Viva l’Europa! Davide Giacalone parla di UE, euro e del suo nuovo libro

Davide Giacalone ha da poco pubblicato Viva l’Europa Viva (Rubbettino Editore), un libro coraggioso in un periodo nel quale l’Unione Europea e la sua moneta sono sotto attacco. A lui abbiamo rivolto alcune domande sui temi più caldi dell’opera e dell’attualità.

Partiamo dal titolo: perché Viva l’Europa?

Perché l’integrazione realizzata è un bene prezioso, che ha favorito la crescita della ricchezza oltre, naturalmente, a un periodo di pace sconosciuto nel passato. Nazionalismi e protezionismi, al contrario, sono fucine di miseria e conflitti, conosciuti nel passato. Di problemi aperti ce ne sono molti, alcuni anche molto grossi. Non affrontarli porta al disfacimento. Ma cerchiamo tutti di non dimenticare che viviamo nel posto più ricco, libero, sano e longevo del Mondo. Viva l’Europa.

In questi giorni, si fa un gran parlare di un’uscita dell’Italia dall’euro e un ritorno alla lira. Scenario possibile? E se sì, cosa comporterebbe?

Qualche volta ho l’impressione d’essere circondato da quindicenni e smemorati. Possibile che nessuno ricordi cos’era, la lira? Abbiamo avuto inflazione a due cifre (anche al 21%!) e pagavamo tassi d’interesse altissimi. Svalutavamo, certo, ma oltre al fatto che questo comporta una rapina nei confronti dei risparmiatori, recuperavamo competitività per qualche settimana, sedimentando arretratezze tecnologiche e legislative. Tutto questo ci ha impoveriti in modo micidiale. Rimediavamo con la spesa pubblica, così facendo crescere il debito assai più della ricchezza.

L’Italia del boom aveva poco debito, quella del crollo s’indebitava sempre di più. Come prendere euforizzanti al posto di medicinali curativi. Per fare fronte ai costi del debito facevamo crescere la pressione fiscale, la quale, poi, aumenta gli effetti peggiori della recessione. Il tutto facendo finta di non ricordare gli attacchi speculativi contro la nostra moneta, che sono costati salassi ai cittadini. Ma, insomma, se si pensa che tornando alla lira si torna alla sovranità, posto che non eravamo sovrani manco per niente, allora perché non tornare ai sesterzi, così ci riprendiamo l’impeso.

A proposito di euro, nel suo libro sfata il mito di uno strumento creato dalla Germania per egemonizzare il continente.

Fu l’esatto contrario: la condizione per la riunificazione tedesca, in modo da evitare un eccessivo potere in capo alla Germania, di cui si aveva qualche ricordo non proprio entusiasmante. La Bundesbank, non a caso, era contrarissima, mentre fu il cancelliere, Khol, a piegare le resistenze e compiere la scelta politica.

Poi, però, successe che la Germania si adeguò alle regole dell’euro, visse fino in fondo la nascita della valuta comune, varando riforme coraggiose e anche dolorose. Altrove, come in Italia, si pensò fosse il Paese di bengodi: tassi d’interesse bassi e l’idea che si potesse essere più ricchi lavorando meno. Una scemenza monumentale, di cui paghiamo le conseguenze. Ma le colpe, di quello, sono italo-italiane.

Si scrive flessibilità, legge fare debito, giusto?

Un Paese con un debito pubblico enorme e patologico dovrebbe ridurlo. Peccato che i governanti lo dicessero nei discorsi rituali, salvo poi reclamare più deficit, che l’anno appresso diventa più debito. Tutti ricordano che, a cavallo delle riforme, la Germania ha per due anni sforato il deficit, infrangendo le regole. Vero, ma lo ha fatto per attutire il peso di quelle riforme e pagando il prezzo enorme (doppio rispetto al previsto) della riunificazione. Passato quel momento sono rientrati e hanno ridotto il debito, il che consente loro di fare spesa anticongiunturale, ovvero più deficit durante la recessione.

Noi abbiamo avuto governanti che reclamavano elasticità per fare regali agli elettori: soldi pubblici, compresi i regali di compleanno, senza nulla in cambio. La dottrina è: dai più soldi alla gente e così si riprendono i consumi. A parte che sono salite le tariffe amministrate e le esazioni locali, ma che razza di dottrina è? Giochiamo ai cavalli, sbevazziamo in bettola, festeggiamo nella crapula e saremo tutti più ricchi. Non è neanche da imbroglioni: è da irresponsabili.

Intanto in questi giorni torna lo spauracchio spread…

Appunto: lo spread, ovvero il differenziale d’interesse che si paga sul debito pubblico, segnala un difetto strutturale dell’euro, perché è difficile tenere debiti diversi, quotati a tassi diversi, avendo in tasca una sola moneta. Noi italiani, che siamo ottimi debitori e pagatori (bene per la reputazione, male per lo svenamento) avremmo dovuto porre la questione della federalizzazione dei debiti. Ma non solo avevamo già un debito alto, ma continuavamo a farlo crescere. Non solo avevamo già una spesa corrente fuori controllo, ma abbiamo anche fatto diventare la spendig review un genere letterario fantasioso.

Abbiamo lavorato contro i nostri interessi, perdendo credibilità. Poi, quando sale lo spread, tutti cominciano a farsela sotto. Allora, sia chiaro: lo spread è cresciuto assai meno di quel che sarebbe successo, senza la provvida e ottima politica della Banca centrale europea, solo che non può durare, perché alla lunga accumula squilibri a loro volta pericolosi. Inutile farsela sotto, si corra a rimediare, altrimenti saranno dolori veri, non chiacchiere come quelle odierne.

Sull’immigrazione però l’Unione Europea ha dimostrato di non funzionare.

I Paesi senza confini esterni hanno pensato d’essere furbi, scaricando il problema su quelli con confini esterni, dando in cambio dei soldi. I Paesi con confini esterni, noi compresi, hanno pensato d’essere furbi, prendendo i soldi e allestendo un pessimo e immondo mercato dell’accoglienza, salvo poi non identificare gli arrivati e lasciandoli trasudare altrove.

Una tale accolita di furbi non poteva che finire male, nel momento in cui il fenomeno ha preso dimensioni più grandi. Noi abbiamo l’obbligo di accogliere i profughi e la convenienza ad avere gli immigrati economici che ci servono, ma si deve: a. distinguere gli uni dagli altri; b. scegliere. Supporre che l’Italia sia in grado di farlo da sola non è illusorio: è da imbonitori.

Quest’anno fanno 60 anni dal Trattato di Roma del 25 marzo 1957 istitutivo della Comunità economica europea (CEE). Messaggio ai più giovani e a chi è più a digiuno di storia recente?

Fatevi le vostre idee, ma formatele dopo avere studiato la storia ed esaminato la realtà. Lasciate perdere il vocio demagogico, quale sia il misero pulpito da cui proviene.

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