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	<title>Daniele Venanzi, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Daniele Venanzi, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Così le pensioni ci divorano il bilancio e il futuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Sep 2025 10:12:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L’Italia è un Paese di anziani. La demografia parla chiaro: un italiano su quattro ha più di 65 anni, ossia è in età pensionabile. È la percentuale più alta nell’UE, con l’ISTAT che ne stima l’ulteriore crescita nel prossimo decennio. Saranno 6,1 milioni i nuovi pensionati entro il 2035: un’uscita in massa dalla popolazione attiva [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cosi-le-pensioni-ci-divorano-il-bilancio-e-il-futuro/">Così le pensioni ci divorano il bilancio e il futuro</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia è un Paese di anziani. La demografia parla chiaro: un italiano su quattro ha più di 65 anni, ossia è in età pensionabile. È <a href="https://www.ft.com/content/af2d2bb6-5095-4ff8-ae25-6ce826c0414c">la percentuale più alta nell’UE</a>, con l’ISTAT che ne stima l’<a href="https://www.sonoprevidente.it/news/notizie/rapporto-istat-2024-trasformazioni-demografiche-sociali">ulteriore crescita</a> nel prossimo decennio. Saranno <a href="https://tg24.sky.it/economia/2025/09/24/pensioni-giovani-dati">6,1 milioni i nuovi pensionati</a> entro il 2035: un’uscita in massa dalla popolazione attiva senza nuovi lavoratori pronti a subentrare e che mette a dura prova la tenuta del sistema welfaristico, previdenziale e sanitario. Entro il 2040, infatti, crescerà di oltre 4 milioni il numero di <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2025/09/23/in-10-anni-esodo-per-6-milioni-di-pensionati-welfare-a-rischio_e47821e4-ac25-4d3d-af4a-107e05e1db15.html">anziani non autosufficienti</a> che richiedono assistenza continuativa.</p>
<p>I giovanissimi sono in via di estinzione, come sancito dall’<a href="https://www.sonoprevidente.it/news/notizie/rapporto-istat-2024-trasformazioni-demografiche-sociali">indice di vecchiaia</a>, rapporto tra la popolazione over 65 e quella tra gli 0 e i 14 anni: nel nostro Paese si attesta al 199,8%, segnando un allarmante +64% negli ultimi venti anni. Nel frattempo, nel primo semestre del 2025 sono nati <a href="https://www.vita.it/le-nascite-calano-del-7-in-un-solo-anno-e-litalia-fa-finta-di-niente">12.000 bambini in meno</a> rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; un crollo del 7% che lascia presagire un nuovo record negativo di nascite. Il <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/natalita-118-figli-donna-minimo-storico-2024-AGfN86rD">numero di figli per donna, sceso a 1,18</a>, segna anch’esso il minimo storico, penultimo tra i grandi paesi europei dietro la sola Spagna. All’inverno demografico e alla denatalità si somma l’esodo degli italiani, soprattutto giovani, verso migliori lidi: dal 2014, ne sono espatriati <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/04/Istat-Audizione-Commissione-Transizione-demografica-1-aprile-2025.pdf?utm_source=chatgpt.com">oltre 1,2 milioni</a>, di cui il 37% è laureato. Il saldo migratorio è così in negativo di 670.000 persone: in sostanza, abbiamo perso l’equivalente della popolazione di Palermo.</p>
<p>Un Paese di anziani ha un elettorato che compie scelte <em>per</em> anziani. Così, la demografia determina l’agenda politica degli esecutivi, lasciando presagire i rischi di dissesto finanziario per una democrazia in cui <a href="https://it.tradingeconomics.com/italy/government-spending-to-gdp">lo Stato spende oltre la metà della ricchezza</a> prodotta annualmente.</p>
<p>Non a caso, quasi in sordina, tra la maggioranza serpeggia la tentazione di bloccare l’età pensionabile a 67 anni, onde scongiurarne lo scatto automatico a 67 anni e 3 mesi nel 2027. Un’ipotesi confidata in settimana al <a href="https://www.ft.com/content/af2d2bb6-5095-4ff8-ae25-6ce826c0414c">Financial Times</a> dal Sottosegretario al lavoro Durigon e che tenta anche il Ministro Giorgetti, con <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/pmi/2025/09/24/-meloni-pensioni-ferme-a-67-anni-se-proposte-ne-parleremo-_f0b4719e-98db-4823-8b12-717932e0f1dc.html">Giorgia Meloni che conferma</a> la disponibilità a confrontarsi sulle proposte che dovessero arrivare dagli alleati. Una misura che varrebbe un bel bottino elettorale, ma che vanificherebbe gli sforzi di contenimento di debito e deficit che sono valsi al Paese il plauso di mercati, <a href="https://www.rainews.it/articoli/2025/09/fitch-ha-alzato-il-rating-dellitalia-a-bbb-da-bbb-8b78a26a-d1ae-40e4-b5bb-be10320d18fd.html">agenzie di rating</a> e osservatori internazionali come l’<a href="https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_23.09.2025_11.55_29610296">OCSE</a>. L&#8217;<a href="https://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2025/07/Audizione-UPB_demografia.pdf">ufficio parlamentare di bilancio</a>, infatti, ha stimato che, se l’età di pensionamento fosse tenuta costante, l’aumento della spesa previdenziale farebbe schizzare il rapporto debito/PIL al 139% entro il 2031, ovvero di circa il 7% in più rispetto alle attuali previsioni.</p>
<p>Le stime future dipingono un quadro tetro, ma il sistema è sull’orlo del precipizio già ora. Quella pensionistica è la prima voce di spesa del bilancio italiano e supera il 15% del Pil: <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Spesa_pensionistica_italiana#/media/File:Spesa_per_le_pensioni_in_Paesi_OCSE_(2017).png">la più alta in Europa</a>. Per rapporto, la nostra <a href="https://www.tgcom24.mediaset.it/tgcomlab/focus/investimenti-in-istruzione-quanti-soldi-mette-davvero-sul-piatto-l-italia_102955557-202502k.shtml">spesa per l’istruzione</a> non raggiunge il 3%. È un divario indicativo di un Paese che divenuto una gerontocrazia, in cui il passato divora gli investimenti sul futuro. Solo il 70% della spesa previdenziale viene infatti finanziato con i contributi versati, mentre il 30% di eccedenza viene coperto facendo ricorso alla fiscalità generale: trasferimenti, questi ultimi, che sono <a href="https://dirigentisenior.it/pensioni/la-spesa-per-pensioni-in-italia-a-confronto-con-l-europa.html">aumentati di oltre il 65% dal 2013</a>, a fronte dei contributi che incidono (e incideranno) sempre meno sul totale.</p>
<p>Quando parte ingente delle entrate serve a coprire voci di spesa obbligate, ogni scelta politica è già vincolata. È una zavorra che annienta qualsiasi margine di riduzione della pressione fiscale, che determina aumenti automatici della spesa corrente finanziata a debito e condanna a interessi più salati. Un pantano dal quale è impossibile riemergere preservando lo status quo per un mero calcolo del consenso.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Rapporto Draghi: su innovazione e investimenti, l&#8217;America vola e l&#8217;Europa arranca</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/rapporto-draghi-su-innovazione-e-investimenti-lamerica-vola-e-leuropa-arranca/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Sep 2025 10:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Compito ingrato, per la Presidente Von der Leyen, quello di illustrare, nel suo discorso sullo stato dell’Unione 2025, i progressi compiuti dall’Europa in un anno difficile. Incarico che, stavolta, è stato reso ancor più complesso dalla ricorrenza dei primi 12 mesi del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, caduta alla vigilia dell’intervento della Presidente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/rapporto-draghi-su-innovazione-e-investimenti-lamerica-vola-e-leuropa-arranca/">Rapporto Draghi: su innovazione e investimenti, l&#8217;America vola e l&#8217;Europa arranca</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Compito ingrato, per la Presidente Von der Leyen, quello di illustrare, nel suo <a href="https://europa.eu/newsroom/ecpc-failover/pdf/speech-25-2053_it.pdf">discorso sullo stato dell’Unione 2025</a>, i progressi compiuti dall’Europa in un anno difficile. Incarico che, stavolta, è stato reso ancor più complesso dalla ricorrenza dei primi 12 mesi del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, caduta alla vigilia dell’intervento della Presidente e che ha alimentato perplessità sull’effettivo stato di attuazione del documento, mettendo in risalto le discrepanze tra ciò che oggi l’Europa realmente è e ciò che vorrebbe &#8211; ma che non riesce &#8211; ad essere.</p>
<p><a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/un-anno-dal-rapporto-draghi-in-europa-ancora-troppi-vincoli-e-poca-innovazione">Ne abbiamo trattato sulle nostre pagine</a>, di come l’UE abbia recepito solo l’11,2% delle esortazioni di Mario Draghi, con l’innovazione in testa tra i settori su cui abbiamo perso più terreno. Non a caso, a ideare il neonato strumento di monitoraggio<a href="https://draghitracker.framer.website"> “</a><a href="https://draghitracker.framer.website">Draghi Tracker</a>” è stata la <a href="https://www.jedi.foundation">Joint  European Disruptive Initiative</a>, agenzia di finanziamento per l’innovazione tecnologica di rottura, campo in cui l’Europa latita e gli States dominano.</p>
<p>Si prenda la California, terra delle tecnologie dirompenti per antonomasia: <a href="https://www.bbc.com/news/articles/cly80zlk1lyo">il suo Pil da solo ha superato quello del Giappone</a>, rendendola così la quarta economia mondiale. Un predominio incarnato dalla Silicon Valley, che corrisponde a una sola contea della California ma che <a href="https://abcbootcamps.com/exploring-the-silicon-valley-economy">contribuisce con circa 840 miliardi al suo Pil</a> di 4,1 trilioni di dollari: un risultato che la vede, da sola, tra le prime 20 economie del pianeta. Non un miracolo, ma il prodotto di un ecosistema fiscale e normativo dinamico e antitetico al modello asfittico imposto in Europa: una leadership costruita privilegiando reattività, assenza di vincoli, libera concorrenza e disponibilità di capitale privato. L’Europa, al contrario, risponde con rigidità e iper-regolamentazione: un approccio che mina la produttività e la fiducia dei mercati, impedendo la formazione di un terreno fertile per il capitale di ventura e gli investimenti ad alto rischio, precondizioni irrinunciabili per i distretti come la Silicon Valley.</p>
<p>Proprio <a href="https://cresmedaily.it/rapporto-draghi-il-72-del-gap-di-pil-pro-capite-fra-ue-e-usa-e-spiegato-dalla-bassa-produttivita-europea">il Rapporto Draghi ammoniva</a> che “il 70% del gap nel Pil pro capite fra USA ed UE è spiegato dal basso livello della produttività europea&#8221;. Non a caso, dal 2019 la <a href="https://www.afhwm.co.uk/news/why-has-the-us-grown-so-much-faster-than-the-eurozone">produttività statunitense per ora lavorata</a> è cresciuta di circa il 7%, mentre nell’Eurozona solo di un asfittico 1%. Dati utili a spiegare il divario di <a href="https://www.enfeanews.it/2025/03/14/relazione-mercato-unico-ue">investimenti in ricerca e sviluppo</a>, con gli States che allocano il 3,6% del Pil annuo, mentre l’Europa è inchiodata al 2,2%: un gap di oltre <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/investimenti-e-innovazione-il-passo-piu-lungo-degli-usa-166041">250 miliardi l’anno</a>. Il settore dell’AI è ancor più emblematico, con la Commissione rimasta sorda alla richiesta dei giganti dell’economia globale di <a href="https://aichampions.eu/#supporters">rimodulare e procrastinare l’entrata in vigore del criticato AI Act</a>. Con gli <a href="https://ec.europa.eu/newsroom/eismea/items/864247/en">investimenti europei che rappresentano solo un misero 4% del totale speso in America</a>, sono presto spiegati la <a href="https://companiesmarketcap.com/artificial-intelligence/largest-ai-companies-by-marketcap">totale assenza di realtà europee</a> tra i grandi nomi del settore e il fatto che circa il 90% dei finanziamenti globali in AI generativa finisca oltreoceano.</p>
<p>La mancanza di capitali di ventura è motivata da un ambiente in cui è estremamente complesso fare business, con <a href="https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2024/760392/EPRS_ATA(2024)760392_EN.pdf">il risultato</a> che, nel 2023, le startup americane dell’AI hanno raccolto 62,5 miliardi di euro di investimenti privati ad alto rischio, mentre quelle europee &#8211; Regno Unito incluso &#8211; solo 9. Più in generale, le startup europee di ogni settore, nel 2023, hanno raccolto 52 miliardi di dollari in investimenti, ossia <a href="https://www.forbes.com/sites/kjartanrist/2024/06/04/will-europe-ever-match-the-us-for-startup-investment-and-growth">meno della metà</a> rispetto ai 138 miliardi delle controparti americane. Non sorprende, dunque, che il <a href="https://www.zapflow.com/resources/news-blog/exploring-the-valuation-gap-analyzing-europe-vs.-usa">valore medio delle startup USA</a> abbia raggiunto dimensioni di 5-7 volte superiori alla media europea. In altri termini, gli USA attirano circa il 68% del capitale di ventura globale, mentre <a href="https://assets.kpmg.com/content/dam/kpmg/kz/pdf/2025/03/Q4-2024-Venture-Pulse.pdf">l’Europa si ferma intorno al 14%</a>.</p>
<p>È così che tramonta la suggestione di una Silicon Valley europea, a cui mancano i <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lorizzonte-politico-del-mercato-unico-dei-capitali-183805">presupposti individuati proprio dal Rapporto Draghi</a>: l’istituzione di un autentico mercato unico dei capitali, la cui frammentazione, per riprendere<a href="https://www.we-wealth.com/news/mario-draghi-rapporto-mercati-borse"> le parole dell’ex premier</a>, “ostacola le aziende innovative”, “riducendo così la domanda di finanziamenti”. Non a caso, quei pochi “unicorni” (startup con almeno 500 milioni di fatturato) che riescono a nascere in Europa (appena il <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/unicorni-europei-recupero-32855">13% del totale globale</a>), scelgono di trasferirsi al di là dell’Atlantico per crescere ed essere lasciati liberi di innovare. Di questi, infatti, ne abbiamo già perso ben <a href="https://www.012factory.it/startup-innovative-potenziale-inespresso-e-sfide-strutturali-in-europa-e-italia">il 40%</a>.</p>
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		<title>Un anno dal Rapporto Draghi: in Europa ancora troppi vincoli e poca innovazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/un-anno-dal-rapporto-draghi-in-europa-ancora-troppi-vincoli-e-poca-innovazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Sep 2025 09:17:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Gli Stati Uniti incentivano, i cinesi pianificano, gli europei regolamentano.» Con questa massima Luca De Meo, ex AD del gruppo Renault, ritraeva il quadro desolante dell’automotive continentale nella sua *Lettera all’Europa* del marzo 2024: un intervento che precedeva di 6 mesi la presentazione del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, condividendone il senso d’urgenza [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/un-anno-dal-rapporto-draghi-in-europa-ancora-troppi-vincoli-e-poca-innovazione/">Un anno dal Rapporto Draghi: in Europa ancora troppi vincoli e poca innovazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>«Gli Stati Uniti incentivano, i cinesi pianificano, gli europei regolamentano.» Con questa massima Luca De Meo, ex AD del gruppo Renault, ritraeva il quadro desolante dell’automotive continentale nella sua *Lettera all’Europa* del marzo 2024: un intervento che precedeva di 6 mesi la presentazione del Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, condividendone il senso d’urgenza per l’adozione di riforme non più procrastinabili e la lecita preoccupazione per l’inesorabile perdita di terreno del Vecchio Continente dinanzi ai colossi dei mercati globali.</p>
<p>Proprio il Rapporto Draghi, il 9 settembre, spegnerà la sua prima candelina e, a soli 12 mesi dalla nascita, trova un mondo profondamente mutato negli equilibri geopolitici e commerciali. Dopo tutto, lo scorso settembre Donald Trump non aveva ancora staccato il suo secondo biglietto per la Casa Bianca e la prospettiva di una guerra commerciale su scala mondiale, innescata dagli USA e in grado di far vacillare il multilateralismo e i principi dell’ordine mondiale fondato sul libero scambio, appariva implausibile.</p>
<p>Quello scenario, così surreale, è oggi realtà. Ciò che rimane invariato è la propensione di Bruxelles a erigere e mantenere barriere interne che mandano in fumo punti di PIL. D’altronde, è la Commissione Europea stessa a stimare che il mantenimento degli ostacoli al mercato unico impedisce all’economia di generare 713 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2029. Sono quei dazi che l’Europa “ha imposto con successo su se stessa”, riprendendo la formula utilizzata dallo stesso Draghi, e che equivalgono, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, a una tariffa del 45% sui beni manifatturieri e del 110% sui servizi.</p>
<p>La diagnosi, dunque, rimane la stessa, eppure la prescrizione resta lettera morta. A certificarlo è l’European Policy Innovation Council, che ha istituito l’Osservatorio Draghi sull’attuazione del Rapporto, dalle cui rilevazioni emerge che a malapena l’11,2% delle 383 raccomandazioni contenute nel documento è stato attuato. Iniziativa, questa, a cui fa sponda l’istituzione dell’Osservatorio sul diritto all’innovazione della Fondazione Luigi Einaudi, sorto dalla paradossale constatazione che le indicazioni più disattese del Rapporto sono proprio quelle in materia di innovazione e nuove tecnologie: intelligenza artificiale, semiconduttori, produzione di batterie al litio.</p>
<p>Inevitabilmente, gli effetti deleteri dell’iper-regolamentazione si ripercuotono sul tessuto imprenditoriale dell’Unione. Non a caso, la rappresentanza totale dell&#8217;Europa tra le 50 aziende di maggiore valore al mondo è scesa da 22 a 4 negli ultimi 25 anni. In particolare, nel settore tech, tale numero è diminuito di oltre il 60%, passando da 8 ad appena 3. Inoltre, dal 2008, gli Stati Uniti hanno dato origine a ben 9 nuove aziende valutate oltre un trilione di dollari, mentre l’Europa non registra neanche una presenza in tale classifica. Negli ultimi 50 anni in Europa non è stata fondata nemmeno un’azienda che abbia raggiunto un valore di almeno 100 miliardi di dollari. Al contrario, il 73% delle trenta maggiori aziende mondiali nel settore dell’alta tecnologia ha sede negli Stati Uniti e nella top 10 delle società con la più alta capitalizzazione al mondo, gli USA occupano 8 posizioni su 10, con l’Europa non pervenuta.</p>
<p>Naturalmente, anche sul piano macroeconomico, Bruxelles arranca mentre Washington e Pechino corrono. Nel 2008, infatti, il Pil europeo e quello statunitense erano praticamente equivalenti. Oggi, invece, l’economia degli USA è circa il 50% più grande rispetto a quella di tutta l’UE e il reddito pro capite europeo è inferiore del 34% rispetto a quello americano. Eloquente il dato del Mississipi, Stato più arretrato dei 50, che risulta comunque più ricco di tutte le economie europee, ad eccezione della sola Germania, che lo supera di appena 1.500 euro. Parallelamente, si è verificato anche il sorpasso del Pil cinese ai danni di quello europeo.</p>
<p>Così, il declino appare strutturale e ineluttabile, frutto di gabbie burocratiche e labirinti normativi: un pantano in cui è facile cadere e da cui è altrettanto complicato riemergere senza decisioni drastiche e che richiedono assunzioni di responsabilità su cui si gioca la credibilità e la tenuta futura delle istituzioni comunitarie.</p>
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		<title>Dazi: la soluzione non sono i ristori ma le riforme</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-la-soluzione-non-sono-i-ristori-ma-le-riforme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 08:33:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In Italia, la pressione fiscale reale si attesta ormai sopra il 47% del Pil: un dato che condanna le nostre imprese a subire un carico fiscale complessivo particolarmente elevato, prossimo al 60%. A un fisco asfissiante, occorre poi sommare il costo degli adempimenti burocratici, di circa 80 miliardi di euro l’anno. Dati, questi, che giustificano [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-la-soluzione-non-sono-i-ristori-ma-le-riforme/">Dazi: la soluzione non sono i ristori ma le riforme</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, la pressione fiscale reale si attesta ormai sopra il 47% del Pil: un dato che condanna le nostre imprese a subire un carico fiscale complessivo particolarmente elevato, prossimo al 60%. A un fisco asfissiante, occorre poi sommare il costo degli adempimenti burocratici, di circa 80 miliardi di euro l’anno. Dati, questi, che giustificano la posizione poco lusinghiera dell’Italia nell’Indice di Libertà Economica 2025 della Heritage Foundation, in cui il nostro Paese risulta ottantunesimo su 184 Stati: un piazzamento da economia solo “moderatamente libera”.</p>
<p>È innegabile che le imprese italiane si affaccino ai mercati globali con un evidente svantaggio competitivo rispetto ai concorrenti di molti Paesi in cui il peso della “mano visibile” dello Stato è meno oppressivo. Una penalizzazione su cui da domani, primo agosto, si abbatterà anche la scure dei dazi reciproci al 15% sugli scambi tra UE e USA, salvo sorprese e dietrofront della Commissione in “zona Cesarini”. Nel peggiore degli scenari, senza esenzioni su farmaci, microchip e altri beni strategici, la guerra commerciale dovrebbe comportare un costo stimato da Formez in circa 8,6 miliardi l’anno per il nostro tessuto produttivo. Una cifra che, ipotizzando le esenzioni, si ridurrebbe a una forbice tra i 6,7 e i 7,5 miliardi nelle previsioni di Unimpresa, che pure comporterebbe una seria ricaduta sul Pil, tra il ‑0,15% e il ‑0,4%. Stime decisamente prudenti, rispetto a quelle ben più cupe di Confindustria, che valuta l’impatto oltre i 22 miliardi, adeguandolo alla svalutazione dollaro-euro.</p>
<p>Comprensibile la preoccupazione del Presidente Emanuele Orsini, secondo cui, in fatto di dazi, “tutto quello che è oltre allo zero è un problema”. La stangata è inconfutabile, così come lo sarà l’inevitabile contraccolpo occupazionale nei settori più esposti: la moda, il chimico-farmaceutico, l’agroalimentare. È in siffatto contesto che si fa largo un’ipotesi peregrina: quella di elargire “sostegni e compensazioni” alle imprese, per citare lo stesso Orsini. In altre parole, si rievocano i ristori: termine che riporta alla memoria la sciagura del covid, per una proposta che incassa il consenso di molti, tra associazioni di categoria e parti sociali; magari finanziandola con altro debito, chiedendo a Bruxelles una deroga al Patto di stabilità, magari deviando le risorse del Pnrr. Una linea che ha fatto breccia anche nel Governo, con l’istituzione di una task force per valutare entità e modalità delle compensazioni, tra cui l’ipotesi di dirottare 25 miliardi, appunto, dai fondi europei.</p>
<p>Al di là dei risvolti infausti per le finanze pubbliche, uno schema di ristori finirebbe per propagare una nuova, ennesima, assuefazione del tessuto produttivo all’intervento statale, rendendolo meno resiliente di fronte a quei rischi d’impresa &#8211; pandemie, calamità naturali o mutate condizioni geopolitiche &#8211; che non è possibile azzerare, né sarebbe auspicabile farlo a spese dei contribuenti. C’è chi, nella nostra classe imprenditoriale, se ne dimostra ben consapevole, come Massimo Mota, Presidente dell’Associazione Generale Cooperative Italiane, secondo cui i sostegni straordinari si rivelerebbero “azioni di corto respiro”, auspicando, al contrario, l’accelerazione su innovazione, ricerca e internazionalizzazione verso nuovi mercati.</p>
<p>I dazi, di per sé, non rappresentano certo un’opportunità. Tuttavia, optare per una nuova politica di intervento nell&#8217;ordine delle decine di miliardi significherebbe perdere l’occasione per sostenere le imprese non con trasferimenti diretti, ma alleviando il peso di quelle barriere, stavolta non doganali, che l’Italia impone a se stessa da decenni e che, storicamente, rappresentano la principale zavorra alla competitività della nostra industria: la burocrazia, il fisco vessatorio, l&#8217;eccesso di regolamentazione. Donald Trump, salvo forzature costituzionali, è al suo secondo e ultimo mandato. I dazi non sono eterni, mentre le riforme strutturali a vantaggio del Paese avrebbero, invero, un orizzonte temporale di lungo termine.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/dazi-la-soluzione-non-sono-i-ristori-ma-le-riforme/">Dazi: la soluzione non sono i ristori ma le riforme</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Caso Unicredit e Golden Power: l’interesse è nazionale o politico?</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/caso-unicredit-e-golden-power-linteresse-e-nazionale-o-politico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jul 2025 13:37:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è conclusa in un nulla di fatto l’epopea dell’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Una resa attribuibile, per ammissione stessa dell’Ad Andrea Orcel, alle incertezze sull’applicazione del Golden Power da parte del Governo Meloni per bloccare l’acquisizione. “Un’occasione persa per il Paese”, secondo il banchiere, sfumata nonostante la sentenza del Tar del Lazio e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/caso-unicredit-e-golden-power-linteresse-e-nazionale-o-politico/">Caso Unicredit e Golden Power: l’interesse è nazionale o politico?</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è conclusa in un nulla di fatto l’epopea dell’offerta di Unicredit su Banco Bpm. Una resa attribuibile, per ammissione stessa dell’Ad Andrea Orcel, alle incertezze sull’applicazione del Golden Power da parte del Governo Meloni per bloccare l’acquisizione. “<a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/25_luglio_24/orcel-unicredit-banco-bpm-persa-occasione-per-il-paese-ora-acceleriamo-sul-piano-efd27c49-c6e7-490b-bcde-ca6ee92e3xlk.shtml?refresh_ce">Un’occasione persa per il Paese</a>”, secondo il banchiere, sfumata nonostante la sentenza del Tar del Lazio e l’intervento dell’Unione Europea volti ad arginare il decreto di aprile, con cui l’esecutivo ha manifestato la propria ostilità alle mire di Unicredit sull’ex Popolare di Milano.</p>
<p>L’incertezza, l’ostruzionismo, il rischio di “impantanarsi”, per ricorrere all’espressione usata da Orcel, sono bastati a indurre il secondo gruppo bancario del Paese a ritirare l’offerta pubblica di scambio dopo nove mesi estenuanti, in primo luogo per gli azionisti. Condizioni, quelle poste in aprile da Palazzo Chigi, così stringenti da essere ritenute dalla Commissione Europea pregiudicanti e in aperta violazione delle norme comunitarie, limitando la libera circolazione dei capitali nell’Unione, al punto di intimare il Governo a <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/15/lettera-bruxelles-decreto-golden-power-unicredit-bpm-viola-diritto-ue/8062318">“revocare senza indugio”</a> il decreto della discordia. Bruxelles ha dunque rinvenuto, nell’opposizione del Governo all’operazione, la “mancanza di una sufficiente motivazione sostanziale”, smentendo l’argomentazione secondo cui “la misura persegua effettivamente la tutela della pubblica sicurezza”. D’altronde, in che modo il veto sull’acquisizione di una banca italiana da parte di un’altra banca italiana dovrebbe salvaguardare l’interesse nazionale?</p>
<p>L’accusa mossa all’esecutivo è quella di aver agito con discrezionalità e seguendo logiche politiche, tradendo la natura stessa del Golden Power e abusando dello strumento per perpetrare un’ingerenza arbitraria nel mercato. È un problema politico, ma dai profondi risvolti economici. Il Golden Power, infatti, non rappresenta un’unicità dell’ordinamento italiano, ma un dispositivo previsto, in varie incarnazioni, nella legislazione dei principali Paesi europei: uno strumento realmente indispensabile, se formulato e invocato con giudizio, per tutelare dei veri asset strategici per la sicurezza nazionale. Durante la sua esperienza di governo, Mario Draghi fece ampio ricorso allo strumento: un uso circostanziato a determinati settori, che consentì al Paese di stroncare anche le <a href="https://startingfinance.com/news/draghi-golden-power-aziende-cinesi">mire di Stato cinesi su target italiani altamente strategici</a> nella difesa, nelle telecomunicazioni e nella produzione di semiconduttori. Il diktat sull’offerta di Unicredit su Bpm, così come quello sulla crisi degli <a href="https://www.mimit.gov.it/it/notizie-stampa/beko-urso-secondo-tempo-supplementare-per-risolvere-la-situazione">stabilimenti Beko di Fabriano</a> e la probabile applicazione dello strumento sulla triste vicenda di <a href="https://www.mimit.gov.it/it/notizie-stampa/marelli-urso-azienda-strategica-se-necessario-useremo-golden-power">Magneti Marelli</a> suggeriscono, al contrario, che l’attuale Governo opti per un’interpretazione della disciplina dalle maglie ben più larghe.</p>
<p>Lo scorso novembre, il presidente di sezione del Consiglio di Stato Roberto Garofoli, già sottosegretario nel Governo Draghi, ammoniva che <a href="https://formiche.net/2024/11/il-golden-power-in-un-mondo-in-subbuglio-spiegato-da-garofoli/#content">i poteri speciali “non hanno nulla e non dovrebbero avere nulla a che fare con la politica industriale”</a>. L’esecutivo, complice una normativa che lo stesso Garofoli definisce “lasca” rispetto ad altre controparti europee, può fare leva su un equivoco di fondo: le operazioni che dovrebbero rilevare per l’esercizio dei poteri speciali sono solo quelle da considerarsi strategiche per la <strong>sicurezza nazionale</strong> (come suggerisce la Commissione Europea) o anche quelle che possono ritenersi strategiche in senso lato per l’industria italiana? Nel caso si propenda per la seconda interpretazione, come fa il Governo Meloni, il Golden Power diviene strumento di politica industriale, con ripercussioni per il tessuto economico e imprenditoriale tutt’altro che trascurabili.</p>
<p>Un Golden Power dal perimetro ben delineato funge da scudo imprescindibile a tutela dell’interesse nazionale, ma la sua deriva più interventista diviene ostacolo alla libertà d’impresa. Così, la questione trascende i casi specifici di applicazione e diviene sistemica. Laddove il mercato non è realmente libero da ingerenze indebite della politica, l’incertezza corrode rapidamente la fiducia nel sistema Paese. Non è certo un terreno fertile per investire e fare impresa quello in cui la politica, con discrezionalità, può calare il jolly dei poteri speciali per ostacolare le trattative che meno le aggradano. L’arbitrio viene comprensibilmente interpretato dai mercati come una torsione dello Stato di diritto e il dirigismo rischia di spalancare le porte al capitalismo di relazione. Da Bruxelles, la Commissione fa sapere che <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2025/07/24/ue-il-dossier-del-golden-power-su-unicredit-resta-aperto_f8c15e4d-2b77-4c86-846b-6441bc4f8645.html">il dossier resta sul tavolo</a> fin quando il decreto è in vigore. Una vicenda che potrebbe costare ai contribuenti italiani una procedura di infrazione con sanzioni pecuniarie. Per Unicredit, sarebbe la più classica delle vittorie di Pirro.</p>
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		<title>Caso Kaufmann e sussidi al cinema: l’assistenzialismo è nemico della cultura</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/caso-kaufmann-e-sussidi-al-cinema-lassistenzialismo-e-nemico-della-cultura/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jul 2025 08:53:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quanti Rexal Ford avrà prodotto la pioggia di sussidi indiscriminati al cinema italiano? Avremmo mai scoperto la reale identità del sedicente regista e produttore, al secolo Francis Kaufmann, e le sue probabili truffe ai danni dell’erario, se non fosse stato arrestato come presunto killer di Villa Pamphili? Sono gli stessi quesiti che devono essersi posti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/caso-kaufmann-e-sussidi-al-cinema-lassistenzialismo-e-nemico-della-cultura/">Caso Kaufmann e sussidi al cinema: l’assistenzialismo è nemico della cultura</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quanti Rexal Ford avrà prodotto la pioggia di sussidi indiscriminati al cinema italiano? Avremmo mai scoperto <a href="https://www.rivistastudio.com/rexal-ford-regista-francis-kaufmann">la reale identità del sedicente regista e produttore</a>, al secolo Francis Kaufmann, e le sue probabili truffe ai danni dell’erario, se non fosse stato arrestato come presunto killer di Villa Pamphili? Sono gli stessi quesiti che devono essersi posti i vertici del Ministero della Cultura, <a href="https://www.ilpost.it/2025/07/15/tax-credit-revoca-66-milioni-cinema-fondi">intenti a revocare 66 milioni di euro</a> di crediti d’imposta erogati a <a href="https://www.open.online/2025/07/14/andrea-iervolino-revocati-60-milioni-tax-credit-film-societa-sipario-costi-gonfiati">varie case cinematografiche</a> che non ne avevano titolo e a <a href="https://www.secoloditalia.it/2025/07/cinema-finisce-lera-dei-furbetti-il-ministero-revoca-66-milioni-di-tax-credit-gia-concessi-i-controlli-funzionano">bloccare domande per altri 22 milioni</a>. Cifre esorbitanti, indicative dell’enorme portata distorsiva della mano pubblica sull’industria cinematografica italiana, <a href="https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/04/10/i-350mila-euro-di-aiuto-pubblico-a-the-startup-ma-i-sussidi-al-cinema-perche">settore ormai sussidiato per il 50% del suo valore</a> e che <a href="https://cinema.cultura.gov.it/notizie/fondo-cinema-e-audiovisivo-2024-disponibile-il-decreto-di-riparto-di-696-milioni-di-euro">costa al contribuente oltre 700 milioni l’anno</a>.</p>
<p>Sono stati quegli <a href="https://www.open.online/2025/06/20/produttore-aiuto-rexal-ford-42-milioni-aiuti-finanziamenti-pubblici-film">863mila euro</a> per un film mai realizzato e il dramma di un duplice omicidio a sollevare il dubbio che il caso non fosse l’unico. Dubbio che si è infittito con la scoperta di un’altra dozzina di probabili frodi collegate alla stessa vicenda, perpetrate dal produttore romano che avrebbe affiancato Kaufmann/Ford nell’ottenimento dei fondi. Altre dodici produzioni, appunto, che avrebbero ricevuto oltre 4 milioni senza mai essere realizzate. Così, il dubbio fa largo a una certezza: quella dei sussidi al cinema è una tana del Bianconiglio in cui è facile smarrirsi e raccapezzarsi è forse impossibile.</p>
<p>A certificarlo sono i numeri del settore. Dal 2019 al 2023 <a href="https://cinema.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2024/08/Slide_DM-Tax-credit-produzione_31agosto2024.pdf">hanno beneficiato del tax credit</a> 1.354 opere cinematografiche. Di queste, solo 756 sono uscite in sala: a malapena il 57%. La riforma Franceschini del 2016 ideò il credito d’imposta proprio per introdurre un sistema di sostegno indiretto e automatico, scevro dall’intermediazione, dalla discrezionalità e dal relativo clientelismo delle commissioni cinematografiche. Un cambio di paradigma accolto positivamente da diversi detrattori degli aiuti al settore, tra cui l’economista <a href="https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/04/10/i-350mila-euro-di-aiuto-pubblico-a-the-startup-ma-i-sussidi-al-cinema-perche">Roberto Perotti</a>, che elogiava “la fine dell’ipocrisia sulle commissioni che decidono quali film meritino il riconoscimento dell’interesse culturale”, sottolineando come si fosse finalmente “affermato chiaramente che si tratta di meri sussidi pubblici a un settore economico come gli altri”.</p>
<p>Nelle intenzioni, un principio sacrosanto; nei fatti, un sistema fallimentare. Dal 2019 al 2024, infatti, le richieste di accesso al credito d’imposta sono più che quadruplicate, provocando un boom artificiale nella produzione cinematografica e drogando un’offerta che spesso non intercetta alcuna domanda. A tal riguardo, La Scimmia Pensa, magazine di critica cinematografica, ha stilato una <a href="https://www.lascimmiapensa.com/2024/09/11/film-flop-finanziati-stato">lista dei peggiori flop tra i fruitori dei contributi pubblici</a>. Tra questi, una pellicola che, a fronte di 700mila euro ricevuti, ha totalizzato solo 29 spettatori in sala. A farle compagnia, altri venti film con meno di 1000 spettatori ciascuno e un incasso medio di 2000 euro, a fronte di sovvenzioni complessive per 11,5 milioni. Numeri inaccettabili per quella che, plausibilmente, potrebbe essere l’industria cinematografica più sussidiata al mondo &#8211; più di quella francese, <a href="https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2017/04/10/i-350mila-euro-di-aiuto-pubblico-a-the-startup-ma-i-sussidi-al-cinema-perche">sostenuta dallo Stato per il 30% del suo valore</a>. Impietoso il <a href="https://ecipe.org/publications/the-real-impact-of-subsidies-on-the-film-industry-1970s-present-lessons-from-france-and-korea">confronto con il cinema sudcoreano</a>, che nel 2017, a fronte di un modico investimento pubblico di 86 milioni di euro, generava valore per oltre un miliardo.</p>
<p>La prima incarnazione della Legge cinema risale al 1965. Eppure, all’epoca, Cinecittà aveva già prodotto cineasti del calibro di Fellini, Rossellini, De Sica e Antonioni, e il nostro era già il Paese con il maggior numero di Oscar vinti. L’equivoco dell’assistenzialismo si fonda proprio sulla convinzione che una data industria, senza sussidi, sarebbe destinata a perire: un assunto profondamente errato, che droga il mercato e genera dipendenza dalla mano pubblica al punto da divenire profezia che si autoavvera.</p>
<p><a href="https://mowmag.com/culture/festival-del-cinema-di-venezia-2024-gianni-canova-riforma-del-tax-credit-se-vuoi-fare-un-film-chi-ti-sostiene-lo-trovi-poi-il-marketing-nel-cinema-netflix-e-le-storie-che-parlano-del-presente">Dice bene Gianni Canova</a>, critico cinematografico di razza: &#8220;se hai davvero una storia da raccontare, la necessità di fare un tuo film, il modo di convincere qualcuno a sostenerti lo trovi”. Così i sussidi, lungi dall’essere un volano di creatività, diventano mero alibi per progetti mediocri che non sopravviverebbero in un regime di libero mercato, alimentando rendite di posizione ed erigendo barriere all’ingresso. Il tutto, a esclusivo vantaggio dei grandi <em>player</em> del settore, posti così al riparo dal rischio d’impresa e dal più severo dei giudizi: quello del pubblico.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/caso-kaufmann-e-sussidi-al-cinema-lassistenzialismo-e-nemico-della-cultura/">Caso Kaufmann e sussidi al cinema: l’assistenzialismo è nemico della cultura</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Il Green Deal è vivo e vegeto: una pessima notizia per l’industria europea</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-green-deal-e-vivo-e-vegeto-una-pessima-notizia-per-lindustria-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Jul 2025 14:01:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scorso maggio, la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita per il 2025 al +0,9% per l’eurozona e al +1,1% per l’Europa a 27 membri. Si conferma, così, uno scenario di perdurante crescita flebile, prossima alla stagnazione. Parimenti, l’Eurostat certifica che la produzione industriale, dopo un avvio dell’anno in segno positivo, è tornata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-green-deal-e-vivo-e-vegeto-una-pessima-notizia-per-lindustria-europea/">Il Green Deal è vivo e vegeto: una pessima notizia per l’industria europea</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso maggio, <a class="" href="https://finanza.repubblica.it/News/2025/05/19/ue_taglia_stime_crescita_eurozona_+0_9percento_e_italia_+0_7percento_per_il_2025-57">la Commissione europea ha tagliato le stime di crescita</a> per il 2025 al +0,9% per l’eurozona e al +1,1% per l’Europa a 27 membri. Si conferma, così, uno scenario di perdurante crescita flebile, prossima alla stagnazione. Parimenti, l’Eurostat certifica che <a class="" href="https://formatresearch.com/2025/06/13/produzione-industriale-in-calo-eurostat">la produzione industriale</a>, dopo un avvio dell’anno in segno positivo, è tornata a contrarsi in aprile, del 2,4% nell’area euro e dell’1,8% nell’UE. Dal 2015 a oggi, la <a class="" href="https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/europes-economic-suicide-pact">riduzione della produzione manifatturiera</a> è di circa il 4%, con <a class="" href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Industrial_production_(volume)_index_overview">picchi del -10% in Germania</a>. A tal riguardo, giovedì l’ISTAT ha diffuso le nuove rilevazioni per il nostro Paese, che segna una <a class="" href="https://www.ilsole24ore.com/art/istat-maggio-indice-produzione-cala-07percento-AH7DMkdB">riduzione dello 0,9% su base annua</a> e dell’1,2% da inizio anno, con un quadro che appare più tetro per alcuni settori &#8211; su tutti l’automotive, maglia nera con un <a class="" href="https://www.corriere.it/economia/aziende/25_luglio_10/istat-la-produzione-industriale-italiana-scende-a-maggio-0-7-in-forte-calo-l-auto-4664657c-c910-4345-8973-5942f5f91xlk.shtml">crollo del 5,6% su base annua</a>.</p>
<p>L’instabilità della congiuntura economica, aggravata dall’incertezza sul <a class="" href="https://www.ilsole24ore.com/art/trump-annuncia-dazi-50percento-rame-ue-rischia-tariffe-oltre-10percento-AHP6wedB">raggiungimento di un accordo sostenibile con gli Stati Uniti</a> in tema di politiche tariffarie, imporrebbe misure orientate al pragmatismo e volte a sostenere la produzione e la competitività delle imprese europee. La paventata archiviazione di alcune norme contenute nel <em class="">Green Deal</em>, della cui <a class="" href="https://www.ilpost.it/2025/06/26/cedimenti-commisione-europea-green-deal">presunta morte</a> si è tanto parlato negli ultimi mesi, appariva finalizzata proprio ad anteporre le ragioni dell’economia a quelle di obiettivi climatici tra i più severi il mondo &#8211; considerando anche che l’Europa è il continente che meno inquina tra quelli sviluppati e l’unico tra questi ad aver ridotto le proprie <a class="" href="https://lab24.ilsole24ore.com/cop27-dati-CO2-mondo">emissioni di CO2</a> negli ultimi decenni.</p>
<p>A dispetto di una narrazione allarmista, il <em class="">Green Deal</em> non solo è vivo e vegeto, ma trae rinnovata linfa vitale dall’orientamento della nuova presidenza danese del Consiglio europeo, di chiaro stampo verde. D’altronde, la paventata revisione del blocco alle immatricolazioni di auto con motore endotermico nel 2035 è rimasta una mera dichiarazione d’intenti per rabbonire un settore che “sta sanguinando”, <a class="" href="https://euractiv.it/section/commercio-ed-economia-mondiale/news/le-tariffe-di-trump-sulle-automobili-e-sui-metalli-sono-insostenibili-afferma-il-commissario-europeo-per-il-commercio">per citare il commissario europeo per il commercio Šefčovič</a>. Per giunta, la nuova proposta della <a class="" href="https://euractiv.it/section/cambiamenti-climatici/news/perche-il-nuovo-obiettivo-climatico-ue-per-il-2040-potrebbe-essere-il-piu-difficile-di-sempre">Commissione mira a inasprire ulteriormente i target climatici</a>, con un’inauspicabile e irrealistica riduzione complessiva delle emissioni del 90% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2040. Tra gli oppositori della proposta, in attesa della votazione dell’Europarlamento, Francia, Repubblica Ceca e Italia, con il Ministro per gli affari europei Tommaso Foti che mette in guardia sul rischio di <a class="" href="https://www.corriere.it/economia/aziende/25_luglio_06/foti-con-il-green-deal-andiamo-verso-la-deindustrializzazione-dell-europa-saremo-un-giardinetto-per-anziani-b5a7813a-be73-41a7-ae97-80c67e9dfxlk.shtml?refresh_ce">“deindustrializzazione dell’Europa”</a>.</p>
<p>Tra i favorevoli, come anticipato, l’esecutivo danese, che ha in serbo altre brutte sorprese per imprese e consumatori. Di fatti, mentre <a class="" href="https://www.corriere.it/economia/energie/25_giugno_18/i-veri-prezzi-dell-energia-in-europa-l-italia-paga-il-gas-il-5-3-in-piu-ed-e-il-secondo-paese-piu-caro-per-la-luce-8a18d169-f396-49d5-a24b-f24219eb8xlk.shtml">il caro bollette galoppa</a> e continua a erode il potere d’acquisto delle famiglie europee, da Copenaghen propongono una <a class="" href="https://www.startmag.it/energia/danimarca-direttiva-tassazione-energia">revisione &#8211; a rialzo &#8211; della Direttiva europea sulla tassazione dell’energia</a>, auspicando un adeguamento dell’imposizione fiscale “in linea con le politiche energetiche e climatiche dell’Ue”, che “incoraggerà l’uso di fonti energetiche rinnovabili”. Un’operazione che difficilmente andrà in porto, necessitando del consenso unanime di tutti i membri del Consiglio, ma emblematica dell’indirizzo che la presidenza intende imprimere e della sua estraneità all’attuale congiuntura economica. Un brusco passo indietro rispetto al pragmatismo della presidenza polacca appena terminata, rappresentata egregiamente dal <a class="" href="https://polish-presidency.consilium.europa.eu/en/news/the-speech-of-polish-prime-minister-at-the-european-parliament-europe-is-not-yet-lost-as-long-as-we-are-alive">monito lanciato dal primo ministro Donald Tusk</a><u class="">,</u> con cui avverte che le politiche ambientali dell’Unione contribuiscono in maniera decisiva al drastico aumento dei prezzi dell’energia.</p>
<p>Nel frattempo, anche le promesse della Commissione di ridurre il costo della burocrazia e l’impatto della sovrapproduzione legislativa sulle imprese europee sembrano, per ora, disattese. Così, il continente diviene sempre meno attrattivo per l’insediamento di startup e investimenti esteri diretti. Non a caso, <a class="" href="https://www.euractiv.com/section/economy-jobs/news/eus-dysfunctional-red-tape-is-hurting-startups-warns-pieper">secondo Junior Entrepreneurs Europe</a>, la complessità burocratica è tra le principali cause di fallimento per le imprese guidate da giovani, con tantissimi imprenditori che rinunciano in partenza ad avviare un’attività.</p>
<p>Senza una drastica inversione di rotta e un radicale distanziamento dall’ideologismo vigente, il quadro è destinato a farsi ancor più tetro. Occorre tenere a mente, infatti, che l’obiettivo di lungo termine, sancito dalla <a class="" href="https://www.europarl.europa.eu/news/it/press-room/20210621IPR06627/legge-ue-sul-clima-approvato-l-accordo-sulla-neutralita-climatica-entro-il-2050">Legge europea sul clima del 2021</a>, è il raggiungimento della totale neutralità carbonica entro il 2050. Con oltre 1,4 miliardi di esseri umani nella sola Cina che contribuiscono addirittura per <a class="" href="https://lab24.ilsole24ore.com/cop27-dati-CO2-mondo">un terzo delle emissioni globali</a>, contro un’<a class="" href="https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20250502IPR28225/co2-emissions-ep-adopts-flexibility-measures-for-carmakers">UE che apporta a malapena un 7%</a>, l’impatto del Green Deal sulla salvezza del pianeta è a dir poco trascurabile, ma quello sull’industria europea già sortisce effetti preoccupanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-green-deal-e-vivo-e-vegeto-una-pessima-notizia-per-lindustria-europea/">Il Green Deal è vivo e vegeto: una pessima notizia per l’industria europea</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Legge italiana sull&#8217;intelligenza artificiale: un primato senza settore?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Jun 2025 10:20:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con l’approvazione da parte della Camera dei Deputati del Disegno di Legge sull&#8217;intelligenza artificiale, l&#8217;Italia si appresta a diventare il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa organica in materia di IA: un passo che, nelle intenzioni, dovrebbe posizionarci all&#8217;avanguardia sul fronte della governance della materia. Sulla stregua dell’AI Act europeo e a distanza [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con l’approvazione da parte della Camera dei Deputati del Disegno di Legge sull&#8217;intelligenza artificiale, l&#8217;Italia si appresta a diventare il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa organica in materia di IA: un passo che, nelle intenzioni, dovrebbe posizionarci all&#8217;avanguardia sul fronte della governance della materia. Sulla stregua dell’AI Act europeo e a distanza di un anno dalla sua promulgazione, il provvedimento, promosso dal Governo, è animato dal nobile intento di fissare paletti etici, di privacy e sicurezza nazionale dei dati in un campo dalle molteplici e delicate implicazioni. Tuttavia, in attesa dell’approvazione del testo in terza e definitiva lettura in Senato, prevista per le prossime settimane, emerge la stessa perplessità provata dinanzi al provvedimento quadro comunitario: non staremo mica regolamentando un settore che, di fatto, non abbiamo?</p>
<p>Analogamente all’approccio tenuto nel 2024 da Bruxelles e, come previsto, in ossequio ai precetti della normativa europea, il legislatore italiano sembra dedito all’enunciazione di principi e indicazioni talvolta generici, mentre il tessuto produttivo italiano nel settore stenta ad assurgere a una qualche rilevanza, sia essa economica, strategica, tecnologica. Infatti, al di là di sporadiche eccellenze in nicchie ben delimitate, mancano aziende italiane &#8211; ed europee &#8211; di respiro globale che operino direttamente nello sviluppo e nell&#8217;implementazione di soluzioni di IA proprietarie.</p>
<p>Guardando allo stato dell’arte delineato dal <a href="https://finanza.repubblica.it/News/2025/02/06/osservatorio_artificial_intelligence_polimi_boom_del_mercato_italiano_+58percento_1_2_miliardi_di_euro-89/">report annuale dell&#8217;Osservatorio sull&#8217;IA del Politecnico di Milano</a>, il segmento in Italia registra un’indubbia ma altrettanto inevitabile crescita, persino del 58% dal 2023 al 2024, raggiungendo un valore di 1,2 miliardi di euro. Tuttavia, si tratta, come avviene nel resto del continente, di un settore che dipende quasi esclusivamente dall’implementazione di tecnologie e modelli di IA sviluppati sull’altra sponda dell’Atlantico, dove risiedono anche i server e i data center necessari all’elaborazione dei dati processati dall’IA e dove si sviluppano i semiconduttori e le altre componenti hardware a loro volta imprescindibili per la costruzione di tali infrastrutture. Di fatto, regolamentiamo non un settore della nostra industria, ma l&#8217;uso che facciamo del prodotto dell&#8217;industria altrui.</p>
<p>A testimonianza della schiacciante e incontrastata supremazia americana nel campo, vi sono <a href="https://www.visualcapitalist.com/ranked-the-top-25-countries-with-the-most-data-centers/">5300 data center sul suolo statunitense</a>, pari a una fetta del 45,6% del totale globale. La Germania, seconda, ne ha poco più di 500: appena un decimo di quelli a stelle e strisce, con una quota del 4,4%. Per di più, <a href="https://www.politico.eu/article/united-states-europe-competition-covid-economy-gdp-food-cities-jobs-data/">come evidenziato da Politico</a>, il 73% delle trenta maggiori aziende mondiali operanti nel settore dell’high-tech risiede negli Stati Uniti. In netta contrapposizione, l’Europa, nell’arco degli ultimi due decenni, non ha generato alcuna realtà imprenditoriale con una capitalizzazione pari ad almeno un trilione di dollari, mentre gli Stati Uniti ne hanno registrate nove. Inoltre, per quanto riguarda gli <a href="https://www.visualcapitalist.com/visualizing-global-ai-investment-by-country/">investimenti privati in intelligenza artificiale</a>, secondo l’AI Index Report 2025 dell’Università di Stanford, tra il 2013 e il 2024 gli USA hanno raccolto 471 miliardi di dollari. Per confronto, nel solo 2024 la cifra ammonta a 109 miliardi: poco meno dei 119 miliardi che la Cina, seconda potenza a livello globale, ha raccolto in tutto il decennio. Il nostro Paese, invece, è fermo ad appena 1 miliardo nel decennio appena concluso: una cifra deludente, ma comunque in linea con gli <a href="https://www.visualcapitalist.com/sp/taa02-us-eu-ai-investment/">scarsi risultati di UE e Regno Unito insieme</a>, pari a 75 miliardi. L’Italia, inoltre, non si piazza nemmeno tra le prime quindici posizioni nella classifica dei Paesi con il maggior numero di nuove aziende del settore fondate tra il 2013 e il 2024 e la quota sul totale delle nuove aziende di IA finanziate in Europa nel 2024 è di circa il 4,02%, con appena 18 realtà sulle 447 del continente. Su scala globale, di conseguenza, la percentuale scende a livelli impalbabili.</p>
<p>Non stupisce, dunque, se né il nostro Paese, né l’Europa sviluppino modelli di IA che possano minimamente intaccare il dominio di aziende come OpenAI, Google, Meta e Microsoft, in un quadro di totale sudditanza da tecnologie e infrastrutture di Washington che, dato il contesto geopolitico, desta qualche preoccupazione. A cosa attribuire, quindi, il nostro ritardo cronico? A un ambiente poco favorevole all’apertura di startup innovative e al capitale di ventura, che ostacola la creazione di un’autentica “Silicon Valley europea”, intesa come un ecosistema fertile per l’accumulo di know-how e l’attrazione di talenti che, al contrario, preferiscono migrare verso migliori lidi terminato il percorso di formazione universitaria. Il quadro normativo italiano, congiuntamente a una pressione fiscale vessatoria, ai ritardi e alla complessità della macchina burocratica, all’inefficienza e all’arretratezza della pubblica amministrazione e alla scarsa certezza del diritto, determina, al contrario, una bassa attrattività per capitali e imprese, ancor più per quelle che necessitano di investimenti ad alto rischio.</p>
<p>Alla luce di queste considerazioni, l’utilità di una legge nazionale, che comporta rischi di sovrapposizioni normative, proliferazione e frammentazione di competenze e autorità di vigilanza e che introduce novità di efficacia esigua rispetto a quanto già stabilito dalla norma comunitaria, appare ridotta e limitata, più che altro, alla semplice ricezione e implementazione dei precetti europei. Il rischio è che il primato regolatorio, come fu per lo stesso AI Act fortemente voluto da Bruxelles, rappresenti una medaglia priva di valore concreto; un tentativo, in sostanza, di rincorrere un’industria che viaggia ben più veloce della legislazione e che sfugge sistematicamente ai tentativi di delimitazione stringenti.</p>
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		<title>Russia, spettro recessione. Se ad ammetterlo è il Cremlino, la crisi è nera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Jun 2025 10:13:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un regime in cui l’informazione è rigorosamente centralizzata e vagliata, se a riportare dati allarmanti sono persino i membri del Governo è indizio di un quadro ben più tetro delle aspettative. La crisi dell’economia di guerra russa, infatti, si acuisce al punto che non è più opportuno, per gli uomini di Putin, mentire platealmente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In un regime in cui l’informazione è rigorosamente centralizzata e vagliata, se a riportare dati allarmanti sono persino i membri del Governo è indizio di un quadro ben più tetro delle aspettative. La crisi dell’economia di guerra russa, infatti, si acuisce al punto che non è più opportuno, per gli uomini di Putin, mentire platealmente davanti all’evidenza di un Paese sempre più scosso e impoverito. Solo a inizio maggio, su queste pagine, analizzavamo la <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/giu-il-petrolio-su-il-deficit-il-dissesto-delleconomia-di-guerra-russa/">crescita esponenziale del deficit di Mosca</a>, imputabile al crollo dei proventi erariali da idrocarburi, e la contestuale stagnazione dell’economia. A distanza di un mese e mezzo, la situazione appare così compromessa da indurre lo stesso Ministro dello sviluppo economico Maxim Reshetnikov ad ammettere candidamente e per la prima volta che <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/russia-ministro-dell-economia-paese-e-sull-orlo-recessione-AHQh3JKB">il Paese è sull’orlo della recessione</a>.</p>
<p>Una confessione, considerati i toni abitualmente trionfalistici della propaganda del Cremlino, che lascia intendere una crisi ben più profonda e conclamata di quanto traspaia e che rientra in un graduale ma eloquente cambio di narrazione di un esecutivo in evidente imbarazzo. D’altronde, è stato lo stesso Putin ad ammettere, non più tardi di due settimane fa, che <a href="https://www.repubblica.it/esteri/2025/06/04/news/patata_scarsita_allarme_putin_prezzi_record_guerra-424647218/#:~:text=Ma%20adesso%20rischiano%20di%20rimanerne,di%20molti%20negozi%20e%20supermercati.)">in Russia scarseggiano persino le patate</a>, alimento base della dieta nazionale e soggetto a severi <a href="https://tg24.sky.it/economia/2025/05/29/economia-russa-oggi">rincari del 133%</a> su base annua. In uno scenario di penuria di generi alimentari, marcato da un’<a href="https://it.tradingeconomics.com/russia/inflation-cpi#:~:text=febbraio%20del%202018.-,Il%20tasso%20di%20inflazione%20in%20Russia%20%C3%A8%20sceso%20al%209,e%20le%20aspettative%20degli%20analisti.)">inflazione stabilmente superiore al 10%</a> e quindi tecnicamente definibile come galoppante, il Ministro Reshetnikov ha aperto alla possibilità concreta di decretare ufficialmente la recessione con la revisione delle stime di crescita attesa in agosto.</p>
<p>Principale imputato la Banca di Russia che, a detta del politico, avrebbe raffreddato l’economia oltre il necessario, insistendo nel mantenimento di tassi d’interesse estremamente elevati, dallo scorso ottobre stabili <a href="https://it.tradingeconomics.com/russia/interest-rate">intorno a un roboante 20%</a> e considerati lesivi degli investimenti. Una lettura strumentale, questa, utile a mistificare una realtà in cui, con tassi più contenuti, l’indice dei prezzi toccherebbe punte insostenibili per i già provati consumatori, costretti a sopportare <a href="https://www.corriere.it/esteri/25_maggio_29/russia-economia-frenata-putin-1e754400-c468-4309-941b-6aefede10xlk.shtml?refresh_ce=&amp;intcmp=skytg24_foglia+articolo_interlink_text">rincari persino del 100% in pochi mesi</a> sugli ortaggi. Alle considerazioni del Ministro fanno il paio quelle di <a href="https://www.reuters.com/business/finance/russias-sberbank-warns-economy-overcooling-says-key-rate-below-15-would-spur-2025-06-18/">Alexander Vedyakhin, vicepresidente di Sberbank</a>, principale gruppo bancario del Paese, che ai microfoni di Reuters ha confermato lo spettro della decrescita, evitabile, a sua detta, solo tramite un taglio drastico dei tassi di interesse, di almeno 5 punti percentuali; un’eventualità alquanto implausibile e certamente non auspicabile, dati i sicuri effetti inflazionistici, per i cittadini che già vedono fortemente erosi i propri risparmi e il potere d’acquisto, anche su beni di prima necessità.</p>
<p>Nel frattempo, con buona pace del suddetto scaricabarile (di petrolio), prosegue il <a href="https://www.pravda.com.ua/eng/news/2025/04/30/7509844/">crollo dei proventi fiscali da combustibili fossili</a>, con un <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-06-04/russia-s-rainy-day-fund-lost-around-6-billion-in-may">calo annuo stimato da Mosca stessa al 24%</a> e su cui Putin non può più fare affidamento per sostenere la reale causa del dissesto: le spese militari. Giunte al rapporto record del <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-2024-piu-forte-aumento-spesa-militare-guerra-fredda-usa-all-india-ecco-chi-spende-piu-AH2PGTV#U15421335244IGD">7,1% del Pil, del 19% della spesa pubblica</a> e del <a href="https://www.osw.waw.pl/en/publikacje/osw-commentary/2024-11-22/russias-budget-2025-war-above-all">43% del budget 2025</a>, che rappresenta il massimo mai toccato dai tempi dell’Urss, vengono ormai ampiamente finanziate con ricorso all’indebitamento. Così, con l’<a href="https://www.ilsole24ore.com/art/difesa-2024-piu-forte-aumento-spesa-militare-guerra-fredda-usa-all-india-ecco-chi-spende-piu-AH2PGTV#U15421335244IGD">esborso per lo sforzo bellico in aumento del 38%</a> nel 2024 sul 2023 e con le <a href="https://www.themoscowtimes.com/2025/05/01/russia-triples-2025-budget-deficit-forecast-to-17-of-gdp-a88939">stime del Cremlino sul deficit triplicate</a> rispetto a inizio anno, Mosca si vede sempre più costretta ad <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-06-04/russia-s-rainy-day-fund-lost-around-6-billion-in-may">attingere alle riserve del proprio Fondo sovrano</a>. La sua liquidità, infatti, nel solo mese di maggio, si è contratta di 6 miliardi di euro, pari al 14%, registrando un -68% dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina. Parafrasando Ennio Flaiano, insomma, la situazione in Russia è grave, e anche seria.</p>
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		<title>Un’estate senza taxi: il caro prezzo della mancata liberalizzazione</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unestate-senza-taxi-il-caro-prezzo-della-mancata-liberalizzazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Daniele Venanzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Jun 2025 08:28:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[liberalizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[taxi]]></category>
		<category><![CDATA[uber]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Saremmo ancora in primavera, ma le temperature lasciano già presagire un’estate torrida. Per Roma, in particolare, è prevista una bella stagione all’insegna della ressa &#8211; fatto consueto per la Capitale e i suoi abitanti, ma aggravato quest&#8217;anno dal traino del Giubileo e dagli oltre 170 cantieri ancora aperti sul suolo cittadino. Sarebbero disagi in fin [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unestate-senza-taxi-il-caro-prezzo-della-mancata-liberalizzazione/">Un’estate senza taxi: il caro prezzo della mancata liberalizzazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Saremmo ancora in primavera, ma le temperature lasciano già presagire un’estate torrida. Per Roma, in particolare, è prevista una bella stagione all’insegna della ressa &#8211; fatto consueto per la Capitale e i suoi abitanti, ma aggravato quest&#8217;anno dal traino del Giubileo e dagli oltre 170<a href="https://www.romatoday.it/politica/cantieri-giubileo-numeri-maggio-2025.html"> cantieri ancora aperti sul suolo cittadino</a>. Sarebbero disagi in fin dei conti sopportabili, con il sostegno di un trasporto pubblico capillare ed efficiente a decongestionare il traffico, ma l’annosa vicenda dei disservizi della mobilità capitolina è nota in tutto lo Stivale, con ATAC che continua a fagocitare risorse dei contribuenti al netto di corse di bus e metro che latitano e accumulano ritardi biblici.</p>
<p>In alternativa, per quanto cari, ci sarebbero i taxi. Ci sarebbero, appunto, perché le code chilometriche, a Termini così come a Santa Maria Novella o alla stazione Centrale di Milano, restituiscono una fotografia desolante dello stato di quello che dovrebbe essere un servizio pubblico in tutto il Paese, denunciato a più riprese anche dall’<a href="https://www.agcm.it/media/comunicati-stampa/2024/3/S4778B-S4783?utm_source=chatgpt.com">AGCOM</a>. Una piaga, quella delle vetture gialle, che<a href="https://www.lastampa.it/esteri/2025/05/21/news/parigi_sciopero_taxi_code-15157293/"> si estende anche Oltralpe</a>. Da Parigi, infatti, giungono immagini ben note nelle nostre città, di arterie bloccate e centri storici presi in ostaggio da un gruppo di interesse tra i più organizzati delle nostre democrazie.</p>
<p>Siamo così piombati, da decenni, in un’impasse dalla quale nessuno sembra intenzionato a uscire; una “rigidità sociale”, la definirebbe Mancur Olson, economista e pioniere della teoria delle scelte pubbliche, che produce “vantaggi concentrati e perdite diffuse”, ennesimo gioco a somma negativa, di quelli che tengono in scacco un Paese intero con la complicità della classe politica, che rifugge ogni responsabilità onde evitare un contraccolpo elettorale. E così, per mero calcolo del consenso dettato dal brevissimo orizzonte temporale di una rielezione, si concede il mantenimento di uno status quo che ha tutti i connotati del corporativismo. Non a caso, il Wall Street Journal, in un<a href="https://www.wsj.com/world/europe/why-cant-italys-economy-get-into-gear-consider-the-taxi-line-1d489cc4"> articolo tristemente noto di un paio di anni fa</a>, rinveniva nella chiusura del settore al mercato e alla concorrenza l’emblema di trent’anni di stagnazione della nostra economia.</p>
<p>Tariffe tenute artificialmente alte, offerta ampiamente insufficiente e barriere all’ingresso insormontabili sono caratteristiche tipiche di monopoli e cartelli, con elevati costi non solo economici, è bene ribadirlo, ma anzitutto sociali, ambientali e occupazionali. Ne sono testimonianza il triste primato di Milano come<a href="https://www.repubblica.it/motori/2023/08/20/news/in_taxi_allaeroporto_ecco_le_citta_deuropa_dove_si_spende_meno-411759193/"> città d’Europa più cara per una corsa in taxi dal centro all’aeroporto</a> e l’<a href="https://www.romatoday.it/attualita/bando-taxi-1000-licenze-non-bastano.html">insufficienza cronica di licenze</a> che, nella sola Roma, è stimata dall’Autorità di Regolazione dei Trasporti intorno alle 2.300 unità, nonostante le<a href="https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/consegnate-nuove-licenze-taxi-roma-2025.page"> mille nuove autorizzazioni</a> il cui rilascio da parte del Campidoglio è iniziato lo scorso mese &#8211; le prime dopo vent’anni di paralisi nella Capitale. Parimenti, la<a href="https://www.geopop.it/taxi-in-italia-perche-ce-un-problema-con-le-licenze-e-con-la-liberalizzazione/"> probabilità di non riuscire a trovare un taxi libero</a> è del 38% a Milano, del 44% a Roma e del 47% a Napoli, con un numero di<a href="https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/vergogna-taxi-13-milioni-chiamate-inevase-mese-roma-500-mila-milano-perche-non-arrivano-licenze/183f89ec-d940-11ee-8821-7991a0cc0deb-va.shtml"> richieste inevase mensilmente</a> pari a 1,3 milioni a Roma e 500.000 nel capoluogo lombardo. Una situazione intollerabile per un servizio pubblico che, per sua stessa definizione, dovrebbe essere garantito, in particolar modo per rispondere alle esigenze di cittadini in condizioni di fragilità. A tal proposito, sulle mille nuove licenze erogate dal Campidoglio, soltanto 200 sono destinate a veicoli allestiti per il<a href="https://fishets.it/roma-solo-200-licenze-taxi-accessibili-su-1000-fish-ennesima-occasione-persa/"> trasporto di persone con disabilità</a>, in barba a ogni principio di inclusione e accessibilità.</p>
<p>È il costo sociale, come visto, di una mancata liberalizzazione, monopolio che sancisce un fallimento di Stato; un costo tramutato, invece, in opportunità e volano di crescita e occupazione ovunque vi sia stata un’apertura al mercato in Europa. La<a href="https://www.aei.org/carpe-diem/irelands-shift-from-taxi-cartel-to-deregulation/?utm_source=chatgpt.com"> rottura del cartello che vigeva a Dublino</a> fino al 2000, ad esempio, ha prodotto un incremento esponenziale delle vetture in circolazione, passate da 2.700 a 5.500 nei primi mesi successivi all’apertura alla concorrenza. Nel 2003, i taxi nella capitale irlandese erano già saliti a 8.800: una maggiore offerta sostenuta da una domanda crescente, dato l’abbattimento dei costi delle corse e, parallelamente, dei tempi di attesa, che ha prodotto un risparmio stimato di circa 400 milioni di euro per i consumatori. A livello salariale, nel mercato liberalizzato dei taxi svedese, il superamento dell’esame che abilita allo svolgimento della professione si traduce in un<a href="https://www.econstor.eu/bitstream/10419/296951/1/1844571912.pdf?utm_source=chatgpt.com"> aumento del reddito</a> per i lavoratori sia nativi che stranieri, con punte del 50% per gli immigrati. Di pari passo, con gli effetti benefici sull’occupazione, si registra una sensibile riduzione nel ricorso ai sussidi statali, con circa il 50% in meno di percettori di assegni di disoccupazione tra i tassisti stranieri.</p>
<p>Sono benefici di cui gli italiani sono ben consapevoli, al punto che il 72% dei nostri concittadini, secondo<a href="https://www.corriere.it/motori/news/24_novembre_28/taxi-italiani-chiedono-piu-concorrenza-servizi-piu-accessibili-5328a81a-ace2-11ef-b259-2028617a3f31.shtml"> una ricerca SWG</a>, si dice favorevole alla liberalizzazione delle licenze, con picchi di insoddisfazione per lo stato attuale del servizio che toccano punte del 78% tra i residenti della Capitale. Inoltre, con una maggiore disponibilità di taxi ed NCC e il relativo abbattimento dei costi delle corse, il 65% degli abitanti delle nostre città sarebbe propenso a ridurre l’uso dell’auto privata: un miglioramento notevole dell’impatto ambientale, con risvolti positivi sul traffico, così come sulle emissioni e sulla qualità dell’aria. Uno scenario, questo, possibile solo con la volontà politica di anteporre l’interesse comune alla rendita di posizione di una minoranza chiassosa. Al riguardo, le proposte e le ipotesi di riforma più convincenti sono innumerevoli, e meritano una trattazione apposita.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/unestate-senza-taxi-il-caro-prezzo-della-mancata-liberalizzazione/">Un’estate senza taxi: il caro prezzo della mancata liberalizzazione</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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