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	<title>Francesco Perfetti, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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		<title>Raymond Aron, lungimiranza di un liberale realista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Perfetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 14:31:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, alla fine degli anni &#8217;60, esplose la contestazione studentesca con quel che seguì in tutta Europa, negli ambienti della parigina Rive Gauche era diffuso uno slogan: &#8220;Meglio aver torto con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron&#8221;. Oggi nessuno vorrebbe sottoscrivere una affermazione del genere. Mentre il ricordo di Jean-Paul Sartre è ridotto al rango di testimonianza delle illusioni delle prime generazioni del dopoguerra, la considerazione per il pensiero di Raymond Aron (1905-83) è andata crescendo e consolidandosi nel tempo, un po&#8217; ovunque. E ciò sia pure attraverso &#8220;letture&#8221; diverse della sua speculazione.</p>
<p>Come fa notare Agostino Carrino nel recente saggio <em>Raymond</em> Aron (IBL Libri, pagg. 172, euro 14) di &#8220;letture&#8221; se ne potrebbero individuare almeno tre: neokantiana, neoaristotelica e machiavelliano-tocquevilliana. Ma io credo che al di là delle etichette il carattere immediatamente riconoscibile della speculazione aroniana sia il realismo politico. Egli infatti si è formato sul pensiero dei grandi maestri del realismo, da Machiavelli a Tocqueville fino a Weber. E ciò anche se l&#8217;incontro intellettuale per lui più stimolante e denso di conseguenze fu proprio quello con Max Weber (1864-1920), avvenuto nella Germania weimariana dell&#8217;inizio degli anni &#8217;30.</p>
<p>Aron era giunto a Berlino da Parigi con un dottorato e un bagaglio di frequentazioni intellettuali &#8211; da Sartre a Nizan, da Lagache a Marrou &#8211; varie e interdisciplinari. A Berlino scoprì la filosofia tedesca: le sue letture oscillarono attorno a due poli: Husserl e Heidegger da una parte, e i sociologi, la scuola neokantiana, Rickert e Weber, dall&#8217;altra parte. Weber, che proveniva dal neokantismo, lo affascinò per la sua visione della storia universale, l&#8217;attenzione all&#8217;epistemologia, le riflessioni sulla condizione esistenziale dell&#8217;individuo. In tarda età, ricordando quell&#8217;esperienza, egli avrebbe scritto che &#8220;leggendo Max Weber&#8221; gli sembra di sentire &#8220;i frastuoni, gli scricchiolii della nostra civiltà&#8221;.</p>
<p>La lezione weberiana, soprattutto, gli fece scoprire due imperativi ai quali egli, Aron, avrebbe sempre conformato la propria condotta di studioso e di commentatore: da un lato, la volontà di osservare e cogliere la verità nel reale e, dall&#8217;altro lato, l&#8217;intenzione di agire come uno spectateur engagé. In Germania potè assistere alla fine della Repubblica di Weimar, una repubblica &#8211; come si disse allora &#8211; senza repubblicani: una repubblica &#8211; lo avrebbe scritto nelle sue memorie &#8211; dominata da una intellighenzia di sinistra che &#8220;odiava troppo il capitalismo e non temeva abbastanza il nazismo&#8221; per assumersi la difesa del regime. L&#8217;avvento al potere di Hitler cominciò a farlo riflettere: rimase colpito dalla naturalezza o indifferenza con cui i tedeschi accoglievano il brulicare di uniformi brune nella capitale.</p>
<p>A quell&#8217;epoca Aron si professava ancora progressista, temeva contatti e collusioni con la destra, continuava a frequentare i colleghi di studio impegnati a sinistra. Poi, a chi gli rimproverava certi ambigui compagni di viaggio, avrebbe risposto: &#8220;Si scelgono gli avversari, non si scelgono gli alleati&#8221;. Rientrato in Francia, il recupero del patriottismo dell&#8217;infanzia e della famiglia in opposizione al pacifismo e al mal definito socialismo era cosa fatta. Gli anni in Germania avevano avuto grande peso nella sua educazione politica perché si era reso conto che la politica è irriducibile alla morale. Il nazismo gli aveva mostrato la &#8220;potenza delle forze irrazionali&#8221; e Weber gli fece capire che bisognava prestare attenzione non tanto alle &#8220;proprie intenzioni&#8221; quanto alle &#8220;conseguenze delle proprie scelte&#8221;.</p>
<p>Nel &#8217;38 Aron pubblicò un libro di grande interesse: <em>Introduzione alla filosofia della storia</em>. Accanto alla teorizzazione del relativismo storico e al rigetto di ogni concezione deterministica del divenire, vi sosteneva una tesi che ne chiarisce le scelte intellettuali. Per poter &#8220;pensare politicamente&#8221; in una società &#8211; osservava &#8211; è necessario optare prima fra l&#8217;accettazione e il rifiuto del tipo di società nella quale si vive. Aron optò in favore della società democratico-liberale e l&#8217;intera sua produzione è divenuta una sorta di filosofia della libertà, un inno alla libertà.</p>
<p>Come ben dimostra Carrino, Aron può essere definito &#8220;un liberale realista&#8221;, nemico di ogni dogmatismo ideologico. Le sue opere &#8211; dal celeberrimo <em>L&#8217;oppio degli intellettuali</em> (1953), impietoso saggio di critica al comunismo e alle utopie progressiste, pubblicato un anno prima del discorso di Kruscev al XX congresso del Pcus, fino alle ultime, tra cui mi piace ricordare il bellissimo <em>In difesa di un&#8217;Europa decadente</em> (1977) &#8211; sottintendono questa scelta di campo in favore della vecchia cara Europa, minacciata dal pericolo di autodistruzione da quando il morbo del &#8220;sinistrismo&#8221; si era impadronito della sua classe intellettuale impedendole equità e chiarezza di giudizio.</p>
<p>Per Aron l&#8217;anticomunismo fu un punto fermo: &#8220;lo professo senza rimorsi&#8221;, scrisse. Lucido e impietoso analista della politica, Aron in fondo, malgrado la sua vicinanza al gollismo da un certo momento in poi, non svolse mai attività politica vera e propria, neppure come consigliere di un principe. Eppure, il peso delle sue teorie si è fatto sentire e continuerà a farsi sentire.</p>
<p>La schiera dei suoi allievi e continuatori è molto nutrita: da Jean-Claude Casanova, che dirige la bella rivista <em>Commentaire </em>fondata da Aron nel &#8217;76, a Pierre Manent, dal grande storico François Furet ad Alain Besançon sino alla figlia Dominique Schnapper, sociologa e politologa di fama internazionale. Non fu per caso &#8211; mi sembra &#8211; che Henry Kissinger gli inviò una copia dei suoi ricordi apponendovi questa dedica: &#8220;To my teacher&#8221;, al mio maestro. Meglio non si sarebbe potuto omaggiare un pensatore come lui che novello Tocqueville ci aiuta non soltanto a penetrare nei recessi più segreti del nostro tempo, ma anche a liberarci dai cascami ideologici del secolo passato.</p>
<p><em><strong>Il Giornale </strong></em></p>
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