Vincenzo Ferrari

La nuova frontiera del liberalismo

Il liberalismo è espressione della moderna rivoluzione umanistica, che “pone l’uomo al centro dell’universo” non per protervia né per professione di ateismo, ma per rivendicare la libertà dell’uomo di conoscere se stesso e il mondo in cui vive senza vincoli prioritari posti da altri uomini alle condizioni della sua conoscenza.

Il liberalismo è pertanto la teoria politica della liberazione umana dai vincoli non giustificati. Sono tali i vincoli non liberamente scelti. Libertà di scelta significa non soltanto assenza di costrizioni giuridiche, ma effettiva possibilità di scegliere fra alternative concretamente disponibili. Perciò il liberalismo è teoria pratica tanto delle libertà “negative” quanto delle libertà “positive”.

In quanto teoria e pratica della massima possibile libertà, il liberalismo è anche teoria e pratica della massima uguaglianza possibile. Infatti l’uguaglianza non è che il riflesso sociale della libertà e il rapporto fra libertà e uguaglianza non è altro che rapporto fra le sfere di libertà di tutti gli individui che fanno parte di una comunità. Quindi il liberalismo respinge tanto ogni forma di discriminazione, di diritto e di fatto, quanto ogni forma di egualitarismo che rifiuti la libertà come principio e come prassi.

Poiché le sfere di libertà di tutti devono essere contemperate, il liberalismo si batte perché i rapporti sociali si uniformino a regole chiare e liberamente scelte secondo procedure democratiche. Tali regole devono tendere in linea generale a porre limiti all’esercizio del potere latamente inteso e, pertanto, specificamente:

 – nella sfera intellettuale, a garantire la pluralità delle voci, il rispetto di tutte le opinioni, anche se minoritarie e dissenzienti, un’educazione critica e rispettosa dei metodi di indagine:

– nella sfera sociale, ad escludere e rimuovere le forme di controllo immotivato e di sfruttamento da parte dei gruppi sociali, ivi compresa la famiglia, sugli individui;

– nella sfera economica, ad impedire la formazione di monopoli privati e pubblici e a garantire l’effettiva possibilità di ognuno di entrare nel mercato e di accedere ai beni e ai servizi senza barriere artificiali se non quelle poste dalla liceità dei processi e dalla preservazione della stessa libera concorrenza;

– nella sfera politica, a garantire l’ambito di intangibilità dell’individuo e la sua possibilità di partecipare ai processi decisionali, ad impedire la cristallizzazione e l’uso distorto delle posizioni di potere, ad assicurare il ricambio nei ruoli dirigenti.

La rivoluzione liberale ha permesso alla società umana di conseguire, nella storia, i suoi massimi successi nell’ambito delle relazioni civili, politiche ed economico-sociali, che concorrono a definire il rapporto di cittadinanza. Tuttavia essa ha incontrato sulla sua strada gravi ostacoli che ne hanno pregiudicato il pieno compimento e ne potrebbero oggi decretare la crisi, di fronte ai grandi cambiamenti tecnologici, politici e sociali che caratterizzano la fine del secondo millennio. Il più grave fra questi ostacoli è costantemente rappresentato dalla tendenza del potere, nelle sue diverse sfere, a concentrarsi e a rendersi incontrollabile, dapprima sul piano dei fatti, e, susseguentemente, su quello del diritto. La concentrazione di potere incontrollabile non soltanto favorisce le prevaricazioni ma altresì diseduca alla libertà vulnerando la capacità di iniziativa e di critica, corrompendo gli spiriti e rendendoli passivi e schiavi dei pregiudizi.

L’incompiutezza della rivoluzione liberale è particolarmente visibile in fenomeni come le ricorrenti esplosioni di razzismo, talvolta orchestrato dagli stessi ceti dirigenti che dichiarano di ripudiarlo nelle parole; la struttura maschilista di quasi tutte le società, comprese quelle che proclamano di praticare l’uguaglianza fra uomo e donna; la grande distanza fra paesi ricchi e paesi poveri; la distanza nuovamente crescente tra ceti privilegiati e ceti sotto-privilegiati anche nei paesi ricchi; il carattere oppressivo di molti sistemi giuridici, anche quelli che dichiarano di ispirarsi ai princìpi del garantismo; il ricorso a pratiche sanzionatorie inumane, come la pena di morte, e illegali, come la tortura fisica e psichica, spesso usate anche per reprimere le opinioni dissenzienti; la corruttela di molte élites politiche, amministrative ed economico-finanziarie; i ricorrenti tentativi di imporre una morale, dei costumi, una censura sulle opinioni, anche la monopolizzazione dei mezzi di informazione e la selezione delle notizie da divulgare.

Molte fra queste manchevolezze appaiono in una luce più grave che in passato di fronte ad alcuni caratteri, peculiari e contraddittori, del mondo attuale.

Nei paesi sviluppati, la crisi del modello del benessere impone politiche di contenimento economico e finanziario che impediscono di soddisfare aspettative, non tutte legittime, ma in ogni caso consolidate nei lunghi anni di interventismo pubblico, soprattutto nel campo della sicurezza sociale e del lavoro. Tali aspettative non possono essere adeguatamente soddisfatte neppure attraverso l’iniziativa privata, sia per la concorrenza economica proveniente dai paesi di più recente sviluppo, sia per gli squilibri sempre più vistosi fra domanda e offerta di lavoro, soprattutto nel campo delle prestazioni intellettuali.

Il mondo intero è stato unificato dalla rivoluzione tecnologica che, annullando le distanze, ha moltiplicato gli scambi sia materiali, di beni e servizi, sia simbolici, di modelli culturali. Peraltro, l’unificazione del mondo, piuttosto che amplificare gli orizzonti, sembra piuttosto averli ridotti, in quanto la terra appare oggi uno spazio non più aperto, ma chiuso e non più estensibile e “conquistabile”. In uno spazio chiuso e fittamente intercomunicante le risorse appaiono più ridotte e la competizione, pertanto, diventa più aspra e angosciosa. Dunque alla competizione regolata può facilmente sostituirsi una competizione anomica, nella quale potrebbero prevalere i soggetti più spregiudicati, come dimostra la potenza acquisita a livello mondiale dalle economie illegali, capaci di condizionare l’azione di molti governi. Allo spirito universalistico, che vede la società come un crogiuolo di opinioni e interessi in conflitto, ma contemperabili, può sostituirsi uno spirito particolaristico, che vede la società come un campo di battaglia in cui opinioni e interessi diversi si contrappongono per distruggersi vicendevolmente. In tale condizione, mentre il processo di globalizzazione, che coinvolge molti settori della vita umana, sembra svolgersi secondo procedure sempre meno democratiche, si sta sviluppando un opposto processo di frammentazione localistica, prevalentemente motivato da ragioni egoistiche e viziato da pregiudizi religiosi e razziali.

La crisi delle politiche di welfare e la doppia sfida proveniente dai processi opposti, ma congiunti, di globalizzazione e di localizzazione, hanno aggravato la crisi, già avanzata, del modello statuale di organizzazione politica, anche perché risulta sempre più chiaramente l’artificialità di molte formazioni statuali, frutto di conquiste, colonizzazioni, prevaricazioni di gruppi e di etnie. La crisi dello stato è ulteriormente accentuata dall’indebolimento del principio di sovranità, che è posto in discussione dalla consapevolezza che un numero crescente di problemi presenta caratteri di universalità e di transnazionalità. Lo stesso movimento squisitamente liberale dei diritti umani, giunto ad una fase caratterizzata da forte moltiplicazione e specificazione delle fattispecie ritenute degne di tutela senza frontiere, contribuisce a tale indebolimento, in quanto presenta per definizione una dimensione transnazionale. Per contro, l’umanità non è ancora riuscita a individuare un livello di decisionalità politica che possa sostituire quello tradizionale dello stato moderno senza sacrificio dei principi di libertà, di democraticità e di solidarietà, che finora hanno trovato una sia pur incompiuta attuazione soltanto con la concezione moderna e liberale dello stato di diritto.

Gli squilibri soprattutto economici fra paesi ricchi e paesi poveri, unitamente alla facilità dei rapporti e degli scambi, sono all’origine di ondate migratorie senza precedenti nella storia recente. Le politiche di contenimento poste in essere da quasi tutti gli stati verso cui le immigrazioni si dirigono urtano contro le politiche di sostanziale incentivazione seguite dagli stati da cui le immigrazioni partono. Nel lungo termine, le prime, piuttosto che le seconde, sembrano essere destinate a soccombere. Pertanto le società sviluppate, tanto più se rette democraticamente, sono prevedibilmente avviate verso una caratterizzazione multietnica, in cui la convivenza fra etnie, culture e religioni sarà resa più difficile dall’esplosione dei particolarismi sopra accennati.

In questa situazione di grande problematica, ai liberali si presenta un difficile compito, reso più arduo dal fatto che essi sono tenuti prioritariamente al rispetto di un metodo d’azione fondato sulla libertà, la nonviolenza, il dialogo e l’osservanza imparziale di regole condivise, e pertanto appaiono svantaggiati, almeno a breve termine, di fronte ad avversari che agiscono senza limitazioni di fini e di mezzi. Tuttavia a medio o a lungo termine essi potranno prevalere, nell’interesse dell’umanità intera, se sapranno affrontare con inventiva e con rigore le grandi sfide poste dal nuovo secolo che si apre.

I seguenti obiettivi appaiono prioritari e i liberali sono impegnati e perseguirli.

– La salvaguardia e, dove occorre, il ripristino dell’equilibrio ecologico nel pianeta, compromesso da uno sfruttamento accelerato, sono da considerarsi una variabile indipendente, anche per rispetto dei diritti delle future generazioni. I liberali si battono perché le organizzazioni governative e non governative, oltre ai privati, devolvano una parte cospicua delle risorse disponibili a questo fine, anche per far fronte alle conseguenze economiche derivanti dalla soppressione o dalla riduzione di attività antiecologiche.

– Il mercato economico, mondializzato, deve essere riequilibrato in modo che la concorrenza fra i diversi paesi si svolga secondo regole di correttezza e secondo princìpi di reciprocità. Tra i principali fattori di squilibrio vi è la grande disparità del trattamento del lavoro nei diversi paesi, sia sul piano economico e sociale, sia su quello delle garanzie politiche e sindacali. Al fine di sanare tali disparità, è necessario arricchire i diritti dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo, piuttosto che impoverire i diritti dei lavoratori dei paesi sviluppati.
– Occorre individuare un livello di decisionalità politica che sopperisca alla crisi di legittimazione dello stato contemporaneo, senza sacrificio per i princìpi della liberaldemocrazia. Il livello multiregionale, sul modello della Comunità europea e di altre concentrazioni interstatuali in via di formazione o di sviluppo, sembra essere preferibile. È pertanto su questa dimensione che i liberali sono impegnati a battersi per il perfezionamento dei processi democratici.

– Gli ordinamenti giuridici devono essere armonizzati secondo princìpi di umanità, di garantismo e di certezza, oltre che di efficienza. Ciò impone un’opera prioritaria di riordino “illuministico” delle diverse legislazioni nazionali, che devono essere sfrondate e riportate a modelli di chiarezza, senza peraltro perseguire il mito della deregolazione indiscriminata, che favorisce le sopraffazioni dei soggetti più spregiudicati.- Il problema delle ondate migratorie non può risolversi ponendo limiti pregiudiziali alle immigrazioni, ma ogni stato, o entità politica multistatuale, deve avere il diritto di pretendere da parte degli immigrati il rispetto dei valori e delle regole fondamentali su cui esso si regge.

– Va imposto su basi internazionali e non più soltanto nazionali il tema della cittadinanza. Il diritto di ogni essere umano di godere dello status di cittadino, già riconosciuto internazionalmente, deve estendersi sino a ricomprendere il diritto di ogni essere umano di scegliersi la cittadinanza, con il corredo di diritti e di correlativi doveri che essa comporta in ciascun paese.

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