Se l’Italia rischia è colpa dei conti

Se l’articolo di Wolfgang Münchau, sul Financial Times sul rischio che l’Italia esca dall’euro, è interpretato con un assist al Sì nel referendum, vuol dire che oramai Renzi e i renziani hanno le traveggole.

Infatti tale articolo sostiene che l’Italia è matura per l’uscita dall’euro, non perché il No al referendum la renderebbe ingovernabile, ma perché i partiti sostenitori del No potrebbero prendere atto che essa non è più in grado di stare nell’euro, a causa di scelte economiche e finanziarie sbagliate dei governi italiani e dell’Unione europea guidata da Angela Merkel.

La principale colpa del governo dell’Italia è di non essersi occupato del fatto che la produttività non cresce da molti anni e ciò causa bassa crescita del Pil e disoccupati. La principale colpa merkeliana è di aver introdotto norme dannose per il sistema bancario che hanno ostacolato la ripresa in Italia, nonostante la politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. Dunque se l’Italia è costretta a uscire dall’euro, ciò non dipende dalla mancata riforma costituzionale e neppure dal fatto che verrebbe dimissionato o azzoppato Renzi.

Anzi, per entrambe le questioni, produttività e banche, il governo Renzi ha grosse colpe. La sua riforma del mercato del lavoro non ha migliorato la produttività; ha irrigidito i contratti di lavoro, rovesciando la linea di decentramento e flessibilità orientata alla produttività che il governo Berlusconi aveva in parte attuato e che stava sviluppando quando, alla fine del 2011, fu mandato a casa in modo anomalo a seguito di una speculazione finanziaria internazionale contro il nostro debito che allora era al 116% del Pil e ora al 132%.

Allora l’operazione finanziaria per farci uscire malamente dall’euro fu stoppata dalla Bce, dichiarando che essa era pronta a fare «whatever it takes» ogni cosa per evitare una crisi dell’euro. Ora ci troviamo in una situazione molto più difficile, dovuta all’eccesso di debito sul Pil, mentre il governo non fa nulla per far scendere il rapporto deficit/Pil. Non si mette mano a tagli strutturali delle spese; si finge di tagliare le imposte, con bonus a questo e quello, ma le aliquote progressive non vengono ridotte.

Uscire dall’euro, senza fare le cose adatte a rimettere in sesto l’economia e la finanza non serve a nulla

Per la questione bancaria, Renzi subisce la linea europea, forse perché imbarazzato dai fatti delle banche toscane. Fra le variabili che influirebbero positivamente sulla produttività che il governo trascura, va messa ai primi posti la spesa per infrastrutture, attivata con una piccola quota pubblica e una grande privata: come sostiene Trump e come sosteneva Berlusconi. Renzi di ciò si occupa con dichiarazioni sul ponte sullo Stretto e per altre opere non seguite dai fatti, ma le leggi per accelerare e attuare le grandi opere e le infrastrutture di rete, che i governi di centrodestra avevano messo in campo sono state eliminate.

Se l’euro non funziona, in parte è colpa dell’Europa e in parte maggiore dell’Italia, con la sinistra al potere, che – nelle varie salse e versioni – riesce a stare al governo, anche quando non ha i voti. Uscire dall’euro, senza fare le cose adatte a rimettere in sesto l’economia e la finanza – fa ben capire l’articolo del Financial Times – non serve a nulla. Non si comprende allora perché, secondo tale articolo, chi nel centrodestra è contro l’euro e chi vorrebbe una diversa politica dell’euro, dovrebbe buttarsi nel burrone, facendo cosa grata alla speculazione finanziaria che ci punta. Ma da quell’articolo si desume che è ora di cambiare, anche se non in quel modo.

Francesco Forte, Il Giornale 22 novembre 2016

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