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	<title>Federico Fubini, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Federico Fubini, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Salvare l’Ucraina per salvare l’Europa</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-sopravvivenza-delleuropa-passa-per-kiev/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Dec 2023 17:20:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più che mai negli ultimi cinque anni, governare l’Unione europea è diventato l’arte di pensare l’impensabile. Se all’inizio del suo mandato qualcuno avesse detto a Ursula von der Leyen quali decisioni aspettavano la sua Commissione a Bruxelles, probabilmente neanche lei ci avrebbe creduto. Non avrebbe mai creduto che lei stessa avrebbe messo sul tavolo dei leader di 27 Paesi — quindi fatto approvare in tempi brevi — un eurobond da 800 miliardi di euro, di cui l’Italia ha una fetta di un quarto con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non avrebbe creduto che l’Unione europea, le sue istituzioni e i suoi governi, avrebbero fornito aiuti per oltre cento miliardi in un anno e mezzo all’Ucraina aggredita dalla Russia. Né avrebbe creduto che avrebbe aperto i negoziati per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, come il Consiglio europeo ha deciso ieri.</p>
<p>Probabilmente Von der Leyen e Christine Lagarde, la presidente della Banca centrale europea, non immaginavano neanche che avrebbero rivisto un’inflazione a doppia cifra nei nostri Paesi, quindi l’aumento dei tassi d’interesse più rapido della storia recente, eppure nessuna crisi finanziaria.</p>
<p>Non è troppo dire che la sopravvivenza dell’Unione europea ora sarebbe in dubbio, se i suoi leader di questi anni non avessero saputo pensare l’impensabile. E poi non avessero saputo realizzarlo, di fronte a una successione di minacce. Ma proprio per questo il rischio più grande adesso è pensare di aver fatto il più. Perché malgrado le enormi innovazioni politiche e istituzionali recenti, malgrado l’aver smentito i profeti di sventura e gli euroscettici, il difficile inizia adesso. E non inizia necessariamente sotto i migliori auspici.<br />
I leader dell’Unione europea, a Bruxelles e nelle capitali, devono ancora iniziare a fare i conti con alcune delle contraddizioni del sistema. Quelle che riguardano l’Ucraina sono le più evidenti. Abbiamo annunciato al mondo che stiamo parlando con il governo di Kiev dell’ingresso nell’Unione in un futuro imprecisabile, ma nell’immediato non ne abbiamo tratto le conseguenze. In concreto, in marzo scorso ci eravamo impegnati a fornire all’Ucraina un milione di pezzi d’artiglieria entro un anno. Invece, a soli quattro mesi dalla scadenza, i Paesi europei hanno inviato meno della metà dei quantitativi promessi e gli ultimi ordini di munizioni collocati dai governi attraverso l’Agenzia europea della difesa — secondo Reuters — sono di appena 60 mila pezzi da 155 millimetri: abbastanza per resistere nelle trincee dell’Ucraina per una settimana, non di più. Non abbiamo accresciuto la nostra capacità di produzione di artiglieria, così importante in questa guerra. Ma senza un numero sufficiente di proiettili per respingere l’esercito russo, nessun negoziato di adesione di Kiev sarà mai credibile.<br />
È forse tempo che i leader europei spieghino alle opinioni pubbliche che occorre difendere l’Ucraina non solo in nome dei valori, ma soprattutto dei nostri interessi. Se quella guerra fosse persa — qualunque forma dovesse prendere una sconfitta, e ce ne sono diverse possibili — allora un’ombra si stenderebbe direttamente sul futuro dell’Unione europea. Vladimir Putin non ha mai fatto mistero di volerla disgregare in nome della sua idea zarista di impero. E se l’aggressività del Cremlino non viene respinta, la sicurezza europea sarà sempre un’illusione.</p>
<p>Per questo si fatica a comprendere perché i governi dell’Unione sembrino riluttanti a prepararsi alle sfide che pure sono ben visibili all’orizzonte. Durante l’attuale vertice a Bruxelles o tra qualche settimana, troveranno senz’altro il modo di sbloccare i 50 miliardi di euro già impegnati per il governo di Kiev. Già, ma dopo? Non è troppo tardi per prepararsi a uno scenario nel quale Donald Trump torna alla Casa Bianca, ritira il sostegno all’Ucraina o addirittura ritira gli Stati Uniti dalla Nato. Allo stesso modo, non è tardi per prepararsi a vedere l’antieuropeo Geert Wilders come premier di un Paese fondatore quale l’Olanda e poi ad assistere a un successo dei sovranisti alle europee di giugno prossimo. In base agli attuali sondaggi di Politico Europe, il gruppo di destra euroscettica «Identità e democrazia» (per intendersi, quello di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland e Matteo Salvini) sarebbe terzo nell’emiciclo di Strasburgo dopo popolari e socialisti.</p>
<p>L’avverarsi di questi scenari non è sicuro, per fortuna. Ma è plausibile e l’Europa non può correre il rischio di lasciarsi sorprendere dagli eventi ancora una volta. Chi crede nell’Unione quale nostro spazio politico del presente e del futuro, deve abbandonare tutte le ambiguità e iniziare a prepararsi adesso. Serve un salto in avanti nella difesa e nella sicurezza. Serve una strategia molto più efficace per isolare e disinnescare le quinte colonne e i sabotatori interni dell’Europa, siano essi l’ungherese Viktor Orbán oggi o l’olandese Wilders domani. Serve che i governi dei principali Paesi smettano di sprecare energie per controllarsi a vicenda, per estrarre piccoli vantaggi gli uni dagli altri logorandosi su piccole regole interne, per minime ripicche e inutili rivalità. Il tempo di lavorare alle prossime svolte è ora. Domani potrebbe mancarci.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_dicembre_14/salto-avanti-ue-455e722a-9ac1-11ee-a760-1b940a8522c8.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>La concretezza che manca al Pnrr</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-concretezza-che-manca-al-pnrr/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Mar 2023 16:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[Inflation Reduction Act]]></category>
		<category><![CDATA[PNRR]]></category>
		<category><![CDATA[rinvio]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il rinvio di un mese per il versamento della terza rata da 19 miliardi di euro non farà la differenza, nella storia del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia. Se non altro, perché comunque quei fondi non sarebbero stati spesi nei prossimi trenta giorni. Probabilmente neppure nei  prossimi sessanta o novanta. Dunque per il momento [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il rinvio di un mese per il versamento della terza rata da 19 miliardi di euro non farà la differenza, nella storia del Piano di ripresa e resilienza dell’Italia. Se non altro, perché comunque quei fondi non sarebbero stati spesi nei prossimi trenta giorni. Probabilmente neppure nei  prossimi sessanta o novanta. Dunque per il momento i 19 miliardi possono restare tranquillamente a Bruxelles per arrivare magari tra qualche settimana. Ci sono già altri 67 miliardi di fondi del Recovery che, in gran parte, attendono ancora sui conti del Tesoro in Italia. La Corte dei conti ha appena certificato che l’assorbimento delle risorse procede a rilento, appena il 12 per cento del totale fra il 2020 e il 2022.<br />
Tuttavia, se siamo onesti, non è questo oggi il principale problema del Pnrr.</p>
<p>Era chiaro dall’inizio che gran parte della spesa sarebbe arrivata a partire da quest’anno, perché prima andavano pensati e sviluppati i progetti, bandite le gare d’appalto, aperti i cantieri. Almeno altri tre problemi oggi sono più urgenti, se l’Italia vuole sperare che il suo più grande programma d’investimenti dal dopoguerra non vada essenzialmente sprecato. Il primo riguarda il merito di alcuni dei piani originari, quelli che il governo di Mario Draghi mandò a Bruxelles nella primavera del 2021. Anche se ora lo si dimentica, quel progetto non nacque in condizioni normali. Dal giorno del giuramento, Draghi e i suoi ebbero non più di un mese per rivedere e riscrivere tutto prima di spedire il loro documento a Bruxelles. Inevitabile dunque che alcune delle incoerenze di oggi riflettano la fretta di allora. Gli stadi di Firenze e Venezia non hanno niente a che fare con la logica del Recovery ed è comprensibile che l’attuale governo si chieda perché la Commissione non abbia mai sollevato il problema prima, mentre lo fa ora.</p>
<p>La sperimentazione del trasporto su gomma all’idrogeno non sembra praticabile. I trattori o treni all’idrogeno, non ne parliamo. Anche i campi eolici off-shore nel Mediterraneo sono idee audaci, non progetti realizzabili a costi competitivi. Dunque il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto ha ragione, quando dice che vuole tagliare alcuni piani e sostituirli con altri. Il punto è attuare questo disegno in pratica e questo è il secondo problema: a quanto pare, la Commissione europea non avverte (ancora) molta concretezza da parte italiana nell’indicare nuove direzioni di marcia e nel farle vivere nella realtà. Il governo ha ancora un mese per riscrivere alcune parti del Pnrr, dunque è presto per i processi alle intenzioni. Come fa la Casa Bianca con l’Inflation Reduction Act, l’innovazione digitale e la transizione energetica potrebbero essere affidata in buona parte delle imprese sul mercato tramite ampi crediti d’imposta sugli investimenti, finanziati dai fondi del Pnrr.</p>
<p>Ma qui si innesta la terza questione su cui si gioca il futuro del Piano: come funziona e chi fa funzionare il cervello di questa macchina da (almeno) 191 miliardi di euro? La risposta ufficiale è che un recente decreto ha definitivamente spostato la struttura centrale del Pnrr dal ministero dell’Economia a Palazzo Chigi e presto dovrebbe disporre di 70 funzionari (fra cui quattro dirigenti generali). Manca solo la  conversione del decreto e si potrà procedere alle assunzioni. Nella pratica però questa struttura centrale per ora fatica ad assolvere alle funzioni necessarie. Non sempre si trovano funzionari competenti e sì, anche capaci di parlare inglese, che conducano i negoziati a Bruxelles.</p>
<p>Nella Commissione Ue qualcuno si è stupito di vedere Fitto, che come ministro opera a livello politico, trattare direttamente con un’alta funzionaria della struttura europea quale Céline Gauer (la direttrice generale per il Recovery). Quell’incontro dà il senso della solitudine del ministro. A parti invertite, è come se un commissario Ue venisse a Roma per parlare personalmente con uno sconosciuto direttore generale di un ministero. In Italia ci chiederemmo se quel commissario non ha una struttura tecnica che lavori per lui. La solitudine di Fitto spiega anche perché attorno al Recovery regni quella che l’associazione Openpolis — scrive Marco Galluzzo sul Corriere ieri —definisce una  «mancanza assoluta di trasparenza». Forse non è il governo a nascondere la realtà ai cittadini. Più probabile che siano alcuni rami dell’amministrazione a evitare accuratamente di condividere i dettagli del loro settore con Palazzo Chigi. Per esempio, il ministero dell’Istruzione sta spiegando quanti Comuni lanciano i bandi per gli asili nido del Pnrr e per quanti posti? Nessuno sembra saperne molto.</p>
<p>Anche per questo servirebbe una struttura tecnica efficace al centro del sistema, per tenere al passo gli uffici decentrati come faceva il sottosegretario Roberto Garofoli sotto Draghi. La partita non è persa, resta tutta da giocare. Lo è soprattutto se si evitano dualismi e gelosie fra strutture dello Stato, che portano alcuni a tifare per il fallimento. Ma a perdere, in quel caso, saremmo tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/23_marzo_29/partita-vincere-pnrr-86a9f314-ce6e-11ed-86b7-ece540d3f123.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Lavoro, giustizia e burocrazia. I nodi politici del Recovery plan</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lavoro-giustizia-e-burocrazia-i-nodi-politici-del-recovery-plan/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2021 17:30:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Corriere della Sera  &#160;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="su-button-center"><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2021/01/20210112-fubini-lavoro-giustizia-burocrazia-nodi-politici-recovery-plan.pdf" class="su-button su-button-style-flat su-button-wide" style="color:#ffffff;background-color:#003c71;border-color:#00305b;border-radius:5px" target="_self"><span style="color:#ffffff;padding:9px 30px;font-size:22px;line-height:33px;border-color:#4d779c;border-radius:5px;text-shadow:0px 0px 0px #ffffff"><i class="sui sui-newspaper-o" style="font-size:22px;color:#ffffff"></i> VISUALIZZA ARTICOLO</span></a></div>
<p><strong>Corriere della Sera </strong></p>
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		<title>Banche in crisi da covid, i vincoli della Bce per i salvataggi  </title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/banche-in-crisi-da-covid-i-vincoli-della-bce-per-i-salvataggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Nov 2020 18:41:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la crisi finanziaria investì l’area euro una decina di anni fa, la risposta delle autorità fu bifronte. Per salvare i governi dal default, il sistema europeo puntò sulla condizionalità: l’idea che ogni prestito potesse essere concesso dagli altri Paesi solo se i beneficiari si fossero sottoposti a riforme interne e correzioni di bilancio a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando la crisi finanziaria investì l’area euro una decina di anni fa, la risposta delle autorità fu bifronte. Per salvare i governi dal default, il sistema europeo puntò sulla condizionalità: l’idea che ogni prestito potesse essere concesso dagli altri Paesi solo se i beneficiari si fossero sottoposti a riforme interne e correzioni di bilancio a tappe forzate. Invece, almeno fra il 2009 e il 2013, per le banche venne tollerato l’approccio opposto: i governi che avessero voluto salvare le banche attive nel loro territorio, potevano farlo senza sottostare alle regole europee sugli aiuti di Stato. Germania e Olanda lanciarono operazioni colossali di sostegno al loro settore finanziario.</p>
<p>Il quadro per le banche cambiò a partire dall’agosto 2013 con l’arrivo di norme sempre più stringenti, che prevedono di sforbiciare gli attivi di azionisti, creditori e (se necessario) depositanti prima che una banca accedesse a un aiuto pubblico. Ma questa condizionalità riguarda investitori e clienti, non la struttura stessa delle banche. Vale la pena ricordarlo ora, perché questa crisi sta segnando un’inversione di rotta. Con gli interventi della Banca centrale europea, il Recovery Plan e i prestiti sanitari del fondo salvataggi (Mes), la condizionalità sui governi sparisce o è diluita. Una condizionalità sempre più puntigliosa invece si sta facendo largo quale cornice per gli interventi che presto diverranno necessari per le banche.</p>
<p><strong>Il quadro</strong><br />
Che molti istituti abbiano bisogno di aiuto tra non molto è ormai sotto gli occhi di tutti. Andrea Enria, presidente del Consiglio di sorveglianza della Bce, ha dichiarato più volte che la recessione da Covid-19 può generare in Europa 1.400 miliardi di crediti deteriorati. Sarebbe una somma superiore a quella lasciata in eredità dalla Grande recessione di dieci anni fa. Più indicativa ancora è l’analisi di vulnerabilità che la Bce ha condotto di recente su 86 istituti dell’area euro (responsabile dell’area banche nell’esecutivo di Francoforte è lo spagnolo Luis de Guindos, vice della presidente Christine Lagarde). Da quel rapporto pubblicato a fine luglio emergono due elementi destinati a pesare: nel caso di uno scenario di contrazione «severa» dell’economia (e con il doppio tuffo in recessione dell’autunno, ci potremmo avvicinare), la distruzione di patrimonio per le banche in media può essere del 5,7% delle attività ponderate per il rischio. In sostanza la doppia recessione può tradursi in un colpo durissimo, pari a quei 1.400 miliardi di crediti bancari in default. La seconda informazione dell’analisi della Bce segnala però che questa crisi non è uguale per tutti. Per le banche già oggi più deboli, Covid-19 può spazzare via oltre 8% di patrimonio (Common Equity Tier 1) in rapporto agli impieghi tenuto conto della loro rischiosità. Significa che Covid-19 nei prossimi due anni può quasi azzerare il patrimonio di alcune banche o portarlo molto sotto ai minimi consentiti dalla Bce.</p>
<p><strong>Le vittime designate</strong><br />
Già, ma quali sono le vittime designate? L’analisi della Bce mostra che gli istituti universali, considerati sistemici a livello globale, oggi appaiono meno vulnerabili all’ondata di piena della recessione. Sono invece più fragili le aziende di credito minori, quelle troppo legate alla distribuzione di servizi allo sportello e quelle «diversificate». In sostanza la crisi da coronavirus sta selezionando vincenti e perdenti, in un’industria finanziaria europea che è già nel complesso perdente a livello globale: in Borsa le grandi banche americane capitalizzano in media valori superiori a quelli dei loro attivi tangibili; quelle dell’area euro in media valgono metà o meno di metà dei loro attivi tangibili. È come se gli investitori pensassero che le aziende del credito europee valgono più fatte a pezzi e svendute che da vive. La loro redditività, in molti casi, non basta a generare le risorse sufficienti a digerire le perdite sui crediti finiti in default. Le banche in Europa sono troppe, spesso inefficienti (anche in Germania, non solo in Italia), spessissimo tecnologicamente obsolete.</p>
<p><strong>Il fattore bad bank</strong><br />
Di qui la proposta che Enria, il presidente (italiano) del Consiglio di sorveglianza della Bce, sta rendendo sempre più esplicita: applicare alle banche condizioni di riforma interna, se avranno bisogno di aiuto. L’idea che il regolatore coltiva da tempo è di intervenire con qualcosa di simile a un’unica «bad bank» europea o più probabilmente con «bad bank» pubbliche nazionali costituite su base di criteri comuni europei e messe in rete. Queste ultime acquisirebbero gli attivi delle banche finiti in default per la recessione da Covid e lo farebbero a prezzi non speculativi, non così bassi da imporre agli istituti perdite insostenibili. Ma ci sarebbero, appunto, condizioni. «La bad bank sosterrebbe banche zombie? &#8211; si è chiesto di recente Enria in un’intervista sulla stampa belga -. No, non nella misura in cui abbiamo una forte condizionalità». Nelle sue parole, non è difficile capire quali sono le richieste. «L’industria bancaria europea è entrata nella crisi in uno stato di fragilità strutturale: capacità produttiva in eccesso, nessun consolidamento dopo l’ultima crisi, un’efficienza dei costi relativamente bassa e molte banche non hanno investito abbastanza nelle nuove tecnologie».</p>
<p><strong>Fatevi comprare dai grandi</strong></p>
<p>Il messaggio ai banchieri, specie quelli degli istituti minori, non poteva dunque essere più chiaro: se volete salvare le vostre aziende con l’intervento di «bad bank» nazionali che rilevino le vostre perdite, razionalizzate e vendete le vostre aziende ad altre aziende di credito più grandi. Consolidate il mercato. Così la Bce sta dicendo ai banchieri di ridurre drasticamente il numero di posti di lavoro in banca, quelli ai vertici: un po’ come chiedere ai tacchini di votare a favore del Natale, in cambio di un parziale salvataggio pubblico dell’allevamento. L’occasione, dal punto di vista del regolatore, è irripetibile. Né è difficile capire che Enria vorrebbe approfittare della crisi per vedere più fusioni fra banche di diversi Paesi dell’area euro. La partita è solo agli inizi. Ma la chiarezza di idee degli arbitri europei sembra superiore a quella di dieci anni fa.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/economia/opinioni/20_novembre_10/banche-crisi-covid-vincoli-bce-salvataggi-58ede3f6-234c-11eb-852a-fddf3d627dac.shtml"><strong>Corriere della Sera</strong></a></p>
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		<title>Francia e Italia si stanno fondendo (sul piano produttivo)?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/francia-e-italia-si-stanno-fondendo-sul-piano-produttivo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Nov 2020 16:10:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dietro il progetto europeo c’è sempre stata l’idea che certi Paesi avrebbero finito per condividere in parte leggi, istituzioni, mercati e diritti dei cittadini. Dalla rinuncia alla sovranità esclusiva da parte di ciascuno degli Stati partecipanti ha preso forma una nuova sovranità sempre parziale, ma in alcuni ambiti esclusiva o preminente. Gli architetti di quel [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dietro il progetto europeo c’è sempre stata l’idea che certi Paesi avrebbero finito per condividere in parte leggi, istituzioni, mercati e diritti dei cittadini. Dalla rinuncia alla sovranità esclusiva da parte di ciascuno degli Stati partecipanti ha preso forma una nuova sovranità sempre parziale, ma in alcuni ambiti esclusiva o preminente.</p>
<p>Gli architetti di quel progetto non avevano immaginato però la domanda successiva: dentro questo insieme è pensabile che due Paesi europei mantengano istituzioni nazionali e sistemi politici distinti, ma elementi di fusione fra loro &#8211; non necessariamente alla pari &#8211; si cristallizzino nella produzione e vendita di beni e servizi? Due nazioni di tradizione antica, in parte comune, con vaste influenze reciproche ma diverse come Italia e Francia possono diventare — almeno in parte — un solo sistema sul piano industriale e finanziario? Ha senso che si integrino così tanto nel controllo delle imprese, nel presidio delle quote di mercato globale e nell’esposizione al rischio che gli incidenti e la prosperità di ciascuna trascinano necessariamente con sé quella dell’altra?</p>
<p><strong>L’unico sistema?</strong><br />
La fusione fra Fca e Psa Peugeot, l’ingresso del gruppo Borsa Italiana nella parigina Euronext (con le banche di sviluppo pubbliche delle due parti appaiate nel capitale) e l’assestarsi dell’integrazione Luxottica-Essilor pongono esattamente queste domande. Sono solo gli ultimi, importanti esempi di centinaia di aggregazioni franco-italiane o italo-francesi dall’avvio dell’euro. E probabilmente non finisce qui. Un recente rapporto di Andrea Filtri di Mediobanca vede come percorribile la strada di un matrimonio fra Bnp Paribas e Unicredit dopo la recessione da Covid, per esempio. Di certo questa o qualunque altra fusione nell’industria del credito &#8211; fra i candidati, secondo osservatori di mercato, ci sono anche Crédit Agricole e Banco Bpm &#8211; finirebbe per legare davvero in maniera inestricabile la stabilità finanziaria dei due Paesi.</p>
<p>La Francia è spesso l’attore più forte, francesi sono nella maggior parte dei casi gli azionisti di controllo e i manager che decidono. Ma non sempre. E se si tratta di una conquista coloniale da Nord a Sud delle Alpi con gli strumenti del ventunesimo secolo, essa è condotta con sapienza psicologica. Senza strappi, senza evidenti istinti imperiali. Chi conquista non dimentica che anche chi è conquistato ambisce a un posto a tavola — un trattamento da pari — per far funzionare la fusione. Chi conquista come chi è conquistato ha ben presenti qualità e competenze dell’altro, i benefici e soprattutto l’assenza di alternative per entrambi.</p>
<p>Difficile dire fin dove arriverà questo processo, ma sul piano produttivo Italia e Francia hanno iniziato a fondersi: i numeri non permettono di pensare ad altro. Un rapporto della società di consulenza Kpmg per «L’Economia» mostra che le acquisizioni di imprese italiane da parte di imprese francesi dal 2007 fino a settembre sono state 344 per un valore delle transazioni di 47,3 miliardi di euro; nella direzione opposta, le acquisizioni di società francesi da parte di società italiane (o con primari azionisti italiani) sono state 177 per un valore di 37,8 miliardi. Se si va più indietro, dall’inizio del secolo i francesi hanno comprato in Italia 364 aziende (ultima, la conceria lombarda Gaiera Giovanni da parte di Chanel in agosto) con transazioni per 73 miliardi. Sempre dal Duemila, gli italiani hanno invece messo a segno acquisizioni per 41 miliardi.</p>
<p>Grandezze simili — soprattutto a partire dalla cesura della crisi finanziaria — sembrano riflettere la diversa dimensione dei due Paesi, con la Francia più grande dell’Italia di circa il 10% sul piano demografico e un po’ di più su quello del prodotto lordo. Se si guarda meglio, tuttavia, emerge una differenza nell’integrazione produttiva fra i due lati. Nel caso dell’Italia il valore totale delle acquisizioni dell’ultimo ventennio è dominato da un’unica, grande operazione voluta da un solo imprenditore unico per determinazione e talento: Leonardo Del Vecchio e il suo matrimonio da 25 miliardi di euro con la francese Essilor condotto quasi alla pari, ma in realtà con Del Vecchio decisore ultimo, per formare un colosso globale nell’occhialeria. L’altra operazione realmente rilevante concepita in Italia — Fincantieri sui Chantiers de l’Atlantique-Stx France — non è grande finanziariamente anche se di notevole significato strategico (sempre che l’Antitrust di Bruxelles la permetta).</p>
<p>Dal lato francese invece emergono elementi diversi. C’è una profonda conoscenza diffusa del tessuto italiano, che alimenta un movimento di sistema verso i settori e le imprese promettenti: dal lusso (fra i tanti Bulgari e Loro Piana comprati da Lvmh, Pomellato comprato da Kering), alla gestione del risparmio (Pioneer comprata da Amundi), al credito bancario (Bnl comprata da Bnp, quindi la presenza diffusa di Crédit Agricole), al credito al consumo (Findomestic comprata da Bnp), all’assicurazione (gli attivi di Montepaschi ceduti a Axa), all’energia (EdF su Edison). Solo attraverso il canale bancario l’esposizione creditizia transalpina sull’Italia è ormai colossale, a 330 miliardi di dollari secondo la Banca dei regolamenti internazionali.</p>
<p>Cosa cercano i francesi da questa parte delle Alpi? Naturalmente buone aziende da sviluppare e far fruttare, quindi talento manageriale da importare (gli italiani Toni Belloni, Pietro Beccari e Andrea Guerra sono ai vertici di Lvmh a Parigi). Osserva Fabio Gallia, direttore generale di Fincantieri ed ex top manager di Bnl e Bnp Paribas: «I francesi ci stiamo molto più di quanto noi non percepiamo». C’è però probabilmente un aspetto più complesso, perché è sempre più chiaro che in Italia i francesi cercano anche dimensioni per competere sul piano globale e tenere testa in Europa alla Germania. Nel caso della fusione formalmente alla pari fra Fca e Peugeot, il controllo di fatto e la guida manageriale va alla parte francese ma è la parte italo-americana che porta al gruppo un ruolo globale. Nel caso di Euronext-Borsa Italiana, oggi il gruppo quotato a Parigi capitalizza appena 6,2 miliardi contro i 24 di Deutsche Börse; per questo Euronext si indebita e i suoi soci si diluiscono pur di conquistare quello che diverrà di netto il suo primo mercato.</p>
<p><strong>Pranzi e dessert</strong><br />
E cosa cerca l’Italia accettando la fusione produttiva con la Francia? «Gli scambi con la Francia ci hanno notevolmente aiutato nella crescita del capitale umano o nei processi produttivi — dice Gallia —. E naturalmente viceversa, noi abbiamo aiutato loro». Di certo molte imprese italiane, non solo nel lusso, oggi sono più prospere e danno molto più lavoro grazie alla superiore capacità francese di strutturare la crescita dimensionale. Ma anche qui c’è un lato più complesso, perché il concretissimo interesse francese nella stabilità dell’Italia oggi è sempre più visto da ciò che dalle élite milanesi e soprattutto romane come un’assicurazione di fronte alla minaccia costante del debito pubblico. Di certo a Bruxelles su quasi tutti i dossier economico-finanziari distinguere fra le posizioni di Roma e di Parigi è quasi impossibile. Anche se in Italia — Piemonte e Val d’Aosta esclusi — il formaggio per dessert resta sempre un’eresia.</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/economia/opinioni/20_novembre_04/francia-italia-si-stanno-fondendo-sul-piano-produttivo-86110246-1e92-11eb-9970-42ca5768e0fd_preview.shtml?reason=unauthenticated&amp;cat=1&amp;cid=iNSIauPs&amp;pids=FR&amp;credits=1&amp;origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Feconomia%2Fopinioni%2F20_novembre_04%2Ffrancia-italia-si-stanno-fondendo-sul-piano-produttivo-86110246-1e92-11eb-9970-42ca5768e0fd.shtml">Corriere della Sera</a>, 4/11/20</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/francia-e-italia-si-stanno-fondendo-sul-piano-produttivo/">Francia e Italia si stanno fondendo (sul piano produttivo)?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il caos dei trasporti: inutilizzati 180 milioni. E i pullman privati restano nelle rimesse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2020 16:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Urss era quel posto dove lavoratori e mezzi erano tanti, ma restavano fermi. La domanda dei frutti del loro lavoro rimaneva insoddisfatta. E politici e burocrati discutevano per mesi, senza riuscire a far incontrare gli uni e l’altra. A Gabriele Saija, che ha 25 anni, le foto di bus e metrò affollati nelle città italianedurante le [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Urss era quel posto dove lavoratori e mezzi erano tanti, ma restavano fermi. La domanda dei frutti del loro lavoro rimaneva insoddisfatta. E politici e burocrati discutevano per mesi, senza riuscire a far incontrare gli uni e l’altra. A Gabriele Saija, che ha 25 anni, le foto di bus e metrò affollati nelle città italianedurante le prime settimane del ritorno a scuola ricordano un po’ la storia sovietica che ha studiato a scuola. Saija nel 2018 aveva vinto un premio di Confindustria per la sua startup che fa nel trasporto privato in bus ciò che Uber fa con le auto. Era arrivato ad avere 16 dipendenti. E quando a marzo le prenotazioni si sono azzerate con la prima ondata virale, ha lanciato zeelo.co.it: offre bus privati con distanziamento, tracciamento, disinfezione e controllo di temperatura. Amazon e altre aziende lo stanno già usando.</p>
<p><strong>Imprese senza lavoro</strong><br />
L’imprenditore ha anche scritto ai 735 comuni italiani sopra i 15 mila abitanti per offrire lo stesso servizio con oltre quattromila bus privati connessi. Poteva aiutare a ridurre l’affollamento, quando avrebbero riaperto le scuole. Risposte positive: zero su 735. Sajia non è stato il solo a ricevere queste reazioni, spiega Riccardo Verona del Comitato bus turistici. In questi mesi molte coalizioni di imprese di trasporto privato, rimaste senza lavoro, si sono viste chiudere le porte in faccia da comuni e regioni. I mezzi pubblici sono rimasti spesso affollati oltre i limiti di legge; almeno 180 dei 300 milioni di euro stanziati dal governo per affittarli sono rimasti dormienti; migliaia di bus privati disponibili sono rimasti nelle rimesse, con i conducenti in cassa integrazione. L’Italia è giunta impreparata alla ripresa d’autunno e il virus ha ripreso a circolare.</p>
<p><strong>La punta delle sette e trenta</strong><br />
Non era inevitabile. Già in aprile un rapporto, firmato da figure di spicco del comitato-tecnico scientifico (Cts) del governo come Silvio Brusaferro dell’Istituto superiore di sanità e Sergio Iavicoli dell’Inail, indicavano i problemi e le scelte da compiere: «Emerge una criticità soprattutto per le grandi aree metropolitane relativa alla mobilità nelle ore di punta», si legge. I punti delicati sono già indicati in quel testo: servono, si osserva, «misure organizzative e di prevenzione per il contenimento della diffusione del contagio». In altri termini servivano più bus all’ora di punta del mattino — attorno alle sette e trenta — specie nelle aree di Roma, Milano, Torino, Venezia-Mestre e Genova. A maggior ragione perché il Cts dall’estate chiede che il riempimento dei mezzi non superi il 50% della capienza. Solo a fine agosto il governo arriverà a indicare un livello massimo di affollamento dell’80%, al termine di un estenuante negoziato con le regioni.</p>
<p><strong>L’ordinanza della Regione Veneto</strong><br />
Ma in realtà queste ultime, che hanno poteri diretti sul trasporto pubblico locale, non sono mai state d’accordo. Un’ordinanza del 26 giugno della giunta veneta, a guida leghista, consente l’occupazione al 100% dei posti seduti e in piedi sui mezzi «in deroga all’obbligo di distanziamento». Il 27 giugno la Liguria, anch’essa in mano al centrodestra, permette i viaggi a pieno carico dei posti a sedere. Il 7 agosto la leghista Lombardia esprime «preoccupazione per l’obbligatorietà del distanziamento sui mezzi» e ricorda (correttamente) che tutte le regioni &#8211; anche quelle rette dal centrosinistra &#8211; sono della stessa idea.<br />
<strong>Più posti in Lazio ed Emilia-Romagna</strong><br />
Quello è il giorno in cui il governo stanzia trecento milioni per il noleggio di bus privati supplementari, dei quali solo 120 verranno usati. Ad oggi la Lombardia ha aggiunto l’offerta di circa tremila posti in bus per il mezzo milione di studenti e lavoratori in più che si sono riversati sulle strade da settembre. Il Veneto ottomila in più (e solo da questa settimana) per i 250 mila viaggiatori tornati a circolare sui mezzi. Roma a guida M5S rafforza sette linee urbane di bus su 345 e non offre navette per alleggerire le rotte della metro. Anche l’Emilia-Romagna e il Lazio, a guida del Pd, irrobustiscono l’offerta di posti &#8211; rispettivamente &#8211; del 4,5% e del 2% dell’aumento di domanda di trasporto stimata con l’inizio delle scuole. E il governo non mostra la leadership necessaria per scardinare la protezione stesa dagli enti sul monopolio delle società di trasporto pubblico che essi stessi controllano. Quasi niente. Così le foto di viaggiatori stipati fanno il giro del Paese, il virus anche, ma è impossibile sapere quanta congestione ci sia stata in realtà: fra i grandi enti locali d’Italia, solo Roma dà trasparenza sui propri punti critici dell’ora di punta. «Spero che il blocco parziale del prossimo mese serva a prepararci meglio», osserva ora Iavicoli del Cts. Intanto Saija, lo startupper, ha trovato l’unica soluzione per lui ormai possibile: ha tagliato due dipendenti su tre e si è indebitato in banca.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/politica/20_ottobre_29/covid-caos-trasporti-inutilizzati-180-milioni-pullman-privati-restano-rimesse-6c9f567a-1959-11eb-b299-55dcc243e9fe.shtml"><strong>Corriere della Sera,</strong></a><strong> 29/10/2020</strong></p>
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		<title>Neutralità carbonica. La scommessa europea è convincere gli altri</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/neutralita-carbonica-la-scommessa-europea-e-convincere-gli-altri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2020 13:39:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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		<title>Fmi: il ritardo dell’Italia (peggiore del previsto) nelle stime del World Economic Outlook</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fmi-il-ritardo-dellitalia-peggiore-del-previsto-nelle-stime-del-world-economic-outlook/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2020 13:42:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[debito]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Fubini]]></category>
		<category><![CDATA[FMI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43237" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-400x299.jpg" alt="" width="300" height="224" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-400x299.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-250x187.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-150x112.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections.jpg 593w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p><strong>La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo</strong><br />
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.</p>
<p>Arrivano le previsioni economiche del Fondo monetario internazionale e inevitabilmente faranno discutere, perché sollevano molti interrogativi per l’Italia e per l’Europa: non solo i segni della recessione risultano profondi, ma nel nostro Paese sembrano più gravi al Fondo monetario di quanto non stimi il governo nella sua ultima Nota d’aggiornamento (Nadef); quanto all’Europa, e in particolare all’area euro, inizia a diventare evidente la perdita di terreno in termini relativi nei confronti sia degli Stati Uniti che della Cina (come scritto dal «Corriere» sul quotidiano del primo ottobre scorso). Esattamente come accadde nella Grande recessione di un decennio fa.</p>
<p><strong>La crisi: persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo</strong><br />
La recessione da Covid-19 naturalmente è gravissima in tutto il mondo e il World Economic Outlook dell’Fmi ricorda in proposito le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro: rispetto al 2019, si sono persi l’equivalente di 400 milioni di posti a tempo pieno nel mondo nel secondo trimestre di quest’anno. Il recupero di fiducia e di attività dopo i primi sei mesi dell’anno è parziale quasi ovunque, mentre solo la produzione industriale sembra essersi riavvicinata in agosto ai livelli di un anno prima. Il Fondo monetario prevede per quest’anno una contrazione dell’economia globale del 4,4%, un po’ meno grave rispetto all’analisi di sei mesi fa (-5,2%), ma pur sempre un evento senza precedenti dal 1945. Per l’anno prossimo è invece atteso un forte rimbalzo dell’attività internazionale (+5,2%), sempre che il virus non continui a circolare con l’attuale intensità.</p>
<p><strong>La crisi e gli effetti sull’Europa</strong><br />
Ciò che colpisce è però soprattutto la diversità nelle reazioni economiche alla pandemia. Secondo l’Fmi l’area euro vedrà il suo prodotto cadere quest’anno dell’8,3%, quasi il doppio degli Stati Uniti (-4,3%). La Cina poi &#8211; unica fra le prime venti economie al mondo &#8211; mette a segno addirittura un’espansione (+1,8%). Anche se si guarda al complesso del biennio 2020-2021, la grande recessione da coronavirus segna un nuovo arretramento dell’economia europea sugli altri due principali blocchi commerciali e produttivi del pianeta. Dai due anni fino a fine 2021, gli Stati Uniti dovrebbero venire fuori con una contrazione del prodotto dell’1,2%; la Cina con una crescita comunque fortissima di oltre il 10%; a fine 2021 invece il prodotto della zona euro sarebbe ancora del 3% più piccolo di com’era a fine del 2019.</p>
<p>Si avverte in questa analisi il segno della relativa arretratezza tecnologica dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina e dello stimolo fiscale e monetario, che è stato molto maggiore in America che nel vecchio continente. Il declino europeo nell’economia internazionale, già percepibile in tempi normali, diventa così flagrante nelle fasi di maggiore tensione. Dopo il 2008 così come dopo il 2020.</p>
<p><strong>La «tenuta» della Germania, il crollo dell’Italia</strong><br />
L’Europa presenta poi al suo interno una forte diversificazione, ancora una volta lungo linee di faglia molto simili a quelle che si erano già aperte nella crisi finanziaria e poi nella crisi dell’euro (2008-2015). Così l’economia tedesca subisce un arretramento del 6% quest’anno, secondo l’Fmi, ma dovrebbe recuperare oltre due terzi del terreno perduto nel 2021 e poter tornare ai suoi livelli pre-crisi già nella prima parte del 2022. Dunque fra circa un anno e mezzo, in tempi relativamente rapidi, la normalità economica potrebbe tornare in Germania.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43239" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-400x209.jpg" alt="" width="300" height="157" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-400x209.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-650x340.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-250x131.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-768x402.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-150x78.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-800x418.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2-1200x628.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-2.jpg 1241w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Vista dall’Fmi tutta un’altra situazione è invece quella dell’Italia, che quest’anno dovrebbe perdere il 10,8% del prodotto in termini reali (la Nadef stima invece un Pil a -9%), per recuperare poi l’anno prossimo meno di metà di questo terreno perduto con un rimbalzo del 5,2% (la Nadef stima invece un +6%). Agli economisti del Fondo monetario sembra dunque che nel biennio dunque l’Italia sia avviata a perdere non tre punti come pensa il governo ma oltre cinque punti di reddito, esattamente come la Spagna, mentre per la Francia la perdita cumulata nel biennio sarebbe del 3%. La divergenza è dunque duplice: c’è quella dell’Europa in ritardo sulle altre grandi economie globali e quella dei Paesi più fragili su quelli più solidi all’interno dell’area euro. Ancora una volta, con questa grande recessione sembra ripetersi il copione di un decennio fa.</p>
<p><strong>La ripresa post-Covid e il percorso a ostacoli dell’Italia</strong><br />
Anche le proiezioni più di lungo periodo rivelano un certo scetticismo dell’Fmi sulla capacità dell’Italia di riprendersi in fretta dal crollo del 2020 e trasformare all’insegna dell’efficienza &#8211; grazie anche al Recovery Fund &#8211; il proprio sistema produttivo. La previsione di crescita italiana al 2025 è di appena lo 0,9%, la più bassa in tutta l’area euro. Pesa in questo caso una situazione demografica molto fragile, con poche nascite, un rapido invecchiamento della popolazione e uno scarso apporto di immigrazione attiva.</p>
<p><strong>I conti pubblici</strong><br />
Infine, le valutazioni del Fondo sui conti pubblici sono molto diverse da quelle della Nadef soprattutto riguardo ai conti pubblici. Dove il governo italiano per quest’anno vede un deficit pubblico all’10,6% del prodotto e un debito al 158%, l’Fmi proietta un deficit al 13% e un debito al 161,8% (sarebbe in assoluto il più alto di sempre nella storia d’Italia). È possibile che le stime del governo siano più accurate, perché è la Ragioneria generale dello Stato ad avere il polso più immediato di quanto si stia spendendo realmente dei circa 100 miliardi di aiuti stanziati in corso d’anno.</p>
<p><img decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-43241" src="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-400x254.jpg" alt="" width="300" height="191" srcset="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-400x254.jpg 400w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-650x414.jpg 650w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-250x159.jpg 250w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-768x489.jpg 768w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-150x95.jpg 150w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-800x509.jpg 800w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3-1200x763.jpg 1200w, https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/10/tabella-world-economic-outlook-projections-3.jpg 1314w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Colpisce però lo scetticismo dell’Fmi sullo scenario di un calo del debito nei prossimi anni che sia trainato da una crescita sostenuta. Per l’Fmi il debito pubblico italiano l’anno prossimo sarà al 158,3% del prodotto (più alto di come lo vede il governo quest’anno) e ancora al 152,6% nel 2025 (più alto di come lo vede il governo nel 2023). La nota di fondo riguardo all’Italia è dunque di preoccupazione &#8211; evidente fra gli economisti di Washington &#8211; che la crisi attuale possa creare in Italia dei danni molto difficili da riassorbire tempi brevi. Quanto a questo, uno scenario di rapida riduzione del debito grazie a una crescita sostenuta non sembra credibile per l’Fmi (come scritto sul «Corriere» il 6 ottobre). Il Fondo però non chiede una stretta di bilancio per questo motivo, date anche le condizioni molto precarie dell’occupazione e di tutto il sistema produttivo.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/20_ottobre_13/fmi-ritardo-dell-europa-dell-italia-stime-world-economic-outlook-71d0b100-0d3f-11eb-ab2b-0d1500572ae8.shtml"><strong>Corriere della Sera </strong></a></p>
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		<title>Recovery Fund a metà, i progetti valgono (solo) 100 miliardi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2020 14:54:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Recovery Fund]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo aggiornamento del programma economico-finanziario del governo è quasi pronto, incluso il dato oggetto delle maggiori attenzioni: il livello del debito pubblico. Quest’anno il ministero dell’Economia lo vede in aumento fino quasi al 160% del prodotto lordo, dal 135% dov’era rimasto per i sei anni di debole ripresa fino al 2019. Significa che il debito [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultimo aggiornamento del programma economico-finanziario del governo è quasi pronto, incluso il dato oggetto delle maggiori attenzioni: il livello del debito pubblico. Quest’anno il ministero dell’Economia lo vede in aumento fino quasi al 160% del prodotto lordo, dal 135% dov’era rimasto per i sei anni di debole ripresa fino al 2019. Significa che il debito pubblico italiano oggi è di fatto al punto più alto mai raggiunto dallo Stato unitario, alla pari con il livello toccato alla fine della Grande guerra e nel pieno della febbre spagnola che spazzò via mezzo milione di italiani in pochi mesi verso la fine del 1918.</p>
<p>Il governo ha esattamente quel livello di debito, benché per un quinto (poco più di 500 miliardi di euro) sia oggi in mano alla Banca d’Italia che di fatto restituisce al Tesoro gli interessi pagati da quest’ultimo. Per gli anni prossimi poi la nota del governo indica un percorso in discesa del debito, ma a una condizione che non viene esplicitata: la parte di prestiti di Next Generation EU (o Recovery Fund) riservata all’Italia, per circa 127 miliardi, non dev’essere assorbita dal governo se non in piccola parte; oppure, se quei soldi sono presi, questa parte di prestiti europei non viene usata per finanziare investimenti in più rispetto a quelli già previsti dal 2019. Al contrario, questa porzione di finanziamento deve servire principalmente per sostituire con debito verso l’Unione europea il debito verso il mercato che lo Stato italiano avrebbe comunque contratto per finanziare vecchi progetti che esistevano già. In sostanza la spinta addizionale alla ripresa garantita dal Recovery Fund, in base ai piani attuali, vale circa la metà dei 209 miliardi assegnati al Paese nel negoziato di Bruxelles. Il resto è sostituzione di debito con altro debito, a condizioni meno onerose, per pagare gli stessi piani di prima.</p>
<p>La nota di programma del ministero dell’Economia ad oggi prevede infatti che gli investimenti in più permessi da Next Generation EU si debbano finanziare quasi tutti attraverso la parte da 82 miliardi dei trasferimenti diretti di Bruxelles. Solo quella infatti non andrebbe ad aumentare il debito, se utilizzata, proprio perché lo Stato non deve rimborsarla. Ciò però ha anche alcune implicazioni per l’impatto che il Recovery Fund può avere sulla ripresa in Italia: dopo un crollo del fatturato di 156 miliardi nel 2020, l’anno prossimo dovrebbero affluire da Next Generation EU appena dieci miliardi per investimenti aggiuntivi, l’anno dopo altri quindici miliardi e il resto gradualmente fino al 2026. Sarebbe senz’altro un aiuto, ma non una svolta dopo una caduta dell’economia di quasi il 10%.</p>
<p>Il Corriere ha parlato con sei persone coinvolte in posizioni diverse in questa partita ed è ormai chiaro che almeno due fattori spiegano la cautela del ministero dell’Economia nel gestire la quota di prestiti del Recovery Fund. Il primo è naturalmente il peso del debito. L’altro però è nei dubbi che stanno emergendo quanto alla qualità degli investimenti che l’amministrazione è in grado di sviluppare, una volta superata quota cento miliardi di euro.</p>
<p>Lo Stato oggi non solo fatica a spendere i soldi europei, visto che è appena il 38,5% di assorbimento dei fondi ordinari del periodo 2014-2020; stenta anche a formulare progetti credibili per somme troppo vaste. Un punto fermo per il Recovery Fund però c’è: nuovi ammortamenti per beni tecnologici delle imprese, sul modello Industria 4.0, partono da gennaio per essere scontati fiscalmente nel 2022.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/20_settembre_29/recovery-fund-meta-progetti-valgono-solo-100-miliardi-de631ce6-0285-11eb-a582-994e7abe3a15.shtml">Corriere della Sera</a>, 29/09/20</strong></p>
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		<title>Chi ha votato no al Referendum?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/chi-ha-votato-no-al-referendum/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Fubini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Sep 2020 14:47:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il giorno dopo il passaggio dalle urne tutti si proclamano vincitori, ma chi sono gli sconfitti? Nel caso del referendum per la riduzione del numero dei parlamentari, approvata dal 69,96% dei votanti, essi sembrano corrispondere a un identikit preciso: abitano nei centri storici delle grandi città, hanno redditi più alti e immobili più cari della [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/chi-ha-votato-no-al-referendum/">Chi ha votato no al Referendum?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il giorno dopo il passaggio dalle urne tutti si proclamano vincitori, ma chi sono gli sconfitti? Nel caso del referendum per la riduzione del numero dei parlamentari, approvata dal 69,96% dei votanti, essi sembrano corrispondere a un identikit preciso: abitano nei centri storici delle grandi città, hanno redditi più alti e immobili più cari della media. Questo è almeno lo stereotipo, che una prima e approssimativa analisi dei dati sembra confermare. Ma forse c’è qualcosa di più e vale la pena di guardare meglio. Non è detto che coloro che hanno messo la croce sul «No» siano semplicemente una élite distaccata dalla realtà e legata a una vecchia immagine dei partiti e della politica.</p>
<p>In primo luogo però i dati, che in buona parte sembrano confermare lo stereotipo dei ceti privilegiati e conservatori di un mondo ormai superato.</p>
<p>In tutte le principali città su cui il «Corriere» ha fatto un primo esame, le aree in cui il «No» ha vinto coincidono quasi perfettamente con i quartieri più eleganti. A Torino per esempio il «Sì» alla riduzione del numero dei parlamentari ha vinto con il 60,7% e il «No» ha vinto solo nelle circoscrizioni 1 e 2 con il 57,4%. È il centro elegante che comprende Corso Einaudi, Corso Trieste, Corso Galileo Ferraris dove un buon immobile può costare circa tremila euro al metro quadro e un appartamento in affitto di 60 metri quadri più di 500 euro al mese (tutte le quotazioni sono tratte dalla banca dati dell’Agenzia delle Entrate). Se invece si guarda alla periferia Nord, nel quartiere ex operaio di Barca per esempio, si trovano prezzi degli affitti poco meno che dimezzati rispetto al centro e un’affermazione del «Sì» al 72%.<br />
Peraltro sempre a Torino si profila molto chiaramente una seconda correlazione, parallela a quella fra orientamento al «No» referendario e prezzi o costi delle abitazioni: più alta è la percentuale dei laureati nelle varie aree residenziali della città, più è probabile che gli elettori abbiano teso a rifiutare l’ozione del taglio dei parlamentari. Dai elaborati da You Trend mostrano come l’orientamento al «No» nelle urne è salito sopra al 50% nei quartieri in cui la densità di laureati sul totale della popolazione sale sopra al 20%; dove la densità di laureati è sopra al 25%, la percentuale dei «No» si avvicina e in certi casi supera anche il 60%. Al contrario, nelle aree in cui chi ha un titolo di studio universitario non supera il 3% o 4% della popolazione, il «No» si attesta non oltre il 25%.</p>
<p>Le correlazioni fra reddito (presumibile dagli affitti), ricchezza (presumibile dal valore degli immobili) e preferenza per il «No» si presentano anche a Milano. Nell’ampio centro storico, dove tipicamente l’Agenzia delle Entrate può dare valori delle case a 8.500 euro al metro quadro e affitti da 1.500 euro al mese, il «No» alla riduzione dei parlamentari ha vinto nel Municipio 1 con il 56,5%. Ma è l’unica area dove prevale. Se si va per esempio alla Bicocca, dove acquisto e affitti degli immobili costano un terzo rispetto al centro, il «Sì» prende il 60,37%: è nella media nazionale, ma sopra la media milanese del 56,5% per la riduzione dei seggi.</p>
<p>Stessa storia anche a Roma, che nella media dei suoi municipi presenta un 60,1% a favore del «Sì». Il massimo dell’affermazione del «No» è però nel quartiere «Parioli-Nomentano» (secondo Municipio), dove l’opzione per il mantenimento dello status qui parlamentare arriva al 57%. Anche in questa zona naturalmente l’Agenzia delle Entrate segnala gli immobili fra i più cari della città a oltre 5.000 euro al metro quadro e anche mille euro al mese per 60 metri quadri in affitto. All’opposto periferie come Corviale, Prenestino o Centocelle fanno segnare un’affermazione del «Sì» ben oltre il 60%.</p>
<p>A Napoli invece il «No» perde ovunque, ma in maniera meno pesante nella zona di Chiaia, Posillipo e san Ferdinando. Resta vero più in generale che il Sud è stato orientato alla riduzione dei parlamentari più del Nord prospero del Paese. A Napoli stessa il «Sì» ottiene il 74%, più che in media nazionale, mentre a Palermo ottiene il 71%. La vittoria è invece relativamente meno ampia a Firenze (55,6%), Milano (56,5%), Padova (56,9%) o Bologna (57,2%).</p>
<p>È dunque ricchi contro poveri, élite contro popolo, vecchio sistema contro antipolitica, con la vitoria dei secondi? Non esattamente. Anche perché le presunte «élite» che hanno votato «No» al taglio dei parlamentari non solo rappresentano il 30% dell’elettorato &#8211; non proprio un gruppo ristretto — ma sembrano coincidere con molti elettori delusi dall’offerta politica che c’è.</p>
<p>Secondo i sondaggi di Ipsos, è soprattutto fra laureati, professionisti o manager che negli ultimi due anni è aumentato molto (di circa il 10% dell’elettorato) il plotone degli indecisi o di coloro che non pensano di votare alle prossime elezioni, perché insoddisfatti dai partiti che si presentano. Non amano le politiche solo redistributive senza attenzione alla crescita, non amano i populismi di destra o di sinistra, sono profondamente perplessi per i personalismi che impediscono alle forze riformiste di aggregarsi, pur avendo le stesse idee.</p>
<p>Oggi questo gruppo di delusi è indecisi vale ben oltre il 40% degli aventi diritto al voto in Italia. Non ama i politici oggi più popolari, molto probabilmente abita in buona parte i quartieri più eleganti delle città, moto spesso ha titoli di studio elevati. E al referendum di questa settimana ha votato «No». Non per difendere le «poltrone», ma per testimoniare il proprio dissenso dai messaggi che prevalgono in questi mesi e anni. Saranno élite, forse, ma ampie e un po’ preda della sensazione di vivere in esilio nel proprio stesso Paese.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/elezioni/referendum-2020/notizie/chi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57_preview.shtml?reason=unauthenticated&amp;cat=1&amp;cid=vhJKzVqu&amp;pids=FR&amp;credits=1&amp;origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Felezioni%2Freferendum-2020%2Fnotizie%2Fchi-ha-votato-no-referendum-cddff6a6-fce4-11ea-b4fe-6ee7d601be57.shtml"><strong>Corriere della Sera</strong></a></p>
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