunni disabili e municipi l’assegnazione di 9 milioni su 11 “trovati”, ha detto, nelle disponibilità di tesoreria. Lodevole, ma il problema da affrontare è purtroppo di tutt’altro ordine di grandezza. Il Campidoglio non potrà impostare di qui a 10 settimane il preventivo 2017 senza una ricognizione a 360 gradi dei diversi fattori che concorrono al suo squilibrio strutturale. E poiché per farlo occorre tempo, con tutto il rispetto i 100 giorni sin qui persi sono un cattivo inizio.</p>
<p>Per avere un’idea di quanto temibilmente ballerine siano le scoperte speleologiche, per così dire, che continuano ad avvenire scavando nei conti di Roma, basti pensare che secondo la Ragioneria capitolina nel primo semestre 2106 già erano emersi 46 milioni non computati nel preventivo 2016, tra nuova spesa corrente e debiti fuori bilancio. A seguito dell’assestamento votato dall’attuale giunta a fine luglio l’Oref, cioè l’Organo di Revisione Economico-Finanziaria del Campidoglio, ha innalzato vertiginosamente la stima fino a <strong>234 milioni di debiti</strong> fuori bilancio.</p>
<p>La nuova giunta partirà probabilmente dall’esame di sostenibilità della rata annuale di ammortamento dovuta a Cdp per l’anticipazione di cassa del debito di 13 miliardi, affidato alla gestione separata commissariale guidata da Silvia Scozzese. Che ha avvisato per tempo, a fine 2015, che dal 2017 i flussi prevedibili di cassa generati non saranno tali da sostenerne più la gestione ordinaria e il rientro. Perché, appunto, il bilancio del Campidoglio resta strutturalmente squilibrato.<br />
D’altro canto, i romani sono già al massimo delle sovra aliquote <strong>Irpef e Irap</strong> sommando Comune e Regione: pagano 750 euro l’anno oltre la media nazionale.</p>
<p>Non pesa solo la rata annuale di ammortamento del debito. Come ha puntualmente dovuto ammettere ieri l’assessore Mazzillo, è la macchina comunale a essere divenuta incapace di entrate proprie in percentuali accettabili. <strong>Perde oltre 100 milioni di affitti l’anno</strong> sul suo patrimonio immobiliare, sconta 7,1 miliardi di crediti non incassati tra entrate tributarie, multe, tariffe per servizi e canoni. Non riesce a processare l’anno più del 10% degli arretrati Imu. E dal 2008 si sono aggiunti <strong>2,3 miliardi di spese correnti</strong> non liquidate ai fornitori, che il commissario Tronca ha iniziato a ridurre. Da asili, mense, affitti e mercati, il Campidoglio riesce a incassare solo 900 milioni l’anno aggiuntivi ai trasferimenti centrali e alle tasse: rispetto ai 4 miliardi di euro di Milano, che ha meno della metà degli abitanti della Capitale.</p>
<p>Intervenire sul conto economico ordinario postula avere idee estremamente chiare sul riordino del perimetro e dell’organizzazione dell’intera macchina capitolina. Purtroppo a tutti i livelli, dagli assessorati centrali ai Municipi, c’è un problema di gestione e controllo dei dati, di regole, e di risorse umane. Se ci fermiamo alle maggiori stazioni appaltanti gare per lavori e forniture, nel perimetro capitolino e delle sue controllate maggiori siamo a quota 150, che sfiora addirittura le 300 unità se comprendiamo anche quelle per modesti importi. Occorre integrare i sistemi informatici oggi non interfacciati e usati da ogni Dipartimento e Municipio per gestire appalti, gare e affidamenti, che compartimentano e ostacolano ogni processo centralizzato di controllo. E superare la prassi invalsa di attribuire ogni singolo affidamento alla valutazione del dirigente responsabile del procedimento, senza omogeneità di criteri. E bisogna cessare di aggirare gli obblighi di gara attraverso il frazionamento degli importi.</p>
<p>Nel 2015 <strong>Milano</strong> ha realizzato alienazioni di beni patrimoniali del Comune per 950 milioni, Roma per 33. In compenso, il Campidoglio oggi gestisce anche aziende agricole come Castel di Guido e Tenuta del Cavaliere, volte alla produzione di carni, salumi e formaggi. Naturalmente, il conto di queste aziende è in perdita. Malgrado le 72 mila unità immobiliari destinate a canone sociale nel Comune di Roma (di diversa proprietà pubblica, non solo comunale), il Campidoglio spende oltre 20 milioni di canoni sociali in proprio.</p>
<p>Quanto al miliardo di squilibrio delle partecipate, non è purtroppo nemmeno esso una sorpresa. Oltretutto il più dei contratti di servizio delle società scade a fine anno, e andranno riscritti con criteri di efficienza del tutto diversi. Di sicuro, il Campidoglio oggi non ha la disponibilità finanziaria adeguata per gli investimenti che sono necessari in Atac e Ama. E comunque una stima almeno approssimativa delle disponibilità non si può credibilmente fare, prima di aver definito come s’intende aggredire gli squilibri strutturali che gravano sul conto economico.</p>
<p><strong>Atac</strong>, che in 5 anni ha ottenuto sussidi pubblici per 4,3 miliardi riuscendo a sommare perdite per 1,1 miliardi, ha 12 mila dipendenti con costo medio di 46mila euro, ai vertici di settore. Per l’Ama siamo ancora al punto in cui sono le cronache giudiziarie a dettare l’agenda, mentre senza una precisa scelta industriale il trattamento dei rifiuti romani continuerà a essere un affare per altre parti d’Italia.</p>
<p>Ci fermiamo qui. Non c’è alcun pregiudizio verso la<strong> giunta Raggi</strong>. Il duro compito che l’attende era chiaro da prima delle elezioni. La condizione di Roma impone scelte molto impegnative, che richiedono grande risoluzione, raffinata competenza, visione e padronanza di un’infinità di dettagli. E 100 giorni dicono che il tempo per addossare le colpe agli altri è finito.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Oscar Giannino</strong>, <em>Il Messaggero</em> 7 ottobre 2016</p>
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