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	<title>Alberto Mingardi, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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	<description>Per Studi di Politica, Economia e Storia</description>
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	<title>Alberto Mingardi, Autore presso Fondazione Luigi Einaudi</title>
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		<title>Attualità dei precetti einaudiani</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/attualita-dei-precetti-einaudiani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Mar 2024 18:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[anno einaudiano]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Domenica cadono i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi. Nei mesi scorsi, il governo è stato generoso nel celebrare ricorrenze e anniversari. Ma il primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento non ha bisogno di targhe. A Einaudi forse piacerebbe, e al Paese gioverebbe, che un po’ di spirito «einaudiano» permeasse invece le politica pubbliche. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica cadono i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi. Nei mesi scorsi, il governo è stato generoso nel celebrare ricorrenze e anniversari. Ma il primo presidente della Repubblica eletto dal Parlamento non ha bisogno di targhe. A Einaudi forse piacerebbe, e al Paese gioverebbe, che un po’ di spirito «einaudiano» permeasse invece le politica pubbliche. Due esempi. Einaudi si batteva per togliere «qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole».</p>
<p>Il valore legale trae «in inganno i diplomati medesimi» e alimenta l’ossessione per il titolo di «dottore», uso «spagnolesco» buono per considerarsi a vicenda «cavalieri borghesi». Il privato il valore legale l’ha già abolito, sa bene che i laureati non sono tutti uguali.</p>
<p>La finzione regge solo nell’amministrazione pubblica, peggiorandone le prassi di reclutamento. Il valore legale non si supera con un tratto di penna, ma cambiando le procedure, evitando di inquadrare professioni e mestieri in schemi corporativi, riconoscendo nel modo più efficace i diplomi di altri Paesi. Al Quirinale, Einaudi riscrisse di suo pugno un bando di concorso per i dipendenti del suo segretario, per smussare come poteva il requisito della laurea.</p>
<p>Il Presidente avrebbe voluto che l’art. 41 della Costituzione stabilisse che «la legge non è strumento di formazione di monopoli economici». Norme e cultura sono strumenti alternativi: le une servono dove manca l’altra. Il centrodestra può abbracciare una cultura di governo in cui, se non altro, non si usi la legge per restringere la concorrenza? La logica è la stessa del superamento del valore dei titoli. Viva la vita «disordinata, affannosa, antidisciplinata», è l’unica che può produrre innovazione a vantaggio delle generazioni future.</p>
<p>La concorrenza risponde a domande alle quali le risposte non sono già note. Era vero nel mondo di Einaudi, lo è a maggior ragione oggi che «conoscenza» e «capitale umano» sono sulla bocca di tutti.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/24_marzo_20/le-idee-di-einaudi-su-lauree-e-concorrenza-a7092052-8b7d-4c5f-83cd-c2641e6f9xlk.shtml"><em><strong>Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Il peccato neoliberista</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-peccato-neoliberista/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2022 15:10:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[centrosinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Amato]]></category>
		<category><![CDATA[liberaldemocratici]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberismo]]></category>
		<category><![CDATA[pd]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In qualsiasi partito, un nuovo gruppo dirigente deve cercare di affermare, assieme con se stesso, un&#8217;identità, un catalogo di proposte, alcuni simboli politici. La sinistra del Partito democratico però non è un gruppo dirigente particolarmente nuovo, si tratta solo della generazione attuale della &#8220;ditta&#8221; che a malincuore ha accettato le capriole consonantiche che l&#8217;hanno portata da Pds a Ds a Pd. Le sue proposte si riducono, in buona sostanza, a una: superare il &#8220;neoliberismo&#8221; di cui sarebbe intriso lo stesso manifesto dei valori del Pd, scritto nel 2007.</p>
<p>La sinistra è, non solo in Italia, sempre più &#8220;sinistra&#8221;. Essendo l&#8217;unica parte politica che viva in un rapporto osmotico coi propri intellettuali, è destinata a somigliare al racconto che essi ne fanno. Avviene anche al Pd, che pure là dove governa in modo più saldo (in Emilia-Romagna, in Toscana) è occupato a venire alle prese coi problemi del mondo anziché stupire con effetti speciali. La sua narrazione &#8220;nazionale&#8221; è tutta diversa. Perché non corrisponde al partito degli amministratori, bensì a quello dei chierici.</p>
<p>La sinistra è da sempre la parte politica che offre al ceto intellettuale la più straordinaria opportunità di mutazione. &#8220;I filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo in modi diversi; si tratta ora di trasformarlo&#8221;. Generazioni d&#8217;intellettuali hanno guardato al &#8220;moro&#8221; di Treviri come in defettibile modello. Che avessero letto il primo libro del &#8220;Capitale&#8221;, o più probabilmente &#8220;Il socialismo dall&#8217;utopia alla scienza&#8221; di Engels, si inebriavano della conquista inattesa di una grande verità: aver scoperto in che direzione si muove la storia, mica poco. Ma hanno cercato di anticiparla, la storia, di forzarla sui suoi pretesi binari, sicuri che solo un&#8217;avanguardia intellettuale potesse fare avvertire al proletario il peso delle sue catene.</p>
<p>Da alcuni anni in qua, i chierici hanno formulato una diagnosi chiara sui guasti della sinistra: la sinistra perde perché ha smarrito il legame con la classe operaia. Sul declino del voto &#8220;di classe&#8221;, ovvero sull&#8217;attenuazione del nesso fra condizione sociale di appartenenza e preferenza politica, c&#8217;è un intenso dibattito internazionale. Rimanendo all&#8217;interno dei nostri confini, possiamo ricordare come già negli anni Novanta si osservasse un travaso verso la Lega del voto operaio al nord e come, negli anni Duemila, il voto operaio fosse già diviso grosso modo equamente fra destra e sinistra, mentre le regioni a più elevata &#8220;intensità&#8221; industriale votavano per la destra. Alle ultime elezioni è stato FdIa<br />
primeggiare fra gli operai, seguito da Cinque stelle e Lega.</p>
<p>Il fenomeno dello scollamento fra classe sociale e preferenze politiche andrebbe indagato nelle sue diverse dimensioni. Qualcuno potrebbe dire che è una buona notizia: a suo modo segnala il maggior benessere raggiunto nella società tutta, grazie al quale cambiano le priorità degli elettori. Altri potrebbero biasimare la prevalenza della politica dell&#8217;identità, del dato culturale, che è poi la ragione per cui posizioni conservatrici vengono sposate da persone più umili e affezionate ai punti cardinali del passato, mentre fra gli individui a più alto reddito prevalgono orientamenti più cosmopoliti e mentalità più aperte.</p>
<p>L&#8217;impressione è che per i chierici la perdita del voto operaio sia un&#8217;utile scusa per aprire i rubinetti della nostalgia. Per rappresentare gli operai, che c&#8217;è di meglio che dire le cose che dicevamo, quando effettivamente votavano per noi? Per gli intellettuali, era un&#8217;epoca d&#8217;oro: quella in cui le loro parole cambiavano davvero, se non il mondo, almeno le mozioni congressuali. Per questo a quelle parole, rivedute e corrette, sono tornati, seguendo le star della sinistra internazionale (da Piketty in giù). L&#8217;enfasi sul tema delle diseguaglianze, i propositi di sabotaggio di ogni residuo di libertà contrattuale nelle relazioni industriali, l&#8217;ambientalismo, il disegno di una bellicosa politica industriale, eccetera, non sono una delle due strade che il gruppo dirigente del Pd può cogliere, in una sorta di congresso redde rationem sull&#8217;identità del partito.</p>
<p>Sono un sentiero che quel medesimo partito calca da anni e con piena convinzione. Anziché mettere in discussione l&#8217;effettivo gradimento dell&#8217;elettorato per queste proposte, anziché chiedersi se davvero intercettino i problemi del paese, anziché domandarsi se forse il Pd non abbia perso la sua &#8220;vocazione maggioritaria&#8221; perché è diventato assieme il partito &#8220;del governo&#8221; e del pubblico impiego, i chierici e i loro discepoli sostengono che ogni problema del partito venga da un peccato originale. L&#8217;iniziale &#8220;neoliberismo&#8221;. Ma qual è il fantasma del<br />
neoliberismo, di cui si vorrebbe sbarazzare?</p>
<p>E&#8217; vero che in Italia, per alcuni anni, è stata la sinistra a promuovere politiche di &#8220;modernizzazione&#8221;, tese ad avvicinare il paese alle altre liberaldemocrazie a economia di mercato. Ciò è avvenuto soprattutto nella legislatura del centrosinistra, 1996-2001. Le circostanze erano eccezionali. In primo luogo, il vecchio partito della sinistra italiana, il Pci, era riuscito ad abbandonare nome e simbolo senza alcuna &#8220;revisione&#8221; ideologica: ma attraverso una &#8220;svolta&#8221;, per cui si immaginava che non ci fossero nodi da sciogliere né questioni da chiarire. A ciò corrispose una accresciuta disponibilità a seguire le tendenze prevalenti altrove.</p>
<p>Negli Stati Uniti Clinton, in Inghilterra Blair, avevano dovuto reinventare i rispettivi partiti alla luce del successo di Reagan e Thatcher. E siccome quel successo non si poteva negare, cercarono di venirci a patti, provando per esempio a usare incentivi economici e riforme &#8220;di mercato&#8221; per far funzionare lo stato sociale, rilanciandone legittimità e immagine (pensiamo al cosiddetto welfare to work ). In Italia,<br />
un economista cattolico di formazione keynesiana, Beniamino Andreatta, meglio di altri aveva colto il nesso perverso fra partitocrazia, corruzione e aumento incontrollato della spesa pubblica. Dal cosiddetto &#8220;divorzio&#8221; fra Banca d&#8217;Italia e Tesoro al referendum elettorale del 1992 all&#8217;accordo Andreatta-Van Miert, gli atti politici più rilevanti e lungimiranti dell&#8217;epoca si devono ad Andreatta.</p>
<p>La meta era chiara: una democrazia meno esposta alla corruzione, che consentisse l&#8217;alternanza fra partiti di governo. Quando ci arriva la sinistra, presidente del consiglio è un allievo di Andreatta, Romano Prodi, e ministro del Tesoro è Carlo Azeglio Ciampi. Le privatizzazioni di Telecom, Eni ed Enel, Autostrade, il pacchetto Treu sul mercato del lavoro, risalgono a quegli anni. Era &#8220;neoliberismo&#8221;? E&#8217; un po&#8217; difficile sostenerlo, visto che al governo con Prodi c&#8217;era Bertinotti e con D&#8217;Alema e Amato ci rimase Cossutta. Ciampi si impegnò per un rassetto della spesa pubblica ma gli interventi rimasero marginali, nel segno della lotta agli sprechi e di una migliore organizzazione. C&#8217;era, senz&#8217; altro, una componente numericamente esigua, ma pugnace, dell&#8217;allora maggioranza che avrebbe volentieri spinto sull&#8217;acceleratore &#8220;riformista&#8221;. Parola che, fateci caso, è scomparsa dal vocabolario della sinistra contemporanea, in una sorta di damnatio memoriae.</p>
<p>La sinistra che non si vergogna che nella sua storia politica ci sia l&#8217;aver fiancheggiato l&#8217;Unione Sovietica anche dopo i &#8220;fatti d&#8217;Ungheria&#8221;,<br />
si vergogna di avere privatizzato Telecom. In che cosa credevano, i riformisti? La convinzione comune di quel gruppo era, grosso modo, che in un paese come l&#8217;Italia, dove non mancano le incrostazioni corporative, &#8220;liberalizzare&#8221; fosse la condizione magari non sufficiente ma necessaria per ampliare il ventaglio delle opportunità per tutti. Per avere un&#8217;idea della consistenza dei riformisti, basti ricordare che al congresso Ds del 2001 Enrico Morando, candidatosi segretario, prese poco più del 4 per cento dei voti. Piccole forze politiche e singole personalità eminenti esercitavano però maggiore condizionamento sugli ex comunisti allora, di quanto sarebbe avvenuto dalla nascita del Pd in poi.</p>
<p>E&#8217; difficile sostenere che i riformisti fossero &#8220;neoliberisti&#8221;. Diciamo che erano socialisti &#8220;colpiti dalla realtà&#8221;. Qualcuno di loro civettava di aver accettato l&#8217;economia di mercato per disperazione: la disperazione di vivere nel paese col più formidabile repertorio di fallimenti dello stato di tutto l&#8217;occidente. Altri inquadravano la loro adesione all&#8217;economia di mercato nell&#8217;ambito di una battaglia di modernizzazione e legalità: separare politica ed economia, facendo in modo che lo stato smettesse di gestire la gran parte della vita economica del paese, era necessario per diluire la corruzione degli apparati pubblici.</p>
<p>E&#8217; la tesi che, senza trovare interlocutori, ha riproposto Giuliano Amato nel suo &#8220;Bentornato stato, ma&#8221; (il Mulino). Altri ancora semplicemente dovevano ammettere che a quel tanto o a quel poco di &#8220;liberismo&#8221; rimasto in occidente si doveva una produzione di ricchezza talmente straordinaria, da consentire la sopravvivenza di elefantiaci apparati statali. Teniamo da conto la pecora, proprio perché vogliamo tosarla.</p>
<p>Il manifesto dei valori del Pd, dovuto a una commissione presieduta da Alfredo Reichlin (non certo un neoliberista), di queste cose indubbiamente teneva conto. Ed è vero che letto oggi, e paragonato alla retorica prevalente nell&#8217;odierno Pd, sembra una traduzione da qualche <em>think tank</em> americano. Mirava a realizzare un &#8220;partito aperto nel mondo globalizzato&#8221;. L&#8217;idea di fondo era che &#8220;negli scenari complessi del mondo globalizzato non esistono solamente nuovi problemi, ma anche nuove opportunità&#8221;. Opportunità era una parola cruciale, da declinarsi nella cornice dello stato sociale ma in un&#8217;ottica di empowerment , di &#8220;attrezzamento&#8221; dei singoli individui. La vocazione maggioritaria si vedeva nel fare a meno di certe parole amate dai chierici, per provare un lessico che ammiccasse agli elettori degli altri.</p>
<p>Oggi si dice: neoliberismo, ieri si sarebbe detto: pensiero borghese. Il punto è tutto qui. Enrico Letta, che pure al canovaccio oggi dominante a sinistra ha tentato di adattarsi per come poteva un moderato per tradizione e carattere, in un dibattito se l&#8217;era fatto scappare: parlare di liberismo in Italia è un po&#8217; difficile. E&#8217; vero che nella legislatura del centrosinistra si privatizzò, e non poco. E&#8217; altrettanto vero che oggi, per fare un solo esempio, il paese ha di nuovo un grande player assicurativo pubblico, com&#8217; era l&#8217;Ina privatizzata da Amato. Che la Cassa depositi e prestiti è il burattinaio anche di aziende che erano state cedute totalmente, come Tim. Che lo stato dai servizi pubblici locali non se n&#8217;è mai andato, come non ha mai ceduto il passo alla concorrenza nella sanità, nell&#8217;educazione, nella previdenza. Che la Borsa italiana è sostanzialmente un gioco di imprese controllate dal pubblico.</p>
<p>Che la spesa pubblica supera, anche al netto degli interessi, il 50 per cento del pil. Che la tentazione comune, sinistra e destra, è pensare che a ogni problema debba corrispondere una legge, e di legge in legge siamo arrivati ad avere un quadro normativo talmente complicato che neppure i tecnici del diritto sanno più destreggiarsi nel groviglio. Il grande economista austriaco Ludwig von Mises identificava nel &#8220;polilogismo&#8221; una delle più durature eredità del marxismo. Marx postula che &#8220;la struttura logica della mente è diversa da classe a classe. Non esiste una logica universalmente valida.</p>
<p>Ciò che la mente produce non è che ideologia, cioè, nella terminologia di Marx, un insieme di idee che mascherano gli interessi egoistici della classe sociale a cui il pensatore appartiene&#8221;. Per questo la mente &#8220;borghese&#8221; degli economisti non poteva fare altro che offrire una &#8220;apologia&#8221; del sistema capitalistico. I chierici di oggi sostengono qualcosa di non troppo diverso. Con convinzione, si ritraggono da qualsiasi discussione<br />
nel merito delle singole questioni. Ogni opinione diversa dalla loro (che si discuta di questioni di genere o della privatizzazione di Ita) è semplicemente riconducibile a un interesse: se i loro avversari non sono servi del capitalismo, sono servi del patriarcato.</p>
<p>Nel dibattito italiano, questo diventa la &#8220;diversità&#8221; di tempra morale che dividerebbe la sinistra dagli altri. Convinti di fare politica in nome di alcune idee, i chierici non riconoscono nell&#8217;altro una propensione simile. E non solo, ormai, non lo riconoscono alla destra: non lo riconoscono neanche a chi, a sinistra, abbia posizioni non esattamente sovrapponibili alle loro. Non lo riconoscono ai loro predecessori degli ultimi trent&#8217; anni: i quali, faticosamente e in modo imperfetto, cercavano di fare i conti con una realtà che avevano scoperto, chi con il crollo del Muro, chi poco prima.</p>
<p>L&#8217;ebbrezza del maggioritario consigliava loro di fare politica con l&#8217;ambizione di sottrarre voti all&#8217;avversario. Il che costringeva a cercare di comprendere le sue ragioni. Oggi il partito dei chierici coltiva la vocazione minoritaria. Quelle degli altri non sono idee, ma interessi messi in bella copia. La politica è solo la ricerca di minoranze da liberare dal condizionamento di questo o quel padrone. Il neoliberismo come ipnosi da cui ridestare un mondo di oppressi. Vedremo quanto dura questo trip.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://edicola.ilfoglio.it/newsstand/"><strong><em>Il Foglio</em></strong></a></p>
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		<title>Gli imprenditori? Meglio bravi che buoni</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/gli-imprenditori-meglio-bravi-che-buoni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Nov 2022 17:06:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il caso di Bankman-Fried, che si diceva pronto a donare metà della propria ricchezza ma si è rivelato un truffatore Sam Bankman-Fried era il volto giovane del capitalismo «illuminato»: trentenne, finanziatore del partito democratico, esponente del movimento per l’«altruismo efficace». Era pronto a donare metà della propria ricchezza, in vista di obiettivi i più ambiziosi. La [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Il caso di Bankman-Fried, che si diceva pronto a donare metà della propria ricchezza ma si è rivelato un truffatore</h3>
<p>Sam Bankman-Fried era il volto giovane del capitalismo «illuminato»: trentenne, finanziatore del partito democratico, esponente del movimento per l’«altruismo efficace». Era pronto a donare metà della propria ricchezza, in vista di obiettivi i più ambiziosi. La sua piattaforma di scambio di criptovalute si è rivelata una specie di schema Ponzi, dove le spese venivano spensieratamente approvate a colpi di emoji (le «faccine»).</p>
<p>Ora con SBF rischiano di venire travolti gli enti non profit che finanziava e lo stesso «altruismo efficace». Che invece rispecchia, a partire dal padre nobile Peter Singer, una sensibilità nuova. Anziché augurarsi che anche i ricchi piangano e confidare nella tassazione progressiva e in uno Stato sociale pesante, gli altruisti efficaci, abbienti o squattrinati che siano, si impegnano a donare del loro a gruppi che dimostrano di saper fare bene il bene. L’ambizione è che quei dollari e quegli euro finiscano dove meglio possono essere impiegati: non per utilità personale, ma a vantaggio dell’umanità intera.</p>
<p>Che un filantropo sia un truffatore non significa che la filantropia sia una truffa. E tuttavia guai a dimenticare che il fine non giustifica i mezzi. Chi ha sempre insistito che l’unica responsabilità dell’impresa è fare profitti intendeva proprio questo. Gli uomini d’affari devono seguire le norme vigenti e rendere conto a investitori o azionisti nel linguaggio freddo ma veritiero dei bilanci. Gli slanci ideali sono ammirevoli, le intenzioni generose pure. Però il compito di FTX è assolvere gli obblighi assunti con i suoi clienti e poi remunerare chi vi ha investito. Il bravo imprenditore offre ai consumatori beni e servizi di valore e poi fa profitto per sé e gli azionisti. L’imprenditore buono parte di quel profitto lo dona con generosità. È apprezzabile che vi siano imprenditori buoni, a essere «socialmente necessari» sono gli imprenditori bravi.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/22_novembre_28/imprenditori-meglio-braviche-buoni-564a7c26-6f3b-11ed-9e97-468f31203204.shtml"><strong><em>Corriere della Sera</em></strong></a></p>
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		<title>Tasse e fisco da cambiare: vecchi problemi antiche ricette</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tasse-e-fisco-da-cambiare-vecchi-problemi-antiche-ricette/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Aug 2022 08:21:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[fisco]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da anni Techetecheté è il programma più visto del palinsesto estivo. Pescando nel ricco archivio della Rai, questa striscia quotidiana consola gli spettatori con il tepore zuccheroso della nostalgia. In campagna elettorale, i partiti sembrano ispirarsi a quel modello. Rischiamo un autunno con energi e riscaldamento razionati. Veniamo da un&#8217;esperienza di pandemia e lockdown di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da anni Techetecheté è il programma più visto del palinsesto estivo. Pescando nel ricco archivio della Rai, questa striscia quotidiana consola gli spettatori con il tepore zuccheroso della nostalgia. In campagna elettorale, i partiti sembrano ispirarsi a quel modello. Rischiamo un autunno con energi e riscaldamento razionati. Veniamo da un&#8217;esperienza di pandemia e lockdown di cui porteremo a lungo i segni. Ci viene quotidianamente spiegato che dobbiamo cercare di spendere i fondi del Pnrr, e di farlo nei tempi concordati se non limitando sprechi e spese inutili.</p>
<p>Eppure la campagna elettorale è per ora un juke box di grandi classici: flat tax, patrimoniale, dote giovani, presidenzialismo, eccetera.<br />
I nostri politici non saranno molto creativi, ma l’eterno ritorno di alcune promesse non va preso sotto gamba: da una parte, segnala che quelle promesse non sono mai state mantenute (infatti restano attuali). Dall’altra, se esse hanno ancora presa è perché quei problemi non sono stati risolti nel corso degli anni, fra una elezione e l’altra semplicemente si smette di parlarne. Questo è vero soprattutto in campo fiscale. La proposta del centrodestra di una flat tax, ovvero di un’imposta ad aliquota unica, viene facilmente liquidata come una posticcia reminiscenza reaganiana. Nel 1994, Forza Italia prometteva già una semplificazione del sistema fiscale (da 200 a 10 imposte) e una aliquota unica «al 30%». Nella legislatura del centrodestra, il governo fece approvare una delega (2004) che avrebbe dovuto portare a due soli scaglioni dell’imposta sul reddito, 23 e 33%. Nell’ultima campagna elettorale (2018), la Lega proponeva, come fa ora, una flat tax al 15%, mentre Forza Italia si fermava su un valore più alto, il 23% del reddito.<br />
Il guaio è che la pressione fiscale pesava per il 40% del Pil nel 1994, quando il Cavaliere propose per la prima volta il passaggio a una aliquota unica; era scesa, di poco, al 39,5% nel 2001 e nel 2021 è stata del 43,5%. Se dovessimo ragionare sul numero dei tributi, difficilmente avremmo l’impressione di un trentennio di grandi semplificazioni.<br />
In compenso, il sistema fiscale ha una sua fisionomia che tutti sappiamo essere problematica ma a cui non mette mano nessuno. Anzitutto, è molto oneroso per chi lavora: come ricorda un rapporto della Commissione finanze della Camera, «l’aliquota implicita di tassazione sul lavoro, che include anche i contributi sociali versati dal datore e dal lavoratore, è stata pari nel 2018 al 42,7 per cento (la terza più alta), a fronte di una media del 38,6 per cento per l’area dell’euro».</p>
<p>Contro l’ipotesi di una aliquota proporzionale, in molti sbandierano il requisito costituzionale della progressività del nostro Fisco: ma più che progressivo il sistema è opaco. Non è detto che due persone che hanno lo stesso reddito paghino le stesse imposte, dipende da come ciascuno dei due è capace di navigare il vasto mare di detrazioni e deduzioni. Le «spese fiscali» in Italia contavano, nel 2020, di 602 voci. Più in generale, gli interventi che sono stati fatti, negli ultimi vent’anni, vanno tutti nella direzione di definire dei «regimi di eccezione», che coincidono con attività che si ritiene auspicabile vengano intraprese, e dunque coi gruppi sociali che le presidiano.</p>
<p>L’imposta ad aliquota unica non basta, è stato detto più volte, a «semplificare» il sistema. È vero. Ma essa rappresenterebbe quello che non si è fatto in questi anni: cioè una riforma ambiziosa, del tipo che in qualche modo costringe a mettere ordine. È probabile che la moltiplicazione delle spese fiscali sia un effetto collaterale inevitabile della nostra democrazia. Rappresenta il tentativo della classe politica di rispondere a domande specifiche, che le vengono sottoposte da questo o quel gruppo d’interesse. Proprio per questo, però, varrebbe la pena intraprendere una drastica revisione di quelle che ci sono: ne verranno delle altre, lo sappiamo, ma intanto facciamo pulizia.</p>
<p>Il rischio della campagna elettorale Techetecheté è confondere le cose di cui si parla da anni con quelle che effettivamente sono state fatte, e alla fine indurci a cambiare canale, un po’ stufi di rivedere sempre le stesse scene. Se il centrodestra parla di nuovo della flat tax, il centrosinistra di nuovo le oppone i medesimi argomenti di cinque anni fa. Sarebbe incostituzionale: in realtà, non è vero, è il sistema fiscale nel suo complesso che deve essere progressivo non l’aliquota della singola imposta (altrimenti sarebbero incostituzionali anche la cedolare secca o l’imposta sulle plusvalenze finanziarie). È iniqua. Non si può fare. Ce l’ha l’Ungheria di Orbán (ma anche la Lituania e la Georgia antiputiniane e, per la verità, la Bolivia di Evo Morales).</p>
<p>In questa cacofonia di vecchie canzoni, si rischia di perdere di vista il punto. La pressione fiscale in Italia è ancora troppo alta oppure no? Lo è nonostante l’ampio ricorso al deficit di bilancio che sposta le tasse sulle spalle dei nostri figli? Come fare per non ritrovarci di nuovo, fra cinque anni, con gli stessi problemi e le stesse promesse?</p>
<p>Corriere della Sera, 22 agosto 2022</p>
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		<title>L’inflazione e l’equivoco sul salario minimo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/linflazione-e-lequivoco-sul-salario-minimo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2022 10:33:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[inflazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[riforme]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I bassi salari italiani riflettono la storia del Paese, le rigidità del sistema, la scarsa certezza del diritto. Problemi che non si risolvono con slogan ma con riforme &#160; «Per ogni problema complesso c’è una risposta che è chiara, semplice e sbagliata», diceva H.L. Mencken. In Italia, fra il 1990 e il 2020, il salario medio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">I bassi salari italiani riflettono la storia del Paese, le rigidità del sistema, la scarsa certezza del diritto. Problemi che non si risolvono con slogan ma con riforme</h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Per ogni problema complesso c’è una risposta che è chiara, semplice e sbagliata», diceva H.L. Mencken. In Italia, fra il 1990 e il 2020, il salario medio (a parità di potere d’acquisto) è diminuito del 2,9 per cento. Per questo la discussione sulla nuova direttiva europea in tema di salario minimo nel nostro Paese ha avuto più eco che altrove.</p>
<p>L’inflazione non è più materia per arcane discussioni fra economisti. Le persone la misurano andando a fare la spesa. La situazione internazionale alimenta l’incertezza: l’economia italiana non crescerà quanto ci aspettavamo nel 2022, probabilmente non crescerà affatto e comunque troppo poco. Nella preoccupazione, ci si aggrappa alla speranza di un aumento dei salari.</p>
<p>È questo l’equivoco di fondo: non sarà una soglia minima delle retribuzioni a farle crescere. Anche se il non detto, la speranza nascosta sembra essere questa quando si rincorrono nei dibattiti di politici e cittadini il rincaro dei prezzi e il salario minimo. Ma si rischia di cadere in una trappola. Innanzi a un problema, vorremmo che tutto si potesse sistemare con una singola decisione. La politica si offre con slancio di fare le sue magie. Facile che si rivelino mere illusioni.</p>
<p>In Europa, alcuni Paesi hanno il salario minimo, altri, come noi, i contratti collettivi nazionali validi erga omnes. I due strumenti sono alternativi. I contratti collettivi definiscono già la remunerazione del grosso della forza lavoro (oltre l’80%). In Italia abbiamo anche un salario minimo di fatto. Avendo introdotto il reddito di cittadinanza, quest’ultimo diventa una sorta di valore di riferimento.</p>
<p>Lo stipendio offerto da un datore di lavoro non può situarsi al di sotto di quella soglia, altrimenti il lavoratore saluta e si mette in fila per il sussidio. Negli scorsi mesi, si è scritto molto sulla contrazione dell’offerta di lavoro. Avendo affrontato la pandemia a suon di «ristori», molti Paesi, Italia inclusa, si ritrovano con una forza lavoro non più disponibile ad accettare alcuni impieghi e le rispettive retribuzioni. Gli stessi Paesi non sono propensi ad aprire le frontiere a chi quei lavori e quelle retribuzioni accetterebbe.</p>
<p>Il salario minimo implica una maggiore rigidità sul lato della domanda. L’effetto sul lavoro poco qualificato è prevedibile: all’aumentare del prezzo, se ne chiederebbe di meno. Altrimenti perché ragionare (come fa l’Ue) su valori ben inferiori al salario di equilibrio? E sul resto delle professioni non ci sarebbe quella sorta di «spinta al rialzo» in cui molti sembrano sperare.</p>
<p>Tutti tendiamo a pensare al salario come a qualcosa che il datore di lavoro decide per noi. Crediamo che se qualcun altro (lo Stato) gli ordinasse di pagarci di più, lo farebbe. Le cose non stanno proprio così. L’imprenditore remunera i fattori produttivi in modo coerente con i costi che ritiene possibile sostenere, in vista della realizzazione di un dato bene o servizio e della sua vendita a un certo prezzo. Per questo, gli operai della Ferrari se la passano meglio degli altri. Le doti (gli skill) e la produttività del lavoro influenzano la remunerazione.</p>
<p>Salari più alti certificano il buono stato di salute di un Paese perché segnalano, ad esempio, che il sistema educativo funziona e forma persone qualificate ma anche che le produzioni utilizzano macchinari e strumenti i più avanzati. E certificano quegli incrementi di produttività che dal 1995 in Italia è cresciuta solo del 10% mentre nei Paesi della zona euro è salita di quasi il 40%.</p>
<p>Simmetricamente, il basso costo del lavoro «compensa» bassi investimenti in tecnologia, competenze inadeguate, alti costi legati, per esempio, ai servizi che un’impresa deve acquistare e anche alla scarsa certezza del diritto.</p>
<p>I bassi salari italiani non sono un «problema» per cui ci sia una «soluzione». La dinamica degli stipendi riflette la storia del Paese, le rigidità del sistema, persino la poca certezza del diritto, i limiti di università e scuola.</p>
<p>A questo si aggiunge ora l’inflazione che innegabilmente taglia il potere d’acquisto, per di più in modo differenziato, pesando di più sui redditi bassi. E si capisce come questo non sia il tempo degli slogan e delle misure bandiera, ma quello, ancora una volta, delle riforme mai fatte.</p>
<p><em><strong><a href="https://www.corriere.it/editoriali/22_giugno_08/inflazione-l-equivocosul-salario-minimo-fe60ee96-e763-11ec-bc81-fb93af2ab36c.shtml">Il Corriere della Sera</a></strong></em></p>
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		<title>L’Italia è una Repubblica fondata sul debito pubblico</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/litalia-e-una-repubblica-fondata-sul-debito-pubblico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 May 2022 10:47:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[economia italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La sfida del futuro: le circostanze impongono allo Stato nuovi compiti. È sensato pensare che ciò possa avvenire senza che si ragioni anche su quali sono i compiti di cui si può alleggerirlo? L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul debito. In euro di oggi, dopo la seconda guerra mondiale la spesa pubblica era di circa [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La sfida del futuro: le circostanze impongono allo Stato nuovi compiti. È sensato pensare che ciò possa avvenire senza che si ragioni anche su quali sono i compiti di cui si può alleggerirlo?</h3>
<p>L&#8217;Italia è una Repubblica fondata sul debito. In euro di oggi, dopo la seconda guerra mondiale la spesa pubblica era di circa venti miliardi. Quest’anno arriveremo a mille miliardi. <strong>In settantaquattro anni, è aumentata di cinquanta volte.</strong> Nello stesso periodo, il PIL è cresciuto da circa 150 a 1800 miliardi: grosso modo di dodici volte. Si dirà: siamo più ricchi e possiamo permetterci più Stato. Verissimo, ma il suo peso è passato da poco più del 10% a oltre la metà del prodotto.</p>
<p><strong>Abbiamo avuto periodi di crescita economica tumultuosa</strong> (come il boom degli anni Cinquanta) e momenti, rari, nei quali la spesa pubblica sembrava essere sotto controllo (negli anni Novanta, quando siamo entrati nell’euro). L’unica costante è un’altra: <strong>il nostro bilancio non è mai stato in pareggio.</strong> Nonostante l’articolo 81 della Costituzione, che stabiliva per ogni nuova spesa la necessità di indicare «i mezzi per farvi fronte». Nonostante nel 2012 lo avessimo riscritto, quell’articolo della Costituzione, parlando di «equilibrio tra le entrate e le spese». Abbiamo cambiato sistema elettorale, partiti, personale politico: però non abbiamo mai smesso di indebitarci.</p>
<p>È così anche oggi. <strong>Come altri Paesi europei fortemente colpiti dalla pandemia, abbiamo preso i fondi del Pnrr:</strong> i trasferimenti (grants), esito di questo momento di solidarietà europea. A differenza di quasi tutti gli altri, abbiamo però anche preso denaro a prestito dall’Europa (loans). In più, ci abbiamo aggiunto trenta miliardi di spesa pubblica tutta nostra. Con un debito pubblico che valeva una volta e mezzo il PIL, abbiamo deciso che solo facendo altro debito potessimo finalmente tornare a crescere.</p>
<p>La situazione è cambiata, radicalmente, in pochi mesi. <strong>I venti di guerra hanno compresso le aspettative di crescita.</strong> Le stime più ottimistiche per il 2022 postulano che le ripercussioni del conflitto ucraino si limitino ai primi mesi dell’anno: il che appare abbastanza improbabile. Intanto, l’inflazione è di nuovo fra noi: trainata in parte dai prezzi dell’energia, in parte dalle grandi elargizioni in funzione di contrasto alla pandemia in tutto il mondo.</p>
<p><strong>Ci sono Paesi occidentali in cui il tasso di inflazione è attorno al 10%: in Italia, è poco più basso, il 7%.</strong> Il fenomeno è troppo rilevante perché la politica monetaria non ne tenga conto. Le banche centrali dovranno alzare i tassi d’interesse. Se salgono i tassi d’interesse, aumenta il costo di rifinanziare il nostro debito. Siccome il nostro debito è molto grande, questo «aggiustamento» si farà sentire.</p>
<p><strong>Siamo pronti a fare i conti con tale fenomeno?</strong> La politica italiana sembra avere una strategia, per una volta, condivisa: continueremo a chiedere soldi all’Europa. E’ verosimile che ce li diano? Lo stesso NextGeneration EU non è gratis: i Paesi europei dovranno dividersene il peso, o pro quota o con delle imposte comuni europee. Possiamo sperare che ci costerà meno di quanto ci avremo guadagnato, tuttavia non è, nemmeno questo, un pasto gratis.</p>
<p>Se i partiti politici fossero almeno in grado di traguardare le prossime elezioni, comincerebbero a porsi il problema. Dopo la <strong>pandemia</strong> in molti hanno sostenuto la necessità di aumentare la spesa sanitaria. Con la <strong>guerra</strong>, si è stabilito un certo consenso per l’aumento delle spese militari. L’aumento del<strong> costo dell’energia</strong> viene affrontato mettendo in campo risorse pubbliche, e così pure la sfida dei cambiamenti climatici. <strong>È comprensibile che le circostanze impongano allo Stato la necessità di farsi carico di nuovi compiti.</strong> È sensato pensare che ciò possa avvenire senza che si ragioni anche su quali sono i compiti di cui si può alleggerirlo?</p>
<p>Dopo la parentesi del governo Monti, <strong>abbiamo vissuto pensando che la spesa pubblica fosse una coperta che si può sempre allungare.</strong> Ma il fatto che lo <strong>spread</strong> sia ritornato a salire suggerisce che c’è una percezione diffusa che le banche centrali non potranno andare avanti come hanno fatto negli ultimi anni. Fare politica dovrebbe essere scegliere: quali programmi finanziare, quali iniziative intraprendere, chi deve farsene carico. Indebitandoci, proviamo a non scegliere affatto. Possiamo andare avanti così?</p>
<p>Saggiamente, il primo ministro ha ricordato che il suo prestigio non basta a farne «lo scudo contro qualunque vento». <strong>Chiunque vinca le elezioni l’anno prossimo, non avrà il prestigio e le relazioni di Draghi.</strong> Il vento sarà presumibilmente più forte. Conviene affrontarlo issando a tutta tela le vele della spesa pubblica?</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/opinioni/22_maggio_09/italia-repubblica-fondata-debito-pubblico-26d6da60-cfb9-11ec-99b8-03572084bce6.shtml"><em><strong>Il Corriere della Sera</strong></em></a></p>
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		<title>Lo Stato e un peso crescente</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-stato-e-un-peso-crescente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2021 11:02:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Superate le emergenze, non si torna mai al punto di partenza: è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli Se il passato ci insegna qualcosa, lo Stato tende a crescere nelle crisi. In emergenza si allargano i cordoni della borsa ma soprattutto si amplia il perimetro dei pubblici poteri. Superato [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Superate le emergenze, non si torna mai al punto di partenza: è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli</em></p>
<p>Se il passato ci insegna qualcosa, lo Stato tende a crescere nelle crisi. In emergenza si allargano i cordoni della borsa ma soprattutto si amplia il perimetro dei pubblici poteri. Superato il peggio, non si torna mai al punto di partenza: è facile istituire nuovi enti e decidere nuovi interventi, ben più difficile cancellarli. Nell’anno della pandemia, i governi hanno messo in campo ulteriore spesa pubblica per circa il 16% del Pil mondiale.Come giustamente ci ha ricordato l’ Economist con la sua copertina della settimana scorsa, si tratta di un picco ma non di un fenomeno nuovo. La spesa tende a aumentare come per inerzia: nei Paesi ricchi, allo Stato chiediamo sempre di più. L’invecchiamento della popolazione si traduce in aumenti di spesa quasi automatici. La burocrazia sostiene pervicacemente che, se qualcosa non funziona nel pubblico, è solo perché non è stato finanziato a sufficienza.</p>
<p>Più grande è lo Stato e più i gruppi d’interesse, che siano «i sindacati favoriti dalla sinistra o gli amici della destra nel mondo degli affari», cercheranno di «catturarlo», volgendolo a proprio vantaggio. Anche per questoun’impronta più vasta del pubblico nell’economia implica meno efficienza, meno dinamismo e più privilegi. Se a questo aggiungiamo il fatto che il crescente debito pubblico costituisce un’ipoteca sulle nuove generazioni, si capisce perché, come sostiene il settimanale britannico, proprio questo è il momento di interrogarsi «su che cosa deve fare lo Stato».</p>
<p>La domanda rischia di cadere nel vuoto. Se continuiamo a parlare di Reagan e Thatcher, e se restano due spauracchi dei partiti di sinistra, è proprio per la loro eccezionalità, in quella lunga marcia che ci ha portato ad avere Stati che pesano grosso modo la metà del prodotto interno lordo. Rispondere a qualsiasi problema aumentando la spesa o facendo una nuova legge richiede poca fantasia e funziona per guadagnare, almeno nel breve termine, consenso. Perché gli uomini politici facciano qualcosa di diverso debbono avere anzitutto l’impressione che gli elettori glielo stiano chiedendo.</p>
<p>In passato, sono stati i cosiddetti «ceti produttivi» e soprattutto la borghesia piccola e media a credere che lo statalismo ne ostacolasse la prosperità. Forse altrove è ancora così: il leader dei liberali tedeschi Lindner farà il ministro dell’economia, nel nuovo governo coi socialdemocratici, anche perché in quel Paese i risparmiatori avvertono la minaccia delle politiche monetarie non convenzionali e delle scelte di spesa che esse rendono possibili.</p>
<p>I liberali alle elezioni tedesche hanno conquistato circa il 20% dei ragazzi che si recavano per la prima volta alle urne, in Italia l’unico a usare ancora l’aggettivo è un ultraottantenne, Berlusconi. Che oggi abbraccia il reddito di cittadinanza non solo per immaginarsi con più convinzione candidato al Quirinale: ma forse perché convinto che i suoi stessi elettori, i quali ieri chiedevano regole più semplici e tasse più basse, oggi hanno bisogno di sentirsi protetti e rassicurati.</p>
<p>Per avere uno Stato leggero serve una società pesante: una società fatta di persone che abbiano voglia di essere più autonome, artefici del proprio destino; e che, se necessario, siano capaci di prendersi cura di chi sta peggio. Cosa che il nostro Stato tentacolare spesso non sa fare. Come testimoniano le sempre nuove richieste di intervento e aiuto, a loro modo rivelatrici dell’incapacità di sintonizzare la spesa sui bisogni. Il nostro è sempre più uno statalismo inerziale: non rivela un Paese solidale, ma la nostra pigrizia intellettuale e l’atrofizzazione dei corpi intermedi.</p>
<p><a href="https://www.corriere.it/editoriali/21_novembre_25/stato-peso-crescente-6e2f8ac0-4e26-11ec-aa55-94e0c30ae027.shtml">Corriere.it</a></p>
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		<title>La libertà è umile non rivoluzionaria</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-umile-non-rivoluzionaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2020 14:42:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[alberto mingardi]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>«Il lockdown per me è stato una meraviglia. Leggevo per dieci ore filate al giorno, senza interruzioni. Ho potuto rileggere cose che da tempo desideravo riprendere in mano…». Al sentirsi chiedere che cosa abbia riletto, Mario Vargas Llosa sorride. «Madame Bovary. Ho letto un’altra volta Madame Bovary e come sempre ne sono rimasto accecato. Flaubert [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-umile-non-rivoluzionaria/">La libertà è umile non rivoluzionaria</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>«Il lockdown per me è stato una meraviglia. Leggevo per dieci ore filate al giorno, senza interruzioni. Ho potuto rileggere cose che da tempo desideravo riprendere in mano…». Al sentirsi chiedere che cosa abbia riletto, Mario Vargas Llosa sorride. «Madame Bovary. Ho letto un’altra volta Madame Bovary e come sempre ne sono rimasto accecato. Flaubert è il primo romanziere moderno. Ha insegnato a tutti noi che il narratore è il primo personaggio che qualsiasi scrittore si deve inventare».</p>
<p>Vargas Llosa ha trascorso i mesi della pandemia a Madrid. Non ha «mai avuto paura, nonostante l’età (84 anni, compiuti a marzo) mi confini nella categoria delle persone fragili». Questo, sul piano personale: sul piano politico, invece, il Nobel peruviano ha espresso preoccupazione per le sorti dell’economia e dei diritti civili con un manifesto, Que la pandemia no sea un pretexto para el autoritarismo, promosso dalla Fundación Internacional para la Libertad (Fil). Sono temi a cui Vargas Llosa si dedica da anni, come testimonia Sciabole e Utopie, una raccolta dei suoi scritti politici uscita per Liberilibri. «Mi spaventa il disprezzo diffuso per la politica. Le persone migliori se ne tengono alla larga: la considerano una cosa sporca. È così in Perù, in Spagna, sono sicuro sia così anche in Italia. Ma se di politica si occupano solo i peggiori, avremo pessime scelte politiche. In questo modo, il populismo diventa una profezia che si autoavvera».</p>
<p><strong>Nella pandemia, molti hanno ammirato la capacità di reazione del governo cinese&#8230;</strong><br />
«La Cina ha grandi responsabilità. Ha occultato fatti e informazioni che avrebbero consentito agli altri Paesi di prepararsi per tempo. Questo è stato possibile per la natura dello Stato cinese».</p>
<p><strong>Quando le cose hanno preso il verso sbagliato?</strong><br />
«Tutt’oggi non sappiamo che cosa sia avvenuto di preciso, in Cina, ma sappiamo che alcuni scienziati avevano scoperto l’esistenza e la pericolosità di questo nuovo coronavirus. Che ha fatto il governo? Li ha costretti al silenzio, facendo perdere a tutto il mondo settimane, se non mesi. Mi ha ricordato quel documentario su Chernobyl, dal quale emergeva che Gorbaciov tentò di comprendere davvero ciò che era avvenuto. Ma non riuscì a identificare cause e responsabilità. Non c’era modo: all’interno del sistema tutti mentivano. A differenza che in un’economia di mercato, in una società burocratica non esistono indicatori di successo che prescindano dal racconto dei protagonisti. I funzionari debbono difendere la propria posizione dalla volontà arbitraria di chi sta sopra di loro e mentono. Piano piano, la menzogna diventa regime».</p>
<p><strong>La Cina comunista, insomma, le sembra tutto fuorché un modello…</strong><br />
«Una volta di più dovremmo avere capito l’importanza della libertà. E specialmente che la libertà o è “integrale” o non funziona: o la si può esercitare, simultaneamente, in tutti i campi, o non esiste. Senza Stato di diritto è impossibile avere davvero un’economia di mercato e, quando le istituzioni fondamentali dell’economia di mercato (proprietà privata, libertà contrattuale) vengono meno, non può esserci davvero Stato di diritto. La libertà è una sola».</p>
<p><strong>Oggi, questo liberalismo appare come una sorta d’utopia…</strong><br />
«Al contrario. Una cosa che il liberalismo ti insegna è a essere realista. In questo senso: a capire che gli schemi intellettuali, per quanto possano sembrare perfetti, devono sempre adattarsi alle circostanze particolari, che tendono a essere più complesse di quanto persino i pensatori più acuti possano immaginare».</p>
<p><strong>In politica, al contrario che nei romanzi, l’originalità è un difetto?</strong><br />
«Sì. Più che la creatività, in politica, serve umiltà. Pensiamo ad Adam Smith. Smith aveva chiarissimo ciò di cui i Paesi hanno bisogno per progredire. La concorrenza è essenziale al progresso economico, e pure a quello civile e politico. Ma Smith sapeva anche che le idee della concorrenza devono attecchire, nella società, diventare parte della cultura comune, per produrre effetti duraturi. Sono le riforme che devono adattarsi allo stato delle cose, e che non dobbiamo presumere che invece le cose si adattino istantaneamente ai desideri dei riformatori».</p>
<p><strong>Che cosa è cambiato dai tempi di Smith?</strong><br />
«Noi abbiamo un grande vantaggio. Per la prima volta, oggi sappiamo che cosa è necessario fare affinché un Paese progredisca. Per la prima volta nella storia un Paese può scegliere, se essere ricco o essere povero, attraverso le istituzioni che si dà. È un’aberrazione che in tanti continuino a scegliere la povertà».</p>
<p><strong>È la meritocrazia che rende accettabili le diseguaglianze?</strong><br />
«Se le persone hanno la percezione che in linea di massima agli alti guadagni corrispondono meriti e voglia di lavorare, le accettano. Questo è il modello americano, o almeno lo era prima di Trump. È un modello che ha attirato, non a caso, milioni di persone da tutto il mondo: desideravano una chance per potere migliorare la propria posizione e la trovavano negli Stati Uniti».</p>
<p><strong>L’anno prossimo ricorrono i quarant’anni dalla pubblicazione di un suo grande romanzo, «La guerra della fine del mondo». Cosa ci insegna la storia dei rivoltosi di Canudos, pensando anche ai populismi contemporanei?</strong><br />
«Il caso di Canudos è emblematico di tanti altri, in America Latina o in Africa. Era una comunità così isolata e lontana dal resto del Paese, da avere dei sentimenti, un’identità totalmente diversi. I campesinos di Canudos erano influenzati da preti fanatici, che li avevano messi in guardia contro il potere dei massoni. Si erano convinti che il giorno in cui in Brasile si fosse instaurata la Repubblica, a prendere il potere sarebbe stato, letteralmente, il diavolo. Sembra una follia ma per quella gente così umile, così ignorante, senza contatti col resto del mondo, non lo era affatto».</p>
<p><strong>Erano lontani dall’élite politica, ma anche viceversa.</strong><br />
«Il Brasile colto, quello moderno, non li comprende per nulla. Interpreta la loro ribellione come un’operazione dell’Inghilterra e dei monarchici per sabotare la Repubblica. Euclides da Cunha, che pure partecipa di persona alla quarta spedizione contro i rivoltosi, pensa che siano un movimento politico. L’elemento paradossale della storia è proprio questo: che è la parte civilizzata del Paese che adotta una visione cospiratoria, i campesinos le sono così incomprensibili che pensa di avere a che fare con un complotto internazionale&#8230;».</p>
<p><strong>In qualche modo questa incomunicabilità si ripresenta anche nelle discussioni contemporanee, nella contrapposizione fra popolo e élite, nel riproporsi dei nazionalismi?</strong><br />
«Il nazionalismo si basa su un fatto naturale. Le persone si sentono meglio in mezzo ad altre che somigliano a loro. Ma su questa base si costruisce il nazionalismo politico, che è un anacronismo&#8230;».</p>
<p><strong>Eppure i nazionalismi sono sempre alla ribalta.</strong><br />
«L’Unione Europea è uno strumento per dissolvere, poco a poco, in un modo molto prudente, le nazioni tradizionali. Grazie alla globalizzazione, i Paesi sono sempre più dipendenti l’uno dall’altro. Che senso ha, ai nostri giorni, esacerbare le identità nazionali? Serve solo alla costruzione del consenso. In Russia il nazionalismo ha sostituito il socialismo reale. In Bielorussia è il marchio di una dittatura fuori dal tempo. Forse c’entra anche la fine del comunismo…».</p>
<p><strong>Perché?</strong><br />
«Il comunismo ha perso attrattiva come formula di giustificazione della dittatura. È un modello la Corea del Nord? Il Venezuela? Oggi sappiamo come si fa a uscire dalla povertà: il socialismo non è un’opzione, non c’è sviluppo senza economia di mercato. È drammatico il caso dei Paesi di quello che un tempo si chiamava Terzo Mondo, dove con strepitoso cinismo piccole oligarchie sfruttano la gran maggioranza della popolazione, in cambio di che? Di nazionalismo. Ripagano lo sfruttamento con un sentimento di identità. Questo è avvenuto tante volte, anche in America Latina».</p>
<p><strong>Perché gli intellettuali restano sempre affezionati, invece, a ipotesi rivoluzionarie?</strong><br />
«Gli intellettuali sognano sempre il paradiso terrestre. Non si può aspirare all’assoluta perfezione dell’opera d’arte, nei fatti sociali ed economici. Quando lo si fa, si finisce per esigere un potere assoluto, con l’obiettivo di rifare gli uomini a immagine e somiglianza di un ideale. È così che si crea non il paradiso ma l’inferno in terra. Gli intellettuali non accettano la mediocrità, ma in politica la mediocrità è la vera civiltà».</p>
<p><strong>Vent’anni fa lei ha corso per la presidenza del Perù, provando a passare dalla predicazione alla pratica liberale. Cosa rimane di quell’esperimento?</strong><br />
«Per me è stata un’esperienza affascinante. Non ho mai avuto ambizioni politiche. Il mio sogno, sin da bambino, era diventare uno scrittore. Mi trovai a capo di un movimento popolare perché mi ero opposto alla nazionalizzazione delle banche e delle assicurazioni proposta dal presidente Alan García. Quella legge, la fermammo. A un certo punto mi illusi, mi feci prendere dal sogno di una candidatura liberale alla presidenza. Facemmo tanti errori ma alcune idee misero radici, non si può dire che sia stato un fallimento completo».</p>
<p><strong>In «Sciabole e Utopie» ci sono anche suoi scritti giovanili, con idee che ha molto rivisto nel tempo. Eppure, a differenza di altri, è sempre attentissimo, per così dire, a lasciare traccia del proprio passato.</strong><br />
«Credo, come dice Karl Popper, che si proceda per tentativi ed errori. Si scrive, si fanno ipotesi e, inevitabilmente, si sbaglia. L’importante è sapersi correggere».</p>
<p><strong>Tutti sanno che lo scrittore più caro a Mario Vargas Llosa è Flaubert. Ma chi è il suo saggista preferito?</strong><br />
«Isaiah Berlin. Ho per Berlin un’ammirazione straordinaria. Vedo che il “Times Literary Supplement” lo attacca, dicendo che è superficiale. Fossero tutti superficiali come Berlin&#8230;».</p>
<p><strong>Lei ha raccontato una cena con Margaret Thatcher durante la quale alcuni intellettuali di prima fila la sottoposero a una sorta di esame. Berlin era fra questi.</strong><br />
«Sì, Berlin era seduto di fianco alla Thatcher. Lei aveva questo modo un po’ imperioso di rivolgersi a tutti, ma nei confronti di Berlin era quasi deferente. All’esame lei se la cavò meravigliosamente. Fijate si no es triste: tutti i primi ministri inglesi ricevono una laurea ad honorem dalla loro università, ma Oxford si rifiutò di conferirla alla Thatcher. Fu orribile: era una ragazza di mezzi modesti che fece la carriera universitaria grazie a borse di studio. Vivevo a Londra all’epoca, l’ho visto con i miei occhi: l’Inghilterra si stava spegnendo. E questa donna, combattendo contro tutto e tutti, la trasformò nel Paese più dinamico d’Europa».</p>
<p><strong>Qualcuno ha scritto: solo due scrittori preferiscono la Thatcher a Fidel Castro, Philip Larkin e Mario Vargas Llosa.</strong><br />
«Non sapevo di Larkin ma mi fa piacere. È un grandissimo poeta».</p>
<p><strong><a href="https://www.corriere.it/cultura/20_settembre_24/mario-vargas-llosa-liberta-sempre-umile-non-rivoluzionaria-6cc6fd28-fe89-11ea-a30b-35e0d3e9db56_preview.shtml?reason=unauthenticated&amp;cat=1&amp;cid=z6OPG6o4&amp;pids=FR&amp;credits=1&amp;origin=https%3A%2F%2Fwww.corriere.it%2Fcultura%2F20_settembre_24%2Fmario-vargas-llosa-liberta-sempre-umile-non-rivoluzionaria-6cc6fd28-fe89-11ea-a30b-35e0d3e9db56.shtml">Corriere della sera</a>, 25/09/20</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/la-liberta-e-umile-non-rivoluzionaria/">La libertà è umile non rivoluzionaria</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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		<title>Lo scontro sul contante che divide i populisti al governo</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-scontro-sul-contante-che-divide-i-populisti-al-governo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jun 2018 12:39:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Consigli per la lettura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alberto Mingardi dice la sua a proposito della dichiarazione di Salvini a favore del contante e delle diversità tra i due alleati di governo. Dalla Stampa del 15 giugno 2018 &#8220;Fosse per me&#8221;, ha detto Matteo Salvini, &#8220;non vi sarebbero limiti all&#8217;uso del contante&#8221;. Luigi Di Maio si è affrettato a correggere l&#8217;alleato: alzare la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/lo-scontro-sul-contante-che-divide-i-populisti-al-governo/">Lo scontro sul contante che divide i populisti al governo</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Alberto Mingardi dice la sua a proposito della dichiarazione di Salvini a favore del contante e delle diversità tra i due alleati di governo. Dalla Stampa del 15 giugno 2018</em></p>
<p>&#8220;Fosse per me&#8221;, ha detto <strong>Matteo Salvini</strong>, &#8220;non vi sarebbero limiti all&#8217;uso del contante&#8221;. <strong>Luigi Di Maio</strong> si è affrettato a correggere l&#8217;alleato: alzare la soglia per i pagamenti «cash» non è previsto dal contratto di governo. Leghisti e pentastellati fanno appello a gruppi sociali diversi e attingono a un diverso vocabolario politico.</p>
<p><strong>È il caso della stretta sulle banconote</strong>: misura di civiltà contro l&#8217;evasione o limitazione della nostra libertà? Il fatto di avere un mezzo di pagamento a corso legale implica che le persone siano, per l&#8217;appunto, obbligate ad accettarlo in cambio dei beni e servizi che offrono.</p>
<p><strong>Sta proprio in questo la «magia» del denaro</strong>: qualcuno ci da un paio di jeans o un condizionatore e si accontenta di ricevere striscette di carta colorata. Dire che non pue accettarne più di un certo numero, cioè decidere che tutta una serie di beni e servizi non possono essere pagati sull&#8217;unghia, indebolisce la grande idea che sta dietro la moneta, quest&#8217;atto di fiducia collettivo nelle striscette colorate.</p>
<p><strong>Quando la Bulgaria stava ragionando di abbassare</strong> la soglia a 1000 lev, all&#8217;incirca 500 euro, la Bce l&#8217;ha sconsigliata (11 luglio 2017). E l&#8217;ha fatto in parte per difendere la scambiabilità della cartamoneta, in parte perché per determinati gruppi sociali la banconota resta lo strumento migliore per effettuare transazioni consapevoli. Il caso più immediatamente evidente è quello delle persone anziane. <strong>Ma pensate anche ai migranti</strong>, che hanno una posizione finanziaria precaria e non si aprono un conto corrente dove non potrebbero depositare che spicci. Devono imparare a usare una valuta che non conoscono.</p>
<p><strong>La carta moneta è ancora il modo migliore</strong> per comprendere il valore di ciò a cui si sta rinunciando in cambio dell&#8217;oggetto o della prestazione che si va ad acquistare. <strong>Si dirà</strong>: il contante lo usano i delinquenti. Senz&#8217;altro. Ma forse la cosa più rilevante, se di crimini si parla, è la natura degli scambi in cui costoro si avventurano, non il modo in cui regolano il dare e l&#8217;avere. La carta moneta è anonima, passa di mano senza rivelarci nulla dei suoi precedenti proprietari, il che può essere garanzia di libertà. In tutti quei casi nei quali il dissenso politico viene represso, per esempio, chi auspica la totale tracciabilità di qualsiasi transazione sogna in realtà la fine di ogni opposizione.</p>
<p><strong>In Italia tendiamo a usare il contante</strong> più di quanto non si faccia altrove e l&#8217;evasione è da sempre considerata uno dei grandi problemi del Paese. Il contrasto a quest&#8217;ultima implica la lotta alla carta moneta? Nell&#8217;era dei <em>big data</em>, lo Stato sa di noi un&#8217;infinità di cose.</p>
<p>La pubblica amministrazione di una democrazia europea ha tutti i mezzi per scovare chi non paga le tasse. Forse anche per questo in civilissimi <strong>Paesi europei come Austria e Germania</strong> non ci sono limiti ai pagamenti in contante. Che nel nostro Paese molto spesso sia difficile, al contrario, utilizzare la carta di credito per perfezionare una transazione è verissimo. Magari la Pa potrebbe dare il buon esempio. Siamo sicuri che gli uffici pubblici, tanto per cominciare, siano sempre pronti ad accettare pagamenti elttronici, come la Legge prevedrebbe?</p>
<p><strong>Lo scontro sul contante non è una novità</strong> nella politica italiana e chiama in causa idee molto radicate. Ogni bravo venditore cerca di rendere più facile farsi pagare dal proprio cliente: lo sanno bene quei piccoli imprenditori che la Lega vuole tenersi cari. Ma c&#8217;è anche un elettorato, oggi egemonizzato dai Cinque Stelle, che invece pensa che ogni scambio monetario vada considerato fraudolento fino a prova contraria.</p>
<p>I blocchi sociali che sostengono i due partiti al governo hanno istinti, prima ancora che proposte, motlo diversi. Sarà una convivenza movimentata.</p>
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		<title>Cosa c&#8217;è dietro la celeberrima metafora della fiera di Luigi Einaudi</title>
		<link>https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cosa-ce-dietro-la-celeberrima-metafora-della-fiera-di-luigi-einaudi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Mingardi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Feb 2017 17:20:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[riFLEssioni]]></category>
		<category><![CDATA[luigi einaudi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il principio della stabilità dei possessi e quello per cui «chi rompe paga» definiscono una cornice di regole chiare per gli operatori economici. Affidano le radici nella nostra storia, li abbiamo sperimentati nelle situazioni più diverse. Quando una società è in grado di garantirli, sa grosso modo cosa ne avrà in cambio: un’economia di mercato. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cosa-ce-dietro-la-celeberrima-metafora-della-fiera-di-luigi-einaudi/">Cosa c&#8217;è dietro la celeberrima metafora della fiera di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il principio della stabilità dei possessi e quello per cui «chi rompe paga»</strong> definiscono una cornice di regole chiare per gli operatori economici. Affidano le radici nella nostra storia, li abbiamo sperimentati nelle situazioni più diverse. Quando una società è in grado di garantirli, sa grosso modo cosa ne avrà in cambio: un’economia di mercato.</p>
<p><strong>La certezza del diritto</strong> è il singolo fattore più importante perché il processo di mercato possa avere luogo, <strong>Luigi Einaudi</strong> rese l’idea con un’immagine celeberrima:</p>
<p><em>&#8220;Tutti coloro che vanno alla fiera, sanno che questa non potrebbe avere luogo se, oltre ai banchi dei venditori, i quali vantano a gran voce la bontà della loro merce, ed oltre la folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos’altro: il cappello a due punte della coppia dei carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, col segretario e il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l’avvocato a cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano, doveri che non bisogna dimenticare nemmeno in fiera&#8221;.</em></p>
<p>Alberto Mingardi, <em>L&#8217;intelligenza del denaro</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it/cosa-ce-dietro-la-celeberrima-metafora-della-fiera-di-luigi-einaudi/">Cosa c&#8217;è dietro la celeberrima metafora della fiera di Luigi Einaudi</a> proviene da <a href="https://www.fondazioneluigieinaudi.it">Fondazione Luigi Einaudi</a>.</p>
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