Valerio Zanone

Il liberalismo alla soglia del millennio

Alla soglia del millennio gli istituti liberali della società aperta, dell’ordinamento democratico e dell’economia di mercato si estendono in uno spazio mondiale più ampio dell’area occidentale in cui il liberalismo ha avuto la sua origine storica.

Nei cinquant’anni trascorsi dal Manifesto di Oxford il mondo ha conosciuto la fine del colonialismo, il crollo del comunismo, la progressiva affermazione dei diritti umani in parte accompagnata dalla garanzia normativa di istituzioni internazionali e sovranazionali. I costumi ed il tenore della vita e della convivenza si sono trasformati in gran parte del mondo per effetto della rivoluzione

Lo smantellamento dei blocchi ideologici e le potenzialità dirompenti delle nuove tecnologie hanno travolto gli equilibri statici ed i paradigmi tradizionali. La sigla della contemporaneità è la globalizzazione che impone alle società assestate dell’occidente e soprattutto dell’Europa di adeguarsi al ritmo delle aree più dinamiche del globo.

La sfida della globalizzazione impone di misurarsi alla prova dei mercati globali aperti alla concorrenza; ma concerne anche la attitudine della democrazia rappresentativa al governo della società complessa.

Si osserva da alcuni che la complessità della società postindustriale è difficilmente riconducibile alle regole decisionali della democrazia rappresentativa, sia per la manipolazione dell’opinione pubblica che può essere esercitata attraverso le comunicazioni di massa; sia per l’oggettiva complessità delle decisioni pubbliche, che spesso richiedono competenze accessibili solo agli specialisti; sia per la conseguente esposizione delle assemblee rappresentative alla pressione dei poteri “invisibili” della tecnocrazia oltre che a quello supervisibile della videocrazia.

Se di fronte al governo della società complessa i regimi democratici possono mostrare aspetti di imperfezione e di malfunzionamento, non viene peraltro intaccato il nucleo della democrazia liberale, che essenzialmente concerne i diritti di autonomia e di autogoverno e i presìdi normativi che salvaguardano la libertà individuale, intesa sia come assenza della coercizione sia come partecipazione alla vita pubblica.

Piuttosto, ciò che del sistema democratico risalta con maggiore evidenza è il carattere competitivo; la qualità principale della democrazia è nel pluralismo che impedisce la formazione di autocrazie statiche. L’elemento competitivo avvicina per alcuni aspetti il sistema della democrazia come competizione per il consenso, al sistema del mercato come competizione per il profitto, fino a giustificare la definizione dell’ordinamento democratico come “mercato politico”. Quella definizione serve a mettere in rilievo da un lato che nella competizione politica come in quella economica il soggetto prevalente non può pretendere di diventare un “asso pigliatutto”; e d’altro lato, circoscrive la competizione politica in un sottosistema che non può pretendere di contenere in sé la totalità dei valori e deve rispettare il pluralismo delle culture e degli stili individuali di vita, la sfera delle convinzioni personali in materia religiosa e morale.

Neppure si può pretendere che la democrazia liberale coincida con un modello unico di ordinamento politico, sebbene possano essere considerati costitutivi della democrazia liberale alcuni parametri quali la trasparenza di processi decisionali; la distinzione dei poteri, la garanzia di reversibilità delle scelte pubbliche, l’efficienza del mercato quale regolatore dei rapporti economici.

In presenza dei parametri suddetti si può ritenere che sussistano gli elementi fondativi di una democrazia liberale compiuta e di conseguenza le alternative politiche possono confrontarsi all’interno di procedure condivise. Invece quando uno o più dei parametri suddetti manchi o sia troppo debole, l’alternativa politica non è interna alla democrazia liberale, ma pone a confronto la concezione liberaldemocratica con concezioni fondamentaliste, comunitariste, organiciste o comunque limitative dei diritti individuali.

E’ presupposto del liberalismo che ogni individuo sia titolare di diritti inalienabili e che solo dalla titolarità di quei diritti possa formarsi una cittadinanza liberamente condivisa. Il principio liberale della cittadinanza contiene dunque un nucleo di diritti individuali non negoziabile dalle decisioni pubbliche.
Dopo il crollo del comunismo, alla soglia del millennio la linea principale di confronto sembra essere quella fra democrazia liberale e democrazia comunitaria, quindi fra identità individuale ed identità collettiva.
Nella concezione della democrazia liberale fra identità individuale ed identità collettiva non vi è discontinuità. L’individuo può realizzare se stesso solo nella cooperazione e nell’appartenenza comunitaria, ma il concetto di comunità non è esclusivo né chiuso. Nella società liberale la vita individuale si realizza in una varietà di legami comunitari, dalla famiglia (luogo essenziale della solidarietà intergenerazionale) alla comunità locale, agli ambienti di studio e di lavoro, alle libere associazioni.
Merita di essere specialmente sottolineato il valore formativo che nella società liberale consiste nella libertà di associarsi per scopi sociali spontaneamente condivisi.
L’associazionismo volontario, strumento attivo di una solidarietà sociale svincolata dal centralismo governativo, costituisce rispetto all’individuo isolato ed allo Stato una “terza sfera” cui corrisponde nel mondo del lavoro il “terzo settore” delle attività non orientate al profitto, che vengono assumendo dimensioni crescenti rispetto alle sfere tradizionali del settore produttivo e della funzione pubblica.
Nella democrazia liberale non vi è dunque discontinuità fra l’individuo e la comunità, mentre vi è contrasto fra comunità chiuse e comunità aperte. La comunità chiusa genera in sé il fondamentalismo illiberale; l’opportunità di riconoscersi e realizzarsi in una molteplicità di appartenenze ed in una pluralità di dimensioni esistenziali.
La concezione liberale della cittadinanza inclusiva è contraria al fondamentalismo e al solipsismo di gruppo; aperta agli aspetti multietnici e transnazionali; intesa a recuperare il numero crescente di individui che per effetto della globalizzazione economica “non servono più” e rischiano pertanto di smarrire i requisiti sostanziali della cittadinanza attiva.
Alla soglia del millennio, la quadratura del cerchio fra benessere e solidarietà è l’ultima scommessa che le società sviluppate dell’occidente sono chiamate ad affrontare prima che i paesi emergenti arrivino a contendere loro il primato della crescita.
Intorno al principio di giustizia come eguaglianza, al ruolo rispettivo dello Stato e del mercato e alla revisione del Welfare State ruotano le principali divergenze politiche all’interno della cultura liberale.
Per un verso, molti liberali ammettono che il senso della giustizia non può ignorare quelle situazioni di iniquità sociali che distorcono di fatto l’eguaglianza dei diritti anche civili e politici.
Per altro verso, la costruzione del Welfare State in cui si è realizzato nel corso del Novecento il sistema di diritti sociali è oggi posta in discussione non solo per l’onere raggiunto dalla spesa sociale ma anche per ragioni di flessibilità indotte dalla globalizzazione, e per una diffusa insofferenza verso il paternalismo pubblico.
Vi è fra i liberali chi nel Welfare State riscontra una forma di organizzazione della convivenza capace di sviluppare ampi processi diffusivi della cittadinanza; e perciò del Welfare State propone una revisione orientata alla società aperta ed alla cittadinanza inclusiva. La revisione dovrebbe tenere conto della ristrutturazione dei processi produttivi, della flessibilità e mobilità sociale, e della opportunità di coinvolgere tutti gli stakeholders in nuove forma di democrazia industriale. In tale contesto il post-Welfare si caratterizzerebbe con l’attribuzione ad ogni cittadino di un reddito di cittadinanza e con il trasferimento di molti servizi sociali sdalla funzione pubblica al terzo settore delle attività non-profit .
Altri liberali ritengono invece che il Welfare State non possa essere adeguato alle nuove circostanze ma debba considerarsi erroneo dall’origine in quanto distruttivo di risorse senza beneficio effettivo per i ceti più deboli, e stimolatore di interessi corporativi. Il post-Welfare dovrebbe quindi avere carattere non di revisione, ma di innovazione in modo da lasciare all’autonomia individuale il compito di provvedere al bisogno di sicurezza; attribuire al potere pubblico il compito di assistere esclusivamente gli individui incapaci di provvedere a se stessi; e separare nettamente la finalità dell’assistenza da quella della redistribuzione.
Alle posizioni di alcuni liberali drasticamente critiche verso il principio stesso di redistribuzione, considerato invasivo dei diritti individuali, fanno riscontro le opinioni di altri liberali che considerano la funzione redistributiva pressoché connaturale all’acquisizione del consenso in regime di suffragio universale.
Meno ampie sono le divergenze concernenti la fornitura dei beni pubblici, ossia della vasta categoria di beni che la logica di mercato è di per sé inadatta a fornire, anche se nell’ambito stesso della fornitura di taluni beni pubblici l’introduzione di elementi “di mercato” ossia di competitività e di libera scelta può migliorare l’efficienza e ridurre l’intercettazione burocratica.
La semplicistica contrapposizione fra Stato e mercato può dunque risultare fuorviante.
Il mercato è lo strumento di allocazione delle risorse che attraverso il sistema dei prezzi realizza nel modo più efficiente il rapporto fra domanda ed offerta e quindi massimizza la ricchezza delle comunità. Anche al di fuori del contesto economico, il mercato ha una connotazione sociale positiva in quanto consente l’intersezione volontaria dei soggetti che vi partecipano.
La qualità sociale, e non solo economica, del sistema di mercato richiede una cornice di regole finalizzate a: ampliare al maggior numero possibile di soggetti l’accesso al mercato; assicurare la trasparenza dei comportamenti in modo che fra produttori e consumatori sussista parità di informazione; impedire l’abuso di posizioni dominanti e garantire la libertà di concorrenza; sostenere la “cultura del mercato” evidenziandone gli aspetti moralmente apprezzabili quali la lealtà negli affari, l’assunzione di responsabilità, il rischio dell’iniziativa; ricondurre all’interno del calcolo economico il costo delle esternalità ambientali.
Poiché l’efficienza del mercato è effetto della sua intrinseca funzione selettiva, risulta facile agli avversari del liberalismo collocare il mercato in antinomia con esigenze sociali quali la solidarietà verso gli individui svantaggiati e l’eguaglianza nelle dotazioni economiche di base.
Si può obiettare che i paesi ad economia di mercato più competitiva sono quelli dove il benessere è maggiore e più diffuso. Ma il rapporto fra libertà ed eguaglianza resta comunque un tema cruciale.
Nella società liberale l’individuo deve trovare nel sistema pubblico la rassicurazione contro i rischi di cui non potrebbe farsi carico da solo.
La libertà individuale presuppone la rimozione delle diseguaglianze (soprattutto se esterne al comportamento individuale, quali delle derivanti dalle condizioni di razza o di nascita) che restringendo di fatto l’accesso alla gara sociale riducono l’eguale dignità di tutti gli individui e dunque l’esercizio dei diritti individuali.
Molte obiezioni contro il liberalismo derivano dal suo travisamento. Così si imputa al liberalismo la negazioni dei valori assoluti e lo scetticismo morale; ma la estraneità della sfera politica rispetto ai valori assoluti trova ragione nel fatto che troppe volte la predicazione di valori assoluti è servita da copertura a regimi politici avvilenti.
E’ senz’altro vero che il liberalismo non attribuisce al potere politico il compito di insegnare ai cittadini lo stile di vita migliore, e tanto meno di imporlo. Il liberalismo politico è un insieme di regole che consentono appunto a stili di vita differenti di convivere e competere. Tuttavia quelle regole non funzionano nel vuoto morale anzi la stessa tolleranza delle diversità si colloca sullo sfondo etico di una cultura che assume la responsabilità soggettiva come criterio primario di moralità.
Perciò il liberalismo non è riducibile al mero impianto procedurale. Il fatto che il liberalismo non inglobi nella sfera politica i valori che attengono alla fede religiosa e all’etica individuale non significa che il liberalismo sia moralmente rinunciatario o indifferente. Al contrario, l’origine storica del liberalismo è proprio nell’opposizione ai conflitti religiosi e alla ragione di Stato in nome dell’autonomia morale degli individui.
Ne consegue che l’autonomia morale dell’individuo deve essere preservata non solo dalla coercizione del potere pubblico, ma da ogni pressione coercitiva; e dalla cognizione della autonomia nasce il senso della responsabilità personale, che trova pienezza di autorealizzazione nella capacità di ideare progetti e portarli a compimento.
Se la regola liberale della convivenza è dunque la pluralità delle scelte individuali, occorre trarne in conclusione che quella regola esclude di per sé la possibilità di scelte liberali univoche in materia di specifiche decisioni pubbliche e di indirizzi politici.
Le disparate tendenze e formazioni politiche che si richiamano al liberalismo hanno un referente comune nei valori di individualità. Ma da quel nucleo di valori individuali non può che derivare il pluralismo politico.

 

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