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	<title>Corrado Ocone, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Corrado Ocone, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Perché è giusto celebrare l&#8217;arresto di Battisti e cosa rappresenta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 11:22:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non credo di esagerare nel dire che con la cattura di Cesare Battisti la lunga storia del terrorismo italiano sia finita. Ed è questa fine che andava celebrata e che a ragione le istituzioni e le forze oggi al governo hanno celebrato. La stessa reazione scomposta delle opposizioni, che sono arrivate a parlare di “parata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Non credo di esagerare nel dire che con la cattura di <strong>Cesare Battisti</strong> la lunga storia del terrorismo italiano sia finita. Ed è questa fine che andava celebrata e che a ragione le istituzioni e le forze oggi al governo hanno celebrato. La stessa reazione scomposta delle opposizioni, che sono arrivate a parlare di “parata di regime” a proposito della presenza a Ciampino del ministro degli Interni e di quello della Giustizia, denota a mio avviso la presenza di un nodo non risolto nella coscienza italiana.</p>
<p>Il fatto è che il <strong>terrorismo di sinistra</strong> poté seminare tanti morti perché godette di una vasta complicità, anche e soprattutto fra gli intellettuali. Furono veramente in tanti che, nel momento di scegliere da che parte stare, pensarono in cuor loro, e qualcuno pure disse, che era giusto stare “né con lo Stato, né con le Brigate Rosse”. Lo Stato repubblicano infatti era stato vissuto da costoro, per tutto il periodo repubblicano, come un usurpatore, come una cricca di potere che aveva confiscato, dopo la Resistenza, il potere e aveva evitato che in Italia la rivoluzione fosse compiuta. È proprio sul mito della “rivoluzione tradita” che, da una costola del Sessantotto, si costruì la retorica da cui emersero i gruppuscoli terroristi che seminarono poi morte, nel decennio successivo, nelle piazze e nelle strade di tutta l’Italia.</p>
<p><strong>Il Partito comunista</strong> ebbe il merito storico di tenere fuori dalla porta i terroristi e di contribuire in modo determinante all’affermazione dello Stato contro l’anti- Stato. Operazione tanto più meritoria se si pensa che era proprio a sinistra che il mito della “rivoluzione tradita” allignava, tanto che <strong>Rossana Rossanda</strong> poté parlare con onestà intellettuale, in uno storico articolo de <em>Il Manifesto</em>, di un’ “aria di famiglia” che traluceva dai comunicati e dai programmi dei terroristi. A sinistra del Pci, ripeto soprattutto fra gli intellettuali, l’azione terroristica veniva invece se non approvata per lo meno equiparata a quella dello Stato. Il nostro veniva considerato uno “Stato di polizia”, che reprimeva “compagni” che forse “sbagliavano” ma che andavano capiti e verso i quali andavano usate tutte le attenuanti. Nonostante che spesso fossero delinquenti comuni e feroci assassini di innocenti come Battisti.</p>
<p>L’azione propagandistica di questa <strong>intellettualità fiancheggiatrice</strong> si è protratta per anni, e superando le frontiere si è diffusa in tutti i continenti. L’Italia, come ebbe modo di dire l’ex presidente della Repubblica <strong>Giorgio Napolitano</strong>, non ha avuto la forza, e forse nemmeno il credito internazionale, per far capire che la sua lotta al terrorismo si era svolta, al contrario di ciò che era accaduto in molti altri paesi, nella cornice della giustizia, della democrazia e della libertà. Le connivenze di cui ha goduto Battisti fino a pochi mesi fa si inseriscono in questo contesto.</p>
<p>La sua cattura, proprio perché segnala simbolicamente a fine di quel clima, assume un rilievo generale e va salutata e celebrata con il massimo clamore possibile.</p>
<p>Corrado Ocone, formiche.net 15 gennaio 2019</p>
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		<title>Processo liberale all&#8217;Unione europea</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/processo-liberale-allunione-europea/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jan 2019 13:43:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[unione europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il politicamente corretto non è divenuto senso comune, come forse alcuni suoi interpreti immaginavano o auspicavano, ma esso continua a celebrare i suoi fasti, e le sue follie, soprattutto nei paesi anglosassoni, in quei settori ove si dovrebbe elaborare la cultura dell’Occidente: dai campus universitari al mondo dei media (non solo e non tanto negli [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il politicamente corretto</strong> non è divenuto senso comune, come forse alcuni suoi interpreti immaginavano o auspicavano, ma esso continua a celebrare i suoi fasti, e le sue follie, soprattutto nei paesi anglosassoni, in quei settori ove si dovrebbe elaborare la cultura dell’Occidente: dai campus universitari al mondo dei media (non solo e non tanto negli approfondimenti giornalistici ma anche nei prodotti di intrattenimento), dall’editoria all’intellettualità media e diffusa.</p>
<p>Nello stesso tempo, come ha segnalato qualche giorno fa Éric Zemmour su Le Figaro, alcuni settori della sinistra cominciano a far propria quella <strong>critica alla correctness</strong> che era stata quasi esclusivo appannaggio, fino a poco tempo fa, della destra. In Italia, se ne è avuta una prova con il numero speciale dedicato al tema dalla rivista MicroMega.</p>
<p>Non da sinistra è però venuto, sempre recentemente, quello che a me sembra il migliore tentativo fatto finora di sistematizzare e storicizzare il tema, e forse non solo in Italia, collegando cioè fra loro i vari aspetti in cui esso si è manifestato, e più in generale riconducendolo alle evoluzioni del pensiero progressista dopo la “crisi” relativistica e nichilistica subita dalla cultura europea fra Otto e Novecento.</p>
<p><strong>Nel libro di Eugenio Capozzi</strong> a cui mi riferisco (Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Marsilio), il tema della crisi dell’Occidente, di cui il politically correct è contemporaneamente causa ed effetto, è ben presente, ma non è legato, per la natura stessa del libro, ad un elemento che è in genere poco considerato ma che a me appare fondamentale: la sempre più evidente incapacità di pensare in senso tragico la nostra esistenza o la vita umana. Di questa mancanza di senso del tragico, cioè dell’incomponibile e dell’inconciliabile, la cultura liberal o politicamente corretta è, a mio avviso, espressione significativa. Ed è su queste basi “filosofiche” che la critica al politicamente corretto andrebbe appoggiata per essere veramente profonda e radicale.</p>
<p>Cerco di spiegare in che senso, o di cosa si tratta. Con qualche esempio tratto dall’attualità. <strong>Parliamo di Europa</strong>. Che la costruzione europea sia in crisi, e che la sua crisi sia sistemica e non dovuta certo, come i nostri europeisti sembrano credere, ad una contingenza storica che presto passerà, l’affacciarsi cioè dei partiti cosiddetti “populisti”, a me sembra evidente.</p>
<p>La crisi, che nessun buon esito delle elezioni europee potrà coprire, dipende da molti fattori, ma principalmente dal fatto che, per creare l’Unione, si è creduto di poter fare a meno della politica, cioè di poter creare delle istituzioni tendenzialmente depoliticizzate. La crisi è venuta fuori nel momento in cui la politica, che è connaturata alla vita umana proprio in quanto tragica o conflittuale, ha presentato i propri conti:<strong> il “sovranismo”</strong> non è altro che questo. Ora, la depoliticizzazione può avvenire in due modi: riconducendo la politica, cioè il conflitto che è insito nelle relazioni umane, all’etica o a un diritto eticizzato, oppure riconducendola all’economia.</p>
<p><strong>L’Unione europea ha tentato entrambe le vie, le ha integrate</strong>: da una parte leggi sempre più pervasive e dettagliate, e organismi sovranazionali non rappresentativi che si sono sovrapposti a quelli nazionali legittimamente eletti, hanno tolto spazio alla politica in nome di ideali etici astratti e non incarnati; dall’altra, si è pensato che la forza impersonale del mercato potesse garantire di per sé l’imparzialità delle relazioni negoziali umane.</p>
<p>La cultura liberal di sinistra e la cultura liberista di destra, il politically correct e il mercatismo astratto, le due ideologie che hanno dominato la fine del Novecento, hanno perciò finito per tendersi la mano, il tutto all’insegna di una impossibile neutralizzazione dei conflitti umani, cioè della politica. Gli organismi sovranazionali, fra cui l’Unione Europea, hanno rappresentato proprio l’impossibile tentativo di realizzare questa utopia. E si sono esplicate in una capillare opera di razionalizzazione e formalizzazione dei rapporti umani, radicalizzando una delle tendenze i fondo dell’età moderna.</p>
<p><strong>Un processo non liberale, almeno nel senso classico del termine</strong>. Il liberalismo non si è proposto infatti storicamente come un tendenziale estirpatore del conflitto ma anzi come una tecnica per temperare i poteri contrapponendo ad essi altri poteri: il trionfo, non la morte della politica. Non è un caso che esso si sia incarnato, soprattutto nell’Ottocento, nella nazione, cioè in quel perimetro ideale ove la libertà è diventata concreta ed ha potuto manifestarsi, con tutte le imperfezioni del caso e la provvisorietà delle soluzioni.</p>
<p><strong>E torniamo qui al sentimento tragico della vita, che è connaturato al liberalismo</strong>. La consapevolezza è che male e bene sono inestricabilmente intrecciati, che l’uno può essere linfa vitale per l’altro (che cosa sono le “conseguenze inintenzionali delle azioni umane se non questo?), che la vita è un palcoscenico ove tutto è legato e tutto si compone in una rappresentazione senza copione e senza risoluzione, ove nessuno ha la verità in tasca anche perché la verità è storica e vive nelle situazioni, ove tutti siamo contemporaneamente colpevoli e innocenti. La tragedia, appunto, come quella di Shakespeare, la quintessenza dell’Occidente: l’irrompere della vita nelle forme della regolamentazione astratta.</p>
<p>L’Occidente non è altro che questo, cioè che il politicamente corretto vuole sopprimere: il contraddittorio, la tensione, la non riducibilità, l’anima e il corpo che accampano entrambi le loro “ragioni”.</p>
<p>L’etica non può essere un astratto programma di studio, o un ordinamento comunitario, ma solo la sempre imperfetta e parziale messa in atto, attraverso il conflitto e la politica, della nostra libertà e responsabilità. Riaprire le porte alla politica può avvenire confusamente, e anche per certi aspetti pericolosamente, come sta avvenendo in questo momento, ma se ci teniamo allo spirito dell’Occidente, e alla libertà così come è venuta fuori in queste lande, al processo storico in atto non possiamo chiudere in faccia porte e finestre.</p>
<p>Corrado Ocone, <a href="https://www.startmag.it/mondo/ocone-unione-europea/">startmag.it</a> 13 gennaio 2019</p>
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		<title>Valerio Zanone, liberale indimenticato</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/valerio-zanone-liberale-indimenticato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jan 2019 15:15:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Avvenimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Avvenimenti Vari]]></category>
		<category><![CDATA[valerio zanone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 7 Gennaio del 2016 moriva Valerio Zanone, faro del liberalismo moderno. Il direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, Corrado Ocone, ne traccia un breve ma sentito ritratto. Ci manca Valerio Zanone. Per le sue battaglie, le sue idee, ma anche la sua cifra umana. Era un liberale che non si sottraeva alle battaglie del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il 7 Gennaio del 2016 moriva Valerio Zanone, faro del liberalismo moderno. Il direttore scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, Corrado Ocone, ne traccia un breve ma sentito ritratto.</em></p>
<p>Ci manca Valerio Zanone. Per le sue battaglie, le sue idee, ma anche la sua cifra umana. Era un<strong> liberale</strong> che non si sottraeva alle battaglie del tempo, ma sapeva anche conservare una sorta di distacco dalle cose della politica che gli permetteva di volare alto con uno sguardo disincantato e una postura d’altri tempi. La sua cifra politica invece era torinese, ma più giolittiana che azionista. Aveva un alto senso della libertà, ma anche delle istituzioni in cui la libertà non può non incarnarsi.</p>
<p>Laureato in Estetica con Luigi Pareyson, conservò sempre una passione per gli studi filosofi con i quali alternava l’attività politica. Fu uomo di partito, sindaco, parlamentare, ministro, presidente della <strong>Fondazione Luigi Einaudi</strong>, ma fu soprattutto un Maestro di vita e di libertà per i tanti, liberali e non, che ebbero la fortuna di incontrarlo sulla loro strada.</p>
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		<title>La grandezza di Amos Oz, scrittore del chiaroscuro</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-grandezza-di-amos-oz-scrittore-del-chiaroscuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Dec 2018 11:34:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni volta che muore un grande scrittore contemporaneo, consacrato in vita dalla meritata fama e dagli onori di questo mondo, mi chiedo se oggi sia possibile sottrarsi a questo destino che condanna tutti, in primo luogo gli artisti, a vivere “pubblicamente”. Se da un lato infatti l’autonomia della cultura dovrebbe essere un valore in sé [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che muore un grande scrittore contemporaneo, consacrato in vita dalla meritata fama e dagli onori di questo mondo, mi chiedo se oggi sia possibile sottrarsi a questo destino che condanna tutti, in primo luogo gli artisti, a vivere “pubblicamente”.</p>
<p>Se da un lato infatti l’autonomia della cultura dovrebbe essere un valore in sé e noi dovremmo giudicare un’opera tendenzialmente per il suo solo valore artistico, è pur vero che la vita pubblica di un autore, costituendo parte della sua personalità, si travasa senza sosta in quel che fa, dice, scrive. Questa contraddizione o tensione fra letteratura e vita, sempre presente, ma inevitabile nei nostri tempi, mi sembra sia stata risolta egregiamente da <strong>Amos Oz</strong>, il grande scrittore israeliano venuto a mancare ieri all’età di 79 anni.</p>
<p><strong>Oz era impegnato politicamente a sinistra</strong>, la non sempre lucida in verità sinistra progressista israeliana, ma i suoi interventi pubblici hanno sempre avuto una nota di saggezza, moderazione, comprensione umana, che era all’un tempo la sua disposizione d’animo predominante (la Stimmung direbbero i tedeschi) e la cifra della sua personalità tutta intera. Tanto che il volumetto <em>Contro il fanatismo</em>, la sua prova saggistica che nasceva da tre conferenze tenute a Tubinga nel 2002, ci consegna in definitiva un ritratto dell’uomo, e quindi anche dello scrittore, oltre a un monito morale o moralistico su certi fenomeni dell’oggi.</p>
<p>In primo luogo, c’è in Oz<strong> la consapevolezza della tragedia della vita</strong>, nel senso etimologico e non pessimista del termine. La vita corre lungo il filo di una tensione non risolta e non risolvibile fra opposte polarità, e ciò appunto la fa vita e non morte. Amore e odio, ragione e cuore, luce e tenebra, sono nella cosa stessa, sono negli altri e in noi stessi. Il chiaroscuro è la cifra complessiva del mondo umano, ove il vero e il falso, il bene e il male, sono spesso inestricabilmente connessi. Avere contezza di ciò significa assumere quella serenità che, da un lato, ci farà godere i momenti belli, ma sempre caduchi, della vita, e dall’altro ci darà quella capacità di non soggiacere alla iubrìs, cioè alla tracotanza, che è il Dio maligno che possiede completamente il fanatico. Ciò non significa che, al momento giusto, noi non si debba prendere posizione in modo netto, ma dobbiamo farlo tenendo sempre aperta la porta al dubbio, all’autocritica, al cambiamento anche il più radicale di noi stessi. Essendo pronti al compromesso anche, perché esso è componente essenziale del vivere insieme fra diversi. E soprattutto non proponendoci di migliorare gli altri per un loro presunto bene.</p>
<p>Bisogna combattere, scrive Oz, “quell’inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare il fratello, piuttosto che lasciarli vivere”. Pensare che uno scrittore con queste idee e con questa stoffa morale abbia potuto sorgere e maturare nel caleidoscopio di contraddizioni che vive giornalmente Israele, e che a mio avviso supera nel modo migliore, è solo apparentemente un paradosso.</p>
<p>Corrado Ocone, Formiche 30 dicembre 2018</p>
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		<title>I dubbi sulla manovra e il tramonto della vecchia politica</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-dubbi-sulla-manovra-e-il-tramonto-della-vecchia-politica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Dec 2018 12:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[legge bilancio]]></category>
		<category><![CDATA[manovra governo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa spiega il successo che le forze di governo continuano ad avere nei sondaggi? Da una parte, c’è certamente la mancanza oggi in Italia di un’alternativa politica credibile, ma, d’altro canto, c’è forse anche la capacità che le forze cosiddette populiste hanno di cogliere lo “spirito del tempo”. La tesi trova una ragion d’essere, a [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa spiega il successo che le forze di governo continuano ad avere nei sondaggi? Da una parte, c’è certamente la mancanza oggi in Italia di un’alternativa politica credibile, ma, d’altro canto, c’è forse anche la capacità che le forze cosiddette populiste hanno di cogliere lo <strong>“spirito del tempo”</strong>. La tesi trova una ragion d’essere, a mio avviso, non solo in una dimensione storica e politologica, come è quella dallo studioso privilegiata, ma anche in una più squisitamente filosofica. Cerco di farmi capire, con un esempio concreto sui fatti di questi giorni.</p>
<p>La tesi più diffusa, anzi direi quella unanimamente accreditata da opinionisti e analisti, è che la <strong>la legge di bilancio</strong> appena approvata dal Senato, “numerini” a parte, non abbia una sua ratio. Antonio Polito, ad esempio, nel fondo di stamane sul Corriere parla di una “manovra” senza un “guidatore” e quindi senza l’idea di una direzione e una velocità da imprimere all’economia italiana. La manovra sarebbe il risultato di una contrattazione a più livelli e fra più entità, ognuna attenta a soddisfare il proprio elettorato reale o potenziale: una “manovra elettorale” e basta.</p>
<p>Cerchiamo di trarre le conseguenze da questo, ripeto quasi unanime, modo di intendere la faccenda. Se siamo coerenti, non possiamo non dedurre che la “manovra” auspicata o auspicabile avrebbe dovuto essere radicalmente diversa: avrebbe dovuto avere, per la precisione, una idea generale e univoca di ciò che è bene per il Paese, un’organicità interna derivante da questa idea e una direzione di marcia sempre ben visibile al “guidatore” e ai cittadini.</p>
<p>Ora, tutto questo presuppone, anche quando non se ne è fino in fondo consapevoli, che alla politica venga ancora affidato il compito di realizzare un ideale, un valore e un’etica. E alla politica economica di seguire una <strong>programmazione</strong>, se non proprio una pianificazione. Il presupposto è, detto altrimenti, che, una volta che qualcuno più bravo o “competente” degli altri abbia individuato ciò che è giusto, il buon politico non debba fare altro che agire sulle dinamiche sociali ed economiche per far sì che esse seguano la direzione voluta. Ora è proprio questa idea di politica che, portata alle estreme conseguenze, cioè assunta con rigore e coerenza logica, ha mostrato nel corso del Novecento, secondo i filosofi, e soprattutto quelli di ispirazione liberale, le sue crepe e i suoi quasi mai positivi (e comunque sempre imprevedibili) effetti.</p>
<p>In linguaggio tecnico si è parlato, in senso negativo, di <strong>“teologia politica”</strong> o di <strong>“razionalismo in politica”</strong>. Certo, fra ideali e ideologie corre una bella differenza, ma siamo davvero convinti che gli interessi siano qualcosa di malvagio e che la negoziazione ad oltranza sia un modo cattivo di intendere la politica? È proprio sicuro che gli aspetti ideali e etici, fondamentali per l’essere umano, debbano trovare espressione proprio nell’attività politica? In verità, c’è un momento in cui, se si seguono solo gli interessi di breve periodo, si finisce per essere ciechi e quindi per agire in una direzione nociva a quegli stessi interessi. Ed è probabile, anzi più che probabile, che il governo, nella sua spesso manifesta impreparazione, abbia superato la soglia che in poco tempo potrebbe portarlo all’implosione.</p>
<p>Per l’Italia non so fino a che punto ciò sarebbe un bene: cosa succederà poi non è dato infatti saperlo né è oggi plausibilmente prevedibile. Ho tuttavia l’impressione che la vecchia politica, incardinata in orizzonti di senso e partiti e movimenti ben definiti e definibili, sia ormai tramontata. E che questo fatto epocale in sé non sia del tutto un male.</p>
<p>Corrado Ocone, Formiche 24 dicembre 2018</p>
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			</item>
		<item>
		<title>“Bella ciao” nella recita di Natale</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bella-ciao-nella-recita-di-natale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Dec 2018 13:09:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sulla Resistenza italiana si possono avere i giudizi più disparati ma che essa rappresenti il momento fondativo dalla nostra Repubblica, a cui ha dato anche l’ideologia di base, cioè l’antifascismo, è indubbio. Da essa è poi nata anche la Costituzione, alla cui ombra, nonostante i limiti storici che la Carta mostra oggi ai nostri occhi, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bella-ciao-nella-recita-di-natale/">“Bella ciao” nella recita di Natale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sulla <strong>Resistenza italiana</strong> si possono avere i giudizi più disparati ma che essa rappresenti il momento fondativo dalla nostra Repubblica, a cui ha dato anche l’ideologia di base, cioè l<strong>’antifascismo</strong>, è indubbio. Da essa è poi nata anche la Costituzione, alla cui ombra, nonostante i limiti storici che la Carta mostra oggi ai nostri occhi, è comunque potuta crescere una società aperta e democratica seppure imperfetta. In verità, la ricerca storica ha molto contribuito, negli ultimi anni, a restituirci nella sua realtà quell’importante evento storico, al di là di ogni mitologia. Tuttavia che il mito possa continuare a operare, seppur con i necessari distinguo che la distanza storica oggi ci permette di avere, potrebbe essere anche giusto e utile alla coesione nazionale se esso non venisse ad ogni pie’ sospinto strumentalizzato.</p>
<p>Il fatto è che quel passato, nella nostra irrisolta coscienza nazionale, sembra non passare mai: piuttosto che affrontare con pragmatismo i problemi dell’oggi, vittime tutti di una sindrome da “coazione a ripetere”, continuiamo a utilizzare <strong>la Resistenza</strong> e <strong>la Costituzione</strong> come clavi con cui colpire e delegittimare i nostri avversari politici. Una comoda scorciatoia a cui non sembra sottrarsi il corpo insegnante che, spesso imbevuto di ideologie maturate nel “lungo Sessantotto” italiano, tende a politicizzare le lezioni e ogni momento della vita scolastica. È in questo contesto che sembra inserirsi la vicenda della scuola De Amicis di Napoli, in cui la recita di Natale è stata sostituita quest’anno da una giornata in onore della Resistenza e della Costituzione, con i ragazzi a cantar “Bella ciao” al posto dei più tradizionali canti dedicati alla Natività. Dopo la protesta di un genitore, il caso è montato così tanto che si è arrivati alla surreale scena del consiglio comunale in piedi a intonare il canto dei partigiani in segno di solidarietà con gli insegnanti. Un chiaro esempio di strumentalizzazione a cui purtroppo la giunta cittadina, forse per distrarre i napoletani dagli atavici problemi della città, ci ha ormai abituati.</p>
<p>Visto il reiterarsi su tutto il territorio nazionale di situazioni assimilabili a quella napoletana, credo sia giunto il momento di chiederci un po’ tutti perché ciò accada ancora oggi con tanta frequenza. Credo che ciò dipenda soprattutto dal combinato disposto di due fattori: uno storico e uno più legato al presente. Da un lato, è da considerare che la storia ha voluto che a fondare la Repubblica sia stato un momento altamente divisivo: la Resistenza, infatti, stante l’ampio consenso di cui il fascismo ha goduto fino all’ultimo fra gli italiani, si è presentata alle coscienze più come una “guerra civile” che come un moto di rigenerazione nazionale. Dall’altro lato, è evidente che la nostra è , sin dalle origini risorgimentali, una nazione attraversata da enormi faglie divisorie: fra <strong>Nord e Sud</strong>, cattolici e anticlericali, ricchi e poveri, città e campagne&#8230; Nessun partito è riuscito mai, fino in fondo, a rappresentarle tutte in un comune sistema di valori. Per la sua forte valenza storica, <strong>il cleavage fascismo/antifascismo</strong> è servito e serve ancora, soprattutto in momenti di crisi come l’attuale, a creare una identità per opposizione. E poco importa che poi questa opposizione sia fondata su elementi simbolici più che reali. Ciò presuppone che la Resistenza sia elevata a categoria sovrastorica, quasi metapolitica. E che svolga la funzione di tranquillizzare e rassicurare chi, ad esempio su temi fortemente divisivi come l’immigrazione, vuole trovare un senso alla propria azione sottraendosi alla difficoltà di scegliere e distinguere in una situazione complessa. Il “fascista”, che risponde sempre per le rime incrementando il gioco, c’è sempre: ieri era Berlusconi, oggi è Salvini. Non sarà sembrato vero all’artefice del primo atto di questa ennesima sceneggiata napoletana, ma potremmo dire italiana, di poter cogliere questa volta, come suol dirsi, due piccionicon una sola fava: non “offendere” gli studenti immigrati, o meglio non cattolici, e nel contempo celebrare il mito della Resistenza anche quando non c’entra un bel niente (il 25 dicembre non è il 25 aprile), sono infatti due atti legati fra loro dall’appartenenza al comune sentire della <strong>metà progressista e “politicamente corretta”</strong> del nostro paese. Spegnere il gioco a somma zero fra “buoni democratici” e “fascisti” impenitenti, e diventare tutti più maturi dividendoci sui problemi dell’oggi e non sui simboli del passato, questo sì che sarebbe davvero un auspicabile salto in avanti per la politica e per la nostra stessa coscienza nazionale!</p>
<p>Corrado Ocone, Il Mattino 22 dicembre 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/bella-ciao-nella-recita-di-natale/">“Bella ciao” nella recita di Natale</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Fenomenologia di Giuseppe Conte</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/fenomenologia-di-giuseppe-conte/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Dec 2018 12:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che in politica emergano ogni tanto degli homines novi non è una novità. Che però lo facciano nel modo in cui lo ha fatto Giuseppe Conte, questa sì che è una novità che fa dell’Italia politica e di governo attuale qualcosa fra un interessante (e anche affascinante) laboratorio politico e una surreale imbarcazione ove apparentemente [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Che in politica emergano ogni tanto degli homines novi non è una novità</strong>. Che però lo facciano nel modo in cui lo ha fatto <strong>Giuseppe Conte</strong>, questa sì che è una novità che fa dell’Italia politica e di governo attuale qualcosa fra un interessante (e anche affascinante) laboratorio politico e una surreale imbarcazione ove apparentemente son saliti o sono stati fatti salire passeggeri più o meno a caso.</p>
<p>Conte, già prima che fosse incaricato a presiedere il governo, aveva una sua riconosciuta dignità professionale, muovendosi in quella “terra di mezzo” che si circoscrive, soprattutto nella capitale, fra studi legali e cattedre universitarie, sempre attenta pure al mondo politico ma mai con la pretesa di assumere in esso il ruolo di leadership. Ai più, e anche a chi scrive (che pure segue con attenzione le vicende della politica e della società italiane), il suo nome non diceva nulla.</p>
<p>Né era dato immaginare che una personalità con il suo profilo potesse ascendere, dall’oggi al domani, a così alto ruolo. Certo, dall’ideologia “dell’uno vale uno” dei pentastellati non potevamo non aspettarci un cambio di classe dirigente, ma sembrava che essi avrebbero pescato gli uomini fra attivisti e militanti. O anche fra persone a loro non ostili ma comunque con una certa visibilità pubblica. Conte non era l’uno, né aveva l’altra, ma aveva semplicemente intessuto relazioni per fini professionali con i grillini così come forse lo aveva in precedenza fatto con esponenti di altri partiti. Proprio questa sua <strong>“identità debole”</strong> lo ha forse reso gradito anche ai cofirmatari leghisti del “contratto” di governo.</p>
<p>Presentato come il “notaio del popolo”, gli analisti lo hanno subito dileggiato come “notaio” delle scelte prese da altrui, cioè dai due vicepremier. E in molti lo avranno consigliato pure di dimettersi per dignità personale. Conte non ha commesso questo errore e si sarà pure chiesto perché in Italia nessuno mai si dimette da nulla (al massimo le dimissioni le annuncia solamente).</p>
<p>E, infatti, è accaduto quel che non poteva non accadere: col suo passo felpato, con quello stile controllato da dandy, con qualche “colpo” comunicativo ben assestato (la foto di Padre Pio estratta dal taschino da <strong>Bruno Vespa</strong>), Conte ha rassicurato gli italiani, che all’anima ribellista ne alternano sempre una più tranquillizzante e strapaesana. Anche una certa intuibile furbizia che traspariva dai suoi occhi, ha fatto il resto.</p>
<p><strong>Arrivato il momento del redde rationem con l’Unione europea</strong>, Conte, che non aveva mai usato i toni da Masaniello dei suoi vice (né mai li potrebbe usare con l’aplomb che veste come un secondo abito), che li rendevano inadatti a trattare coi burocrati di Bruxelles, ha assunto fino in fondo quella leadership che formalmente gli spetta. Quanto durerà e se durerà non sappiamo, ma Conte può passare un buon Natale: la sua partita personale con la storia, che gli ha affidato un inatteso ruolo da protagonista, per il momento sembra averla vinta. E con lui, dopo tutto, sembrano averla vinta anche gli italiani, almeno che non si voglia cedere ai tono catastrofistici delle vecchie élites intellettuali e politiche.</p>
<p>Corrado Ocone, formiche.net 21 dicembre 2018</p>
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		<title>Draghi, le spinte illiberali e quell&#8217;Europa tradita</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/draghi-le-spinte-illiberali-e-quelleuropa-tradita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Dec 2018 13:15:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[europa]]></category>
		<category><![CDATA[mario draghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono convinto che Mario Draghi, nei cui confronti non si può non avere molto rispetto, abbia svolto in questi tormentati anni un importante ruolo di stabilizzazione sui mercati, favorevole sia per l’Italia sia per l’Unione Europea. Saranno gli storici a confermare o meno questo giudizio, che presuppone anche, per essere ben formulato, una conoscenza tecnica [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sono convinto che <strong>Mario Draghi</strong>, nei cui confronti non si può non avere molto rispetto, abbia svolto in questi tormentati anni un importante ruolo di stabilizzazione sui mercati, favorevole sia per l’Italia sia per l’Unione Europea. Saranno gli storici a confermare o meno questo giudizio, che presuppone anche, per essere ben formulato, una conoscenza tecnica e puntuale, che chi scrive non ha, delle policies adottate dalla Banca Centrale.</p>
<p>Non meno importante però è puntare l’attenzione sula visione generale che ha mosso il Governatore, sulle sue idee. <strong>Il discorso di ieri al Sant’Anna di Pisa</strong>, per taglio e tono, ci dà molti elementi per capire quale è stata ed è la sua “filosofia”, e quindi il senso delle sue azioni e le speranze riposte in essa. È vero, come Draghi ha affermato in un punto alto della sua lectio, che l’Unione “fu una risposta eccezionale, oggi diremmo antistorica, a un secolo di dittature, di guerre, di miseria che in questo non era stato dissimile dai secoli precedenti”?.</p>
<p><strong>Con tutto il rispetto possibile per Draghi, ho qualche dubbio</strong>. Che la storia umana sia stata una sorta di mattatoio, per usare un’espressione di Hegel, credo che sia innegabile. Così come è indubbio che gli ultimi settant’anni siano stati uno di quei rari momenti storici di crescita, benessere, prosperità (più o meno relativa) che pur da sempre sono esistiti. Credo però che di tutto questo il progetto europeistico non sia stato affatto la causa, anche perché esso ha preso corpo e sostanza solo in anni molto tardi. Al fondo del ragionamento di Draghi mi sembra di vedere all’opera quella mentalità razionalistica e illuministica per cui basta che gli uomini di buona volontà si mettano attorno a un tavolo, facciano astrazione dei loro interessi particolari, e delineino a tavolino uno Stato o (come in questo caso) un super Stato ideale le cui caratteristiche siano poi semplicemente “applicate” alla realtà.</p>
<p>Che tanti dei problemi dell’oggi, comprese <strong>le spinte illiberali</strong> a cui Draghi ha fatto riferimento, siano il risultato proprio della pretesa costruttivistica che a partire da un certo punto le élite europeiste hanno avuto, è però per me evidente. Anche perché la spinta iniziale agli accordi fra Stati europei nacque storicamente in modo diverso, in un contesto di “Guerra fredda” e sotto il patrocinio degli Stati Uniti che avevano necessità di tenere saldo e unito, seppur in modo democratico, il blocco di potere degli Stati che si opponevano a quelli sotto l’egida sovietica. <strong>L’Europa nasce nell’ottica dell’Atlantismo</strong>, e con un forte garante oltremanica: questo non va dimenticato. Così come non va dimenticato il tendenziale antiamericanismo di visionari come Altiero Spinelli che oggi vengono giudicati i Padri dell’Europa.</p>
<p>E certamente lo sono di quella Europa che a partire da un certo punto ha accentuato, e in alcuni casi esasperato, l’impronta razionalistica del suo progetto: stabilendo regole e normative stringenti, partendo dall’alto e non dal basso. Aver poi pensato che l’idem sentire dei popoli europei, che esiste pur nella positiva diversità fra di loro, potesse essere costruito su basi proceduralistiche e non “spirituali”, <strong>cancellando le “radici cristiane”</strong>, ha fatto a mio avviso il resto. Si è cancellato il più forte elemento unificante di quei popoli e, a un certo punto, si è persino pensato che dell’Unione potesse fare parte uno stato con un’altra identità spirituale quale è la Turchia. Credo che senza un po’ di autocritica, l’Europa sia destinata a ripetere certi errori e ad allontanarsi sempre più dal suo obiettivo finale: la pace e la cooperazione, in un contesto democratico e liberale, fra popoli che per storia e geografia la costituiscono.</p>
<p>Corrado Ocone, Formiche 16 dicembre 2018</p>
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		<title>Europa, perché non possiamo permetterci i pugni sul tavolo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-perche-non-possiamo-permetterci-i-pugni-sul-tavolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Dec 2018 14:44:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se la decisione di assecondare in parte le richieste della Commissione Europea portando il rapporto fra Pil e deficit al 2,04 per cento, e non al 2 tondo, voleva far indignare le opposizioni, il governo è pienamente riuscito nel suo scopo. Anche perché fare arrabbiare gli avversari e distoglierli dalla faticosa creazione di una alternativa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/europa-perche-non-possiamo-permetterci-i-pugni-sul-tavolo/">Europa, perché non possiamo permetterci i pugni sul tavolo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Se la decisione di assecondare in parte le richieste della Commissione Europea portando <strong>il rapporto fra Pil e deficit</strong> al 2,04 per cento, e non al 2 tondo, voleva far indignare le opposizioni, il governo è pienamente riuscito nel suo scopo. Anche perché fare arrabbiare gli avversari e distoglierli dalla faticosa creazione di una alternativa credibile finora ha sempre portato vantaggi alle forze di questo governo. D’altronde, le opposizioni continuano ad indignarsi nel modo più prevedibile possibile, e controproducente per loro. Dire che con quei quattro centesimi si sta prendendo in giro gli italiani per la vaga assonanza che essi hanno con i quattro decimi della prima bozza della manovra, significa in sostanza far capire loro di averne un basso concetto, di considerarli tutti tonti e prendibili facilmente per i fondelli.</p>
<p><strong>Una ennesima manifestazione di “superiorità morale”</strong>: per gli italiani imperdonabile! Casomai ad essere presa in giro, per la sfrontatezza del gesto, che ha un sapore dadaista, è proprio la Commissione di Bruxelles: quello 0,4 suona infatti come un imperituro monito di quel che si voleva fare (lasciamo stare in che modo quelle risorse sarebbero poi state spese) e che la situazione in atto non ha permesso ad un Paese come l’Italia di fare senza scottarsi. Uno sfottò forse, ma il cui senso è facilmente intuibile dall’elettorato.</p>
<p>Intanto, il risultato politico dell’inconcludente ambaradan di questi mesi è stato già stato portato a casa e capitalizzato: quel che ne esce fuori è, da una parte, una Europa arcigna e severa, che fa la voce grossa coi deboli ed è inerme coi forti, dall’altra, un Paese che è lasciato solo ad affrontare le emergenze. La Commissione, probabilmente, aprirà ora all’Italia, avendo in questo momento così tanti e pesanti fronti aperti da non potersene permettere un altro a pochi mesi dalla scadenza. Aver fatto la voce grossa proprio ora non è stato del tutto inutile o da sprovveduti.</p>
<p>Resta però il più grosso handicap di questa politica del negoziato non accondiscendente, del pugno sferrato sul tavolo e poi in parte ritirato: c’è chi può permettersela fino in fondo, ad esempio uno come <strong>Trump</strong> che ha una forza militare, economica e politica gigantesca alle spalle, e chi invece deve andarci molto più cauto.</p>
<p>Il fatto è che si può essere “sovranisti” quanto si vuole, ma un sistema di alleanze internazionali bisogna crearselo se non si vuole restare isolati e continuare a non contare. Forse occorrerebbe ripartire da qui, anche per poter contribuire da questa via a ricostruire lo spazio europeo con uno spirito e una filosofia diversi da quelli che hanno portato alla crisi attuale.</p>
<p>Corrado Ocone, formiche.net 13 dicembre 2018</p>
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		<title>Salvini e la fase 2 dal palco di Piazza del Popolo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/salvini-e-la-fase-2-dal-palco-di-piazza-del-popolo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Corrado Ocone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Dec 2018 22:09:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sarà pure il giorno dell’Immacolata Concezione ma il richiamo insistente di Matteo Salvini ai valori della cristianità davanti alla piazza leghista ha un’indubbia rilevanza politica. Certo, si tratta di un riferimento presente da sempre nella retorica salviniana (si pensi solo al giuramento preelettorale sulla Costituzione e sul Vangelo), ma che per l’insistenza con cui è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà pure il giorno dell’Immacolata Concezione ma il richiamo insistente di <strong>Matteo Salvini</strong> ai valori della <strong>cristianità</strong> davanti alla piazza leghista ha un’indubbia rilevanza politica. Certo, si tratta di un riferimento presente da sempre nella retorica salviniana (si pensi solo al giuramento preelettorale sulla Costituzione e sul Vangelo), ma che per l’insistenza con cui è ritornato nel discorso di oggi assume, a mio avviso, un significato non contingente.</p>
<p>Soprattutto se letto in connessione con il contemporaneo affievolirsi dei toni aggressivi, anche nei confronti dell’Europa, e dell’invocazione di quella concordia o unità che solo l’amore e non l’odio può dare. “La vita è troppo breve – ha detto Salvini dal palco di Piazza del Popolo – per perdere tempo in odio e polemiche: questa è una piazza di amore e di speranza, la lasciamo ad altri la violenza”. Una improvvisa riconversione buonista? No, forse semplicemente l’avvio di una <strong>fase 2</strong> tesa sempre a raggiungere quello che a mio avviso è stato dall’inizio il vero obiettivo di Salvini: mettere gradualmente fuori gioco Silvio Berlusconi e diventare di fatto l’unico leader del centrodestra.</p>
<p>Il tono del discorso odierno del leader leghista ricorda, nemmeno troppo alla lontana, certi momenti del berlusconismo trionfante, quando il partito cattolico animato da <strong>Camillo Ruini</strong> aveva un peso rilevante nel dibattito pubblico e insisteva sull’identità cristiana come motore della rigenerazione dell’Italia e della stessa Europa. Certo, sono passati dieci anni e più da quel momento e tante cose sono cambiare nello scenario politico non solo italiano.</p>
<p>Oltretevere, fra l’altro, c’è un pontefice che sembra rappresentare la perfetta antitesi di quel modo di concepire il cristianesimo che un tempo trovava, forse suo malgrado, una sponda in <strong>Benedetto XVI</strong>.</p>
<p>Eppure, lo stesso Francesco è ora in un momento di indubbia debolezza, avendo perduto del tutto quella spinta propulsiva che le sue idee “progressiste” sembravano aver dato al magistero di Pietro (ma in verità si trattava solo di una “bolla mediatica” creata ad arte da certe centrali del pensiero). In questo contesto, l’inaspettato tendergli la mano di Salvini in conclusione del discorso odierno potrebbe essere foriero di ulteriori e inaspettati sviluppi.</p>
<p>Corrado Ocone, Formiche 8 dicembre 2018</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/salvini-e-la-fase-2-dal-palco-di-piazza-del-popolo/">Salvini e la fase 2 dal palco di Piazza del Popolo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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