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	<title>Giuliano Ferrara, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Giuliano Ferrara, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Il Demente collettivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Oct 2023 15:39:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”. Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”. Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente anche sul New York Times da un analista, David Leonhardt, di parte liberal. Devono aver intuito, con qualche vent’anni di ritardo, che i neoconservatori non avevano tutti i torti. Il risultato del ripudio della loro dottrina sul nuovo secolo americano, e del leading from behind che ha prevalso sia con Obama sia con Trump, è sotto i nostri occhi: la più cruenta guerra europea dopo la Seconda guerra mondiale, l’aggressività della Cina nell’Indo-Pacifico, il nazionalismo indiano, la drammatica radicalizzazione del conflitto tra Israele e Hamas in linea con Hezbollah e la Teheran dei mullah, con il bel recente fatto delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina e di un numero di ammazzati, civili indifesi, giovani che ballavano, vecchi e bambini, e rapiti, che in rapporto alla popolazione israeliana, per tacere del resto e della memoria, è come se il terrorismo islamico a Parigi avesse fatto quattro, cinquemila morti.</p>
<p>Il Demente Collettivo è convinto che la colpa sia degli americani, dei neoliberisti, del capitalismo, della globalizzazione dei mercati, del passato coloniale europeo, dell’imperialismo americano cosiddetto (che non è mai esistito), della guerra in Iraq o in Afghanistan, della risposta all’11 settembre che ora ritorna in forme nuove, e naturalmente del sionismo, dei governi israeliani, dell’occupazione e dell’estremismo parolaio dei sostenitori della colonizzazione in Cisgiordania, la colpa è di tutto e di tutti tranne che dell’occidente che ha rinunciato alla logica unica possibile, quella di riscrivere nel segno della democrazia e della libertà, del nation building contro il dilagare degli stati canaglia, la mappa mondiale. E ci stavamo anche per far fottere la Nato, se non ci avesse pensato Putin, ma a quale costo si sa, a ridarle vita. Gli accordi di Dayton che misero fine al carnaio dei Balcani, l’eliminazione di Saddam e dei talebani, il contenimento a est delle ambizioni neoimperiali della Russia, la resistenza alle ambizioni nucleari del mostruoso regime degli ayatollah, l’isolamento esistenziale della caserma mortifera di Kim Jong Un, la guerra asimmetrica al terrorismo urbano nell’Europa occidentale: le poche cose buone furono fatte come espansione e eco di una stagione di reattività occidentale che abbiamo voluto spegnere nell’ovatta di presunte convenienze di pace, per incrementare la multipolarità ritenuta necessaria in un mondo ora disceso nel caos più completo.</p>
<p>L’Iran ora fa asse con Mosca e la Corea, mentre il retroterra africano del medio oriente, dove l’assadismo è stato premiato dalla resa di Obama e dagli sparacchiamenti ineffettuali del Trumpshow, è in una situazione disperata.</p>
<p>Litighiamo su patti monetari e immigrazione mentre la guerra è letteralmente alle nostre porte in dimensioni mai viste prima, e le quinte colonne del nemico progrediscono a ogni elezione per svuotare la democrazia con le sue stesse armi. Al centro di questo bel capolavoro sta dunque la rinuncia. La rinuncia a isolare e abbattere la quasi cinquantennale teocrazia di Teheran, direttamente implicata nei disegni di destabilizzazione più pericolosi dell’epoca, e noi qui a obiettare sulle mani pulite di Bin Salman, un ceffo regale che esprime comunque un paese che ha contratto da decenni l’ambiguo patto del denaro e delle riserve petrolifere con l’occidente, quello che Lyndon Johnson avrebbe chiamato un figlio di puttana sì, ma il nostro figlio di puttana. Moralismo, antiamericanismo, sussiego vecchia Europa, antisemitismo nella forma dell’antisionismo, odio e boicottaggio per Israele, mitizzazione della sua destra osservante e fanatica, sono le componenti decisive della ritirata, che apre il grande vuoto riempito dalla baldanza della guerra e del terrore, dell’assassinio e del martirio delle democrazie. Finché Ali Khamenei, la sua polizia morale che fa strage di donne e di civiltà, i suoi servizi che tessono la tela fino alla propaggine di Hamas, con l’ausilio dei dollari qatarioti, finché questi saranno al potere, speranza non c’è. Almeno lo si sappia, nel giorno in cui giustamente ci si ritrova per manifestare solidarietà e amore a un popolo che si batte per esistere e che gli aguzzini hanno aggredito con spavalderia e inaudita certezza del successo a cinquant’anni dalla guerra del Kippur.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/10/10/news/finche-i-khamenei-saranno-al-potere-speranza-non-c-e-si-sappia-5763310/"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Grazie anche alla Fle ho scoperto le virtù del dubbio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jul 2023 15:30:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[che liberale sei]]></category>
		<category><![CDATA[dubbio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Orwell entrò nella mia vita che ero molto giovane, fine dei Sessanta, e ancora non avevo letto “1984”, il suo romanzo sul mondo totalitario a venire. Sul retro di copertina della mia prima tessera del Pci (Lenin sul fronte) al punto 10, conclusivo, era scritto: “Difendere il partito da ogni attacco”. Per educazione o diseducazione [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Orwell entrò nella mia vita che ero molto giovane, fine dei Sessanta, e ancora non avevo letto “1984”, il suo romanzo sul mondo totalitario a venire. Sul retro di copertina della mia prima tessera del Pci (Lenin sul fronte) al punto 10, conclusivo, era scritto: “Difendere il partito da ogni attacco”. Per educazione o diseducazione totalizzante, non ero dunque predisposto al dubbio, sebbene mio padre notasse, con una sfumatura di ironia, che l’articolo 10 si prestava a un equivoco di tipo militare, lontano dall’idea di una via italiana o democratica al socialismo. Ero un ragazzo, l’assenza di dubbio mi dava conforto, incoraggiamento e spinta. Ora se faccio da vecchio un quiz estivo della Fondazione Einaudi, quasi quarant’anni dopo l’uscita da destra dal partito e la conversione all’anticomunismo militante, in anticipo sul crollo del Muro e la ridenominazione, mi viene come risultato un incredibile: “Liberale classico”. Mi viene da ridere, ovviamente, e ripenso all’epoca in cui la disciplina spazzava via per statuto ogni forma di dubbio.</p>
<p>Per quattro decenni i miei nuovi amici, da Aron a Popper, mi hanno spiegato le virtù infinite del dubbio, cuore e anima di ogni pensiero critico. Alla nuova filosofia della congettura e della confutazione, del fallibilismo, della verifica in termini di fatto, dell’esperienza, del metodo rigidamente improntato alla flessibilità etica e epistemologica del dubitare su tutto e di tutto, ma non di tutti, ché al mondo ci sono anche amicizia e amore, mi sono conformato da vero conformista, da neofita di un liberalismo debole e acquisito. Incorporata l’idea che il dubbio sia il sale della terra, per via di una lettera di Orazio a Massimo Lollio, in cui lo invitava a essere saggio a costo di sprofondare nella medietà o mediocrità del dubbio, con la famosa formula Sàpere àude, poi trasformata da Kant nel simbolo illuminista dell’autonomia critica, osare servirsi della propria intelligenza, non dipendere da nessun dogma e limitarsi a conoscere ciò che si può conoscere con certezza, sempre dopo aver dubitato di ogni cosa, ho accettato il primato umano e divino del dubbio nel pensiero.</p>
<p>Nel frattempo deve essere successo qualcosa perché una persona che è degna di stima come Ezio Mauro su Repubblica ha degradato il dubbio, anzi il Grande Dubbio, a una forma di fanatismo ai limiti del negazionismo climatico, tale da far correre al pianeta seri rischi di sopravvivenza. In più, si desume da tutto il ragionamento a sorpresa, il dubbio è meloniano, larussiano, abascaliano, lepenista, salviniano, magari trumpiano, è costitutivamente di destra, conservatore se non reazionario, e serve a minare la certezza della scienza, il ruolo delle classi dirigenti, ha una natura populista intrinseca, si sposa bene con gli affari propri, gli interessi meschini e particolari; il Grande Dubbio “spoglia il potere di quella potestà metafisica che gli riconosceva la capacità di dare un nome alle cose, dunque di interpretarle, rappresentarle e risolverle davanti al popolo; un autentico retaggio di antica maestà cancellato dalla ribellione nei confronti delle élite, che è la vera anima trasversale dei populismi di varia natura” (Ezio Mauro). E così, dopo un’intera vita spesa a emendarmi dalla certezza maestosa e metafisica del platonico e giovanpaolino “splendore della verità” o “veritatis splendor”, eccomi tornato in compagnia di Mauro all’articolo 10: “Difendere il partito da ogni attacco”. In questo caso il partito preso. Il succedaneo del comunismo, l’ambientalismo apocalittico.</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/webplayer/aviator.php?newspaper=ilfoglio&amp;issue=20230725&amp;edition=ilfoglio&amp;issue_date=2023-07-25&amp;startpage=0&amp;displaypages=2&amp;articleId=49168"><em><strong>Il Foglio</strong></em></a></p>
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		<title>Disprezzare la folla</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/disprezzare-la-folla/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 16:30:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[macron]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Francia la parola d’ordine, mot d’ordre, del momento è mépris, disprezzo. Il sentimento in tutta la sua portata di arroganza e superiorità sociale è attribuito al presidente, ribattezzato le Mépresident, non più presidente dei ricchi. La usa Marine Le Pen, questa formula che la distacca dal suo stesso tentativo di condurre un’opposizione istituzionale alla [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Francia la parola d’ordine, <em>mot d’ordre</em>, del momento è mépris, disprezzo. Il sentimento in tutta la sua portata di arroganza e superiorità sociale è attribuito al presidente, ribattezzato le Mépresident, non più presidente dei ricchi. La usa Marine Le Pen, questa formula che la distacca dal suo stesso tentativo di condurre un’opposizione istituzionale alla riforma delle pensioni, scuola Meloni. La usa Philippe Martinez, capo uscente della Cgt vecchia scuola massimalista la cui delfina è insidiata da Olivier Mateu, un formidabile e sprezzante supercafone che fa la voce grossissima in una sua lingua corrotta e speciale, calvinianamente il Cafone rampante. La usa Jean-Luc Mélenchon, capoccia tribunizio della sinistra massimalista, già notorio per aver detto a un agente di polizia “la démocratie c’est moi”, “c’est moi la République”. La usano le facce invero paciose, graziose studentesse e arcigni lavoratori del braccio come ferrovieri portuali operatori ecologici, che si scatenano nelle strade e nelle piazze a nome del paese da basso e dei ceti medi spossessati da due anni di lavoro legale in più, con le dovute eccezioni per lavori usuranti e lunghe carriere, stabiliti da una legge approvata con il marchingegno annulla-Parlamento della Costituzione della V Repubblica (una clava brandita già cento volte).</p>
<p>Vero che Macron in televisione ha esibito un bel paio di gemelli, due fedi due, una per ciascuna delle sue mani affusolate, un completo bleu cobalto impeccabile, e il solito bel riportino, vero che l’ambiente dell’intervista era elegante e asettico, come la coppia di giornalisti che gli faceva domandine au nom du peuple, ma fino a un certo punto, vero che il presidente parla il francese di Racine e assomiglia a una metà appena della nazione e ha preso i voti veri, i suoi voti, da un quarto della medesima (il resto fu il rigetto di Mme Le Pen). Ma la cosa più vera ancora è che, dopo aver comprensibilmente detto che non scioglie l’Assemblea nazionale, che non fa un referendum, che non cambia per ora il primo ministro, Élisabeth Borne, ha aggiunto che assume senza patemi d’animo su di sé, tutta intera, l’impopolarità di una riforma necessaria. Il che sarebbe solo prova di coraggio e di responsabilità. Ma ha concluso affermando che non è il sistema pensionistico insostenibile la vera questione, la vera questione è che con il welfare generoso che si sa, ingentilito da una quantità di sussidi dovuti alla pandemia da Covid (e prima dalle concessioni ai gilet gialli, ndr), gli equilibri sono saltati e il rapporto con il lavoro e il reddito non è più così centrale per, e anche questo lo aggiungiamo noi, un popolo combattivo ma assai bene assistito.</p>
<p>Disprezzo, disprezzo, disprezzo. La collera sale. Non ascolta la piazza, la chiama folla, se ne impipa dei sondaggi che danno i francesi all’opposizione per l’83 per cento, ohibò, sottolinea la presenza di fazioni e faziosi, annuncia precettazioni a raffica. E’ chiaro il peso della storia e più ancora della retorica storica su cui si fonda la République della eguaglianza, della libertà e della fraternità, nata per opposizione giacobina all’Antico Regime aristocratico in nome dei valori popolari e borghesi d’antan. La ghigliottina dell’accusa di disprezzare il popolo in un certo senso non ha mai smesso di funzionare. E ci si mette anche un Carlo III d’Inghilterra, atteso per una visita di stato, la prima all’estero, e per un gala nella reggia di Versailles contestato a pieni polmoni dalla deputata Rousseau, Sandrine Rousseau, nomen omen, per conto della volontà generale.</p>
<p>Chi ama i francesi, quorum ego, ha il dovere di ricordare loro che Macron è un riformista liberale, di una specie unica o quasi in quel paese, che è riuscito a prendere il potere mediante fantasia e fortuna e cerca di esercitarlo nelle condizioni date, non un conservatore alla Boris Johnson. Il formidabile ex premier britannico potrebbe scrivere un manuale sul disprezzo, lui sì che sta chiudendo la sua carriera dopo aver recitato a memoria l’Iliade in tv, naturalmente nel greco antico imparato nel collegio di Eton, e dopo aver preso per il culo l’opinione puritaneggiante con i suoi party a Downing Street, fiumi di alcol e promiscuità durante il lockdown con le sue regole che prevedevano eccezioni per chi se le poteva permettere trattandosi di riunioni di lavoro. Chiamasi contempt, questo disprezzo intriso di senso della tradizione e dell’arcaico potere dei nobili e dei dotti, e si usa molto per il disprezzo della corte, quando si è in stato di accusa e si fa finta di niente, magari mentendo. Chirac ritirò la riforma per le proteste di piazza nonostante il parere contrario del suo primo ministro, e finì nell’immobilismo più totale. Per un gollista era una strana forma di adulazione della nazione, il più straordinario dei metodi dissimulativi del disprezzo. Macron è un fighetta, forse, ma di tutt’altra pasta.</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/webplayer/aviator.php?newspaper=ilfoglio&amp;issue=20230324&amp;edition=ilfoglio&amp;issue_date=2023-03-24&amp;startpage=0&amp;displaypages=2&amp;articleId=43128"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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		<title>L&#8217;Iran e il mistero della nostra disattenzione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/liran-e-il-mistero-della-nostra-disattenzione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giuliano Ferrara]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Nov 2022 18:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[insurrezione]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Mahsa Amini]]></category>
		<category><![CDATA[Sharia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo L &#8216;insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti ondate repressive, sembra essere entrata in una nuova dimensione, totale e ultimativa. Ma [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo</h3>
<p>L &#8216;insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti ondate repressive, sembra essere entrata in una nuova dimensione, totale e ultimativa. Ma viviamo in un mondo parallelo, si affollano notizie luttuose e drammatiche su molti fronti, così quel che succede in questo paese chiave e fatale della storia contemporanea scorre in una sorta di realtà attenuata fatta di disattenzione.</p>
<p>E&#8217; un fenomeno strano, indecifrabile anche sulla scala della frenetica attività dei media in occidente. Le cose che sappiamo, a parte eccezioni e fonti militanti straordinarie, le sappiamo dai social, le vediamo nei video, le leggiamo nelle pagine esteri dei grandi giornali e le percepiamo in qualche servizio televisivo ben fatto e partecipe della tragedia. Di tanto in tanto qualche celebrità si taglia una ciocca di capelli in segno di solidarietà, perché la protesta nasce oltre due mesi fa in seguito alla morte in caserma di una ragazza, Mahsa Amini, catturata dalla polizia morale per non aver indossato il foulard islamico come si deve secondo le prescrizioni delle autorità.</p>
<p>Ciò che si sa, ciò che letteralmente passa sotto i nostri occhi, è enorme, madornale. La rivolta è vasta, tenace, duratura. Non ha obiettivi intermedi, sarà anche come dicono i riformisti iraniani, &#8220;una guerra culturale&#8221;, dunque un gesto per definizione minoritario o socialmente identitario, ma si presenta come una rivoluzione contro la Sharia, come una intolleranza di massa verso la Repubblica islamica fondata da Khomeini nel 1979 e guidata dal suo successore Khamenei.</p>
<p>Si estende nella sua radicalità a dozzine di città, investe le strade, le università, i mall, le scuole, si dirige verso obiettivi incendiari, si esprime anche con gesti di ritorsione simbolica contro le acconciature dei mullah i cui turbanti vengono schiaffeggiati per strada, ma in generale è affare serissimo di barricate, blocchi, sparatorie, sassaiole, lancio di bottiglie incendiarie; nel cielo cittadino volano i droni della polizia che controllano i cortei e sputano piombo, una folla enorme prevalentemente di donne, ragazze e giovani si scontra con un apparato repressivo spietato, che è cosa diversa dal concetto rapsodico di abuso dei diritti politici o umani; le cariche sono sanguinose, invadono le piattaforme della metropolitana di Teheran, le bastonature a morte nei portoni sono testimoniate da riprese agghiaccianti. I morti ammazzati sono centinaia, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arrestati. Sono erogate le prime pene di morte contro i &#8220;nemici di Dio&#8221;.</p>
<p>In tutto questo a noi tocca sapere e non sapere, assistere e non avere mezzi politici e istituzionali per agire. Domina una strana opacità. Eppure è universalmente noto che la destabilizzazione del mondo e degli equilibri strategici, fin nel cuore della Guerra fredda, si è iniziata con la rivoluzione khomeinista del 1979. Il ritorno dell&#8217;Ayatollah e la presa del potere delle fazioni islamiste è il perno intorno a cui ruota non soltanto lo sconvolgimento del medio oriente, molto di più, è il giro di vite decisivo dello scontro di civiltà cui seguirà la massima proiezione bellica e terroristica del mondo islamista in occidente.</p>
<p>E&#8217; qualcosa che ci riguarda, che fa il peso e compete per importanza con la guerra in Europa, è un fenomeno di vita o di morte per un regime prenucleare, minaccioso e intollerante verso il Grande Satana, eliminazionista quanto a Israele, il fomite dell&#8217;antisemitismo di stato, un fulcro della destabilizzazione globale.</p>
<p>E&#8217; in gioco il destino di una Rivoluzione colta, dalla teologia ipersemplificata nelle conseguenze legali oppressive ma sofisticata quanto agli strumenti e al messaggio, sono in gioco le idee di genere, la questione dei costumi e delle minime, decenti libertà del comportamento sociale nel mondo moderno, compreso il canto e l&#8217;amore, eppure questo fatto determinante, dirimente, ci scorre di lato, parallelo, come una notizia che non incontra davvero la nostra esperienza e visione delle cose.</p>
<p>E questo è un clamoroso mistero come sono clamorosi i misteri percepibili da tutti nella loro pregnanza e nella loro evanescenza.</p>
<p><a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2022/11/17/news/l-iran-e-il-mistero-della-nostra-disattenzione-4669063/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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