Vicenda Aquarius: le responsabilità di Ong, Malta e Libia

Vicenda Aquarius: le responsabilità di Ong, Malta e Libia

A cosa serve l’Unione europea? A giudicare dalla vicenda Aquarius, ben poco. Almeno ufficialmente, perché poi, in maniera surrettizia e di nascosto, un’influenza della Commissione sul gesto spagnolo c’è certamente stata. Madrid non vi sarebbe però mai arrivata senza la netta presa di posizione del ministro dell’interno Salvini di chiudere i porti.

Una decisione, oltre che giusta, legale e legittima; necessaria per far capire ai nostri partner e alla Commissione che l’Italia non intende più farsi carico in solitudine di ondate d’urto di questo tipo. Una decisione, poi, eminentemente politica: quanto di più politico per un governo della protezione delle frontiere e della salvaguardia dei cittadini, che l’esecutivo rappresenta?

E non così clamorosa come molti, in più o meno buona fede, ritengono; esattamente un anno fa, il ministro dell’interno Minniti propose la chiusura dei porti, ma fu frenato dalle divisioni nel governo Gentiloni. Così come nel recente passato Francia, Spagna e diversi altri paesi hanno fatto ricorso a questa misura. Più lontano nel tempo, nel 1997, il governo Prodi non solo chiuse i porti dell’Adriatico meridionale ma istituì anche un blocco navale per fronteggiare l’immigrazione albanese.

Ma il vincolo sui porti non potrà essere eterno e il gesto spagnolo, pur apprezzabile, non risolve nulla. Perché un’altra imbarcazione, questa volta con bandiera olandese, sembra voler imitare l’Aquarius, e altre ne arriveranno; e assisteremo alla stessa pièce. Che ha diversi protagonisti, nessuno uscito bene.

I primi sono le Ong: a parte poche ispirate da reali obiettivi umanitari, la maggior parte di loro operano in misura non molto diversa dai pirati del Seicento, imponendosi agli Stati; le Ong fanno politica estera pur non essendo (almeno ufficialmente) legate ad alcun governo. E dispongono di ottimi uffici stampa. E evidente che il regolamento sulle loro attività varato dal precedente esecutivo non ha funzionato, se siamo ancora nella situazione dello scorso anno. Bisognerà modificarlo.

Il secondo protagonista è il governo di Malta che, pur disponendo di generosi finanziamenti Ue, si è quasi sempre rifiutato di far attraccare le imbarcazioni transitanti nella acque di sua competenza: questa volta avrebbe potuto dimostrare l’intelligenza di un gesto politico, ma deve aver pensato di essere coperto, da chi e da cosa non sappiamo.

Il terzo protagonista è la Libia, da cui gli sbarchi sono aumentati per via del Ramadan e delle liti sul carburante delle motovedette, certo. Ma sarebbe da ingenui non vedere la coincidenza della nascita del nuovo governo: a cui probabilmente i libici chiedono qualcosa di più o di diverso rispetto a quello precedente.

Neanche un solido accordo con la Libia risolverebbe però durevolmente la questione: il vertice di Parigi è stato un flop e nessuno riesce davvero a controllare il territorio. Tanto più che le partenze sono cominciate pure dalla Tunisia e persino dall’Algeria (la vera polveriera dell’area nord africana). La principale protagonista però è la Ue. Silente nelle ore più calde dell’affare, se non per lavarsene le mani, è intervenuta ieri di nascosto facendo pressione su Madrid. Ma senza rivendicarlo, perché ciò vorrebbe dire che esistono regole da poter essere aggirate sottobanco.

Se così è, bisognerà seriamente cambiare paradigma. Privare il più possibile la Ue della gestione (peraltro inconcludente) delle questioni migratorie e restituire pienamente la competenza agli stati, come suggerito qualche giorno fa dal cancelliere austriaco Kurz. Del resto è assurdo, ma del tutto interno alla logica giacobina dominante nella Ue, che medesime regole valgano per nazioni come l’Italia, la Grecia e la Spagna, immerse nel cuore del Mediterraneo, e per paesi come quelli baltici o la Polonia.

Perché allora non chiudere la pagina infelice di Dublino e consentire a gruppi di stati della Ue di firmare tra loro dei trattati, secondo le esigenze più consone? Ma così si tocca il dogma della «integrazione»! Qualcuno dovrà finalmente capire però che senza riforme radicali a saltare non sarà solo il dogma: ma tutta la struttura istituzionale dell’Europa.

Marco Gervasoni, Il Messaggero 12 giugno 2018

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